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Agosto 2008

Il tanfo nauseabondo delle strade di Roma
di Marco Aurelio

Cambia amministrazione ma nulla cambia per le strade di Roma, che continuano ad emanare un tanfo insopportabile. Terminerà soltanto quando Giove Pluvio vorrà donare ai quiriti un po’ di acquazzoni autunnali, di quelli tipici dell’Urbe, violenti ed abbondanti. Allora vedremo le strade bianche di schiuma. E’ il sudicio che nel corso dell’estate si è accumulato ovunque, una stratificazione di liquami nauseabondi di pipì e cacche di cani, di residui di monnezza accanto ai cassonetti, in ogni zona della Città, dalle periferie al centro storico, quello che dovrebbe essere la vetrina della Roma che il Sindaco Alemanno intende, e sono con lui, mettere al centro del Mediterraneo ed offrire ai turisti che potrebbero assicurare un grande apporto all’economia della Città e del Lazio. Ho perso la speranza che la Città sia oggetto di quella pulizia straordinaria che auspico fin dall’insediamento della nuova Giunta alla quale ho suggerito anche che questo lavacro assumesse un significato simbolico al cambio della gestione. Niente da fare. Una non piccola delusione! Diciamo la verità, Roma è una delle città più sporche del mondo. Ovunque, non solo le capitali, le città sono oggetto di cure, di quell’attenzione alla quale il cittadino tiene molto, che marca la differenza, che ha influito negativamente sull’esito di alcune competizioni elettorali. Alemanno vada a rileggere i commenti che hanno accompagnato il successo di Guazzaloca. Allora fu detto che la Giunta era caduta sulle cacche dei cani. Animali meravigliosi che spesso hanno padroni maleducati nei confronti dei quali fu minacciata anni fa una severa sanzione se non avessero avuto sacchetto e paletta per rimuovere gli escrementi del loro “Fido”. Mi piacerebbe sapere quante multe sono state elevate. Azzardo un numero, “zero”!
31 agosto 2008

In vista del disegno di legge governativo sulle Intercettazioni
Chiarezza non demagogia
dopo l’attacco di Panorama a Prodi

di Salvatore Sfrecola

C’è molta confusione sul tema delle intercettazioni telefoniche e ambientali utilizzate dalla magistratura nella ricerca di responsabilità penali. Vi concorrono alcuni comportamenti della stessa magistratura e della stampa e le iniziative, certamente interessate, dei politici. Una prima precisazione va fatta. Le intercettazioni sono uno strumento investigativo essenziale, anzi indispensabile, se si vogliono scoprire alcuni reati. Tanto per fare esempi a tutti percepibili, nella ricerca dei responsabili di attività terroristiche, mafiose, come ha detto più volte il Presidente del Consiglio, ma anche per corruzione, concussione, sequestro di persona. Lo insegna l’esperienza. Se, dunque, le intercettazioni sono indispensabili non possono in alcun caso essere limitate. Diverso, com’è facilmente intuibile, è la questione della diffusione sulla stampa del contenuto di conversazioni, che non hanno attinenza alle imputazioni di responsabilità penali, acquisite nel corso delle indagini. È, infatti, evidente che nel corso dell’ascolto disposto su una utenza telefonica gli utenti parlano di tutto, non solo di quel che interessa le indagini su una ipotesi di reato, ma anche di fatti personali, la mamma, i rapporti con i figli, la gita al mare, le amicizie o le relazioni affettive extraconiugali. Se queste non hanno attinenza ai fatti processuali non vanno conservate o, comunque, non debbono essere divulgate, neppure per impinguare inutilmente una richiesta di rinvio a giudizio, per cui finirebbero inevitabilmente sui giornali.
In questo caso si può parlare di conseguenze improprie dell’uso dello strumento investigativo. Un profilo che la magistratura deve affrontare ad evitare di apparire come il motore della diffusione delle notizie così danneggiando la propria immagine e la propria autorevolezza. Per cui concordo pienamente con quanto scrive oggi Sergio Romano nel suo editoriale sul Corriere della Sera (“Il brutto show da cancellare”): “i magistrati avrebbero dovuto preoccuparsene per primi e trovare rimedi anche sul piano organizzativo e amministrativo. Se non lo hanno fatto, – è la logica conseguenza – tocca alla politica con una legge che, in linea di principio, non è difficile immaginare e scrivere”.
E qui lo show “della politica” diventa irto di pericoli, non per la magistratura ma per la giustizia, perché i politici cercheranno di fare una legge, che “non è difficile scrivere”, a misura dei loro interessi, come si va delineando in alcune ipotesi. E come è logico che sia. Chi ha il potere lo utilizza, anche se lo indirizza a fini di parte, eventualmente ignobili, trascurando gli interessi generali. Si può anche dire che la magistratura, più esattamente parte di essa, anche un solo magistrato disattento alle regole che abbiamo richiamato (ed è gravissimo che nessuno intervenga), si è fatta male da sola ed ha danneggiato la giustizia offrendo alla classe politica un alibi che in altro caso non avrebbe avuto. Anche perché si è fatta strumento della lotta politica. In questi giorni anche con profili di una ipocrita comicità Il settimanale Panorama, che fa riferimento ad una casa editrice controllata dal Presidente del Consiglio in carica rivela conversazioni del suo predecessore, di apparente scarso interesse penale. Il Presidente in carica, che già da tempo si è detto pronto a proporre una legge fortemente imitatrice delle intercettazioni, solidarizza con il suo predecessore che, subdorando un tranello, non accetta tante “pelose” attenzioni. “Non vorrei – ha detto – che si alimentasse la tentazione di sottrarre alla magistratura uno strumento indispensabile”, ed ha sfidato il settimanale a pubblicare tutto e ribadisce che le intercettazioni sono uno strumento indispensabile per le indagini giudiziarie in campo penale e, pertanto, non vanno limitate. Prodi, in sostanza, come ha scritto Giommaria Monti su Epolis Roma “ha evitato la trappola”, deducendo la macchinazione dai titoli de Il Giornale (“Gli affari di famiglia di Prodi”) e di Libero (“Incastrato anche Prodi”). Per cui il rinvio al virgiliano timeo danaos et dona ferentes. Speriamo soltanto che la vicenda non danneggi quelle esigenze di giustizia che la gente sente come essenziali alla pacifica convivenza ed alla corretta gestione del denaro pubblico. Perché sappiamo che, in fin dei conti, di modifica delle regole sulle intercettazioni si è cominciato a parlare quando sono comparsi sui giornali stralci di conversazioni ascoltate nel corso di indagini su presunti casi di corruzione.
30 agosto 2008

E gli altri che valutano il profitto
Ewwiwa il voto in condotta!

di Salvatore Sfrecola

Mi perdonerà il Ministro Mariastella Gelmini se ho scritto, alla maniera dei ragazzi, Ewwiwa per dire dell’entusiasmo con il quale ho letto sui giornali la notizia del ritorno al voto in condotta, per chiudere, almeno si spera se i docenti avranno la forza di punire chi non sa stare a scuola, questa stagione di maleducazione, che diventa disprezzo per le istituzioni, gravissimo in un ambiente nel quale si educano i giovani non solo al sapere ma anche a diventare futuri cittadini. Giusto anche abolire i “giudizi”, laddove erano ancora previsti per la valutazione del profitto, con ritorno ai numeri, come del resto avviene all’università, che dà più netta ed evidente la valutazione: un cinque è insufficiente, dal sei in poi il giudizio è positivo. Un sette è un bel voto e l’otto, ai miei tempi, inorgogliva noi e i nostri genitori. Una riforma della quale si sentiva da tempo il bisogno, dopo i fallimentari effetti della precedente valutazione con giudizi di merito che nelle scuole elementari erano accompagnati da considerazioni sul comportamento, in termini che spesso hanno danneggiato gravemente molti ragazzi. Socializza, non socializza, si integra con i compagni, rimane isolato, segue con evidente interesse, appare distratto, ecc., giudizi a contenuto psicologico affidati alla penna di chi per tali valutazioni risultava evidentemente privo di adeguata preparazione e della necessaria obiettività. Con l’effetto di aver danneggiato gravemente dei ragazzi che, ad esempio, avrebbero avuto bisogno di essere sollecitati a dialogare, anziché essere bollati come asociali. Ovvero di quanti seguivano stancamente le lezioni di chi non è in condizione di interessare, di sollecitare quella curiosità che è propria di ogni ragazzo di media intelligenza e che spetta al docente stimolare attraverso la spiegazione del perché un determinato argomento viene proposto, si tratti di letteratura, di storia o di un profilo scientifico. Mio nonno, che ha dedicato l’intera sua vita professionale all’insegnamento dell’italiano e del latino nei licei classici soleva dire che se un ragazzo va male a scuola la responsabilità spesso è del maestro o del professore che non sa interessare. A cominciare proprio dal maestro che nell’istruzione elementare ha a disposizione una mente che, nella maggior parte dei casi, ha bisogno di essere sollecitata, incuriosita, stimolata, avviata ad assumere non soltanto gli argomenti che sono propri delle materie d’insegnamento ma il metodo di studio, quei rudimenti per i quali lo scolaro è indirizzato verso le tecniche di ricerca e di apprendimento. Grande, infatti, è la responsabilità dei maestri elementari la preparazione professionale dei quali dovrebbe essere la prima preoccupazione del Ministero “dell’istruzione” perché attraverso di essi è il primo essenziale contatto con la cultura, cioè con i “saperi”, come oggi si dice. È anche un problema di apertura della scuola alle classi sociali più modeste, a quelle che non offrono al bambino le sollecitazioni ed i supporti culturali che si possono rinvenire, invece, nelle famiglie della media ed alta borghesia, nelle cui case esistono biblioteche e nelle quali il colloquio con i genitori e gli altri parenti già costituisce sollecitazione all’apprendimento. La scuola, che non ha curato particolarmente la professionalità dei docenti delle scuole elementari, si è rivelata, dunque, certamente contro la volontà di chi l’ha gestita, fortemente classista. Per aver trascurato i docenti, i quali costituiscono certamente la parte più demotivata del corpo insegnante perché ad essi, nonostante il rilievo che hanno, e che sentono di avere, per essere espressione della prima fondamentale forma di istruzione, è riservato un trattamento economico da “assegno di sopravvivenza” senza illusioni, senza, soprattutto, la possibilità di un personale aggiornamento culturale dacché, se il docente va in libreria per comprare dei libri, deve saltare il vicino negozio di alimentari. Andrà bene per la dieta, ma l’umiliante retribuzione dei docenti, che non consentirebbe loro di mantenere una famiglia, è prova della scarsa attenzione di Parlamento e Governo per il corpo docente. Non di un determinato Parlamento o di un determinato Governo, ma della classe politica che nel tempo ha avuto responsabilità di gestione. Non è stato sempre così. Ricordo, nella mia esperienza al Liceo “Tasso” di Roma che il mio insegnante di storia e filosofia, laureato in giurisprudenza, raccontava di aver vinto, all’inizio della sua carriera, il concorso in magistratura ma di aver rinunciato alla nomina perché, in quel momento, lo stipendio del professore ordinario di liceo era superiore a quello di un giudice di prima nomina.
Non può stupire, dunque, che un giovane Ministro, tanto giovane da aver fatto ritenere a qualcuno che non avesse la necessaria capacità di governo dell’istruzione, forse proprio perché vicina al tempo degli studi, sembra aver saputo percepire la realtà della scuola italiana, a cominciare dalle elementari, dove la struttura in “moduli”, con l’impiego di più insegnanti con diversa personalità e metodo d’insegnamento, ha disorientato i bambini che, un tempo, vedevano nella maestra la prosecuzione, in un diverso ruolo, della mamma che fino ad allora aveva pensato a loro e a quel po’ o tanto di istruzione che è consueto fornire tra le mura di casa.
La pluralità di insegnanti, solo per dar lavoro a persone che avrebbero potuto essere diversamente impiegate, sempre nelle pubbliche amministrazione (penso per fare un esempio attinente alla materia della cultura al settore dei beni culturali che hanno estremo bisogno di personale), ha creato solo confusione. Naturalmente queste osservazioni, che nascono dall’esperienza personale e da quella dei miei figli e di quelli dei miei amici, che prendono le mosse dall’insegnamento elementare, valgono, mutatis muntandis, per i successivi gradi d’istruzione. Infine, Ministro Gelmini, le segnalo l’esigenza di ripristinare alle elementari il voto in “bella scrittura”. Non le sembri una formalità inutile. Da componente di commissioni di concorso ho potuto constatare che un candidato può risultare danneggiato se scrive con una grafia di difficile comprensione, ad esempio perché – è tipico della scrittura femminile – le parole tondeggianti non differenziano le lettere alte dalle basse. Una “t” non è alta come una “c”. E così via. Le prove d’esame, è bene ricordarlo, vengono lette a turno dai commissari, per cui l’impressione che del testo hanno quanti ascoltano risulta dalla lettura e non dallo scritto. Con la conseguenza che se la lettura è difficile perché non è agevole comprendere le parole e chi legge procede a stento, l’impressione in chi ascolta sarà inferiore al reale valore del testo. Un effetto negativo che può essere aggravato dalla lunghezza delle frasi, dalla mancanza di virgole, dai troppi incisi. Ripristini, Onorevole Ministro, l’educazione alla scrittura e i ragazzi, che oggi sbufferanno per questo richiamo alla forma, la benediranno quando, in un concorso pubblico, metteranno il commissario che legge nelle condizioni migliori perché il tema sia apprezzato dagli altri componenti della commissione. Ho detto di un concorso pubblico. Ma una bella grafia è sempre apprezzata, anche nell’era del computer. Da ultimo Ministro, abolisca il valore legale del titolo di studio. Lo ha chiesto molti anni fa un grande liberale Luigi Einaudi. Avremmo molti meno “dottori” con lauree più o meno fasulle, un’inflazione di titoli di studio che forse fanno bene alle statistiche che ci vedono indietro nei livelli di istruzione, ma non dicono se quei livelli sono effettivi e paragonabili. L’Italia del liceo classico ha riempito il mondo di tecnici di altissimo livello, oggi stentiamo ad andare dietro al progresso, mancando una base solida. L’italiano, la nostra lingua, come dimostrano stampa e televisione è spesso un’illustre sconosciuta! Bravo Ministro, continui così.
30 agosto 2008

