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Febbraio 2008

I partiti alle prese con la formazione delle liste
Alla ricerca del candidato acchiappavoti

di Salvatore Sfrecola

Anche se il sistema elettorale non prevede il voto di preferenza i partiti vanno comunque alla ricerca di candidati che possano riscuotere il consenso dell’elettorato di riferimento. La scelta va in una duplice direzione. Si cerca di rappresentare all’elettorato la variegata gamma dei lavori e delle professioni, si tiene conto delle età, perché l’elettore possa trovare in un determinato candidato quello che, a suo giudizio potrebbe farsi portatore dei propri interessi. In questo senso l’inserimento di giovani ha lo scopo di far intendere che il partito si rinnova e tiene conto degli interessi delle giovani generazioni. E’ necessario per ogni partito. Ed è funzionale a rendere vivace e concreto il dibattito interno in vista del confronto parlamentare. La scelta non deve essere basata solo sull’età. Il giovanilismo ad ogni costo non premia. Ci sono giovani nella società che hanno esperienza e preparazione professionale. Alcuni nomi che si sentono fare non sembrano scelti con questo criterio. Ci sono troppe ipotesi di personaggi minori dello spettacolo. Tutti si possono fare l’esperienza necessaria per svolgere dignitosamente le funzioni di parlamentare, se hanno la capacità di osservare ed elaborare. Ma questo va accertato. Pesi morti non servono alla maggioranza né all’opposizione. Poi ci sono i candidati “forti”, quelli che presentano un curriculum di eccellenza nelle professioni o sono impegnati in battaglie culturali ed ideologiche che i partiti assumono come proprie, la laicità dello Stato, da un lato, la difesa delle radici cristiane dall’altro, l’aborto e la vita, e così via. Come nella giustizia, la separazione delle carriere o l’unicità della magistratura.
In questa fase non mi riferirò a nomi, anche perché le anticipazioni dei giornali potrebbero essere smentite ad horas.
Quel che ritengo importante è che tutte le forze in campo scelgano con oculatezza i loro uomini e le loro donne perché il confronto delle idee coinvolga costantemente i gruppi parlamentari e non sia delegato ai vertici di partito. Non abbiamo bisogno di greggi di votanti ma di uomini liberi che, pur vincolati da un idem sentire secondo i programmi proposti al corpo elettorale, ne facciano oggetto di giornaliera riflessione nella fase essenziale della loro realizzazione.
29 febbraio 2008

L’aver imbarcato i radicali può rivelarsi un errore fatale
Veltroni non va sottovalutato, ma neppure sopravvalutato

di Senator

Lo dico fin dalle prime battute di questa difficile campagna elettorale. L’ex Sindaco di Roma è un avversario da non sottovalutare. Abile oratore, con quel suo parlare pacato, i toni suadenti, l’argomentare che ricerca una sponda nelle tesi degli avversari, un duellante garbato, insomma, la faccia buonista degli eredi della falce e del martello, di quelli che, dove possono, in Emilia Romagna, Toscana ed Umbria, gestiscono con decisione il potere travolgendo quanti non la pensano come loro. Totalitari nella gestione dell’economia e della cultura, intolleranti di fronte a chi si oppone.
Il candidato alla melassa è temibile, si sente dire. Ed è vero. Ha un certo appeal sull’elettorato moderato che rifugge dai toni corruschi della battaglia, che si fa convincere dalla buona educazione, che il Segretario del Partito Democratico sfoggia con i giornalisti ed in televisione. Agli occhi di molti non è pericoloso. Parla di Italia, del nostro patrimonio culturale, di famiglie che non arrivano alla fine del mese. Poi imbarca i radicali, una sparuta pattuglia di reduci delle battaglie più cruente contro la Chiesa e lo spirito cristiano di questo Paese. Non c’è più il Pannella della prima ora, il giovane di cultura liberale che, di fronte al governo dell’inciucio cattocomunista rispolvera i sacri valori del 1789, la divisione dei poteri, il ruolo di controllo del Parlamento. Invecchia male, il leader radicale, dallo spinello all’aborto si fa portatore delle istanze più lontane dal comune sentire dei moderati italiani, non solo di fede cattolica. Valori che, anche se non praticati nei riti di Santa Romana Chiesa sono comunque parte essenziale della cultura di questo Paese. Veltroni ha commesso uno sbaglio. Imbarca Pannella, Bonino e compagni ed emargina i teodem. Più esattamente continua ad emarginare i teodem, come ha dimostrato un mese e poco più fa l’imprudente e pubblicizzato intervento del Cardinale Segretario di Stato in loro favore, proprio sul segretario del PD. È spregiudicato Veltroni. Nelle condizioni in cui lo ha messo la maggioranza uscente ed il Governo Prodi va alla ricerca di ogni voto “utile”, sa che l’elettorato cattolico è intercettato da Forza Italia e probabilmente assai di più dall’UDC di Casini. E getta a mare Binetti e compagni. È un errore che può pagare caro. Ma, comunque, il leader PD non va sottovalutato. Ha scoperto il suo lato debole e Berlusconi, come uno schermidore dai riflessi pronti, deve fare il suo affondo, colpire, colpire forte. Allo stesso tempo sarebbe un errore sopravvalutare Veltroni. Questa sua performance zuccherina ha senz’altro la capacità di frenare in parte l’esodo dei voti che la fallimentare gestione Prodi ha fatto intravedere fin dai mesi scorsi ai preoccupati leaders della sinistra, più o meno massimalista. Ed è un risultato importante per il Nostro. Ma è escluso che possa recupera voti al centro ed a Destra. Mai a Roma. I quiriti lo hanno visto all’opera e, come dice una pubblicità, chi lo conosce lo evita!
26 febbraio 2008

Vita difficile per i teodem nel PD
Carra: per noi “sarà un bagno di sangue”

di Salvatore Sfrecola

Tutto facilmente prevedibile e, infatti, l’avevamo previsto. La vita dei teodem nel Partito Democratico diviene ogni giorno più difficile, per la presenza dei radicali e per l’ostilità che Binetti e compagni si sono guadagnati tra gli ex diesse in questi mesi del Governo Prodi nei quali hanno contrastato una serie di iniziative della Sinistra (la norma sull’omofobia, ad esempio) sgradite ai cattolici. E così alla Binetti si prospetta il passaggio dal Senato alla Camera. In pratica la si vuole neutralizzare, impedendole di contare in una realtà, quella di Palazzo Madama, nella quale, anche nella prossima legislatura, i piccoli numeri sono destinati a contare. “Mi dispiacerebbe moltissimo non tornare” al Senato, ammette la Binetti. Ma non è un fatto affettivo, capisce che alla Camera, dove i numeri sono più consistenti, è destinata a non contare più, ad essere una evangelica vox clamantis in deserto. Ma non è detto che la citazione di San Giovanni Battista risulti per ciò solo più gradita alla irsuta senatrice teodem. Alla quale vorremmo dare un consiglio. Alzi la voce contro l’irruzione nel PD della pattuglia radicale, i cui “valori” sono in posizione diametralmente opposta a quelli dei cattolici. Come dimostra la polemica di queste ore mossa da Rosy Bindi. Alzi la voce la Binetti, metta i puntini sulle “i”, e chieda conto a Veltroni della generosa scelta in favore dei radicali. Lo faccia subito, sbatta la porta e cerchi una casa più confortevole. Non parli di lealtà nei confronti del PD perché questo partito che è venuto meno ai patti, impliciti nell’aver messo in lista un gruppetto di illustri esponenti del mondo cattolico, tanto per raccogliere voti. E comunque l’ingresso dei radicali dimostra che il Partito Democratico non può essere la casa comune di ex comunisti, ex socialisti, cattolici e radicali in servizio attivo. Il partito vi ha spremuto ben bene come un limone ed ora è pronto a gettarvi via, cioè a mettervi in lista per la Camera, dove non conterete più, dove non potrete far valere la vostra “differenza”. Mi dia retta, senatrice Binetti, torni a casa, tra quelli che la pensano veramente come lei. Comprendo il fascino del sacrificio, quella sensazione di costituire un eroico avamposto, la ridotta da tenere a tutti i costi fino al sacrificio supremo. Nobilissimo sentimento, ma in politica il sacrificio senza effetti è una testimonianza che non lascia traccia.
25 febbraio 2008

I cattolici in politica e il partito dei cattolici
di Salvatore Sfrecola

Dice bene Ernesto Galli della Loggia, nell’editoriale per il Corriere della Sera di oggi, quando, a proposito dell’iniziativa di Pierferdinando Casini di correre da solo per difendere l’identità cristiana, richiama l’esperienza, non proprio positiva nella difesa dei valori cattolici, della Democrazia Cristiana che per cinquant’anni ha detenuto, quasi incontrastata il potere. Gli dà ragione anche il Senatore a vita Giulio Andreotti che nel diario da ultimo pubblicato (2000 – Quale terzo Millennio?, Rizzoli, 2007) fa un’importate annotazione in tema di politiche familiari. “Alla Costituente, scrive alla data del 3 ottobre, demmo una certa enfasi all’argomento “famiglia” (superando la sciocca opinione che fosse una linea politica mussoliniana) ma di fatto non si sono concretate linee applicative”. A sessant’anni dall’entrata in vigore di norme che hanno riconosciuto che la famiglia è una “società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29), con impegno della Repubblica ad agevolarne “con misure economiche e altre provvidenze” la formazione “e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose” (art. 31), un politico di grande esperienza governativa e parlamentare riconosce che “non si sono concretate linee applicative”. Non dice si è fatto poco. Fa intendere che siamo ancora lontano, molto lontano dal dare concreta attuazione ai principi della Costituzione. Non lo ha fatto la DC e non lo ha fatto il Centrodestra, con la sua forte maggioranza. Per la verità era stato messo a punto, nell’ambito della Vicepresidenza del Consiglio dei ministri, uno schema di disegno di legge che introduceva lo “Statuto dei diritti della famiglia”, ma non se ne è fatto niente, neppure in limine, alla vigilia di una campagna elettorale apparsa subito difficile, quando la battaglia sulla famiglia avrebbe mosso molte realtà del mondo cattolico. Quell’errore, un’altra “occasione mancata”, pesa ancora sulla coscienza di quanti potevano fare e non hanno fatto. Questo episodio, ormai notissimo, dimostra che l’iniziativa di Casini di alzare alto il vessillo di un partito dichiaratamente d’ispirazione cattolica era necessaria, anche se esistono esponenti dichiaratamente cattolici in altri partiti di entrambi gli schieramenti. L’UDC o il Centro Democratico, se questo sarà il nuovo nome per favorire l’incontro con la Rosa Bianca ed altri spezzoni centristi avrà comunque un ruolo importante, anche per non ripetere gli errori del passato che Galli della Loggia giustamente ricorda e che forse erano dovuti alla difficoltà del partito egemone e forse intimidito, sul piano della difesa dei valori, da questa responsabilità di essere il “partito cattolico”. Nella realtà di oggi, pur con una significativa presenza di cattolici nel Partito delle Libertà, richiamata anche oggi da Berlusconi, è comunque importante la presenza di un partito che dichiaratamente si rifaccia ai valori del cattolicesimo, alle radici cristiane dell’Italia e dell’Europa. Non c’era forse un partito Liberale quando di liberalismo parlavano in molti, anche in altri partiti? Galli della Loggia immagina che il partito di Casini “non sembra in grado di avere un’incidenza effettiva sulla difesa di quell'”identità cristiana” del Paese, per la quale pure dice di scendere in campo”. Aggiungendo che “la sua nascita risponde solo a ragioni di politica, di rispettabilissima politica naturalmente, ma sia chiaro: tutto comincia e finisce qui”. Verdetto severo, senza appello, che ipotizza gli effetti di un’iniziativa politica che deve ancora esprimersi nella realtà della prossima legislatura, una previsione che uno storico non dovrebbe mai fare con tanta assoluta certezza.
24 febbraio 2008

