venerdì, Aprile 12, 2024
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Giustizia: i test psicologici sui magistrati sono una risposta sbagliata ad un problema vero

di Salvatore Sfrecola

La proposta di verificare se un magistrato abbia l’attitudine psicologica alla terzietà ed una capacità di giudizio non influenzabile da condizioni personali e ambientali è presente da tempo nel dibattito sulla Giustizia. Ed è questione seria, considerato il “potere” dei giudici di assumere decisioni che incidono sui diritti delle persone.

Tuttavia, è certo che un test psicologico autonomo all’ingresso in carriera si presta a possibili manipolazioni, enfatizzando o trascurando taluni profili psicologici del nuovo magistrato. Potrebbe accadere, ad esempio, che un candidato non superi il test che, nelle stesse condizioni, sia superato, invece, in presenza di un altro esaminatore.

Il problema certamente esiste e non è il caso di far finta di niente perché potrebbe portare ad una decisione politica poco meditata. Credo, tuttavia, che l’obiettivo potrebbe essere raggiunto  con altri metodi, ad esempio inserendo nelle commissioni giudicatrici uno psicologo e modulando le prove scritte in modo che dalle risposte al quesito giuridico si possa comprendere se, oltre alla conoscenza del diritto e della giurisprudenza, il candidato abbia mostrato quell’equilibrio che è richiesto dalla delicatissima funzione per la quale si candida. La valutazione collegiale sul candidato darebbe certezze sul punto della sua attitudine all’esercizio della giurisdizione. Ad esempio nei concorsi per l’accesso alla Corte dei conti o ai TTAARR è prevista la stesura della parte in diritto di una sentenza che indubbiamente consente di capire se l’aspirante magistrato ha una capacità di giudicare con equilibrio.

La pronuncia della Commissione Giustizia del Senato che suggerisce test attitudinali è fonte di una ulteriore polemica Magistratura-Politica della quale non si sentiva il bisogno e sulla quale interviene l’Associazione Nazionale Magistrati (A.N.M.) per bocca della vicepresidente Alessandra Maddalena per la quale “non si comprende in cosa consisterebbe esattamente questo meccanismo di verifica psicoattitudinale dei candidati in ingresso in magistratura, che peraltro – risolvendosi in una specie di screening di massa – avrebbe il solo effetto di rallentare l’iter di riempimento delle piante organiche. Credo che il miglior modo per valutare l’equilibrio di un magistrato – ha aggiunto – sia quello di verificarne il lavoro concreto negli uffici giudiziari, attraverso le periodiche valutazioni di professionalità”.

La politica si divide su una vicenda che parte da lontano, conseguenza anche dell’inadeguato esercizio dell’azione disciplinare che nel corso degli anni ha trascurato di sanzionare comportamenti gravemente scorretti, sintomo evidente di mancanza di equilibrio in persone che le regole le devono far rispettare. Si trascura di considerare che l’immagine di ogni magistrato è l’immagine dell’intera magistratura ed è “interesse” dei magistrati capaci ed onesti che quanti colposamente sbagliano siano sanzionati, anche con l’espulsione.

Tutti ricorderanno che il Ministro della Difesa Guido Crosetto aveva denunciato a fine 2023 l’esistenza di correnti di pensiero nella Magistratura pronte ad assumere iniziative critiche nei confronti del governo, un’accusa gravissima che dimostrerebbe che qualcuno in toga non ha capito che il nostro ordinamento, come tutti gli ordinamenti liberali, è ispirato al principio della separazione dei poteri per cui non è ammissibile una iniziativa di magistrati ispirata ad idee politiche, che è cosa diversa dall’esercizio dell’azione giudiziaria a carico di soggetti, pur componenti del governo o dei partiti i quali siano responsabili di illeciti.

Un contrasto tra toghe e politica va, dunque, evitato. Ma la politica, ovvero la maggioranza, deve assumere un atteggiamento costruttivo e non lo è l’ipotesi di cui si è sentito parlare di un concorso straordinario in magistratura riservato agli avvocati con almeno dieci anni di esperienza. Il che vuol dire arruolare avvocati che non hanno raggiunto un successo professionale tale da assicurare loro sicurezza economica e comunque persone che hanno maturato nel corso di un periodo importante della loro vita lavorativa una mentalità molto diversa da quella del magistrato.

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