Purtroppo quel che funziona non fa notizia
Non c’è solo malasanità!

di Salvatore Sfrecola

Ovunque a fare notizia è quel che non va, nella giustizia, nell’amministrazione, nella scuola e, quindi, anche nella sanità. Non la bella sentenza, l’efficienza, la scolaresca di livello, l’intervento chirurgico che sperimenta con successo una nuova tecnica al servizio del paziente. Anche questo, naturalmente. Ma la gente lo considera normale ed i giornali, al secondo giorno, non ne parlano più. Se, invece, si ha notizia di una decisione nella quale il giudice va fuori del seminato, se un settore della pubblica amministrazione sperpera, se in una scuola si girano filmini porno, se in un ospedale operano il ginocchio destro anziché il sinistro, in tutti questi casi si tende a generalizzare. Per cui quel giudice, quel funzionario, quel professore o quel chirurgo diventano, agli occhi della gente e sui giornali, emblema di una categoria che tutta insieme viene messa alla gogna. Credo che questo accada non solo perché la brutta notizia “fa più notizia” di una bella, ma anche perché gli italiani sono convinti che all’errore colposo, gravemente colposo, se non doloso, nessuno pone effettivo rimedio, non la magistratura, per la difficoltà di provare il profilo psicologico del reato e per la lunghezza dei processi penali che spesso si concludono con la prescrizione, né gli ordini professionali che, da tutori della deontologia professionale, si trasformano troppo spesso in difensori, ad ogni costo, degli iscritti. Così desidero raccontare un caso di buona sanità, che dovrebbe essere normale in un Paese civile che spende cifre immense per il Servizio Sanitario nazionale, ma che rivela anche vaste oasi di inefficienza. Eppure, da inguaribile ottimista (quello del bicchiere mezzo pieno), continuo a credere che le cose vadano meglio di come la maggioranza degli italiani ritiene. Nei giorni scorsi, per un malore che mi ha molto preoccupato, un dolore al petto breve ma intenso, mi sono recato al Pronto Soccorso dell’Ospedale San Camillo di Roma, dove ho avuto una pronta assistenza come ho potuto constatare è avvenuto per gli altri che, come me, avevano fatto ricorso a quella struttura di emergenza. Medici, paramedici, infermieri, dotati di moderne attrezzature diagnostiche operavano accanto ai pazienti, avendo sempre per loro una parola di cortese attenzione. E’ quello che la gente si aspetta. Di non essere trattato come un numero, ma di sentire che l’operatore sanitario, pur con il necessario distacco professionale che in qualche modo lo mette a riparo di una eccessiva partecipazione emotiva alle sofferenze del paziente, considera l’uomo che sta curando come una persona alla quale deve fornire il servizio più efficiente che la sua capacità e le apparecchiature di cui dispone possono assicurare. Dopo il Pronto Soccorso, il reparto di cardiologia, dove sono stato ricoverato per i necessari accertamenti, ha rivelato la medesima efficienza negli uomini ai vari livelli professionali, in ambienti puliti, dalle stanze ai bagni, che mi hanno fatto ritenere che lì le famigerate “infezioni ospedaliere” siano più rare. Vorrei trarre alcune considerazioni da questa esperienza. Innanzitutto che, se si vuole, è possibile assicurare un servizio sanità efficiente. Poi, che se i capi fanno il loro dovere, di seguito l’intero corpo degli addetti è portato ad esprimere il meglio della propria professionalità Non faccio nomi. Credo non lo gradirebbero medici e infermieri che lavorano con impegno, convinti di fare semplicemente il loro dovere. In fin dei conti è su questa “ordinaria” normalità che si fonda l’efficienza delle strutture, pubbliche e private.
30 agosto 2008

La proposta di Mauro Cutrufo.
Amministratore illuminato o novello Attila?
La tutela dei beni culturali al Sindaco?

di Salvatore Sfrecola

La proposta del Vice Sindaco di Roma, Senatore Mauro Cutrufo, di attribuire “poteri speciali” al Sindaco in materia dei beni culturali evidenzia un problema e suggerisce una soluzione, sulla quale, peraltro, occorrono approfondimenti. Il problema alla base della proposta del Vice Sindaco della Capitale è quello di conciliare le esigenze di far convivere le due Rome, quella antica, che la rende unica al mondo in quanto espressione dell’arte di almeno tre millenni, e la città moderna con le sue esigenze di mobilità. La soluzione individuata nei poteri speciali al Sindaco vuole eliminare in radice le difficoltà che vengono dalla tutela dei beni culturali da parte delle varie Soprintendenze che spesso hanno richiesto la modifica di precedenti progetti a causa del ritrovamento di reperti archeologici. La tesi, in sostanza, è quella che possiamo tradurre in poche parole “non possiamo rinunciare ad un’opera pubblica per qualche muro antico, la casa di Tizio o di Sempronio, la strada, ecc.”. Per comprendere di cosa parliamo dobbiamo partire dell’inizio. Roma è una città che rappresenta una straordinaria espressione dell’arte e della vita sociale di tre millenni che si presenta attraverso una stratificazione di insediamenti che seguono l’evoluzione della Città repubblicana, imperiale, medievale, rinascimentale. Per cui sotto una chiesa o un palazzo del 1200 troviamo la villa romana, l’insula, il muro di un edificio pubblico, la strada. Molte di questi reperti non possono essere evidenziati, perché costituiscono le fondamenta dell’insediamento che li sovrasta, perché sarebbe costoso ridefinirne l’assetto originario con predisposizione di accessi per visitarlo. In altri casi sono stati fatti lavori egregi, che hanno messo in evidenza il vecchio impianto murario, valorizzandolo a fini scientifici ed espositivi, diventando tappe del percorso di visitatori italiani e stranieri. C’è, poi, un’altra pagina della tutela dei beni culturali, che è quella nella quale il Vice Sindaco si è coraggiosamente incamminato, incurante del fatto che qualcuno potrebbe accusarlo di essersi fatto, indirettamente e, senza dubbio involontariamente portavoce delle istanze dei costruttori, romani e non, di parcheggi e metropolitane, di quelli cioè che, se in uno scavo trovano un’anfora romana, si sentono jellati, perché temono l’intervento dell’autorità dei beni culturali che può anche fermare il cantiere. Per cui c’è da credere che in qualche caso si sia andati avanti facendo finta di niente. Qui dobbiamo intenderci bene. Roma, la sua storia stanno in quei reperti archeologici che, a volta, basta scavare un metro per trovare in abbondanza. In quei reperti sta anche l’attrattiva della Città, il suo “valore” turistico, che dovrebbe essere la prima preoccupazione della Giunta Capitolina, quale possibile risorsa in termini finanziari. Come far conciliare l’esigenza di tutelare i beni culturali della Capitale con la necessità per la Roma moderna di avere parcheggi e metropolitane? Perché questa è la prospettiva nella quale si pone il Vice Sindaco, il quale avrà considerato, oltre al pericolo di sembrare amico dei costruttori anche quello di essere considerato un novello Attila agli occhi dell’Unesco e del mondo intero. E’ certamente possibile conciliare le esigenze delle due Rome, che poi sono una cosa sola. Lo consentono le scelte di fondo sulla localizzazione degli interventi che tengano conto della presenza di reperti archeologici e di che tipo di reperti, considerato che alcuni possono essere valorizzati, inseriti nell’ambiente moderno, che arricchiscono, altri rimossi e trasferiti altrove. Lo consentono le tecniche moderne di costruzione delle infrastrutture interrate che possono superare le aree nelle quali insistono strutture archeologiche andando a costruire in profondità laddove non vi è possibilità di trovarne. I tecnici dicono che i costi eventualmente maggiori vengono compensati dai tempi di realizzazione dell’opera certamente più ridotti. Il fatto è che occorrono tecnologie e professionalità che spesso i nostri costruttori non possiedono per cui correrebbero il rischio di vedersi superati in un’eventuale gara da imprese europee con tecnologia più avanzata. Diciamo la verità molti degli imprenditori nostrani sono quelli che curano la manutenzione delle strade di Roma (!) o hanno costruito le case popolari, fatiscenti nel giro di pochi anni. Gente che in Europa non è in condizione di conquistare l’ultimo degli appalti. Roma è una città che si sviluppa su alcuni colli, sette e più, che possono consentire di entrarvi per costruire gallerie e parcheggi, senza toccare aree archeologiche, magari solo con qualche attenzione per gli ingressi, che spesso offrono alternative. Penso alla collina di Monte Mario dalla parte di Piazzale Clodio, dove potrebbe essere costruito un immenso parcheggio per le esigenze del Tribunale, là dove oggi è il caos, il parcheggio selvaggio alla mercé dei posteggiatori abusivi. Con un po’ di buon senso, dunque, le giuste preoccupazioni del Senatore Cutrufo potrebbero essere superate e risparmiargli il non piacevole rischio di sembrare un novello Attila. E ciò che è peggio di sembrare l’apripista degli interessi dei costruttori, romani e non, interessi legittimi purché conformi alle esigenze della comunità. Né vorrà sembrare emulo del barone Haussmann, Prefetto di Parigi, che nell’800 creò i grandi boulevards demolendo senza pietà la Città medievale. Che, comunque, mi si perdoni l’orgoglio romano non aveva niente a che fare con l’Urbe, onde Cristo è romano, per dirla ancora una volta con padre Dante. Immagino che anche Marco Aurelio sarebbe d’accordo.
24 agosto 2008

La separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri
Un rimedio peggiore del “male”

di Salvatore Sfrecola

Prime schermaglie in vista della “rivoluzione di autunno” su federalismo fiscale e giustizia. In un’intervista a “Tempi”, il settimanale de Il Giornale, che andrà in edicola il 28 agosto, il Presidente del Consiglio annuncia l’iniziativa di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, più esattamente, nel linguaggio di Berlusconi, si tratta della “separazione dell’ordine degli avvocati dell’accusa dall’ordine dei magistrati, indirizzo dell’azione penale superando l’attuale ipocrisia della finta obbligatorietà, criteri meritocratici nella valutazione del lavoro dei magistrati”. La replica dell’Associazione Nazionale Magistrati, con toni particolarmente duri, parla di “modello autoritario”, ricordando che il criterio delineato era vigente nel regime precedente la Costituzione repubblicana. Un commento di Luciano Violante sembra prendere le distanze dalla posizione della magistratura associata. Ecco i termini del dibattito sul quale “UnSognoItaliano” si è espresso più volte, anche il 5 luglio scorso a commento di una frase del Professore Giovanni Sartori che, nel corso di una trasmissione televisiva condotta da Fabrizio Frizzi, ad una domanda di Bruno Vespa che chiedeva cosa ne pensasse della giustizia in Italia, si è diffuso sull'”anomalia italiana” dicendosi favorevole alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri”. Commentavo: “Lui che evidentemente è un esperto di giustizia e non ha avuto nulla a ridire su quella che a me sembra un’anomalia vera, l’elezione, negli Stati Uniti, di giudici e Procuratori distrettuali, con tutte le conseguenze negative di chi deve amministrare la giustizia dovendo rispondere a chi lo ha eletto e spera che lo rielegga”. Indagini “politiche” dunque. E’ triste, veramente triste che di un problema, come quello dell’esercizio dell’azione punitiva dello Stato, fondamentale per la pacifica convivenza dei cittadini, si senta parlare e straparlare senza nessuna cognizione dell’ordinamento e valutazione delle conseguenze che ne derivano o ne deriverebbero dalla riforma proposta, nella quale, una volta tanto, Sartori si trova d’accordo con il Presidente del Consiglio. Vediamo un po’ di riordinare le idee. Non è la prima volta che Berlusconi parla di “avvocati dell’accusa”, intendendo riferirsi ai pubblici ministeri e già questo dimostra che non ha piena conoscenza della materia. Il Pubblico Ministero nel nostro ordinamento non è il Procuratore distrettuale della fortunata serie televisiva di Perry Meson nei quali l’“avvocato dell’accusa”, accuratamente scelto nelle sembianze di un attore arcigno inevitabilmente destinato a soccombere, rappresenta lo Stato di New York contro Mister Smith. In sostanza è una sorta di Avvocato dello Stato, tanto che Luigi Mazzella all’atto dell’insediamento quale Avvocato Generale dello Stato lanciava la proposta di assumere le funzioni di P.M.. In una nota di qualche tempo fa su Amministrazione e contabilità dello Stato e degli Enti Pubblici (www.contabilita-pubblica.it) ricordavo che, quella di indagini “politiche”, è l’accusa, mossa al Procuratore della Contea di Travis, Ronnie Earle, da Tom DeLay, il potente capogruppo repubblicano alla Camera di Washington, dimessosi dopo essere stato incriminato da un Gran giurì del Texas per violazione della legge sui finanziamenti elettorali. DeLay era finito nell’inchiesta del Procuratore Earle (un democratico) per il “possibile uso illegale di fondi elettorali” e per aver accettato – nelle elezioni di medio termine del 2002 – finanziamenti politici da alcune corporation, violando la legge elettorale del Texas secondo cui le donazioni delle aziende non possono essere usati per “promuovere la vittoria o la sconfitta di candidati”, ma solo essere usati per fini amministrativi. DeLay si è dimesso dalla Camera ed ha accusato il procuratore Erle di averlo incriminato per motivi politici, dicendosi vittima della “vendetta di un democratico partigiano”.
Commentavo: “Paese che vai, Procuratore che trovi!”
Mi chiedevo allora se il Cavaliere preferisca la giustizia made in USA. Per concludere che, a mio giudizio, è preferibile il sistema “all’italiana”, ovviamente opportunamente, e profondamente, riveduto e corretto, tornando ad alcune caratteristiche del nostro processo, prima che la “riforma Vassalli” trasformasse il Pubblico Ministero in un superpoliziotto, mestiere che non sa fare e che non deve fare. In Italia il P.M. non rappresenta lo Stato o il Ministero della giustizia ma la legge, cioè esercita la sua azione indipendentemente dall’interesse dello Stato-amministrazione. Non era così nel regime precedente la Costituzione, per cui la frecciata polemica del Segretario generale dell’Associazione magistrati sul “modello autoritario”. Nel sistema dello Statuto Albertino e della legge sull’ordinamento giudiziario (r.d. 6 dicembre 1865, n. 2626), ispirata al sistema napoleonico, il Pubblico Ministero era il “rappresentante del potere esecutivo presso l’autorità giudiziaria” e, pertanto, “posto sotto la direzione del Ministro della giustizia” (art. 129). Privi della garanzia dell’inamovibilità, propria dei giudici, i “funzionari” del P.M. seguivano una carriera distinta da quella della magistratura giudicante. Pieno potere disciplinare (capo V, sez. II, artt. 242-245) veniva attribuito sul P.M. al Ministro della Giustizia. Tale situazione veniva riconfermata dal r.d. 14 dicembre 1921, n. 1978 sull’ordinamento giudiziario.
Quindi non è una riforma “fascista”, come ha fatto intendere taluno, ma un ordinamento che il Fascismo ha trovato e mantenuto. Il P.M. agli ordini dell’esecutivo.
È queste la riforma che voleva Giovanni Falcone, come ha fatto intendere Berlusconi e come ha affermato Ayala in una intervista di oggi sul Corriere della Sera? La sorella del giudice assassinato dalla Mafia ha smentito, ma non è importante. È stupefacente questo chiamare in causa Falcone estrapolando pezzi di frasi. Comunque, se lo ha detto sbagliava. Oggi si può “parlare male” anche di Garibaldi, figurarsi se non possiamo contraddire Falcone! La separazione delle carriere, dunque, è la premessa necessaria per sottoporre il Pubblico ministero all’autorità politica, cioè al Ministro della giustizia, cioè al Governo. Il potere politico ha i suoi obiettivi e li persegue guardando lontano. A tale proposito è sintomatico il riferimento alla Bicamerale, un accordo bipartisan, fortunatamente fallito all’ultimo minuto. Figurarsi che per il controllo della Corte dei conti era stata omessa la verifica della legalità! Non accade da nessuna parte al mondo. Quando ne ho parlato con un funzionario della Contraloria General del Venezuela, che fa solo controllo di gestione, e gli ho chiesto se prendessero in esame anche il profilo della legalità mi fu risposto “primero la legalidad”! C’è, dunque, da preoccuparsi, e molto, non per le persone ma per il disconoscimento del ruolo del magistrato che esercita l’azione penale. Pardon, non sarà più un magistrato. Infatti, Berlusconi parla di “ordine degli avvocati” e di “ordine dei magistrati”. A parte il fatto che questa riforma prevede la modifica della Costituzione che, invece, proprio come reazione con il precedente regime, chiama tutti magistrati pur distinguendone le funzioni, quello che vuole fare Berlusconi costituisce una grave lesione dell’esercizio del potere punitivo dello Stato. Infatti il Presidente del Consiglio si propone anche di dettare l’“indirizzo dell’azione penale superando l’attuale ipocrisia della finta obbligatorietà”. Cosa vuol dire in parole povere? Oggi l’azione penale è obbligatoria, nel senso che il Procuratore della Repubblica, in presenza di una notizia di reato, deve intervenire. Domani seguirà l’“indirizzo” dell’autorità politica. È una bella differenza, ma non buona. L’azione penale obbligatoria è una garanzia di uguaglianza per i cittadini. Ma, si dice, è obbligatoria per modo di dire perché, alla fine, tra tanto lavoro, il Procuratore sceglie. Questo, però, è un dato di fatto che non è la regola. Ed alla regola, al suo rispetto il P.M. può essere richiamato perché gli può essere chiesto conto del perché abbia trascurato di agire in questo o in quel caso. Naturalmente questa verifica sarà possibile anche se Berlusconi ci riportasse a prima della Costituzione, ma avverrebbe nell’ambito delle direttive politiche del Ministro della giustizia sull’“indirizzo” che questi o il Parlamento avessero dato all’esercizio della funzione punitiva dello Stato. La differenza non è di poco conto rispetto ad oggi. In sostanza il potere amministrativo si sovrapporrebbe alle scelte di politica criminale che sono consegnate nel codici, i quali stabiliscono quali sono i comportamenti che destano “allarme sociale”, come si suol dire, e che pertanto vanno repressi. E se l’“indirizzo” fosse rimesso ad un atto non legislativo del Parlamento avremmo delle scelte parlamentari che contraddicono quelle che, nella sede della predisposizione dei codici, le Camere hanno stabilito. Quali sarebbero le probabili scelte? Abbiamo già avuto un’anticipazione nelle note dichiarazioni del Presidente del Consiglio di fronte alla platea dei giovani industriali, qualche mese fa, a proposito dei limiti che intenderebbe porre alle intercettazioni. Mafia e terrorismo. Niente corruzione e concussione, ad esempio, per cui l’applauso scrosciante dell’imprenditoria nell’ambito della quale allignano corruttori e albergano concussi. E la criminalità che interessa i cittadini? Non di certo! Essi si interessano anche della giustizia civile, della quale il premier non parla mai. I processi civili, infatti, sono quelli che interessano cittadini ed imprese ed incidono sulla qualità della vita di relazione e sulle attività produttive e commerciali, sono troppo lunghi. E’ una situazione che tiene lontani anche gli imprenditori stranieri, abituati, nei paesi d’origine, a tempi certi. Tornando al processo penale, il “Codice Vassalli” ha trasformato il P.M. in un superpoliziotto, mentre il saggio vecchio codice Rocco affidava le indagini alla polizia giudiziaria, le cui risultanze istruttorie il Pubblico Ministero esaminava con la serenità ed il distacco del magistrato. E poi c’era il Giudice Istruttore. Stanno qui i problemi da risolvere. Ritenere di risolvere questi problemi di sovraesposizione dei Pubblici Ministeri facendone una casta potentissima, distinta dai giudici, è pura follia. A meno che non si voglia mirare all’asservimento del P.M. al potere politico, che è da sempre il desiderio di certi politici dalla vista corta. Che pensano ad una possibile imputazione a loro carico, mentre la gran parte dei cittadini non chiede privilegi ma solo giustizia.
22 agosto 2008

A proposito del tabaccaio che ha sparato al ladro
Lasciate lavorare i giudici

di Salvatore Sfrecola

All’indomani della tragica sparatoria di Aprilia, la cittadina alle porte di Roma dove un tabaccaio esasperato da ripetuti furti ha sparato al ladro, uccidendolo, la politica prende posizione, criticando nella maggior parte dei casi l’imputazione di “omicidio volontario” con la quale il tabaccaio è stato iscritto nel registro degli indagati.
Al di là del fatto tecnico, che suggerisce agli investigatori l’identificazione della fattispecie delittuosa più grave tra quelle ipotizzabili per poter spaziare nelle indagini, comprensibilissima nella ricerca della verità, disturba non poco il tentativo dei politici, a destra ed a Sinistra, di ingraziarsi la categoria a rischio rapine e un po’ tutti i cittadini che temono le aggressioni della criminalità comune, quella che la stampa qualifica “microcriminalità”, la più temuta dalla gente.
Lasciamo stare una volta tanto i giudici definire, in tempi rapidi, questo è essenziale, l’imputazione o le ragioni della richiesta di archiviazione e non facciamo i processi sui giornali o nelle aule parlamentari.
Ai giornali, che colgono le esigenze dell’opinione pubblica, che hanno tuttavia il compito di filtrare attraverso una corretta lettura delle leggi, ed ai politici che devono definire legislativamente quel che desta “allarme sociale”, identificando la corretta misura punitiva dello Stato, spetta valutare con obiettività, senza incorrere in pericolosi eccessi di demagogia, se la fattispecie criminosa prevista dal codice si presta ad interpretare correttamente l’esigenza sociale alla sicurezza ed alla giustizia. Se si accorgono che la giurisprudenza devia da quella che essi (i politici) ritengono debba esser la interpretazione corretta hanno lo strumento della norma che interpreta o integra la fattispecie.
Questo deve essere il corretto rapporto tra magistratura e politica. Evitiamo pericolose botte di demagogia che tendono a scaricare soprattutto sulla magistratura le inefficienze del sistema legislativo, cioè la sua incapacità, che è della classe politica tutta, di limare le norme che eventualmente esigessero un intervento correttivo. Come sempre in attesa di una “grande riforma” che, per essere effettivamente tale, è difficile definire.
22 agosto 2008