Certificato! Il Centrodestra non vuole conquistare Roma
di Marco Aurelio

La sensazione, netta già da tempo, viene di giorno in giorno confermata. Il Centrodestra non intende andare all’assalto del Campidoglio. Lo certifica senza ombra di dubbio l’atteggiamento dei partiti, da Forza Italia ad Alleanza Nazionale. Non basta la Carta per Roma, con la quale Berlusconi intende definire il programma del Partito delle Libertà per governare la Capitale, non basta fotografare le condizioni reali della Città, cioè “il disastro che ci ha lasciato in eredità Veltroni”, come spiega Francesco Giro, coordinatore regionale di Forza Italia. Non basta, perché il Sindaco di celluloide ha venduto bene la sua immagine (come sta facendo nella campagna elettorale per il rinnovo di Camera e Senato) ed ha stretto relazioni importanti con interessi diversificati dell’economia romana e laziale. Imprese, cooperative, singoli professionisti hanno fruito di importanti commesse e di ricchi incarichi di consulenza, che hanno creato una rete fitta ed estesa di interessi che guardano al possibile successore di Veltroni, altrettanto abile tessitore di relazioni, con maggiore interesse di quanto possa assicurare un candidato del Centrodestra “inventato” all’ultimo momento dal duo Berlusconi-Fini con i criteri di sempre, quelli che hanno reso “un’occasione mancata” l’esperienza della “grande maggioranza” nella legislatura 2001-2006. Un personaggio dell’ultima ora non è credibile agli occhi degli elettori romani, che avrebbero voluto identificare una “giunta ombra” nell’opposizione a Veltroni. Invece si è avuta l’impressione che ci fosse un’opposizione fiacca, preoccupata di non alzare troppo il tono per non perdere qualche briciola di quelle che i commensali fanno cadere dal desco per i questuanti, qualche assunzione, qualche appalto di lavori o forniture a ditte di amici, pochi, quanti l’inciucio sottotraccia può assicurare, ma funzionale al sistema italiota di gestire la politica. Privi di spinte ideali e di una preparazione adeguata all’impegno, usciti di scena i grossi calibri, come Alemanno, che avrebbe potuto con buone probabilità cimentarsi nell’impresa, escono nomi di modestissimi personaggi “inventati”, com’è accaduto nelle precedenti elezioni. Inutile fare nomi, il solo citarli è deprimente ed offensivo per Roma, che merita come sindaco un personaggio di prima grandezza. Se il Centrodestra non schiererà un cavallo di razza la Rocca capitolina resterà al Centrosinistra. E dal Sindaco di celluloide torneremo al Sindaco di carta.
23 febbraio 2008

Il problema è la governabilità
di Salvatore Sfrecola

Dice bene Roberto de Mattei su Liberal di oggi, quando afferma che “il vero problema in Italia e in Europa non è quello di vincere le elezioni, ma di riuscire a governare”. E non tanto per un problema di dimensioni della maggioranza. Il Governo Prodi ha fallito con una esigua maggioranza, quello di Berlusconi con gruppi parlamentari i più consistenti della storia d’Italia. I motivi sono molti. In primo luogo la capacità di governare dipende dalla idoneità delle scelte di politica economica e sociale di essere condivise anche dall’opposizione. Magari di malavoglia, perché ampiamente popolari. E quindi di definirne, in tempi brevi in modo che ne sia percepita la validità dall’opinione pubblica, forme e modi della loro realizzazione. Ma per fare questo i governi che intendono realmente governare le multiformi realtà di un Paese dal potere parcellizzato si deve dotare degli strumenti normativi ed operativi idonei allo scopo. Leggi e regolamenti di facile applicazione e uomini capaci di farne applicazione. Siamo lontani anni luce da questa situazione ottimale. Le leggi sono tante e confuse. La capacità di amministrare degli apparati burocratici, a tutti i livelli di governo è, tranne poche eccezioni, bassissima. L’Amministrazione è la grande assente nella politica dei governi, nella Sinistra sindacaleggiante e nella Destra mercantile di Berlusconi, con la sindrome dell’imprenditore-fai-da-te che vede nella burocrazia solo un ostacolo. E’ vero quasi sempre. Ottimo motivo per riformare l’Amministrazione, non per ignorarla, considerato che le funzioni di indirizzo, di controllo e di vigilanza sono più importanti e più sofisticate di quelle di gestione. Non si riesce a fare neppure le riforme minime, quelle che troverebbero tutti d’accordo, neppure quelle imposte dalla Comunità Europea. Un esempio per tutti, il numero unico delle emergenze, il 112, che unificando Carabinieri, Polizia, Emergenza sanitaria, Pompieri, ecc., darebbe al cittadino la sensazione di un’efficienza della quale sente spesso drammaticamente il bisogno non è stato attuato per resistenze di alcuni apparati, assurde e inconsistenti. Si pensi a tutta quella miriade di prescrizioni richieste per la più modesta attività commerciale per rendersi conto di quanto il Paese legale sia lontano dalle esigenze del Paese reale. Ma qual’è il motivo di tante resistenze? E qui torna il tema della governabilità. Il fatto è che in Italia il fatto compiuto in ogni caso riceve prima o poi una sanatoria. Ne sono prova tutti gli abusivismi che hanno deturpato il “bel Paese” da Nord a Sud (soprattutto). Così la burocrazia frena, costruisce un reticolo di adempimenti che vorrebbero evitare l’illecito. In parte minima ci riesce, per gran parte è solo un peso per l’economia e le imprese. Governare, che non è un optional e neppure un diritto, ma un preciso dovere della classe politica al governo verso l’elettorato impone prima di tutto la revisione degli strumenti di gestione delle politiche pubbliche, ma che sia condotta nell’interesse generale e non di lobby che nessuno ha avuto il coraggio di affrontare, come dimostra la politica delle liberalizzazioni, neppure tentata da Berlusconi e miseramente fallita nell’esperienza Prodi.
22 febbraio 2008

La guerra delle liste, con molti cadaveri, dentro e fuori
di Salvatore Sfrecola

Era prevedibile che sarebbe successo e l’avevamo previsto. Inizia, all’interno dei partiti, il duro confronto sulla formazione delle liste. Con inevitabili “rese dei conti” tra le varie correnti. Uno scontro reso più aspro dal sistema elettorale che non prevede preferenze, per cui la collocazione in lista è fondamentale, assicura o esclude l’elezione, che un tempo era garantita dall’appeal personale del candidato. Da ultimo poteva diventare primo. C’è, poi, la spartizione delle posizioni “buone” tra i partiti “vecchi” confluiti nei “nuovi”, tra DS e Margherita, da una parte e Forza Italia e An dall’altra. E già si contano le vittime. La prima, al momento la più illustre, quella di De Mita, che giustamente ha notato che l’apporto parlamentare di una persona non è dovuto all’età ma all’intelligenza. E qui si pone un problema non di poco conto, che Berlusconi trascura da sempre, con la sua voglia di premiare immagine, anche se dietro non c’è sostanza. Così ha portato in Parlamento una giovine e avvenente signora che alla richiesta delle Iene di cosa fosse la CONSOB ha risposto “me lo dica lei”! Ed un sottosegretario che si è trovato in difficoltà alla domanda di quando fosse scoppiata la seconda guerra mondiale. E sì che non gli avevano chiesto il giorno, l’ora e il minuto, ma l’anno! Berlusconi trascura che l’elettorato ha una composizione naturalmente variegata, perché così è la società. Ci sono giovani, meno giovani, anziani. E poi diversi livelli d’istruzione. Ognuno degli elettori identifica un suo “rappresentante” che in qualche modo gli somiglia. I giovani servono, dunque, ma per governare serve anche l’esperienza. Per cui un partito che vuole rappresentare la società deve proporre una variegata espressione della stessa, pena un distacco con il popolo, che in effetti caratterizza oggi il rapporto tra paese reale e paese legale. Ma torniamo alle lotte per le candidature, che fa impallidire quella per le “investiture”, che nel primo secolo del secondo millennio squassò l’Europa cristiana. Fuori De Mita altri inevitabilmente finiranno indietro nella lista, a destra ed a sinistra. I cattolici della ex Margherita dovranno fare i conti con il desiderio degli ex comunisti di mantenere il seggio, in una competizione che si annuncia difficile. Ugualmente nel Partito delle libertà gli ex aennini stanno già trovando difficoltà con i reduci di Forza Italia che non vogliono mollare e che ritengono di essere quelli che hanno inglobato gli uomini di Fini. Nei prossimi giorni ne vedremo delle belle, con i cattolici di sinistra che non possono fare un passo indietro e che sono, pertanto, condizionati dalla nuova casa comune. Lo stesso a Destra, dove Fini si è tagliato i ponti alle spalle per non farsi contare rispetto alla prevedibile performance di Storace che sta raccogliendo consensi tra quanti ritengono che sia stato intempestivo ammainare le bandiere di Alleanza Nazionale.
21 febbraio 2008

