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Maggio 2009

Alla vigilia del voto europeo un libro di Roberto de Mattei
La Turchia in Europa – beneficio o catastrofe?
di Salvatore Sfrecola

     Giunge in questi giorni nelle librerie un bel libro di Roberto de Mattei (La Turchia in Europa – beneficio o catastrofe?, SugarcoEdizioni, pp. 147, ? 15) che “solleva” un problema e “lancia” un allarme. Docente di storia del cristianesimo presso l’Università europea di Roma, dove presiede il Corso di laurea in scienze storiche, Presidente della Fondazione Lepanto e direttore della rivista Radici Cristiane, de Mattei è uno degli intellettuali più impegnati sui temi del futuro dell’Europa come comunità di popoli che riconoscono nel pensiero greco e romano e nella spiritualità cristiana le proprie radici culturali e religiose e desiderano guardare avanti con la serena fiducia di realizzare un’unione politica che non neghi le identità dei singoli stati che la compongono ma ne faccia tessere di un unico grandioso mosaico.
     Il libro affronta il tema dell’ipotizzato ingresso della Turchia in Europa con ampio approfondimento dei profili, che torneranno di attualità fin dai prossimi mesi, giuridici, storici e culturali che hanno caratterizzato e caratterizzano il rapporto tra la Turchia e l’Occidente. Per chiedersi se “un eventuale entrata della Turchia nell’Unione Europea costituirebbe un beneficio o un irreparabile catastrofe per il nostro continente”.
     Per rispondere a questa domanda senza pregiudizi, ma per offrire un contributo basato su dati storici e culturali solidi, de Mattei ricostruisce la storia di quella penisola asiatica con una appendice europea che oggi costituisce la Repubblica turca erede di quelle popolazioni provenienti dalle steppe dell’Asia intorno al sesto secolo che trovarono una forza propulsiva nella religione islamica che ne ha fatto un popolo di conquistatori che, fin dal  732, ad un secolo dalla morte di Maometto, insieme agli arabi aggredì l’Occidente con alterne vicende, fino alla dissoluzione dell’impero Ottomano ed alla rivoluzione culturale di Kemal Atatürk che avrebbe voluto farne uno Stato occidentale e il laico mentre, osserva de Mattei, oggi la Turchia è un paese intollerante nei confronti di ogni credo religioso, con grave l’imitazione dei diritti civili nei confronti dei cittadini di fede cristiana.
     Nel libro sono affrontati anche i problemi del costo politico ed economico per l’Europa dell’eventuale ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Per giungere alla conclusione, sulla base di autorevoli valutazioni tecniche, che l’Europa ne trarrebbe più danni che vantaggi in quanto, “se la Turchia entrasse in Europa, i salari e i vantaggi sociali offerti dagli altri Stati membri costituirebbero un formidabile richiamo per milioni di lavoratori turchi che cercherebbero di stabilirsi in Occidente, sfruttando il principio della libera circolazione che vige nell’Unione Europea. Ciò provocherebbe la lievitazione della spesa sociale e della disoccupazione e la diminuzione della produttività e della qualità della manodopera. La permeabilità delle frontiere turche spingerebbe inoltre in Turchia, e di qui in tutta l’Unione Europea, altri milioni di immigrati provenienti dall’Africa maghrebina, dall’Asia minore, dal Libano, dall’Irak e dagli Stati turcofoni e asiatici”.
     “Il costo dell’adesione turca per l’Unione Europea sarebbe estremamente elevato. La Turchia, per la povertà delle sue regioni, diventerebbe il primo beneficiario dei fondi strutturali europei. In particolare la sua agricoltura beneficerebbe dalla Politica Agricola Comune (PAC) di almeno 6,5 miliardi di euro”.
     Ricorda de Mattei che, per i fautori dell’adesione del paese asiatico all’Unione Europea, esso sarebbe un alleato naturale dell’Occidente contro il fondamentalismo islamico.  Mentre la Turchia di oggi non è più quella secolarista di Kemal Atatürk. Le elezioni del 2002 hanno visto la vittoria, confermata nel 2004, del “partito del velo” del premier Recep Tayyp Erdogan e del presidente Abdullah Gül, che provengono dalle file degli islamisti radicali. D’altra parte, il Trattato di Lisbona attribuisce agli Stati europei dell’Unione un peso politico proporzionale a quello demografico. La Turchia, che si avvia a raggiungere gli 85 milioni di abitanti, sarebbe il Paese più popolato e quelle che avrebbe il maggior numero di rappresentanti nel Parlamento europeo.
    La conclusione di de Mattei, ribadita nella quarta di copertina, è amara. “Mentre l’Europa rinuncia alle sua radici cristiane – scrive – la Turchia presenta un’identità politico-religiosa estremamente forte e la sua richiesta di ingresso nella UE non è stata avanzata per rinunziare a tale identità, ma per imporla”.
     Il libro è ricco di richiami a testimonianze illustri di studiosi di varia cultura ee esperienza. C’è anche un richiamo ad un passo di un’intervista dell’allora Cardinale Ratzinger al Figaro Magazine del 13 agosto 2004: “L’Europa è un continente culturale e non geografico. E’ la sua cultura che le dona una identità comune. Le radici che hanno formato e permesso la formazione di questo continente sono quelle del cristianesimo… In questo senso la Turchia ha sempre rappresentato nel corso della storia un altro continente, in permanente contrasto con l’Europa”. Il riferimento alle radici culturali come espressione di un’identità è certamente fondamentale, ma lo stesso Cardinale Ratzinger, in altra occasione, aveva posto l’accento sul dato territoriale. geografico chiedendosi “cosa è, cosa può essere e cosa dovrà essere l’Europa” e “dove comincia, dove finisce l’Europa? e, quindi, “perché ad esempio la Siberia non appartiene all’Europa, sebbene essa sia abitata anche da europei, il cui modo di pensare e di vivere è inoltre del tutto europeo?” (Europa, San Paolo, 2004).
     Infatti, se il dato culturale è indubbiamente importante non meno lo è quello geografico. Altrimenti che senso avrebbe definire Europa e Unione Europea un’area politica dalle radici comuni, che è cosa diversa da un’area di libero scambio.
     D’altra parte l’art. 1 del Trattato istitutivo dell’Unione Europea afferma solennemente di segnare “una nuova tappa nel processo di creazione di un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa”, espressione di indubbio significato geografico che trova conferma nell’altra, contenuta nello stesso articolo che assegna all’Unione “il compito di organizzare in modo coerente e solidale le relazioni tra gli Stati membri e tra i loro popoli”.
     La Turchia resti, dunque, fuori dall’Europa politica per ragioni culturali, com’è fuori dal Continente per ragioni geografiche (non fa parte dei “popoli dell’Europa”). Potrà giovarsi di accordi di collaborazione economica, come si avvale della partecipazione all’alleanza militare istituita con il Trattato del Nord Atlantico (N.A.T.O.) per essere partner dell’Occidente nella politica di equilibrio politico nelle aree “calde” e, quindi, nelle missioni di pace.
     Il libro di de Mattei con l’ampia analisi storico-politica offre a quanti intendono approfondire il tema della richiesta turca di aderire all’U.E. elementi forti e certi per farsi un’opinione consapevole. In sostanza il volume “solleva il problema e lancia l’allarme”. L’augurio è che i politici occidentali dimostrino di saper riflettere con profondità riandando alle radici culturali e spirituali del Continente e dei popoli, alla filosofia greca, al diritto romano ed all’insegnamento cristiano, tutti elementi che confermano che la Turchia appartiene ad un’altra cultura e storia. Con essa si possono raggiungere accordi politici ed economici, esclusa la sua partecipazione ad un grande progetto politico comune a quello stato degli stati d’Europa che ha una sua indiscutibile identità.
31 maggio 2009