Qualche suggerimento al Ministro Brunetta
La strada difficile, ma necessaria,
della premiazione del merito

di Salvatore Sfrecola

Fa bene il Ministro Brunetta a puntare sul riconoscimento del merito e ad annunciare, anche per offrire la classica carota dopo aver usato il bastone, che ci sono un bel po’ di milioni per premiare i migliori ed i più solerti tra i lavoratori pubblici. Fa bene ma forse trascura alcuni problemi, quelli che fin qui hanno impedito che il merito fosse riconosciuto e premiato. Il Professore Brunetta è un economista e sa che, anche in economia, i precedenti storici sono preziosi per decidere, come dimostra l’esperienza governativa di Luigi Einaudi. Mi raccontava, infatti, da ragazzo quello che era stato il suo capo di Gabinetto, Ferdinando Carbone, che, quando in Consiglio dei ministri alcuni proponevano ricette fantasiose per uscire dalla crisi economia del dopoguerra, inevitabilmente Einaudi trovava il precedente del quale spiegava anche il fallimento. Per riportare, poi, la discussione sulla strada giusta. Premesso, dunque, come ho scritto più volte, che “Senza merito non si va da nessuna parte” (www.contabilita-pubblica.it), precisando, per non sembrare presuntuoso, che l’evocazione di questa regola è una sorta di “scoperta dell’acqua calda”, come dire una cosa scontata, già nota, il Ministro Brunetta deve aver presenti alcune difficoltà che hanno impedito in passato che il merito fosse effettivamente premiato. È scritto in tutti i contratti collettivi di lavoro. C’è sempre una voce retributiva che premia il merito e che viene attribuita ad un’aliquota del personale. Già questa scelta è illogica. Perché premiare il 20 o il 30 per cento dei dipendenti. Che senso ha rispetto ad una scelta destinata a riconoscere capacità professionali ed attitudini alla produttività stabilire che una determinata aliquota va premiata. Se fossero di meno i “capaci e meritevoli”, per usare un’espressione che la Costituzione (art. 34, comma 3) utilizza per individuare coloro che “hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”? Che potrebbe essere la formula giusta per portare alle qualifiche più elevate di ogni carriera chi merita. Cominciamo a ragionare per capire bene di cosa stiamo parlando, al di là delle spinte sindacali alle quali si devono tante delle deficienze funzionali della pubblica amministrazione. “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”, si legge nell’art. 97, comma 3, della Costituzione. Questi ultimi erano rari un tempo. Poi sono stati inquadrati senza concorso lavoratori temporanei. Sono state “riconosciute” mansioni superiori, nella maggior parte dei casi mai svolte, ma attestate per dabbenaggine di direttori di uffici i quali temevano le ritorsioni dei sindacati o sentivano il disagio di negare ad un proprio dipendente quello che il collega dell’ufficio accanto aveva riconosciuto nella medesima situazione. Poi sono venuti i “percorsi formativi”, con passaggio all’area funzionale e retributiva superiore che hanno fatto slittare in avanti decine di migliaia di persone, le quali hanno raggiunto posizioni apicali nelle singole aree che mai avrebbero potuto raggiungere in mancanza dei requisiti di legge. Ad esempio il titolo di studio, questione ingigantita per effetto delle cosiddette “lauree brevi” che alcune amministrazioni hanno equiparato alle tradizionali. Per non dire che tutti questi slittamenti in avanti hanno comportato, per reperire le occorrenti risorse, il taglio dei posti alla base. Per cui la mia denuncia “I padri hanno tolto il lavoro ai figli” (“Un’occasione mancata”, Roma, Nuove Idee). In questo modo l’Amministrazione è andata verso lo sfacelo del quale oggi la classe politica, che l’ha generato, si lamenta. Non è facile. Comporterebbe una cura drastica, una distinzione tra l’Amministrazione ed i dipendenti di oggi e quella che si vuole con i dipendenti che vengono reclutati da oggi in poi. Non vedo chi possa avere il coraggio di intraprendere una tale strada, della quale, peraltro, il Paese avrebbe assolutamente bisogno. Torniamo, dunque, al tema del merito che la premessa con i riferimenti alla Costituzione serviva a chiarire. Chi vince un concorso si deve presumere che abbia un’adeguata preparazione professionale, cioè conosca, nella misura richiesta, le materie che sono alla base della prova concorsuale. Ci sarà, ovviamente, una graduazione, nel senso che, se i commissari i quali hanno esaminato i candidati sono stati capaci di fare bene il loro lavoro, si presume che il primo del concorso sia il più bravo. Naturalmente è una presunzione. In una prova concorsuale giocano tanti fattori. La preparazione, naturalmente, ma anche la capacità di esporre, l’uso della lingua, il modo di argomentare, infine la rispondenza del modo di scrivere e di parlare rispetto al modo di sentire dei commissari. Questo è un fattore imponderabile i cui effetti, ovviamente, vanno circoscritti da parte di esaminatori seri ed onesti, che non devono far prevalere personali propensioni rispetto ad una obiettiva valutazione dei candidati. Diciamo, dunque, che nell’Amministrazione entrano funzionari (mi riferisco a questa categoria per comodità di argomentazione) con una preparazione standard abbastanza omogenea. Poi essi impareranno ad operare lavorando con i colleghi più anziani. Capita in tutte le strutture, ma questo è specialmente evidente della P.A. laddove i precedenti amministrativi (decreti, direttive, ecc.), legislativi e giurisprudenziali (compresi gli orientamenti degli organi di controllo) delineano le prassi che guidano i nuovi funzionari. A questo punto soggetti che partono da un piano di sostanziale parità nella preparazione teorica cominciano a differenziarsi per attitudini, di studio od organizzative. C’è, infatti, chi ha particolari capacità nello studio e nell’approfondimento di normative e di interpretazioni dottrinali e giurisprudenziali, perché, ad esempio, ha una penna felice. Altri sono più capaci di dirigere un ufficio, di amministrare uomini, di valorizzare i propri collaboratori. Sono attitudini che, in teoria, dovrebbero possedere tutti i funzionari. Nella realtà, invece, vi sono tipicità individuali alle quali chi è al vertice deve saper offrire opportunità nell’interesse dell’Amministrazione. È quella che Francesco Alberoni chiama “L’arte del comando”, un’arte non facile, che in parte è dote innata, ma che si alimenta dall’esperienza e dallo studio dei rapporti umani. Fatte queste premesse è evidente che il merito, cioè la preparazione professionale e la capacità di operare, dovrebbe essere di tutti. Tutti i funzionari dovrebbero rivelare le stesse attitudini e la medesima assiduità nel lavoro. È evidente, tuttavia, che non è così nella realtà. Come premiare, dunque? Dev’essere una scelta responsabile del vertice che sappia cogliere quel quid pluris che effettivamente distingue e che sia percepito da tutti, anche da coloro che non avranno nessun riconoscimento. Infatti l’ingiustizia di un capo è negazione dello stesso ruolo di comando. C’è, poi, un’altra variabile che era messa in evidenza al tempo in cui esistevano i “rapporti informativi”, dai quali si desumevano le capacità dei singoli. Che avevano due inconvenienti. Il rapporto del funzionario con il dirigente poteva indurre questo a privilegiare simpatia e stima personale, magari mediante attribuzione di una determinata funzione nell’ambito dell’ufficio, con la conseguenza che un altro ugualmente bravo, ma addetto ad un ufficio che non potesse articolarsi come l’altro che consentiva determinate posizioni organizzative, ne sarebbe rimasto svantaggiato. Questo vuol dire che in una certa misura la carriera ed il riconoscimento del merito dipendono dalla sorte, dall’ufficio nel quale sei assegnato e da chi lo dirige. Per esempio perché, tornando al rapporto informativo, il dirigente ha una maggiore capacità di esprimere il suo apprezzamento con aggettivi e frasi che meglio evidenziano l’attitudine del valutato. In ogni caso questo sistema metteva nelle mani del direttore dell’ufficio sia la carriera che il riconoscimento del merito. Con la conseguenza di farne un arbitro incontrollato, le cui decisioni era difficile contestare, non solo all’interno, ma anche in sede giurisdizionale, strade che l’interessato avrebbe difficilmente intrapreso pena l’alterazione, probabilmente definitiva, dei rapporti. Cosa fare, dunque? La strada dei premi generalizzati, sia pure in forma percentuale, non appare perseguibile. È una presa in giro, un semplice aumento di stipendio nella realtà immotivato. Senza dire che ha le stesse caratteristiche penalizzanti del precedente sistema perché in ogni caso l’aliquota dei beneficiari comporta una scelta, magari perché corrisponde ad un’assegnazione di funzioni organizzative che è nella discrezionalità del dirigente attribuire. Le strade alternative non sono molte. Una prima è quella di dare premi solo “morali”, che magari influiscano sulla carriera, consentendo una migliore collocazione funzionale che riconosca in sostanza quell’impegno professionale che dovrebbe essere di tutti ma che in realtà distingue le persone. Anche questo non è facile, ma avrebbe il vantaggio di premiare solo chi s’impegna effettivamente senza ricercare un’immediata retribuzione. La quale, in una diversa ipotesi, dovrebbe essere collegata ad un effettivo, maggiore impegno che renda non appetibile, a chi vuole rimanere nella media, l’ulteriore responsabilità. In sostanza si tratta di attuare una tecnica retributiva che distingua la remunerazione dall’effettiva assunzione di responsabilità organizzative, riconducendo rigidamente le posizioni funzionali alle qualifiche. Così non avremo più un tenente dei vigili urbani, posizione organizzativa che dovrebbe individuare la responsabilità di una determinata struttura e non una posizione economica, che ad un crocevia dirige il traffico col fischietto. In sostanza, quel che si vuole dire è che si deve individuare un meccanismo che premi il merito individuale, e non di un aliquota (il tot per cento del ruolo o della qualifica), sulla base di una valutazione di chi ha responsabilità organizzative, con tutte le possibili garanzie di obiettività (ad esempio prevedendo la conferma della proposta da parte di un organo collegiale), facendo in modo che il vantaggio abbia anche un contenuto di soddisfazione morale che scoraggi quanti mirano esclusivamente ad un aumento economico. Nel senso che il quid pluris sia prevalentemente di carattere morale. È obiettivamente difficile. Per cui vedo scarse possibilità di successo alle mie proposte ma, complici i sindacati, una strada che ripercorra quelle già inutilmente sperimentate con definizione di una aliquota di “meritevoli” determinata a priori, che è proprio la negazione del riconoscimento del merito. Ricordandole Ministro Brunetta, che le cose facili le sanno fare tutti, mentre è là dove è arduo decidere che si vedrà “la sua nobilitate”, per dirla con Padre Dante.
21 agosto 2008