Opinionisti, se ci siete battete un colpo!
di Salvatore Sfrecola

Lo hanno notato in molti. Da quando, sciolte le Camere, è iniziato il balletto dei programmi, delle candidature e delle previsioni, il più grande quotidiano italiano non ha affrontato temi relativi alla crisi ed alle prospettive elettorali. Le grandi firme del Corriere della Sera, da Ernesto Galli Della Loggia a Sergio Romano, da Giovanni Sartori ad Angelo Panebianco tacciono. E sì che ne avrebbero da dire, loro che, con grande acutezza, hanno scandito i tempi del Governo Prodi e dell’inane opposizione di Berlusconi. Neppure parlano dell’iniziativa di Pierferdinando Casini e della sua idea di convogliare su un terzo polo di centro l’elettorato cattolico e liberale, con spiccata sensibilità istituzionale, che non si riconosce nel liberalismo socialradicaleggiante di Berlusconi. Il fatto è che la situazione è magmatica e l’esito elettorale incerto. Veltroni ha fatto una mossa intelligente ad allontanare momentaneamente la Sinistra radicale e la sua oratoria alla melassa ha capacità di presa sull’opinione pubblica di sinistra che pure comprende i guasti del Governo Prodi. In suo favore giocano anche l’età e la buona pubblicità che si è fatto come sindaco della Capitale, che qualunque cittadino di Roma può smentire coi fatti, ma che al di là delle mura dell’Urbe ha avuto larga eco. In queste condizioni, il Corriere, che pure ha contribuito a demolire l’immagine di Prodi, non prende posizione, neppure a titolo di approfondimento delle tematiche programmatiche. Capisce che il risultato elettorale potrebbe anche essere diverso da quello immaginato poche settimane fa e verificarsi una situazione speculare a quella attuale, con il Centrodestra in maggioranza alla Camera e con una risicata prevalenza al Senato. Una situazione che non favorevole né alla governabilità né alla grande coalizione che può essere assicurata solo da una consistente prevalenza di uno dei due schieramenti. E’ per questo che i nostri opinionisti tacciono, o stanno caricando le batterie?
20 febbraio 2008

NO, i programmi elettorali servono
di Salvatore Sfrecola

Giuseppe De Rita introduce nel dibattito politico di questi giorni, alla vigilia della presentazione delle liste per le elezioni della Camera e del Senato, un argomento di discussione di non poco conto. “I programmi? Non presentateli”, titola oggi il suo fondo sul Corriere della Sera. Con molte argomentazioni. In primo luogo che l’esercizio di mettere insieme “cose sapute e risapute, cui è difficile far appassionare il cittadino medio italiano, stremato da decenni di mirabolanti annunci e intenzioni” è inutile e pericoloso. Non entra nella testa della gente, considerato che “non si vota per adesione programmatica”. Inoltre l’esercizio è pericoloso perché l’esperienza dimostra che le intenzioni sono state “consumate da anni di chiacchiere inconcludenti”. Demolito l’esercizio di formulare programmi, poi De Rita suggerisce di capire “quali processi di lungo periodo siano oggi in corso ed esercitare all’interno di essi specifiche scelte programmatiche”. Non sarebbero questi programmi? Meglio sarebbe stato dire che i programmi, che comunque connotano un partito o una coalizione, vanno rimodulati e calibrati con grande realismo e senso della misura, indicando non già argomenti generali ma specifici progetti, con qualche esempio sulle cose da fare che consenta di misurarne l’attualità e la realizzabilità con occhio all’esperienza che non sfugge all’elettore. Non è dubbio, infatti, che i grandi partiti che si confrontano, il Partito Democratico e il Partito delle Libertà (sembra che nelle ultime versioni sia stato espunto il riferimento al popolo) sono reduci da recenti esperienze di governo, il primo di breve periodo, l’altro di cinque anni. E in quel tempo alcune iniziative sono state annunciate, altre proposte, altre tentate, poche, infine, realizzate, rispetto ai programmi proclamati in campagna elettorale. Come tutti i consuntivi, anche quello dei partiti deve servire per monitorare la realtà e modulare i programmi. E, dal punto di vista degli elettori, questo confronto consente di valutare l’affidabilità delle promesse. Questo non vuol dire che non sia preponderante nella scelta, al momento del voto, quel senso di appartenenza che in gran parte prescinde dai programmi. Ma è comunque sbagliato ritenere che gli italiani non crescano nella valutazione delle promesse e dei comportamenti dei loro rappresentanti in Parlamento ed al Governo.
18 febbraio 2008

In 12 punti Veltroni berlusconeggia
Meno tasse per tutti ed altro

di Gianni Torre

Perché gli italiani dovrebbero credere a Veltroni ed ai suoi 12 punti “per cambiare l’Italia”? Il leader del Partito Democratico non viene certo dal nulla. E’ stato il supporto del Governo Prodi per quasi due anni ma le cose che dice oggi non ha neppure tentato di realizzarle o di farne una iniziativa di governo o di partito. Il programma del Partito democratico, dodici punti, dalle infrastrutture alla riforma Tv, passando per la lotta al precariato, per la promessa di più crescita, più uguaglianza e più libertà, è, dunque, un ennesimo libro dei sogni. Non tanto per gli argomenti, sui quali è certamente possibile una convergenza, anche del Partito del Popolo delle Libertà, ma per la estrema genericità. In sostanza dice cosa vuole ma non come lo vuole, con quali strumenti, con quali riforme. Le carte, dice Goffredo Bettini, che pensa per Veltroni, come riferisce l’ANSA, “ancora non sono state tirate fuori tutte, ma la linea è chiara: coniugare principi con esempi concreti “per dare l’idea che sappiamo cosa fare”. Ma queste cose, ripetiamo, non le ha fatte, non ha neppure tentato di farle negli anni in cui in Centrosinistra ha governato. Neppure una parola, ad esempio, all’amministrazione, l’eterna dimenticata dalle maggioranze e dai governi degli ultimi quindici anni. Eppure è lo strumento per realizzare le politiche. Le leggi e gli uomini che devono realizzarle sono gli illustri sconosciuti a Destra ed a Sinistra. Eppure, scrive Salvatore Carruba nel fondo su Il Sole 24 Ore di oggi (“Il mercato e i silenzi nei 12 punti delPd”), “è urgente deregolare, disboscare, semplificare le norme; controllare, valutare, incentivare e sanzionare, quando necessario, le persone, anche a costo di entrare in rotta di collisione con i sindacati”. Slogan, solo slogan, come ci ha abituato Walter Veltroni, uomo immagine della Sinistra già comunista, buonista, ma arrogante, l’uomo che ha lasciato intatte le buche di Roma ricostruendo i marciapiedi con faraoniche esibizioni di travertino, colonnine e catenelle. Ma a distanza di poco le pavimentazioni sono già in pessimo stato. Basti guardare via Cola di Rienzo, appena risistemata. Per non dire dei sampietrini che sembra nessuno sappia più porre in opera. Chi ha collaudato queste opere, chi le ha ritenute conformi ai capitolati e, soprattutto, chi ha detto che sono state eseguite a regola d’arte? Generico e vago, il programma di Veltroni, per infrastrutture ed energia, con una promessa di “rottamazione del petrolio”, buttata lì senza ulteriori chiarimenti. Chissà cosa vuol dire. Per il Sud: bisogna cambiare velocità, dice, ma non come. Anche “spendere meglio, spendere meno” è certamente uno slogan importante. “E’ il banco di prova decisivo”, dice. Ma neppure due righe per dire come. Anche il berlusconiano “fisco più leggero per tutti”, ovviamente per tutti i contribuenti ‘leali’ non reca esempi concreti e qualche riflessione finanziaria. Il Pd lancia un credito d’imposta rosa per le donne che lavorano, adeguato a sostenere le spese di cura. A partire dalle donne del Sud. Non solo. Poi, via libera ai congedi parentali al 100% per 12 mesi. La 194, dice, “è una buona legge, che va difesa”. Nessun riferimento all’ICI, ma affitti più facili. Si chiama ‘social housing’, un piano per aumentare l’offerta di case in affitto e un fisco più amico con la possibilità, tra l’altro, di sgravi fino a 250 euro al mese. Anche la dote fiscale per i figli da 2.500 euro annui, la promessa di più asili nido, da raddoppiare nei prossimi 5 anni, sa di slogan. Come la lotta alla pedofilia. Non dubitiamo che ne sia convinto ma un minimo di esempio, per capire, per rendersi conto se e come intende muoversi. Anche nella scuola Veltroni è generico. Intende creare 100 campus entro il 2010 e premiare il merito. Ottimo proponimento. Poteva pensarci anche il Governo Prodi, ma non ha fatto una mossa. Come per uscire dalla precarietà del lavoro: propone un salario minimo di 1.000 euro per i precari e poi percorsi per rendere stabile il lavoro, anche attraverso incentivi alle imprese. Manifestazione di buona volontà. Anche in tema di sicurezza, forse il primo diritto di ciascuno, dice il segretario. Prevede più agenti per le strade e nuove tecnologie. “La sicurezza dipende anche dalla certezza della pena”, dice Veltroni, ma la maggioranza di Centrosinistra si è distinta per un indulto che è il contrario della certezza della pena. Il Pd chiede trasparenza per le nomine, interne e esterne, ma il Governo Prodi si è distinto per nomine “di parte” e, come ci ha detto Senator, si appresta a inviare alla Corte dei conti, con qualifica di Consigliere, alcuni amici “da sistemare”, non preoccupandosi se sono di modesta levatura. Non manca poi un impegno sui tempi della giustizia, ovviamente per accelerarli. Per la televisione, infine, croce e delizia del dibattito politico degli ultimi anni, Veltroni intende superare il duopolio Rai-Mediaset. Poi per la tv di Stato, via libera a una fondazione titolare delle azioni che nomini un amministratore unico del servizio. Generico su tutto. Il fatto è che Veltroni sa che, se vince, dovrà ancora vedersela con la “Cosa rossa” che lo condizionerà, come ha condizionato la maggioranza che ha sostenuto il Governo Prodi. Perché, dunque, dovremmo crede al Veltroni che si propone candidato premier senza condurre una seria riflessione sugli errori e sulle insufficienze del Governo Prodi che il medesimo Veltroni ha fin qui sorretto? Perché, come ha notato ancora Salvatore Carrubba nell’articolo richiamato, l’assenza di riferimenti all’esperimento delle liberalizzazioni cui non è stata sufficiente la buona volontà di Bersani “svuotato anche per timidezza altrui (come è stato per i sindaci, compreso quello di Roma, nel caso dei taxi)”? Cioè la timidezza di Veltroni arresosi senza condizioni serie ai tassisti che pure sa essere una categoria invisa ai romani. Questo modo di mediare, mediare sempre non conduce lontano. Ha azzoppato il Centrodestra tra il 2001 e il 2006 con la maggioranza maggiore della storia d’Italia. Ma la lezione non è servita. Per dirla con il nostro direttore è sempre “un’occasione mancata”. Il rischio che queste occasioni mancate ricorrano troppo spesso.
17 febbraio 2008