Impariamo ad essere orgogliosi delle nostre radici!
Il “giusto processo” nell’antica Roma
di Salvatore Sfrecola

     Non abbiamo inventato molto quando nel 1999, tra gran rombo di tamburi, abbiamo varato (legge costituzionale n. 2 del 23 novembre) l'”inserimento dei principi del giusto processo nell’art. 111 della Costituzione”.
     Infatti nel passo degli Atti degli Apostoli, proposto ai fedeli nella liturgia odierna, si legge di quando “arrivarono a Cesarèa il re Agrippa e Berenìce, per salutare Festo. E poiché si trattennero parecchi giorni, Festo espose al re il caso di Paolo: «C’è un uomo, lasciato qui prigioniero da Felice, contro il quale, durante la mia visita a Gerusalemme, si presentarono con accuse i sommi sacerdoti e gli anziani dei Giudei per reclamarne la condanna. Risposi che i Romani non usano consegnare una persona, prima che l’accusato sia stato messo a confronto con i suoi accusatori e possa aver modo di difendersi dall’accusa”.
     Ebbene, è  la regola che nell’articolo 111 consente alla persona accusata di un reato “di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico”, quale espressione del principio del contraddittorio nella formazione della prova. Un piccolo esempio della profondità dei principi giuridici che il diritto romano ha trasmesso alle istituzioni nei secoli. Un bagaglio  di civiltà giuridica che dovrebbe inorgoglire gli italiani e gli europei tutti che nel diritto di Roma ritrovano le radici autentiche di una civiltà fondata sul principio di dare a ciascuno il proprio. Una storia che dovrebbe essere approfondita, come la lingua nella quale quelle massime di saggezza civile sono state scritte. Invece dobbiamo constatare, con tristezza, che il diritto e la lingua di Roma trovano maggiore attenzione in paesi lontani e in culture molto diverse dalla nostra piuttosto che sulle rive del Tevere, da dove quella civiltà si è estesa in tutto il mondo. È la conseguenza del degrado della cultura a livello di scuole medie superiori e di università che fa sì che queste nostre istituzioni rendano un servizio più scadente di quello che è stato possibile constatare in altri paesi dell’Europa e degli altri continenti e che prepara alla vita e alle professioni in modo inadeguato le nuove generazioni. Il brano degli Atti degli Apostoli che dimostra come la regola del contraddittorio fosse alla base del processo penale romano dovrebbe farci riflettere su certe infatuazioni esterofile e dovrebbe indicare i nostri governanti qual è la vera strada per rafforzare gli studi a livello medio superiore e universitario, almeno nelle materie a contenuto umanistico.
29 maggio 2009