Dovremo attendere le piogge d’autunno?
Roma sempre più sudicia

di Marco Aurelio

Caro Sindaco Alemanno, ti avevo già intrattenuto sulla sporcizia delle strade della Capitale. Mi permetto di tornare sull’argomento. Me lo devi consentire come tuo predecessore alla guida di Roma, anche se ai miei tempi avevo più poteri dei tuoi. E, soprattutto, come un civis romanus assolutamente non interessato alla politica. Non guardo il colore della tua giubba, come non guardavo quella di Veltroni. Per me il Sindaco è al servizio della comunità amministrata della quale deve percepire le istanze autentiche, quelle che, secondo l’esperienza, appartengono ad un diffuso sentire della gente. E quello della pulizia è un sentire diffuso, un’esigenza della gente che non vuole portare a casa, sotto le suole delle scarpe, miliardi di germi di tutti i tipi per depositarli su moquette e tappeti, dove magari giocano figli e nipotini. Stamattina sono sceso da cavallo ed ho fatto un giretto tra le strade del centro “storico”, spingendomi fin verso Prati. Ovunque un fetore nauseabondo, di latrina. Scusami, ma è necessario essere sinceri. Ti avevo sollecitato una pulizia straordinaria, un gesto che avrebbe caratterizzato l’inizio di una gestione, un po’ anche simbolico, visto che hai voluto polemicamente rimarcare le tue distanze dalla gestione finanziaria del tuo predecessore. Invece niente, a volte s’incontrano i netturbini, pardon gli operatori ecologici, che certamente fanno il loro dovere. L’esigenza è un’altra. Una grande pulizia della città con gli idranti, come fanno all’estero, per rimuovere la “zella”, così la chiamiamo a Roma, di mesi senza pioggia. O dovremo attendere gli acquazzoni d’autunno, con le strade allagate per i tombini intasati dalla foglie secche e dalla sporcizia che i nostri concittadini continuano a gettare per terra, cartacce, scatole di sigarette e quant’altro la cattiva educazione produce di monnezza. Vedi, io non credo che svizzeri e tedeschi siano in natura più educati degli italiani. Il fatto è che “sono stati educati” a furia di multe, salatissime. Cominciamo a multare chi sporca, chi all’uscita dalla tabaccheria getta in terra la scatola dalla quale ha prelevato l’ultima sigaretta, i padroni dei cani che non raccolgono, come avviene in tutti i paesi civili, le cacche dei loro animali. Il tuo predecessore diede ampio risalto all’ordinanza che stabiliva la multa per i padroni dei cani che sporcano. Vorrei sapere quante ne sono state fatte. Credo zero. Basterebbe qualche esempio per educare i nostri concittadini. E ricorda, caro Sindaco, che la Giunta Vitali, a Bologna, come scrissero i giornali cadde sulle cacche dei cani, cioè sul sudicio della città. Ma per percepire la cosa segui il mio suggerimento di qualche tempo fa. Imita quel grande imperatore che è stato Federico II di Svevia, camuffati da cittadino qualunque e fa un giretto per la città, così capirai quali sono le vere esigenze dei cittadini, che i tuoi collaboratori non ti diranno mai, per non sembrare noiosi e critici. Ma io sono un Imperatore e, romanamente, dico quel che penso. Stavo per dire “me ne frego”. Ma è meglio evitare equivoci su impropri usi dell’espressione alla quale i quiriti ricorrono, almeno dai miei tempi.
20 agosto 2008

Potrebbe essere la prima industria del Paese
Italia sempre più indietro nelle classifiche del turismo

di Salvatore Sfrecola

Spagna batte Italia 5-0, intitolava LiberoMercato alla vigilia di Ferragosto. Ma non il risultato di un incontro di calcio, ma un primo bilancio dell’andamento del turismo nei due Paesi e dell’impegno che le loro istituzioni mettono nella promozione della immagine e del di questa industria che tradizionalmente ha un rilievo notevole nella due economie. La Spagna investe 138 milioni di euro l’ENIT, il nostro ente per il turismo, 20. Il rapporto è presto fatto. Ma non è tutta qui nelle cifre di un impegno promozionale la differenza che ha portato l’Italia indietro nella classifica mondiale dei paesi che dal turismo traggono quote importanti del prodotto interno lordo. Eravamo i primi, per anni, oggi siamo al 38 posto, secondo alcune statistiche. Com’è possibile che sia accaduto, che la più grande industria del Paese sia degradata tanto e progressivamente? Nonostante essa costituisca un indotto significativo per il made in Italy più tipico, dall’artigianato all’abbigliamento, senza contare la sollecitazione che giunge dai visitatori, una volta tornati a casa, per le produzioni esportate, ad esempio quelle del settore alimentare, dal vino alle paste, ai formaggi. Di più, il calo del turismo si verifica nonostante il nostro si caratterizzi soprattutto per l’attrattiva delle nostre città d’arte e in genere per un territorio che è un immenso museo all’aperto in un ambiente naturalistico eccezionalmente bello. I motivi del degrado del turismo sono gli stessi per i quali gli italiani, per primi, disertano le nostre città e le nostre località marine e montane. In primo luogo prezzi e servizi, nella stragrande maggioranza dei casi fuori mercato. Prezzi alti e servizi scadenti. Prezzi più alti rispetto ai nostri concorrenti, i paesi dell’area mediterranea soprattutto i quali offrono servizi di migliore qualità. LiberoMercato segnala che il costo medio di una stanza d’albergo in Italia, 141,9 euro (contro i 126,3 della media dell’Unione Europea), è il terzo tra i più alti. Davanti ci sono Regno Unito e Svizzera.
Mancano infrastrutture turistiche adeguate alle esigenze più moderne, stradali, portuali, alberghiere, di ristorazione. Per non dire dei musei, che non hanno di eguali al mondo, tradizionalmente a rischio chiusura nei periodi di maggior flusso turistico a causa di vertenze sindacali inventate di sana pianta per consentire le vacanze dei custodi. I quali sono coloro che decidono di fatto gli orari di apertura dei musei, i quali dovrebbero essere aperti anche nelle ore serali, per consentire ai tour operators di pianificare le visite ai monumenti con ampia possibilità alternative.
Il fatto è che per molti anni, per troppi anni l’Italia è stata meta turistica privilegiata. Senza bisogno di fare eccessiva promozione, attratti dalla fama della nostra arte, civile e religiosa (un dato che spesso è trascurato è il turismo religioso), dagli spettacoli artistici, le stagioni del Teatro dell’Opera di Roma a Caracolla o all’Arena di Verona, per fare solo gli esempi più noti, si sono riversati in Italia milioni di turisti. Poi sono entrati nel mercato del turismo altri paesi, la Spagna, innanzitutto, con tariffe appetibili, i paesi rivieraschi dell’Africa, la Grecia. Da ultimi le coste della Dalmazia offrono agli amanti del mare ottime condizioni in ambienti naturalistici particolarmente belli. Altri sono pronti ad affacciarsi sul mercato del turismo. Penso all’Albania, anch’essa con una natura ricca di attrattive. L’Italia sta al palo. Nonostante abbia qualche marcia in più. Innanzitutto le bellezze artistiche di cui ho detto, l’unica cosa che cinesi, coreani e indiani non potranno taroccare, e che costituiscono la prima ragione del turismo. Occorre capirlo. E l’artigianato, la moda, la cucina. Un mix irripetibile che andrebbe valorizzato invogliando il turismo. Naturalmente non è questione che possono risolvere singoli operatori economici migliorando l’offerta. È necessario che vi sia una strategia d’insieme, che il modello di sviluppo italiano, quello al quale Governo e Parlamento affidano le speranze della crescita, che è stato argomento centrale nel programma presentato dal Presidente del Consiglio dei ministri alle Camere, contenga iniziative adeguate, bilanciate da interventi delle regioni sotto l’impulso del governo centrale, come si fa ovunque il federalismo è non è grezza espressione localistica, ma valorizzazione della tipicità in un contesto nazionale. Più infrastrutture turistiche, strade, porti, alberghi adeguati alle esigenze di un Paese che finalmente riconosca che il settore è trainante dell’economia, che non riguarda solo alcune stagioni o alcune regioni. L’unità d’Italia si può fare anche con il turismo, coinvolgendo le regioni e le associazioni degli operatori interessati, non solo quindi gli albergatori. Quanti posti di lavoro si traggono da una rinnovata offerta turistica? È possibile che a questo problema non sia riservata la dovuta importanza? Il turismo italiano, se potenziato con una adeguata promozione all’estero, non teme concorrenza. È in condizione di dare al Paese un apporto significativo modificando il trend negativo dell’economia mondiale che si basa su altri fattori, produttivi e finanziari. Ma occorre un grande impegno in termini di risorse ed una capacità propositiva e di controllo. Ad esempio facendo chiudere quegli esercizi che truffano i turisti. Servono esempi, perché ancora troppo spesso il turista, italiano o straniero, è visto come un pollo da spennare, dal tassista al ristoratore. Prezzi alti, servizi scadenti. Un Paese serio controlla queste situazioni ed interviene in modo significativo offrendo al turista la garanzia di essere trattato come si attende. Perché, quello che non comprendono molti nostri “operatori” è che il turista soddisfatto non solo torna ancora ma è il primo promotore del nostro turismo. È una realtà che percepiamo tutti. Quando andiamo in un ristorante e siamo soddisfati dei cibi che ci vengono proposti ne parliamo bene con gli amici e torniamo volentieri, anche se il prezzo non è economico. Ma se ci troviamo male, anche se paghiamo poco, non torniamo e sconsigliamo il locale agli amici.
17 agosto 2008

Conversazioni sotto l’ombrellone
Alla ricerca di una ricetta per la crescita: Vetrine Italiane all’Estero per rilanciare l’Italian Life Style

di Oeconomicus

Vi dico di una conversazione sotto l’ombrellone sui temi più diversi dell’economia, in questa fase difficile dell’Italia e dell’intero Occidente, con un vecchio amico, Armando Zippo, da sempre nel settore dell’informazione economica, che da qualche tempo opera a Gibilterra, dove ha costituito una società di consulenza. Mi ricorda un articolo del Corriere della Sera del 13 gennaio 2005, a pagina 5, con una dichiarazione del catalano Josep Jarque Bernet: “Il problema dell’Italia è che ha smesso di cercare clienti”. C’è molto di vero in questa affermazione. E allora Zippo, partendo da alcune riflessioni sulla crisi della produzione italiana nel più ampio contesto mondiale mi parla di un progetto che ha messo a punto ed ha chiamato Vetrine Italiane all’Estero, V.I.E.. L’idea è quella di attivare Centri Multifunzionali di Promozione, Commercio e Consulenza, per rispondere alle “3 F” (food, fashion, furniture) della “Italian Life Style” (saper vivere bene e felici) nelle principali città estere ed aree di interesse commerciale e turistico. Con ambienti specifici per: ristorazione e degustazione veloce; centro vendita prodotti enogastronomici tradizionali di qualità; atelier dimostrativo delle cucine regionali per stimolare l’attenzione ai nostri prodotti tipici; promozione e vendita arredi per la cucina, per la tavola, per la decorazione degli interni; consulenza per business e investimenti mobiliari ed immobiliari – investor scouting; promozione e vendita pacchetti turistici e termali; esposizione e vendita arti figurative e libri di edizioni pregiate; esposizione di meccanica di elevata qualità, dalle moto alle auto, d’epoca e nuovi modelli. In sostanza una “vetrina” del meglio della nostra produzione, una sorta di mostra di quanto produciamo, da esporre con uno schema non rigido, che ha la possibilità di svilupparsi modularmente ed in armonia con le opportunità offerte dai singoli mercati, impegnando anche in stage gli studenti italiani provenienti dalle Scuole alberghiere, del commercio e del turismo, così avviati ad un’esperienza concreta. Buon conoscitore della realtà francese, Zippo pensa a quel mercato, a città come Lione, Nizza, Strasburgo, meno impegnative di Parigi, e alla Spagna, quella della Costa del Sol e del Golf. Di primaria e strategica rilevanza gli Aeroporti e sopratutto i Porti Nautici del Mediterraneo veri poli di tendenza. Che ne penseranno, si chiede Zippo, i Ministeri dello Sviluppo Economico, che si occupa di commercio estero, l’I.C.E., Sviluppo Italia, la SACE, SIMEST, SPRINT, l’Union Camere? Diranno probabilmente che queste cose in parte già le fanno loro, ma nella crisi attuale, anche per aiutare l’offerta turistica che langue, come dimostrano i più recenti dati della Banca d’Italia, forse c’è spazio per un’idea che ha diversi profili di novità. Innanzitutto dal punto di vista strutturale, perché intende impegnare, accanto a soci fondatori italiani, investitori stranieri che abbiano la vocazione di consolidarsi in un “Fondo Privato d’Investimento” da poter far quotare. Chi volesse saperne di più può scrivere direttamente all’autore della proposta, Armando Zippo Consultant, tel: +34-636.514.416 a.zippo@usa.net FAX: +350.76253 – P.O. box 557 – GB Gibraltar.
Chiudo l’ombrellone e torno a studiare.
16 agosto 2008