Casini rivendica i valori del centrismo cattolico, Fini scioglie AN
di Senator

Come avevo auspicato Casini corre da solo, con il simbolo del partito e rivendica i valori del centrismo cattolico e dell’eredità storica della Democrazia Cristiana, il Partito che, volenti o nolenti, ha assicurato la democrazia in Italia e favorito la ricostruzione fisica e sociale del Paese dopo le tragedie della guerra. Lo ha fatto con fermezza parlando a Mestre, sciogliendo la riserva che aveva formulato nei giorni scorsi in attesa delle decisioni da assumere d’intesa con i vertici dell’UDC. Con molta coerenza. “Dopo 14 anni di collaborazione, dico all’amico Silvio Berlusconi una cosa chiara e semplice: non tutti in Italia sono in vendita”. E annuncia: l’Udc si presenterà da solo alle elezioni di aprile e lui sarà il candidato premier dei centristi. In campagna elettorale, aggiunge l’ex presidente della Camera, “parlerò un linguaggio di verità e responsabilità”. Casini non si nasconde la “difficoltà dell’impresa”, ma tira dritto: “Ci sono tanti italiani – dice – che non si sentono di delegare il proprio futuro a chi è in campo. Non a Bertinotti o Veltroni, che sono simboli di una coalizione che ha fallito nella storia”. Ma nemmeno, è l’attacco di Casini al partito di Berlusconi e Fini, “a una nuova formazione populista e demagogica, una grande arca di Noé che può comprare i marchi ma non gli uomini e le idee”. “Faremo una campagna elettorale con il nostro simbolo e le nostre bandiere. Quei simboli e quelle bandiere che Alleanza Nazionale ha ammainato. Il fatto è che Fini aveva in animo da tempo di scrollarsi di dosso il peso di un partito che non gli consente di entrare nel Partito Popolare Europeo. Ma la crisi di governo non prevista ha impresso una decisa accelerazione alla strategia del leader. In particolare la secessione di Storace gli fa temere una consistente perdita di consensi tra i “duri e puri” della destra. Fini non si vuole far contare. Nel Partito del Popolo delle Libertà dove tutti i gatti sono bigi i reduci di AN si confonderanno con i reduci di Forza Italia. Ma la consistenza delle truppe di Fini sarà comunque pesata in sede di definizione delle liste. Quanti ex aennini saranno in lista alla Camera e al Senato ed in quale posizione, un dettaglio non insignificante considerato il sistema elettorale privo di preferenze. Sarà lotta a coltello, come, del resto, accadrà nel Partito Democratico tra ex dei DS e della Margherita, considerata la probabilità, allo stato dei sondaggi, di perdere consensi rispetto a quelli conquistati nel 2006 dai due partiti separatamente. La campagna elettorale parte in salita per i due partiti maggiori, insidiati da “cose” di vario colore e da simboli e bandiere storiche o che richiamano vecchie battaglie, come nel caso dei seguaci di Bertinotti e Diliberto, da un lato e di Casini, dall’altro. Mentre le vele della barca del new entry Storace sembrano avere il vento in poppa ancor più gagliardo, dopo la decisione di Fini di preannunciare lo scioglimento di AN a Libero di oggi, in un’intervista rilasciata a Gianluigi Paragone. Al quale ha detto che “è cambiato il patto politico”, che non c’è confluenza di AN “in un partito deciso unilateralmente da Berlusconi, della serie: prendere o lasciare”. Affermazione un po’ azzardata, almeno per quel che è apparso agli occhi degli italiani, anche nel confronto tra Berlusconi e Casini. Com’è azzardata un’altra affermazione, quella secondo cui “oggi ci presentiamo agli elettori con una garanzia inedita e cioè il patto di un programma che viaggerà spedito come un treno, senza intoppi perché in caso di vittoria la maggioranza sarà coesa e uniforme”. Non è chiaro cosa sia cambiato da quando ha ritenuto che l’esperienza del Governo Berlusconi nella legislatura 2001 – 2006 sia stata “Un’occasione mancata”. O, comunque, non lo spiega.
16 febbraio 2008

Oltraggio alla Corte (dei conti) 2
di Senator

Caro Direttore, in occasione della “vicenda Speciale”, al comunicato n. 53 del Consiglio dei ministri, che aveva preannunciato l’avvio della procedura di nomina del Generale Roberto Speciale a Consigliere della Corte dei conti, scrivesti su www.contabilita-pubblica.it un caustico pezzo dal titolo eloquente “Oltraggio alla Corte”. Per dire che la magistratura contabile, la più antica giurisdizione dello Stato nazionale, la prima ad essere unificata all’indomani dell’unità d’Italia, non avrebbe potuto accogliere un personaggio del quale contemporaneamente, in Parlamento, il Ministro dell’economia e delle finanze, Padoa Schioppa, denunciava ogni sorta di scorrettezza, un generale fellone, insomma, venuto meno al suo ruolo di Comandante di Corpo, “gestito in modo personalistico… escludendo la catena gerarchica dalle scelte e dalle decisioni”. Un Comandante generale che “non ha tenuto un comportamento leale nei confronti dell’Autorità politica”. Un personaggio inaffidabile e scorretto. Speciale rifiutò la nomina ricorrendo con successo al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio contro la rimozione dall’incarico. E’ rimasto, tuttavia, lo sgarbo, quello che hai giustamente definito oltraggio alla Corte. Un oltraggio che il Governo Prodi, decotto e dimissionario per il voto negativo del Senato, a Camere sciolte, intende reiterare proponendo altre nomine, tre per l’esattezza, contro le quali sta montando l’ira dei dirigenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dell’Associazione che li rappresenta. Caro Direttore, mi hai detto di non potermi confermare la notizia e non insisto. Per cui mi sono rivolto ad alcuni funzionari che hanno collaborato con me in passato a Palazzo Chigi. La notizia è vera e gravissima, per almeno due motivi. Innanzitutto perché la richiesta di parere per la nomina viene da un Governo dimissionario ed impegna posti di ruolo che si renderanno disponibili quando in Italia ci sarà un nuovo Governo. Quindi se il Consiglio di Presidenza della Corte dei conti rendesse subito un parere positivo sui nominativi proposti ed il Consiglio dei ministri deliberasse le nomine queste avrebbero effetto da quando i posti si rendono disponibili, a cambio di governo avvenuto. Con grave scorrettezza istituzionale, risultando privato il nuovo esecutivo di un potere di nomina che la legge gli riserva. Una scorrettezza che, per la verità, la stessa Corte dei conti dovrebbe evitare, rinviando il parere ad una eventuale conferma delle designazioni, in presenza di un governo nella pienezza delle sue funzioni. Del resto non è stata rinviata al nuovo Governo la prosecuzione delle trattative con Air France per la cessione di Alitalia? Correttamente la Compagnia francese ha ritenuto di non poter definire con il Governo uscente una procedura di tale importanza politica, che avrebbe effetti in tempi nei quali sarà in carica un nuovo esecutivo. Ma vi è un secondo motivo, che dovrebbe far saltare sulle sedie i componenti del Consiglio di Presidenza della Corte dei conti. I nomi dei candidati proposti, che tu caro Direttore non mi hai voluto confermare, ma che mi sono stati detti dagli amici di Palazzo Chigi, sono di una estrema modestia. In sostanza non sono all’altezza del ruolo che andrebbero a ricoprire in una magistratura di rango costituzionale. Non scendo nei dettagli, sempre antipatici, quando si devono valutare persone. Due sono dirigenti della Presidenza, uno dei quali è dirigente di prima fascia da pochi anni, l’altro provvisto solo di incarico dirigenziale! Inconcepibile! Non riconosco più il mio amico Prodi, che ho molto criticato negli ultimi tempi per alcune scelte politiche, ma al quale ho sempre riconosciuto grande rispetto per le istituzioni. E’ probabile che, nel turbillon della crisi di governo, prima strisciante e poi conclamata, non si sia reso conto di quanto gli veniva proposto. Anche perché non si era mai visto che fossero inviati alla Corte dei conti, con il rango di Consigliere, due funzionari della Presidenza del Consiglio che, ove questa fosse la scelta, vanta ben altre professionalità, come quella di Manlio Strano, da anni preziosissimo Capo dell’Ufficio di Segreteria del Consiglio dei Ministri, solennemente insignito del Premio dell’eccellenza da Gianni Letta, già diversi anni fa. Mi auguro che il Consiglio di Presidenza della Corte dei conti richieda al Governo di soprassedere rispetto a proposte di nomina che avranno effetto con il nuovo esecutivo, contemporaneamente segnalando l’esigenza che le designazioni seguano criteri di elevata professionalità e vasta esperienza, com’è stato finora e come accade costantemente per il Consiglio di Stato. Il diverso trattamento riservato alle due supreme magistrature amministrative nel caso delle nomine governative non è tollerabile dagli amici di viale Mazzini. Rispetto per la Corte dovrebbe rivendicare anche l’Associazione Magistrati. Caro Direttore, come vedi sono stato misuratissimo, per cui ti prego di non censurare nessun passaggio di questa mia notarella.
16 febbraio 2008

Corri Pierferdy, corri, da solo
di Senator

Corri Pierferdy, da solo. La scelta non è azzardata. E’ saggia. E interpreta un vasto sentire dell’elettorato “di centro”, quello che crede nei valori, civili e religiosi che hanno segnato la storia migliore dell’Italia, che ha votato per il Cavaliere ritenendolo il male minore, per necessità un po’ turandosi il naso. E che di Berlusconi non condivide lo scarsissimo senso dello Stato, la faciloneria con la quale affronta i problemi, gli uomini che mette in campo, escluso Gianni Letta, che del rispetto delle istituzioni ha fatto uno stile di vita. Corri Pierferdy, troverai molti al tuo fianco, non solo ex democristiani, ma tanti uomini di buona volontà che vogliono riportare una ventata fresca di entusiasmo e pulizia nella vita politica italiana. La confluenza nel Partito del Popolo delle LIbertà va bene per Fini che già da tempo si era appiattito sulle posizioni del Cavaliere, pur facendo di tanto in tanto qualche patetica alzata d’ingegno che ha sistematicamente infastidito Berlusconi. Fini crede, gli fanno credere, anzi s’illude, di essere il successore del Cavaliere. Assurdo. Ma pensa davvero che i tre quarti di Forza Italia che stanno nel nuovo partito si faranno da parte, quando Berlusconi dovesse andare al Quirinale, per dare spazio all’ex delfino di Giorgio Almirante? Corri Pierferdy, corri con il tuo simbolo, l’Italia te ne sarà grata. E, in fin dei conti, anche il Cavaliere con il quale, ad elezioni vinte, potrai stabilire un’intesa di governo tra pari, con pari dignità.
14 febbraio 2008

Il Centrodestra e il Campidoglio perduto
di Senator

La successione di Veltroni sulla poltrona di Sindaco di Roma si intreccia con la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento nazionale. E’ naturale. Rutelli e Veltroni sono cresciuti politicamente esercitando le funzioni di Sindaco della Capitale, ciò che non aveva capito Gianfranco Fini il quale ha ritenuto la sconfitta di misura alle elezioni del 1993 “una fortuna”. Tesi sostenuta anche da Bruno Vespa: “se avesse fatto il Sindaco di Roma, si sarebbe probabilmente bruciato”. “Eterno provincialismo italiano”, ha commentato il nostro direttore (Un’occasione mancata, edizioni Nuove Idee, a pagina 162), ricordando che altrove i sindaci delle grandi città sono destinati ad importanti carriere politiche. Non a caso, in Francia, Chirac è stato per anni sindaco di Parigi, anche quando era primo ministro. E prima di lui Debrè. Reggere Roma significa acquistare grande visibilità, dimostrare capacità di gestione delle risorse e dei rapporti politici e culturali. E con le imprese. Lo hanno dimostrato Rutelli e Veltroni, come è evidente a tutti. Eppure il Centrodestra sembra non voler conquistare il Campidoglio, almeno a considerare i candidati messi in campo negli anni scorsi, da Borghini a Tajani, brave persone, ma niente di più, inadatte al ruolo di contendente del candidato della Sinistra. Ed oggi sento fare i nomi di Giorgia Meloni e di Franco Frattini. La prima è una ragazzotta bulleggiante che può capitanare un gruppo politico giovanile ma non ha certo il fisic du role del primo cittadino della Capitale. Frattini è un giurista raffinato, un uomo di cultura, che può fare la differenza in tanti ruoli e occasioni, ma non ha appeal elettorale, come dimostra la sua storia. A Roma, da candidato capolista per il Consiglio comunale, con esito disastroso, ed a Bolzano, nonostante rivestisse il prestigioso incarico parlamentare di Presidente del Comitato di controllo sui servizi di sicurezza, con una visibilità notevole. No, caro cavaliere, ho impressione che tu abbia abbandonato Roma, forse per la tua cultura meneghina. E sbagli. Senza Roma il Centrodestra è dimezzato. Dammi retta, scegli un combattente, che interpreti le ansie e i desideri dei romani, anche di quelli di una sola generazione, culturalmente attrezzato, buon diplomatico e buon gestore delle risorse pubbliche. Se continui a sbagliare candidato, viene da pensare che hai abbandonato la Città, che te la farà pagare, com’è successo alle elezioni del 2006.
12 febbraio 2008

I limiti “elettorali” di un “patto elettorale”
di Salvatore Sfrecola

Ragioniamo un po’, per capire e per immaginare quali potranno essere le reazioni dell’elettorato alla scelta di Veltroni e Berlusconi di correre da soli. Veltroni precisa, più esattamente, “in libertà” per far intendere che non vuole essere condizionato da quei partiti che, nell’esperienza del Governo Prodi, sono stati la palla al piede della maggioranza. La prospettazione può destare l’interesse dell’elettorato di Centrosinistra, anche se è probabile determini qualche defezione in favore dei partiti della sinistra radicale, da un lato, e qualche raffreddamento negli entusiasmi dei cattolici della ex Margherita che hanno assistito alla compressione dei parlamentari confluiti nel Partito Democratico, come ha certificato il Cardinale Bertone con il suo intervento su Veltroni perché la nuova realtà partitica non limitasse gli spazi di manovra dei teodem. E a Destra? Si notano alcune dichiarazioni imprudenti, quella di Andrea Ronchi, che parla di “patto politico elettorale tra AN e Forza Italia”, mentre per Fini su Il Giornale di oggi Il Popolo delle Libertà “non sarà solo un cartello elettorale” aggiungendo “guai se lo fosse”. E’ evidente la preoccupazione di apparire come espressione di una politica nuova, insieme al timore che molti dei vecchi militanti non gradiscono la confluenza nel “partito di Berlusconi”. Specialmente se rimane fuori Storace, che già ha rosicchiato molti consensi nella base di AN tra i “duri e puri”, per i quali il Cavaliere non ha quel senso dello Stato che piace a Destra. Ad esempio la pervicace ostilità alla Magistratura è un punto debole per l’elettorato moderato, come ha messo in risalto su Panorama il direttore Belpietro. Combattuto tra il nuovo vero e il nuovo “per finta”, Fini rischia di contare nel futuro gruppo parlamentare unico del Partito del Popolo delle LIbertà un numero di ex aennini inferiore all’attuale, con evidenti ripercussioni sul suo ruolo. Avrà certamente la Presidenza della Camera, ma il suo potere sarà limitato. Anzi proprio per effetto di quell’incarico. Il fatto è che c’è stato nel tempo, fin dall’esperienza di governo tra il 2001 ed il 2006, un difetto di valutazione delle situazioni che hanno portato agli sviluppi ai quali oggi assistiamo, a partire da quella indicazione di Bondi della convergenza al centro di Forza Italia, così ben delineata in una intervista a La Repubblica evidentemente sottovalutata.
11 febbraio 2008

Vantaggi e pericoli dal “patriottismo” di partito
Biparitismo “quasi” perfetto

di Salvatore Sfrecola

“La costrizione provvidenziale” di Paolo Mieli, è l’editoriale che dalle colonne del Corriere della sera dell’8 febbraio ha scandito, con un titolo che rivela una profonda sensibilità storica, una “novità” che ha l’ambizione di costituire un punto di svolta nella traballante democrazia dell’alternanza, con prospettive di stabilità più significative di quante ne abbiano assicurate fin qui Prodi-Berlusconi-Prodi.
“La scelta del Partito democratico di presentarsi da solo alle prossime elezioni politiche non va tenuta nel conto di un espediente”, scrive Mieli. Che, peraltro sembra condividere quanto ha affermato anche oggi su Libero Pierferdinando Casini: “il Partito Democratico va da solo non per coraggio ma per atto di auto-conservazione. Veltroni e il PD devono pagare dazio per quello che hanno combinato nei due anni di governo”. Che è sostanzialmente quanto dice Mieli quando afferma che “se la coalizione di centrosinistra si fosse riproposta tal quale si era presentata nel 2006, l’esito sarebbe stato per lei disastroso”. Ma per Mieli, non tanto “per la prova del governo Prodi che, anzi, nelle condizioni date ha offerto una prestazione di tutto rispetto”, ma “per la conclamata indisponibilità di micropartiti e piccole correnti a farsi carico della logica di coalizione, ovvero del rispetto del principio di maggioranza all’interno della coalizione stessa”.
L’analisi è corretta, a mio giudizio, sia nella versione Casini che in quella Mieli. Ma non basta. Occorre fare un passo avanti per interpretare una realtà che è resa palese da alcuni malumori in Forza Italia e in AN, soci fondatori del Partito del Popolo delle Libertà. E per sventare un pericolo gravissimo, quello che l’unione all’interno di un partito nuovo, che’ tali sono le formazioni guidate da Veltroni e da Berlusconi, non riproduca la logica perversa delle correnti che nella Prima Repubblica ne facevano qualcosa di più di un orientamento di uno stesso partito ma veri e propri partiti che spesso hanno azzoppato le grandi realtà dalla democrazia italiana, dalla Democrazia Cristiana al Partito Socialista Italiano. Solo il Partito Comunista ne è stato esente per la sua formazione monolitica e per la guida rigida che ha sempre avuto, in parte per i “condizionamenti” esterni.
Pertanto la “costrizione provvidenziale” che ha obbligato Veltroni “a tagliare con un colpo netto un nodo che altrimenti sarebbe rimasto ancora a lungo aggrovigliato” ha ugualmente svolto un ruolo “provvidenziale” per il Centrodestra. Tant’è che Fini, più che riluttante fino a qualche giorno fa, è corso ad aggregarsi.
Ecco, aggregarsi, questo è quel che accade. Perché la formazione di un movimento politico può anche essere il risultato di accordi di vertice ma attende la conferma della base, del voto e una struttura che dia il senso della sua presenza sul territorio e nella realtà politica e sociale, nel rapporto con le istituzioni, con gli ambienti e con la gente.
Ebbene, nella fase dell’aggregazione le forze che si coalizzano, specie se sono espressione di storie politiche illustri fortemente radicate nel territorio, rischiano di rimanere psicologicamente ed operativamente autonome.
Cosa succederà ora nei partiti così eterogeneicamente formati, per provenienza, quando non per cultura e storia, a partire dalla formazione delle liste. Ad esempio nel Partito Democratico, dove non è senza contrasti la coabitazione tra ex DS ed ex Margherita, soprattutto nella componente più rigorosamente cattolica. Non avrà vita facile la Binetti, che in Senato ha messo in crisi un provvedimento cui la Sinistra teneva moltissimo, quello sull’omofobia, tanto che nei suoi confronti c’è stata una levata di scudi e la richiesta dell’espulsione. Naturalmente non se ne è fatto niente e niente si farà. La Binetti avrà ancora la candidatura, ma la sua convivenza sarà difficile, come quella di altri Teodem. I posti in Parlamento è probabile siano meno degli uscenti, se sarà confermata la sconfitta del PD, che comunque è temuta e probabile. E quindi la posizione in lista dovrà essere definita col “bilancino del farmacista”, si diceva un tempo.
Lo stesso per il Partito del Popolo delle Libertà, anche se questa formazione ha dalla sua la speranza dei sondaggi che la danno in testa ed una obiettiva maggiore coesione. L’imprudente (?) portavoce di AN, Andrea Rochi parla di “patto politico elettorale tra AN e Forza Italia” (Il Tempo di oggi a pagina 5), nell’invitare l’UDC ad entrare nel nuovo partito del Centrodestra assicura che “ciascuno manterrà la propria identità”. Un colpo al nuovo partito, una dichiarazione che introduce elementi di sospetto nella scelta che ha fatto Fini. E che può costituire un elemento di debolezza in un eventuale futuro esecutivo di Centrodestra se il “patto elettorale” favorirà motivi di conflittualità
Ma allora, se è solo “un patto elettorale” (Libero di oggi a pagina 9) vuol dire che non si andrà molto avanti e la vittoria del Centrodestra rischia di essere ancora “Un’occasione mancata”, come nel 2001-2006.
L’estrema modestia della nostra classe politica azzoppa le migliori iniziative!
Tuttavia vogliamo credere nel “nuovo scenario politica” di cui scrive oggi, sempre sul Corriere della Sera, Sergio Romano, a proposito di una classe politica che è riuscita a rinviare di un anno il referendum sulla legge elettorale, “ma sembra comportarsi come se il popolo italiano ne avesse approvato lo spirito”. Condivide Giovanni Guzzetta, Presidente del Comitato per il referendum. Per cui se “Walter Veltroni farebbe bene a non schernire con espressioni irridenti (“maquillage”) un evento di cui è lui stesso in parte responsabile”, come scrive Romano, anche da Destra sarebbe sbagliato sottovalutare il buonista Sindaco (uscente) di Roma. Che non sa amministrare, ma vende bene fumo.
La semplificazione del quadro politico italiano è comunque importante e renderà l’Italia più simile alle maggiori democrazie europee, dove i due primi partiti rappresentano insieme intorno ai due terzi dell’elettorato.
È soltanto un passo, ma importante, verso la governabilità. Se seguiranno alcune riforme ormai ampiamente condivise, come la revisione delle attribuzioni delle due Camere e delle funzioni del Presidente del Consiglio la cui autorità va rafforzata per dare capacità di governo all’esecutivo.
10 febbraio 2008