La Commissione per Roma, tormentone di un’estate
di Marco Aurelio

La Commissione Amato, quella che il Sindaco Alemanno ha voluto per studiare i problemi di Roma Capitale, fa discutere e infiamma gli animi in questo scorcio di estate torrida. Ne parlano tutti, divagando tra l’apprezzamento per un’iniziativa, subito battezzata bipartisan, e la critica ad alcuni dei suoi componenti, in particolare al Presidente Amato. C’è molto del provincialismo italiano, scarsamente avvezzo alle regole della democrazia e del confronto intellettuale in molti di questi commenti. E così Linda Lanzillotta, che pure ha nella commissione il marito, quel Franco Bassanini che ha collaborato anche che Sarkozy nella Commissione Attali, prende le distanze dalla Commissione e da Amato chiedendosi come mai possa collaborare con una Destra che ha vinto le elezioni sul tema della sicurezza l’ex Ministro dell’interno che l’insicurezza ha messo su un piatto d’argento per far vincere il giovare, rampante esponente di AN. E Formica, ex Ministro delle finanze, sul Corriere della Sera di ieri, a pagina 13, ricorda Amato “quando con Bassanini faceva a gara per essere considerato consigliere del Principe Craxi”, per dire che il nostro “vuol ballare altri 5 anni”, considerato che, alla sua età, se sta troppo fuori delle scene, rischia l’oblio. Com’è successo al medesimo Formica, richiamato in servizio dal Corriere solo in virtù del suo passato craxismo. Divagazioni agostane di pensionati sotto l’ombrellone! Eppure Formica una cosa giusta l’ha detta. Lui intravede dietro la Commissione Amato il desiderio del Sindaco di esaltare il ruolo di Roma, in Italia e nel contesto mediterraneo. Dice esattamente che Alemanno “sembra rimpiangere una Roma Caput Mundi, imperiale, regina del mediterraneo…”. Pensate l’obbrobrio! Un Sindaco che vuole valorizzare il ruolo della sua città, che non è una qualunque città di provincia, ma l’erede di un impero che ha dato lustro alla civiltà, anzi che ha incarnato esso stesso la “Civiltà”, una civiltà che si rinnova di giorno in giorno dacché è sede del romano Pontefice, romano, si badi bene, “onde Cristo è romano”, per dirla con Padre Dante. Speriamo che Bossi non metta al bando pure Dante insieme all’Inno di Mameli! E allora, fa male Alemanno a pensare in grande? Fa male per i piccoli uomini, abituati a mortificarsi, non per esprimere virtù religiose, ma perché privi di fantasia e di voglia di fare per l’Amministrazione e la comunità amministrata. Lasciamoli in pensione questi personaggi minori di un’Italia minore. Non servono a nessuno. Non possono darci speranze per il futuro, magari illusioni che ci facciano intravedere prospettive per il genio italico, che non è solo quella delle furbizie dei lavoratori delle ferrovie che vanno al mare mentre uno di essi timbra il cartellino. Che il sindacato difende, senza pensare (perché disabituato a pensare alle cose che contano nella vita dei lavoratori) che quei “lavoratori” hanno “sputtanato” (pardon!) una categoria e l’Italia intera nelle cronache del mondo. Almeno la Commissione Amato darà al Sindaco qualche idea in più. Che Alemanno è invitato a valutare con attenzione, conoscendo l’attitudine del Presidente e di alcuni componenti al ragionamento astratto. Ma è sempre meglio avere qualche suggerimento in più per governare. E poi un effetto la Commissione già l’ha avuto. Quello di chiamare a discutere di Roma e delle sue prospettive ordinamentali e politiche alcune grosse personalità della politica e della cultura. Nella peggiore delle ipotesi il Campidoglio, che non spende un euro per i commissari (tranne, forse, qualche “rimborso spese”), guadagnerà per i diritti di autore di un rapporto che, in ogni caso, andrà a ruba nelle librerie. Tanta è la pubblicità che gli viene fatta fin da oggi, quando neppure una riga è stata scritta
15 agosto 2008

L’italiano stringe la cinghia
di Salvatore Sfrecola

L’Istat certifica di giorno in giorno l’aumento del costo della vita, drammatico per le famiglie italiane. + 4,1 e + 6,1, dicono le stime ufficiali, ma tutti sappiamo che l’inflazione “percepita”, come la calura segnalata dal Servizio meteorologico dell’Aeronautica, è maggiore. Significa ridimensionamento del tenore di vita. Meno acquisti per vestiario e alimentazione. A dieta forzata. Forse ne trarrà un vantaggio la salute, ma è certo che la dieta, che già rattrista perché limita una delle “gioie” della vita, va bene se è scelta individuale, meno se imposta, soprattutto se non incombono necessità di salute. Fuor di metafora, è proprio dall’andamento dei consumi alimentari che si ricavano preoccupanti indicazioni. Ieri, in una località vicino Roma, sul mare, dove molti trascorrono le vacanze, al locale supermercato, molto fornito, ho trovato un desolante deserto. Pochissimi a fare la spesa alla vigilia di Ferragosto. Non era mai successo negli anni scorsi. All’uscita, percorrendo le strade più note del paese ho visto molti cartelli “affittasi”, un segno di contrazione di quel mercato, considerato che o si affitta ad agosto o la stagione è saltata. Dati preoccupanti, che confermano le rilevazioni delle associazioni del commercio e dell’artigianato, che ne risentono anche per la contrazione dei flussi turistici, una ricchezza che continuiamo a non saper sfruttare. In molti, di quanti hanno governato in questi anni le realtà economiche del Paese, dovrebbero fare mea culpa. A cominciare dalle autorità pubbliche che hanno, da un lato, dato un cattivo esempio nell’aumento dei prezzi, dall’altro omesso di intervenire per cercare di adottare misure capaci di dissuadere gli operatori economici da incrementi ingiustificati. E qui potrebbe usarsi la leva fiscale, notoriamente lo strumento più flessibile in mano ai governi. Hanno iniziato lo Stato e gli enti pubblici con gli aumenti. Un esempio, il canone RAI superava di poco le 100 mila lire, oggi sfiora i cento euro, esattamente il doppio. Come le tariffe della sosta degli autoveicoli: a Roma si è passati da 1000 lire ad 1 euro. Anche qui il doppio. Non sono che due esempi di una valanga che tutti ha investito. Per cui i commercianti ed in genere gli operatori economici si sono arricchiti ed ora lamentano una contrazione del mercato. E’ un circuito perverso che va interrotto, altrimenti calerà, con la richiesta di beni, la produzione e, a seguire, l’occupazione, con effetti devastanti sul piano sociale. L’ho scritto più volte. Chi compra (o non compra) sono le famiglie, che sono composte da lavoratori e aspiranti lavoratori. Per questo la famiglia è al centro della società e dell’economia. E’ il motore dello sviluppo economico del Paese. Tutti ne sono convinti, ma a parole. Infatti non seguono altro che proclami. In economia il profilo psicologico del singolo e delle masse rispetto alle situazioni di mercato conta molto. L’ottimismo e il pessimismo condizionano anche la Borsa. I governanti fanno bene ad infondere fiducia nelle loro iniziative, a far percepire effetti positivi che nella realtà ancora non si sono realizzati. Tuttavia l’aspettativa non può durare a lungo. La gente attende quanto promesso nella misura e nei tempi promessi. La politica dell’annuncio ha dei limiti, considerato che la delusione, in politica, ha effetti devastanti sul consenso.
14 agosto 2008

Famiglia Cristiana ed il fantasmi del 20 settembre 1870
di Salvatore Sfrecola

Nella polemica presa di posizione di Famiglia Cristiana sulla presenza di militari a presidio di alcuni siti istituzionali ed a supporto delle Forze dell’Ordine, c’è un gretto antistatalismo di una parte del mondo cattolico che ancora vive i rancori “del giorno dopo”. Di quel 21 settembre 1870 quando per le strade di Roma si videro i soldati “piemontesi” che il giorno prima, alle 10 del mattino, bersaglieri in testa, erano entrati attraverso la “breccia” di Porta Pia superando la resistenza, che il Papa Pio IX aveva voluto simbolica, dell’esercito pontificio comandato dal Generale Kanzler. Da quel giorno il mondo cattolico ha commesso molti errori. Primo tra tutti quello di tenersi fuori dalla vita politica del nuovo stato al quale i cattolici avrebbero potuto offrire l’apporto della cultura della solidarietà, della tradizionale vicinanza al popolo ed alle sue tradizioni che segnano tanta parte della storia delle nostre contrade, ed avrebbe favorito lo svilupparsi di un vero spirito nazionale. Quello che troviamo lontanissimo nei gestacci di Bossi, nella insulsa distruzione della targa di Piazza Garibaldi a Capo d’Orlando e nel commento compiacente del “Governatore” della Sicilia. Il primo a sbagliare è stato Pio IX, grande come Papa, modesto come “politico”, che avrebbe dovuto comprendere la verità nelle parole di Cavour, quando rivolgendosi a Lui, alla Camera, il 27 marzo 1861, disse “… Santo Padre, il potere temporale per voi non è più garanzia d’indipendenza; rinunziate ad esso, e noi vi daremo quella libertà che avete invano chiesta tra tre secoli a tutte le grandi potenze cattoliche”. Mal consigliato, il 1° Novembre 1870 Pio IX emana l’enciclica “Respicienties” nella quale dichiara: “Ingiusta, violenta, nulla e invalida l’occupazione italiana dei territori della Santa Sede” e denuncia la cattività del pontefice, “che non può esercitare liberamente e sicuramente la suprema autorità pontificia, e scomunica il re d’Italia e tutti coloro che hanno cooperato ad usurpare lo Stato Pontificio”. Aveva mostrato poca avvedutezza già il 30 gennaio 1868, quando, su richiesta dei Vescovi piemontesi, che chiedevano se fosse lecito per i cattolici partecipare alle elezioni politiche, aveva consentito alla Sacra Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari di rispondere con il non expedit, ossia non è conveniente. Una linea politica ripresa più volte: il 9 novembre 1870, in concomitanza con le elezioni politiche del 5 dicembre, quando la Sacra Penitenzieria si espresse nello stesso modo, ancora in una comunicazione ai Vescovi italiani il 10 settembre 1874, nel luglio 1886, durante il pontificato di Leone XIII, quando il Santo Uffizio si espresse con la formula: non expedit prohibitionem importat. La preoccupazione era quella di non riconoscere al nuovo Stato italiano una legittimità che i Pontefici, almeno fino a Pio X, non riconosceranno, avendo perso a causa dell’unità italiana quel potere temporale, ritenuto di diritto divino e assolutamente necessario per l’indipendenza del Pontefice. Quando si mette di mezzo Dio alle cose terrene, alle beghe di potere! Fu all’inizio del ‘900 che le affermazioni dei socialisti provocarono l’alleanza tra cattolici e liberali moderati (Giolitti) in molte elezioni amministrative, che nel 1913 portò al patto Gentiloni. I cattolici dettero voti ai candidati liberali che avevano aderito ad alcuni punti programmatici (libertà della scuola, opposizione al divorzio, ecc.); a loro volta i liberali promettevano l’appoggio a qualche candidato cattolico. Nel 1919, poi, Benedetto XV abrogò definitivamente ed ufficialmente il non expedit, già morto da tempo; e questo permise la nascita del Partito Popolare Italiano, vagheggiato già nel 1905 da don Sturzo come partito di ispirazione cattolica, ma aconfessionale, indipendente dalla gerarchia nelle sue scelte politiche. Il risultato di cinquant’anni di lontananza dei cattolici dalla vita politica ha segnato negativamente lo sviluppo del nuovo Stato, soprattutto nelle sue istituzioni sociali ed educative. Un danno enorme per il Paese, se ancora oggi il settimanale cattolico a più grande diffusione si fa condizionare dai rigurgiti antistatali di alcuni suoi redattori. Perché non diversamente si possono giudicare valutazioni sull’uso dell’esercito in compiti di vigilanza che non sono di polizia. Ieri sono passato davanti a Villa Taverna, residenza romana dell’Ambasciatore degli Stati Uniti, presidiata da militari anziché dai soliti poliziotti. Mi è parsa un’iniziativa intelligente, restituendo a compiti di polizia personale per quella funzione assunto ed addestrato, inutilmente fino a ieri assegnato a compiti di presidio militare che i militari sono istituzionalmente abituati a fare. Lasciamo i redattori di Famiglia Cristiana alle loro elucubrazioni, sperando, cristianamente, che si pentano!
12 agosto 2008