Il gioco dell’oca del leader di AN tornato precipitosamente alla casella iniziale
di Senator

Il leader di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, ossessionato dalla voglia di comparire quotidianamente sui giornali non si preoccupa molto se quel che dice è l’esatto contrario di quel che aveva detto il giorno prima. Convinto di essere effettivamente, come Berlusconi fa dire ai sondaggisti amici, di essere il leader più gradito agli italiani, senza chiedere perché, rispetto al 60 – 70 % di gradimento del suo Presidente AN poi prende sempre uno stiracchiato 10-12% dei voti, Fini continua a disperdere quel patrimonio di consensi che aveva acquisito nel 2001, in coincidenza con l’incarico di Vicepresidente del Consiglio dei ministri e subito dopo con quello di rappresentante del Governo italiano nella Convenzione per il futuro dell’Europa. Ancora un’occasione perduta per crescere. Così è incomprensibile la gestione dei rapporti con Berlusconi. Il 10 dicembre 2007 scrivevamo che ci sembrava assurda la posizione assunta da Fini all’indomani della richiesta di Berlusconi ad AN di confluire nel nuovo Partito del Popolo delle Libertà la cui nascita il leader di Forza Italia aveva appena annunciato, dal predellino della sua automobile in Piazza San Babila, a Milano. Fini aveva detto “comportarsi nel modo in cui sta facendo Berlusconi non ha niente a che fare con il teatrino della politica: significa essere alle comiche finali”. Una reazione irosa, inspiegabile quando logica politica avrebbe richiesto un’adesione totale e immediata all’iniziativa del Cavaliere, l’ingresso nel nuovo partito come socio fondatore, con il peso della storia della Destra democratica. Concludevamo dicendo “Entrerà, non ha alternative. Ma dovrà farlo col cappello in mano, con truppe probabilmente dimezzate”. E’ quello che sta accadendo. Fini respinge sdegnato l’iniziale offerta di Berlusconi. Si allontana sulla base di “ragionamenti” non facilmente comprensibili. Poi all’ultimatum del Cavaliere aderisce senza remore o condizioni. Un po’ come al gioco dell’oca, quando uno perde e torna alla casella di partenza.
9 febbraio 2008

Davide Giacalone torna a proporre l’abolizione della Corte dei conti
di Salvatore Sfrecola

A Davide Giacalone non è andata giù che la stampa abbia dato molto risalto alle relazioni del Presidente della Corte dei conti, Tullio Lazzaro, e del Procuratore generale, Furio Pasqualucci, che, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario delle Sezioni Riunite della magistratura contabile, hanno denunciato malcostume e corruzione e fornito dati sulle condanne e, soprattutto, sui recuperi di ingenti somme realizzati nel corso delle istruttorie e prima del processo, fatti che dimostrano l’efficienza dell’azione deterrente della giurisdizione contabile. “Il malcostume dilaga”, scrive Giacalone. “I rimedi – a suo giudizio – sono di due tipi. Ci vuole una giustizia che funzioni, ovvero l’opposto della Corte dei Conti di oggi (che va chiusa, lo ripeto). Processi giusti, equi, con giudici affidabili e terzi, conclusi in tempi ragionevoli. Pene da scontare e pagare”. ” Vedo che i magistrati contabili hanno passato ai giornalisti le statistiche relative ai loro processi di primo grado, da tutti pecoronamente pubblicate. Si esaminino i tempi per chiudere il secondo grado, e si avrà chiaro l’orrore giudiziario” Sì, scrive “orrore”, ma forse voleva dire “errore”. Che non si verifica solo quando un imputato viene ingiustamente condannato, ma anche quando, diciamo così, l’assoluzione non è del tutto convincente.
8 febbraio 2008

Ragioniamo un po’
Scenari politici da ieri al 2013

di Salvatore Sfrecola

La passione per la storia m’induce a riflettere sugli scenari politici, sulle ragioni per le quali avvengono certi fatti e gli uomini si determinano in un certo modo. Si tratta di “capire”, per cui titolo “da ieri al 2013”, laddove per “ieri” si deve intendere quel che è accaduto nei giorni scorsi, in sostanza alla vigilia della caduta del governo Prodi.
Direte che la storia non c’entra, che si tratta di cronaca. Sarà storia e cerchiamo di capirla.
Vorrei innanzitutto proporre ai lettori alcuni punti che mi sembrano indiscutibili.
1 – Silvio Berlusconi ambisce trasferirsi al Quirinale dopo il 10 maggio 2013, quando finirà il mandato di Napolitano. 2 – conseguentemente era contrario allo scioglimento anticipato delle Camere, che chiedeva ogni giorno ma che sperava slittasse almeno all’autunno se non all’anno prossimo. Misurava da questa ipotesi un duplice vantaggio: una legislatura che avrebbe coperto il periodo della elezione del successore di Napolitano ed un ulteriore logoramento del Governo Prodi che gli avrebbe assicurato nuovi consensi. 3 – l’accelerazione degli eventi dovuti all’arresto della moglie di Mastella ha modificato la situazione rendendo inevitabile lo scioglimento delle Camere. Qui si potrebbe dire qualcosa della vicenda giudiziaria dei coniugi Mastella – Lonardo, ma sarebbe dietrologia pura immaginare che qualcuno abbia organizzato la cosa per far cadere il governo. Credo fermamente nell’indipendenza della magistratura per cui escludo una tale ipotesi. È accaduto per caso in questo momento con le conseguenze che abbiamo visto. 4 – Berlusconi fa buon viso a cattivo gioco e va alle urne. Per lui un governo Marini, anche solo per pochi mesi, avrebbe allontanato l’immagine negativa del governo Prodi. Marini avrebbe giovato alla Sinistra e questo Berlusconi non poteva permetterselo. 5 – cambia lo scenario e Berlusconi deve adeguare la sua azione, avendo sempre presente l’obiettivo 2013 (Presidenza della Repubblica). 6 – Qui si possono delineare varie possibilità, ma comunque per raggiungere questo risultato Berlusconi deve vincere le prossime elezioni e governare per la prossima legislatura con ampie intese con l’opposizione che, al termine del quinquennio, potrà riconoscergli i meriti per far convergere su di lui i voti necessari per salire al Quirinale. 7 – L’intesa sui grandi temi delle riforme istituzionali deve necessariamente caratterizzare la prossima legislatura. 8 – Per raggiungere questo obiettivo la vittoria di Forza Italia o del Partito del Popolo delle Libertà dev’essere netta. Solo così è possibile stendere la mano a chi ha perso, rendergli l’onore delle armi e coinvolgerlo nel progetto di riforma. 9 – La schermaglia inizia con le elezioni:
Veltroni va al voto da solo per non subire gli effetti negativi della presenza della Sinistra radicale, quella che, in sostanza, ha reso incerta l’azione del Governo. Il rischio per il leader del PD è quello di perdere consensi a sinistra e di essere impacciato dall’ala cattolica più radicale che ha fatto traballare il governo (Binetti). È forte il desiderio di fargliela pagare, ma Veltroni non può permettersi una frattura all’interno di un partito ancora allo stato liquido.
Berlusconi potrebbe essere indotto ad imitarlo. D’altra parte c’è una intervista di Bondi a La Repubblica intorno al 2003 – 2004 nella quale si ipotizza una convergenza al centro di FI per avviare un dialogo con la sinistra moderata. L’intesa avrebbe tagliato le ali, Rifondazione a Sinistra, AN a Destra. Potrebbe accadere. L’UDC potrebbe trarre vantaggio da questa situazione dando vita alla Federazione di Centro o Cosa Bianca, con un potenziale elettorale intorno al 15 per cento.
È un’ipotesi che terrorizza AN, che ha dilapidato un patrimonio di valori.
10 – Dalle urne esce un forte Partito del Popolo delle libertà che si allea con i partiti dell’ex Casa delle Libertà nel frattempo ridimensionati. 11 – Berlusconi fa un accordo di legislatura con Veltroni per portare a termine le riforme che i due schieramenti condividono. 12 – Il PD ne trae un indubbio vantaggio perché ricostituisce la sua struttura e si prepara a riprendere il potere. Ma potrebbe comunque assicurare a Berlusconi l’ambita poltrona. Infatti, l’uscita di scena di Berlusconi dal panorama governativo fa intravedere un ridimensionamento di FI.
7 febbraio 2008

Lo “stile” dell’uomo
Prodi dimissionario e sfiduciato (dal Senato) farà le nomine
di Senator

“Di buone intenzioni sono lastricate le strade dell’Inferno”, dice un proverbio popolare, cioè la saggezza del popolo. Oggi si attaglia al Presidente del Consiglio che, per bocca del suo portavoce, Silvio Sircana, aveva assicurato che il Governo avrebbe rimesso al suo successore la nomina dei vertici dei grandi enti di Stato, ENI, ENEL, FINMECCANICA, TERNA, POSTE, TIRRENIA, ecc.. Adesso Prodi ha cambiato idea. “Uno dei problemi che si pone – ha spiegato – sono le nomine delle società quotate e ogni rinvio è un danno al Paese”. L'”interesse del Paese” è la molla che lo spinge. E’ corretto certamente averlo a cuore. Vedremo se è solo un’altra manifestazione di buone intenzioni. Coerenza vorrebbe che il Presidente del Consiglio, che è dimissionario per non avere più la maggioranza in Parlamento, si consultasse con il leader dell’opposizione, come accade sulle rive del Tamigi, dove il Premier consulta il leader del “governo ombra”. Altro ordinamento ed altro stile di governo. Su entrambi vigila Sua Maestà la Regina. Ne seguirà l’esempio Napolitano?
7 febbraio 2008

La casta medita un colpo di mano per salvare i “burosauri” incapaci o corrotti
di Senator

Non parlerò di ISTAT, per evitare che i “presunti responsabili”, che non hanno applicato, come fanno i colleghi delle analoghe istituzioni europei, le sanzioni a carico di chi omette di fornire le risposte alle richieste di dati nelle rilevazioni statistiche, provochino qualche ulteriore manifestazione di solidarietà di “compagni di statistiche”, magari colta da qualche cronista ingenuo o in cerca di notorietà. Parlerò, invece, di un’ipotesi di intervento normativo, che sembra trovare corpo nei corridoi di Montecitorio in sede di conversione in legge del c.d. decreto milleproroghe.
Un emendamento, questo starebbero meditando alcuni politicanti, che vorrebbe “limitare” le funzioni istituzionali della Corte dei conti, sia nel versante della giurisdizione che in quello del controllo, sulle s.p.a. partecipate.
Lo ha denunciato il Presidente dell’Associazione Magistrati della Corte dei conti, Carlo Alberto Manfredi Selvaggi in una circolare ai colleghi nella quale ha rivelato di aver preso contatto con il Relatore del d.d.l. di conversione del d.l. 248 del 31 dicembre 2007 (c.d. Milleproroghe), Angelo Piazza, perché è proprio in quel provvedimento che potrebbe essere inserito l’emendamento limitativo dell’azione di controllo e giurisdizionale sulle s.p.a.
Al relatore riferisce il Presidente dell’Associazione è stata spiegata l’importanza delle aperture giurisprudenziali della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione in tale materia ed ha fatto presente che nell’opinione pubblica c’è un grande interesse per le iniziative della Corte dei conti intraprese al riguardo, che vanno a vantaggio dei cittadini che pagano bollette e tariffe per i servizi resi dalle menzionate Società.
Sull’argomento si è soffermato oggi, dinanzi al Capo dello Stato ed alle massime autorità della Repubblica il Procuratore generale della Corte dei conti, Furio Pasqualucci, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario delle Sezioni Riunite della Corte dei conti.
Pasqualucci ha manifestato preoccupazioni. Io, abituato a dire pane al pane denuncio la sola ipotesi di una norma che escluda la responsabilità degli amministratori e dirigenti di società private a capitale pubblico come una gravissima lesione del diritto del cittadino-contribuente, quello che paga le tasse ed ha diritto, un diritto costituzionalmente garantito dall’esistenza della Corte dei conti che il denaro frutto del prelievo fiscale sia destinato a finalità pubbliche con rispetto dei principi dell’imparzialità e del buon andamento secondo quanto previsto dall’art. 97 della Costituzione.
Ma, poi, chi dovrebbe beneficiare di queste eventuale esenzione di responsabilità per danno erariale? Amministratori e dirigenti incapaci o corrotti. E questo già da la misura del valore morale dell’iniziativa!
5 febbraio 2008

Et de hoc satis!
di Salvatore Sfrecola

Il Presidente del Senato prende atto della ostilità del Centrodestra a qualunque governo che rinvii il ricorso alle urne e torna a casa. Volonteroso e rispettoso delle istituzioni Franco Marini ha svolto diligentemente il suo ruolo imposto dall’esigenza di tentare il tutto per tutto pur di rinviare lo scioglimento delle Camere, per allontanare quanto più possibile dagli occhi degli italiani l’immagine di Prodi e del suo governo, diciamo subito un esecutivo modesto, dilaniato dai contrasti interni, sviluppatisi fin dall’indomani delle elezioni del 2006 su tutte le questioni più importanti, dalle operazioni militari di pace alle questioni del mercato del lavoro, per non fare che qualche esempio. Prevalsa per poco più di 24 mila voti, la coalizione di Centrosinistra era nata per non governare e così è stato, e ha dato all’Italia e al mondo l’immagine di un governo inadeguato alle grandi sfide che l’Unione europea e la globalizzazione dei mercati pongono al nostro Paese. Dal fisco all’istruzione, alla giustizia, alla famiglia, alla ricerca di un assetto istituzionale e di un modello di sviluppo che attendono di essere definiti prima ancora che attuati. La politica definita con roboanti programmi che inglobano le idee di tutti i partiti della coalizione, per non perdere consensi, è intrinsecamente debole e pertanto incapace di perseguire gli obiettivi dichiarati. E così naufraga miseramente, contribuendo ad aumentare il discredito che, agli occhi degli italiani, si è conquistata la classe politica, senza molte eccezioni tra uno schieramento e l’altro. Et de hoc satis!, dicevano i nostri progenitori romani quando era superato il limite della pazienza. Et de hoc satis! per questa sceneggiata che non avrebbe mai dovuto avere inizio. La maggioranza nata dalla consultazione del 2006 non c’è più per la defezione di un partito che assicurava la sopravvivenza del Governo che, pertanto, si è dimesso. Non c’è altro da fare che tornare al voto. E’ la regola della democrazia. E non si può attendere oltre nell’interesse del paese.
4 febbraio 2008

Meno quattro!
Sciogliere le Camere è ormai inevitabile. Lo dimostrano le richieste dei sindacati

di Salvatore Sfrecola

Lo scioglimento delle Camere è previsto per mercoledì, quando, dopo l’ultimo giro di consultazioni, il Presidente del Senato avrà riferito al Capo dello Stato che il suo tentativo non ha avuto successo. Del resto la prova che è necessario tornare alle urne dopo il fallimentare bilancio del Governo Prodi l’ha data Guglielmo Epifani ieri, al termine dell’incontro con Franco Marini a Palazzo Giustiniani. “Il Paese – ha detto il numero uno della Cgil – ha problemi che non possono aspettare”. Per questo – ha aggiunto – “no ad elezioni subito”, ma lavorare per dare all’Italia “una legge elettorale più rispettosa” del diritto alla rappresentanza dei cittadini. “Tutti, tutte le parti sociali – ha proseguito – convengono su questo punto. E ciò ha un significato”. Prima del voto – ha spiegato – “bisogna assicurare a lavoratori e pensionati una riduzione della pressione fiscale” e varare “i decreti attuativi delle leggi approvate e sei decreti delegati che se il Parlamento si dovesse sciogliere scadrebbero”. Delineando questi gravissimi problemi che l’esecutivo di Centrosinistra non ha saputo, men che risolvere, anche solo affrontare in modo da ottenere l’appoggio dell’opposizione, Epifani ha dimostrato che l’emergenza sociale che attanaglia il Paese richiede un governo con larga maggioranza ed un programma di legislatura. Una condizione che non ha il Governo Prodi, nato con modesta maggioranza ed affetto da contraddizioni politiche gravissime per le molte anime che l’hanno espresso. Né Marini, dunque, al quale si deve oggi un tentativo che è solo espressione del suo senso delle istituzioni, né altri possono oggi pensare di avviare quelle riforme, a cominciare da quella della pessima legge elettorale, che i sindacati chiedono e delle quali il Paese ha obiettivamente bisogno. Lo sanno benissimo anche Epifani, Bonanni e Angeletti. Ma il leader CGIL non ha voluto fare a meno di dare una mano al partito “di riferimento” cercando di addossare al Centrodestra, che chiede a gran voce il ritorno alle urne, la responsabilità per la fine anticipata della legislatura dovuta solo all’arroganza con la quale il Centrosinistra ha avviato e gestito questo scorcio di legislatura. Epifani avrebbe dovuto insistere prima con Prodi e pretendere ieri quel che chiede oggi. Come Veltroni, che offre al Centrodestra la “grande coalizione” che aveva rifiutato all’indomani delle elezioni del 2006, quando sarebbe stato un gesto di responsabilità politica accogliere l’offerta di Berlusconi, considerato che la maggioranza contava solo poco più di 24 mila voti! L’arroganza di ieri Veltroni la paga oggi e la pagherà ancora di più se, come dicono tutti i maggiori sondaggisti, le elezioni daranno una larga maggioranza al Centrodestra. Infatti il leader del Partito Democratico si avvia verso una stagione difficile. Prima di tutto nella composizione delle liste. In una elezione nella quale rischia di perdere molti consensi non sarà facile formulare la graduatoria degli eletti tra ex DS ed ex Margherita. Poi, se l’apertura delle urne rivelasse che le cose sono andate male la resa dei conti sarà drammatica. Per questo Veltroni è disperato e disperatamente tenta di accreditare la situazione attuale e lo scioglimento anticipato della legislatura a Berlusconi, invece di prendersela con il Presidente del suo Partito, quel Romano Prodi che ha tenuto per quasi due anni la barra del governo. Un pilota del quale il Paese avrebbe fatto volentieri a meno.
3 febbraio 2008