La “Commissione per lo sviluppo di Roma Capitale”
Alemanno: lasciamoli lavorare

di Marco Aurelio

Dice bene il Sindaco Alemanno, in una lettera a Libero di oggi, a pagina 6: “credo sia ingeneroso formulare oggi parere affrettati. Occorre invece attendere la fine dei lavori e a questo punto si potrà dare un giudizio sulla Commissione e sul suo presidente, Giuliano Amato”. La Commissione, che vedrà impegnati personaggi di varia estrazione politica e di diverse professionalità “è un tentativo concreto per dare le ali allo sviluppo della nostra Capitale”, aggiunge il Sindaco. Ed è certo che il rapporto che gli sarà consegnato avrà un elevato contenuto propositivo, anche avveniristico, considerato il fervore intellettuale dei componenti della Commissione che ai nomi fin qui fatti, da Franco Bassanini ad Antonio Marzano, ad Enzo Cheli, Achille Chiappetti, Beniamino Caravita di Toritto, Vincenzo Cerulli Irelli, Innocenzo Cipolletta, Pierluigi Celli, altri ne comprenderà con personalità della cultura e dello spettacolo. Non sarà facile coordinare tante menti ma certamente Giuliano Amato ha le capacità di farlo. Il rapporto della Commissione, subito definita con un fare un po’ casareccio “l’Attali de noantri”, con riferimento alla Commissione costituita dal Presidente francese Sarkozy, sarà in ogni caso un documento stimolante per politici e studiosi, una sfida per il “legislatore” nazionale, regionale e comunale che, in relazione alle diverse competenze, dovrà tradurre in norme di vario livello le indicazioni provenienti dai “saggi”. Dovranno esserlo almeno altrettanto i funzionari ed i politici che formuleranno le proposte di attuazione del rapporto. Questo, infatti, non basterà in molti casi per definire in atti concreti le intuizioni dei Commissari, a meno che questi, una volta tanto, procedano a fare simulazioni degli effetti, soprattutto per quanto riguarda il profilo normativo istituzionale, in particolare nei rapporti tra Stato, regione e Comune. Mi riferisco a quelle simulazioni che ai miei tempi accompagnavano ogni iniziativa della res publica. Altrimenti non sarebbe nato l’impero e la sua amministrazione non avrebbe retto nei secoli con una struttura che ancora oggi fa invidia ai detentori del potere. Non si è più fatto. Leggi e regolamenti vengono formulati spesso da chi non conosce l’Amministrazione e non sa se un termine è congruo, un documento necessario, e comunque spesso non tiene conto dei tempi dell’azione amministrativa, di quel costo, per gli uffici e per gli utenti, al quale si ricollega spesso la cattiva fama di ministeri ed enti. Anche per l’organizzazione delle strutture pubbliche, assolutamente inadeguata, dopo essere stata disarticolata attraverso la moltiplicazione irrazionale dei posti di funzione. Ha fatto comodo a politici e funzionari, non al cittadino. Con questa realtà occorre oggi fare i conti. Se si vuole far funzionare le amministrazioni, metterle in condizione di far fronte alla richiesta di servizi che proviene dalla comunità, occorre prima di tutto ridisegnare l’assetto delle competenze ed individuare le occorrenti posizioni funzionali, quindi rivedere le procedure. A tutti i livelli, anche dell’amministrazione comunale. E’ una vecchia battaglia del nostro direttore al quale ho rubato qualche idea e qualche proposta. Come dice Alemanno, ” occorre attendere la fine dei lavori”. Noi attendiamo il rapporto: Ma soprattutto vogliamo vedere la fase successiva, quella dell’attuazione delle proposte.
9 agosto 2008

Sindaci sceriffi: un buon inizio
di Salvatore Sfrecola

Lotta ad accattoni, prostitute e vandali. Così i giornali presentano, dandone una lettura riduttiva, i nuovi poteri dei sindaci in materia di ordine e sicurezza pubblica, che saranno completati con ulteriori norme che consentiranno interventi di prevenzione, un po’ come quelli che il sindaco già oggi può effettuare in materia di sanità pubblica, i cosiddetti provvedimenti “contingibili e urgenti” che consentono, ad esempio, di ordinare il ricovero coatto di persone con gravi disturbi mentali. Si doveva fare, da tempo. C’erano difficoltà di vario genere, va anche detto. Non solo normative, sempre risolvibili. Erano più che altro preoccupazioni per l’effervescenza di alcuni sindaci, che avrebbe potuto portare ad iniziative anomale, la inadeguatezza delle strutture amministrative di molti comuni medio piccoli, la modestia professionale di alcune polizie municipali, abituate soprattutto a fare multe per divieto di sosta, sospette di connivenze varie con ambienti commerciali ed imprenditoriali, non addestrate all’uso delle armi. Un aspetto che va considerato perché la coazione di comportamenti illeciti o violenti può partire dall’uso della parola o del manganello, ma deve scontare una reazione violenta, capace di mettere a repentaglio la vita stessa dell’agente dell’ordine. Si tratta di problemi che buon senso ed impegno delle amministrazioni locali, con la guida discreta dei Prefetti, possono risolvere in tempi brevi, avviando una nuova condizione di sicurezza nelle città grandi e piccole. Non c’è dubbio, infatti, che la sicurezza che percepiscono i cittadini è quella che vede impegnata la microcriminalità, i furti in casa, negli esercizi commerciali, quelli delle auto, gli scippi. E poi il degrado delle città invase da turisti, italiani e stranieri, sudicioni, che lasciano ovunque bottiglie vuote, cartacce, residui di pasti. La sicurezza e una buona condizione di vivibilità ambientale si tutelano meglio con agenti della polizia locale, che conoscono il territorio e le persone, E’ un po’ la filosofia del Carabiniere e del Poliziotto “di quartiere”, che dovrebbe impadronirsi dell’ambiente, soprattutto in funzione di prevenzione dei reati. E’, dunque, un passaggio importante, quello che si è appena inaugurato, perché l’azione delle polizie locali sarà sotto gli occhi dei cittadini, in una forma di controllo democratico che darà agli amministratori la consapevolezza di un ruolo il cui concreto apprezzamento è rimesso alla verifica elettorale. Intanto nelle grandi città l’esercito collabora alla sicurezza delle sedi istituzionali. Non si vede, infatti, quale logica fosse dietro la presenza di Carabinieri e Poliziotti di guardia alle ambasciate od ai palazzi del potere, quando la professionalità di questi egregi servitori dello Stato dovrebbe essere diretta prevalentemente a compiti di polizia, cioè al contrasto della grande criminalità.
6 agosto 2008

Federalismo fiscale: prime riflessioni a confronto
di Salvatore Sfrecola

Si fa un gran parlare di federalismo fiscale, formula che, come osserva con il consueto acume Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 3 luglio (Il paradosso del federalismo), ognuno interpreta a modo suo. Per cui è inevitabile che molti troveranno delle sorprese nel disegno di legge, nelle proposte delle regioni ed in quanto emergerà nel coso del dibattito che ne seguirà in Parlamento e nel Paese.
Una cosa intanto è certa. L’Italia è già una Repubblica federale a far data dalla riforma costituzionale del 2001. Ce ne siamo accorti in ragione della ripartizione delle competenze in materia legislativa, soprattutto perché si è stabilito che il legislatore generale, quello che, come ha scritto Alberto De Roberto, già Presidente del Consiglio di Stato, è competente per tutto quanto è giuridicamente rilevante, è la regione, non più lo Stato. Con uno squilibrio che non ha di eguali negli ordinamenti che si conoscono, nei quali l’ampiezza dei poteri delle regioni è sempre compensata da un forte potere centrale, che consente di tener conto dell’interesse nazionale. Un problema vero, un tema che andrà ripreso se si vorrà dare un senso ad un federalismo che abbia un carattere veramente nazionale, capace di favorire lo sviluppo di tutte le aree del Paese senza trascurare gli interessi della comunità nazionale.
Infatti, dice bene Panebianco il «federalismo fiscale» che del federalismo politico, “almeno in linea di principio, è l’anima, la struttura portante”, è il punto di svolta o, meglio, di attuazione concreta del federalismo. Nel senso che la disponibilità di risorse da modulare secondo le esigenze locali, il cui costo in buona parte andrà a gravare sulla stessa comunità, è essenziale alla realizzazione dei programmi politici. Il potere politico, infatti, non è espressione astratta di volontà, ma concreto perseguimento degli obiettivi che la classe politica al governo ha indicato al popolo nel corso della campagna elettorale e che è diventato indirizzo politico della maggioranza. Obiettivi di carattere economico e sociale per realizzare i quali occorrono risorse. Per cui l’inscindibile collegamento tra attribuzioni di funzioni e ammontare delle risorse, che con il federalismo fiscale sarà definito dalla capacità contributiva dei residenti.
Come sarà il federalismo fiscale? Non è ancora chiaro. Il governo e le regioni hanno fatto le loro proposte. L’idea, in soldoni e secondo gli slogan di stampo leghista, è quella di mantenere nella regione la maggior parte possibile delle risorse che provengono dal gettito tributario realizzato nel territorio. Il resto andrà allo Stato e alle altre regioni “meno abbienti”, per attuare quella solidarietà che sta scritta nell’art. 119 della Costituzione fin dalla formula del 1948, oggi aggiornata e completata in molte sue parti.
Osserva Panebianco che “mentre si prepara una rivoluzione istituzionale, almeno potenzialmente, di immensa portata, come il federalismo fiscale, il Sud è silente. Sembra che la sola preoccupazione della classe politica meridionale sia quella di assicurarsi «compensazioni» adeguate (la quota del gettito fiscale che le Regioni più ricche dovranno comunque trasferire, tramite lo Stato centrale, alle Regioni più povere)”. A lui ed a noi sembra poco. Questa trasformazione dello Stato esige sia disegnato un sistema, nei dettagli, considerando le garanzie alle quali tutti, lo Stato, le regioni ricche e quelle “svantaggiate” devono tenere.
Perché è evidente che quando si andrà a sovvenire le regioni che espongono delle necessità non si dovrà credere loro sulla parola. Richiedono risorse perché non ne hanno avuto la possibilità o perché sono state disattente o malaccorte nella gestione e l’esigenza che chiedono sia soddisfatta è conseguenza di cattiva gestione, quindi colposamente addebitabile agli amministratori. In questo caso non è possibile venire loro incontro, concedere delle risorse delle quali non avrebbero avuto bisogno solo che avessero amministrato secondo le tradizionali regole del “buon padre di famiglia”.
Molti dei problemi del federalismo fiscale sono in queste considerazioni. Non è un processo alle intenzioni, ma l’effetto tante volte accertato di comportamenti non virtuosi di amministratori abituati ad essere sovvenuti a piè di lista da “Pantalone”, lo Stato nazionale, che non potrà più farlo, perché si ribellerebbero le regioni virtuose, quelle che hanno prodotto risorse che in parte dovrebbero essere assegnate a chi ha sprecato risorse od occasioni.
Se il federalismo fiscale porterà ad una maggiore responsabilizzazione degli amministratori che chiederanno risorse alla comunità la quale vorrà verificare che il denaro sia stato speso bene è possibile che si potranno ridurre le tasse, come qualcuno azzarda. Per Panebianco “è una bugia”. Comunque non è evidentemente un effetto scontato del federalismo fiscale, in quanto, spiega ancora Panebianco, l’“imposizione fiscale può benissimo scendere anche in uno Stato centralista. Anzi, col centralismo, di solito, è più facile decidere di ridurre la pressione fiscale. Il federalismo, per contro, può anche far lievitare, anziché contrarre, la spesa pubblica (rendendo così impossibile la riduzione delle imposte): perché, ad esempio, crescono i «costi di transazione», ossia i costi che dipendono dall’accrescimento dei livelli istituzionali e dalle aumentate negoziazioni fra Stato centrale, Regioni, enti locali”.
L’obiezione all’ipotesi di Panebianco è facile: “col federalismo fiscale, gli amministratori locali dovranno giustificare davanti ai loro elettori ogni tassa e la sua entità”. Più in teoria che in pratica, perché il corpo elettorale ha sempre avuto difficoltà nel percepire i profili economico finanziari delle gestioni, anche per la parcellizzazione degli interventi e la non agevole riconducibilità di una spesa a quel determinato prelievo.
Gli attesi comportamenti virtuosi sono, dunque, possibili solo se il cittadino potrà identificare con certezza un legame tra spesa e prelievo. Ho detto che non sarà facile, almeno in un primo tempo. La dimensione regionale non facilita l’identificazione del beneficio, il servizio reso dall’ente, con il suo costo, è più agevole in sede comunale, ma solo nei comuni medio piccoli.
La riforma sarà, dunque, percepita dalla gente solo dopo un certo lasso di tempo e sarà l’effetto dell’educazione alla democrazia che in Italia è scarsa, nei cittadini e negli amministratori. Inoltre, come ricorda Panebianco, “veniamo da anni in cui le spese locali sono cresciute a dismisura perché ciò era nell’interesse di Comuni e Regioni (al Nord come al Sud): tanto, le tasse si pagavano prevalentemente al centro (allo Stato centrale) ed era solo sul centro che si scaricava quindi il malcontento”. Una riduzione dei servizi per mantenere il rapporto costi/risorse potrebbe essere fonte di malcontento. Non sarà facile e non potrà essere raggiunto in tempi brevi quell’equilibrio sul quale il federalismo fiscale si dovrebbe basare.
Credo che sia necessario avere la consapevolezza che il percorso non sarà semplice né breve. Soprattutto sarà necessario un saldo controllo dei conti perché essi corrispondano effettivamente alla realtà. Una situazione non agevole, tenuto conto dell’effervescenza di alcuni enti locali, i quali hanno inseguito il miraggio di nuove risorse “facili” che sembrava fosse assicurato dai “derivati”, con l’effetto di indebitare l’ente e, per esso, i cittadini fino al livello di pronipoti.
Nervi saldi, dunque, il federalismo fiscale può effettivamente determinare l’avvio di una stagione di comportamenti virtuosi negli amministratori locali, ma è necessario che siano dettate regole severe, com’è avvenuto in Europa con il Trattato di Maastricht ed i vincoli che esso ha posto all’indebitamento.
Serve un’attestazione di affidabilità dei conti che nel nostro ordinamento è funzione propria della Corte dei conti, la quale si candida a questo ruolo, essendo, come ebbe a dire Meuccio Ruini, Presidente della Commissione “dei 75”, a commento delle norme che ne hanno definito la posizione costituzionale, organo “della Repubblica”, quella che dopo la riforma del 2001 è formata (art. 114) da comuni, città metropolitane, province regioni e Stato e che vorremmo, in concomitanza della riforma del federalismo fiscale, tornasse ad essere composta da Stato, regioni, province, città metropolitane, comuni. Che poi è un ordine gerarchico nel quale la gente crede naturalmente.
4 agosto 2008