Un programma per un governo che governi – 1
Perché non sia ancora una volta un’occasione mancata

di Salvatore Sfrecola

Quando Gianfranco Fini mi indicò “Un’occasione mancata”, quale titolo del libro sulla mia esperienza di suo Capo di gabinetto a Palazzo Chigi come Vicepresidente del Consiglio (aggiungendo “O una speranza mal riposta?”), colsi subito in quella frase l’amarezza, che, d’altra parte, il leader di Alleanza Nazionale aveva espresso più volte, già a pochi mesi dalla formazione del governo, per la delusione rispetto alle aspettative che la straordinaria vittoria elettorale del Centrodestra aveva suscitato. Quando fu evidente che la miscela di idee e partiti con esperienze e programmi diversi, recava in se elementi di fragilità in vista dell’azione parlamentare e di governo. Che avrebbe richiesto una forte leadership, che certamente Berlusconi sarebbe stato capace di esercitare, ma che di fatto non ha esercitato, lasciando, ad esempio, che la Lega, grazie alla pressione popolare nel Nord Est abilmente riversata sull’azione di governo, conquistasse spazi che hanno ripetutamente messo a disagio AN e UDC. Incrinando la compattezza della maggioranza, ripetutamente chiamata a votare mozioni di fiducia, nonostante la consistenza dei gruppi parlamentari avrebbe dovuto assicurare certezza ai risultati.
Il fatto è che nel Governo e nei gruppi parlamentari è stata data autorità a chi non aveva la necessaria autorevolezza. Ministri, sottosegretari, Presidenti dei gruppi, delle commissioni, relatori di disegni di legge importanti non possono essere scelti sulla base di un rapporto di amicizia o di esperienze comuni nella politica e nella vita civile. L’ho sottolineato ripetutamente, convinto che un leader debba scegliere secondo le attitudini e l’esperienza di ciascuno. Dacché la persona sbagliata al posto sbagliato è inevitabilmente destinata a fare danno, spesso superiore a quello immaginabile, tenuto conto dei tempi della politica e dell’amministrazione.
Ricordo di aver incontrato una mattina Franco Frattini, all’epoca Ministro della funzione pubblica, che correva trafelato in Senato a difendere un provvedimento del governo in materia di pubblico impiego. “Sai – mi disse – la Sinistra schiera grossi calibri, da Bassanini a Villone a Salvi, rischiamo grosso”. Anche oggi nella Commissione affari costituzionali del Senato, tanto per fare un esempio, il Centrodestra non schiera un costituzionalista in senso proprio. E soprattutto autorevole. Perché a Franco Bassanini si può dire tutto, e più volte l’ho contraddetto per le riforme che portano il suo nome, tranne che non sappia usare gli strumenti del diritto ed non abbia la fantasia necessaria per immaginare riforme, che magari creano più problemi di quanti l’autore ritiene di risolvere, ma è certo che nel Centrodestra spesso non ha trovato contraddittori capaci di convogliare consensi.
Il fatto è che per governare con successo, che non è semplicemente mantenere il potere, ma operare per il bene comune, è necessario disporre di persone capaci, interpreti intelligenti delle istanze politiche cui si riferisce la maggioranza, che sappiano elaborare proposte e realizzarle, con la collaborazione di tecnici professionalmente dotati ed onesti, evitando gli opportunisti, gli yes men che abbondano nelle anticamere dei detentori del potere e che spesso eccellono più in piaggeria che nel servizio allo Stato. E soddisfano la vanità dei politici.
Attenzione, che’ nella scelta degli uomini i cittadini riconoscono la capacità di governo dei leader. Quella capacità che nella legislatura 2001 – 2006 molti che avevano votato il Centrodestra non hanno riscontrato nei fatti.
Torno in chiusura di questa prima “puntata” sugli argomenti da mettere in agenda per un prossimo governo, qualunque esso sia, di Destra o di Sinistra. Per sottolineare come fondamentale sia, in primo luogo, l’approccio alla formazione delle liste elettorali, la definizione degli incarichi parlamentari e di governo. E, di seguito, degli staff tecnici. Scelte difficili, a volte dolorose, per qualche “no” che va detto al momento giusto. Ma necessarie perché l’azione parlamentare e di governo corrisponda alle aspettative di chi ha votato l’indirizzo politico indicato dai partiti che diverrà, ad elezioni fatte, l’indirizzo politico della maggioranza e del governo.
2 febbraio 2008

Ipocriti e furbacchioni. Ma il tempo è scaduto. Votare necesse est!
di Senator

Marini insiste sul “piccolo margine” che dice di intravedere al termine di un primo giro di consultazioni. Oggi vedrà sindacati e referendari. Lo scopo evidente è quello di ricercare un consenso più vasto di quello dei partiti su un’ipotesi di riforma della legge elettorale. E premere sulle forze politiche per fare un governo a termine con programma limitato alla revisione della legge elettorale ed a qualche emergenza, tipo “monnezza” Ma il compito del volonteroso Presidente del Senato, cui non manca la tenacia, è disperato, destinato al fallimento, tanto che si parla di scioglimento delle Camere forse già mercoledì. “Non ci sono né scorciatoie, né sotterfugi né furbizie” ha detto Marini, che tiene a mantenere un carattere istituzionale al suo tentativo di formare un governo con limitate finalità, allontanando da se il sospetto che la sua azione sia strumentale all’interesse del Centrosinistra di rinviare il più possibile le lezioni per recuperare i consensi perduti con la fallimentare gestione Prodi. Berlusconi, manda a dire con queste parole Marini, non ha motivo di diffidare. La disperazione evidente di Veltroni lui la capisce e la condivide ma non se fa strumento. Tuttavia questa rassicurazione non convincerà il Cavaliere, certo che questo sia per lui un momento magico. Ha domato i riottosi alleati, ha rinserrato le fila dei suoi, sente il favore dell’opinione pubblica, reso evidente dalle posizioni assunte da una parte significativa della stampa che non gli aveva mai riservato molto consenso, a cominciare dal Corriere della Sera. Il più grande quotidiano d’Italia sottolinea di giorno in giorno i limiti dell’impostazione ideologica del Cavaliere, accusato di avere scarso senso dello Stato, e le gravi insufficienze della sua azione politica nei quasi due anni di opposizione. Tuttavia da via Solferino vengono tali e tante bordate nei confronti di Prodi e dei suoi ministri che le critiche a Forza Italia sono solo carezze. Inoltre, non c’è dubbio che, anche se la legge elettorale è immonda, con questa si è votato nel 2006, con questa Prodi si è guadagnato la maggioranza. Che oggi si è dissolta legittimando così lo scioglimento delle Camere. Si va, dunque, al voto. Restano da definire i programmi, che sarebbe il caso di mettere a punto quanto prima. Perché sarebbe bene che finalmente si votasse per non solo contro, anche se nella democrazia bipolare i consensi elettorali si conquistano anche, e a volte solo, per gli errori di chi ha governato. Com’è accaduto nel 2006, quando le delusioni dell’elettorato di Centrodestra ha fatto la differenza. E’ il caso che qualcuno legga, o rilegga, il libro del nostro direttore (Salvatore Sfrecola, Un’occasione mancata – O una speranza mal riposta?, Editore Nuove Idee), per capire dove e perché il Centrodestra ha sbagliato.
2 febbraio 2008

Elezioni quando? Subito, naturalmente!
di Salvatore Sfrecola

Ho grande stima di Giovanni Sartori fin da quando ne ammirai, io ragazzo, lo spirito liberale e la profonda fede nella democrazia nella stagione turbolenta del Sessantotto fiorentino. Lo vidi in televisione rivendicare il suo diritto di cittadino e di studioso di non essere aggredito dalla canea urlante dei “rivoluzionari chic”, i figli di papà che turlupinavano il “popolo lavoratore e proletario” spingendolo alla rivolta contro “la classe dominante e capitalistica”, quella dei padri che consentivano loro coupè di lusso e week end nelle località in. Oggi sono tutti in cattedra o nelle stanze del potere e di quella stagione ideologicamente confusa e portano i virus nella politica e nella scuola. Giovanni Sartori, dunque, solido politologo ed editorialista arguto, che non si può ignorare nell’approfondimento dei temi della politica istituzionale, anche quando le sue tesi inducono al dissenso. Come nel caso dell’odierna apertura del Corriere della Sera (“Elezioni subito non vanno bene”) nel quale il Professore sposa una tesi che non mi convince, quella che si debba necessariamente fare la nuova legge elettorale prima di andare al voto. Intendiamoci, caro Professore, il porcellum è effettivamente tale. Una legge che priva il cittadino elettore del primo dei diritti politici, quello di scegliere i suoi rappresentanti, è espressione di un degrado politico che forse non ha di eguali nella storia delle democrazie. Detto questo è evidente che sarebbe auspicabile una riforma. Ma ne è ugualmente evidente l’impossibilità perché ai partiti va benissimo questa legge che mette nelle mani dei capi il potere di costruire gruppi parlamentari a loro misura. D’altra parte il Professore trascura che l’attuale Parlamento è stato eletto con questa legge che ha individuato una maggioranza ed un leader di governo. La maggioranza si è dissolta per cui non vi è nel Paese un’alternativa politica che possa curare quell’interesse generale del quale il Professor Sartori si fa convinto e convincente difensore. In queste condizioni è necessario andare a votare. Subito, perché il tempo che passa aggrava le cose. Per Berlusconi, naturalmente al quale interessa che gli italiani con la scheda in mano abbiano negli occhi anche lo sfacelo di un governo inetto, impantanato dai compromessi che quotidianamente hanno frenato l’azione di una maggioranza arcobaleno che, per accontentare partitini e correnti, si presentò alle elezioni del 2006 con un programma assurdo, che ha sfiorato le trecento pagine, uno zibaldone incomprensibile ed inattuabile. Tanto premesso, come diciamo noi giuristi quando ci apprestiamo a concludere un atto giudiziario, non si comprende una certa, non dissimulata, apertura a Veltroni i cui interessi sarebbero gli “interessi del Paese”. Solo perché vuole la riforma elettorale. Ma al Professore non viene in mente che, in realtà, Veltroni, e fa benissimo nell’interesse del suo partito, vuole prendere tempo per recuperare, magari attraverso il volto burbero ma sincero del Presidente del Senato quei voti che il ridanciano Presidente del Consiglio ha fatto perdere al Partito Democratico? Dal momento che gli italiani non hanno ancora capito cosa avesse da ridere Romano Prodi mentre l’immagine dei cumuli di “monnezza” sui giornali di mezzo mondo faceva perdere all’Italia quote importanti di turismo e incentivava quella divisione atavica tra Nord e Sud per cui il Veneto meditava di far pubblicità alle sue città d’arte ed alle località amene, ai monti ed al mare, dicendo “noi non siano la Campania”! E nessuno si è vergognato, come nessuno ha preso quelle iniziative che nel giro di poche ore avrebbero dovuto mandare la “monnezza” negli inceneritori ed i responsabili del degrado in galera.
1 febbraio 2008

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