Spesa pubblica/ la difficile strada della riduzione
di Oeconomicus

Con l’inflazione in salita e l’IVA in calo, segno evidente del ristagno dei consumi, il Governo sta pensando ad una finanziaria per il 2009 fatta prevalentemente di tagli alla spesa pubblica. Per cui le resistenze dei ministri e la difesa del Ministro dell’economia, Giulio Tremonti, da parte del Premier. Difesa giusta, perché solo il Ministro di via XX Settembre, che siede alla scrivania di Quintino Sella, ha una visione completa della situazione finanziaria, ma solo i ministri di settore conoscono le esigenze vere, irrinunciabili dei propri comparti. Le due conoscenze devono, pertanto, collaborare nell’interesse del Paese. Tagliare, infatti, non è semplice. Ogni spesa risponde ad una logica, che può essere anche espressione delle esigenze delle lobby e non della comunità. Sono queste che il Governo deve tenere presenti. La spesa pubblica, infatti, non è solamente fatta di oneri di funzionamento, quelli che attengono alle attività istituzionali, ma anche di spese di investimento. Queste, ovviamente, non possono essere ridotte, in quanto sono destinate ad accrescere il patrimonio pubblico di beni. Ma anche le spese di funzionamento non sono costituite esclusivamente da stipendi, straordinari, carta e penne (ora strumenti informatici), illuminazione e manutenzione ordinaria degli immobili ad uso ufficio. La spesa pubblica di funzionamento è destinata, infatti, come dice la parola, alla gestione dei servizi. In questo ambito le pubbliche amministrazioni, statali, regionali, locali, acquistano sul mercato beni e servizi necessari perché gli uffici riescano a perseguire gli obiettivi propri della loro missione, secondo le esigenze dell’amministrazione e della comunità amministrata. Con queste premesse è evidente che la scelta dei tagli deve riguardare attività o prestazioni che possano essere realizzate con minori risorse senza che ne risenta l’utenza. Il rischio, invece, già verificatosi in occasione dell’adozione dei cosiddetti provvedimenti “tagliaspese”, è che la “riduzione” della spesa sia solo un “rinvio” degli impegni e dei pagamenti, con il duplice effetto negativo, del contenimento dei servizi e del pagamento di interessi e rivalutazione monetaria. Che si aggiungono ad un costo delle forniture che già sconta un prezzo elevato a causa dei tempi lunghi con i quali le pubbliche amministrazioni pagano. E di cui gli imprenditori tengono conto. Questa realtà non deve scoraggiare. C’è sicuramente da tagliare, ma occorre che la forbice sia impugnata da una mano autorevole e competente, che sappia scegliere. Attenzione all’esempio, banale ma emblematico, degli straordinari dei dipendenti pubblici. E’ inevitabile che siano tagliati, ma attenzione ai tempi dei servizi. Il tempo è un costo per i privati e per le imprese. Dilatarli perché i dipendenti non possono lavorare al di là del lavoro ordinario, può essere un danno per l’utenza, che non compensa i minori oneri di bilancio. Inoltre c’è il rischio che i dipendenti si sentano beffati. Gli straordinari vengono prima detassati, poi spariscono. Il danno e la beffa sono una miscela esplosiva e non giovano ad un Governo che voglia tenere un atteggiamento istituzionale. Infine, il governo deve tener conto che le pubbliche amministrazione sono il più grosso operatore economico del Paese. Vi sono forniture di beni e servizi destinate esclusivamente alle amministrazioni per cui il loro contenimento potrebbe avere l’effetto immediato di danneggiare una serie di imprese medie e piccole, con effetti sull’occupazione. Effetti, va ricordato, dei quali le autorità dovranno darsi carico per motivi di giustizia e per evitare un pericoloso malessere sociale. Anche questa realtà non deve scoraggiare, Purché il taglio delle spese riesca a trovare una posizione di equilibrio tra i vari interessi coinvolti inerpicandosi su una strada difficile. Dal risultato si potrà giudicare il valore dei ministri e dei loro collaboratori.
3 agosto 2008

Rivisitazione storica e indecenze
Garibaldi contestato a Capo d’Orlando e non solo

di Salvatore Sfrecola

Avevo deciso di andare a Capo d’Orlando. Ma non andrò nella cittadina siciliana dove il sindaco si è messo in testa di riscrivere la storia. Ed ha cominciato con Garibaldi, scalpellando la targa della piazza intestata all’Eroe dei Due Mondi. Enzo Sindoni, a capo dell’amministrazione della cittadina che si specchia sul mare a poca distanza da Messina, è evidentemente libero di pensarla come vuole del Risorgimento e di ogni altro periodo storico. Può anche maledire l’eroe, a suo giudizio “un feroce assassino al servizio di massoneria e servizi inglesi”. Hanno studiato in molti per “riscrivere” la storia di quegli anni. Ma le ragioni dell’unità nazionale, con i suoi pregi ed i suoi difetti, non stanno nella spedizione dei Mille o nelle battaglie che hanno opposto l’esercito sardo piemontese alle armate dell’Imperatore d’Austria. La storia dell’unità d’Italia, delle aspirazioni di generazioni di filosofi, storici, letterati, si snoda lungo secoli con il concorso di politici e uomini di pensiero meridionali.
A cominciare da Federico II che in Italia meridionale ed in Sicilia, in particolare, ha costruito un’idea moderna di stato unitario con le Costituzioni di Melfi. Svevo di nascita, ma italiano di adozione e per convincimento, nelle Costituzioni, promulgate nel 1231, ha voluto un corpo di leggi che, partendo dal Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, ha adattato al nuovo sistema imperiale e tali da dare allo Stato un’impronta unitaria i cui poteri saranno da quel momento accentrati in una sola persona: l’imperatore, limitando i poteri e i privilegi acquisiti nel tempo dalle locali famiglie nobiliari e dai prelati.
Si era affidato al fior fiore dei giuristi dell’epoca l’Imperatore Svevo, da Pier delle Vigne, notaio a Capua, Michele Scoto, filosofo e matematico scozzese, Roffredo di Benevento, nonché abati e arcivescovi di grande cultura come Giacomo Amalfitano e Berardo di Castacca.
Da questa cultura italiana, maturata nel Mezzogiorno, è lontano mille miglia il Sindaco di Capo d’Orlando che qualcuno ha definito “folcloristico”, altri, come lo scrittore Vincenzo Consolo, sul Corriere della Sera del 31 luglio, a pagina 17, più propriamente “indecente”.
Non confondiamo l’esigenza di chiarire aspetti e fatti della storia e la valorizzazione delle diversità, che rendono unica e preziosa la tradizione delle mille contrade d’Italia che nei secoli ha concorso a delineare l’unità della Nazione, con la negazione dello Stato che dal 1861 rappresenta tutti gli italiani. Lo si deduce, da ultimo, ad ogni passo del bel libro di Gigi Di Fiore, Controstorie dell’Unità d’Italia, Fatti e misfatti del Risorgimento (Rizzoli, 2007), che ha ricordato un severo monito di Ernesto Galli della Loggia, il quale ha affermato che sia “doveroso riaprire una nuova analisi del Risorgimento a condizione però di non delegittimare lo Stato unitario”.
Stonato anche il “Governatore” della Sicilia Raffaele Lombardo, che scimmitotta Bossi, forse in virtù del cognome e appoggia il Sindaco picconatore.
Non è tuttavia cosa di oggi. Caduto Napoleone, in Piemonte, alcuni si dedicarono ad abbattere un ponte a lui dedicato, ornato di aquile imperiali. Viziaccio italiano di fare della storia un motivo di polemica politica.
Qualcuno ha pronosticato che dopo Garibaldi toccherà a Cavour e chissà a chi altro.
A Roma, uno dei viali più belli della Città è intestato a Giuseppe Mazzini. C’era il Regno d’Italia quando lo hanno inaugurato! Nello stesso periodo al pensatore genovese fu dedicato un imponente monumento dinanzi al Circo Massimo.
È una questione di stile e di pensiero forte, quello che non teme di confrontarsi con il passato, con le sue luci e le sue ombre, ma guarda al futuro.
Intanto io a Capo d’Orlando non vado. Non sarò certo il solo.
2 agosto 2008

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