Moralità vo cercando
di Catone*

     E’ stato un brutto scivolone quello di Franceschini. Ha, poi, chiarito  che non intendeva chiamare in causa il ruolo di padre di Berlusconi. E’ stato, comunque, un autentico boomerang, perché inevitabilmente i figli si sono  schierati, né era immaginabile che non avvenisse. Così il degrado della politica, come ha scritto Senator, si aggrava, e il confronto delle idee non decolla, con la conseguenza che l’Europa che, comunque la si intenda, è una grande opportunità per l’Italia e gli altri stati che la compongano, diventa sempre più lontana dagli italiani alla vigilia di un voto che, invece, vorrebbe scelte consapevoli di partiti e candidati perché la nostra rappresentanza nel Parlamento europeo sia qualificata, più di quanto è accaduto in passato.
     La politica degrada, ma anche la moralità, perché di questo si tratta. Perché la classe politica rivela all’opinione pubblica un’immagine sempre più lontana dal sentire medio degli italiani, i quali sono certamente migliori dei loro governanti a tutti i livelli.
     Ad esempio è giusto che al Presidente del Consiglio si chieda conto delle sue dichiarazioni, anche delle contraddizioni che qualcuno ha ritenuto di rilevare nelle sue parole. Può darsi che quelle contraddizioni siano spiegabili facilmente, ma un Presidente del Consiglio non può fare a meno di chiarire. E se dice chiarirò deve farlo e non si capisce perché Bondi dica a Ballarò che il Presidente ha chiarito e non ha nulla da chiarire, mentre lui continua a promettere chiarimenti che dovrebbero dimostrare l’infondatezza dei dubbi sul suo comportamento. Nè possono essere considerate un chiarimento una serie di affermazioni apoditticamente assistite da un giuramento sulla testa dei figli. Cattivo gusto, come quello di Franceschini.
     Occorre tornare ad una moralità pubblica più facilmente condivisibile. Un tempo si prendeva ad esempio di persona integerrima la “moglie di Cesare”, della quale non si poteva neppure sospettare.
     E’ ancora così in altre realtà. Vale la pena di ricordare quel che accadde qualche anno fa, sulle rive del Tamigi, a John Profumo, astro nascente del Partito Conservatore inglese, giovane Ministro della guerra di Sua Maestà. Dovette dimettersi per aver detto alcune bugie alla Camera dei comuni. Il Parlamento più antico della storia della democrazia non ammette, infatti, che un politico mentisca nell’esercizio delle sue funzioni. E neppure gli inglesi.
     Se applicassimo la stessa regola in Italia probabilmente le aule di Montecitorio e Palazzo Madama rimarrebbero, quanto meno, semivuote, senza bisogno di riforma costituzionale.
     Dunque, la vicenda Profumo è datata 1961, quando in un’afosa serata di luglio gli ospiti di Lord e Lady Astor nel loro castello della contea di Buckingam videro a bordo della piscina, nuda, Christine Keeler, una brunetta diciannovenne, capelli lunghi e scuri,  sguardo che non trema, un corpo sensuale. Fotomodella e poi call-girls i clienti pare li procurasse un ambiguo osteopata probabilmente ricattato dai servizi segreti russi, per i quali organizzava incontri con personaggi famosi per scoprire i segreti dei vip.
     Quella sera Christine diede il suo numero di telefono al ministro che non immaginava certo che avrebbe condiviso, anche se solo per poche volte, il letto della giovane con l’addetto navale militare dell’ambasciata sovietica a Londra. Il servizio segreto britannico allertò il ministro e gli intimò di abbandonare questa storia pericolosa. Il 9 agosto 1961 Profumo scrisse alla Keeler avvertendola che non avrebbe più potuto vederla. L’anno dopo scoppia lo scandalo. La spy-love story rimbalzata su tutti i giornali del mondo. L’incontro con un giornalista a caccia di scoop fa precipitare la situazione. La Keeler gli confida, infatti, che l’osteopata la spingeva ad avere dal ministro informazioni riservate sul dislocamento di testate atomiche in Germania per trasmetterle poi all’amante russo.
      Chiamato a risponderne in Parlamento, Profumo si difende sulle prime dicendo di non conoscere la giovane. Un comportamento imperdonabile, un’intollerabile mancanza di rispetto per l’istituzione. Così l’astro nascente del Partito conservatore, il probabile successore di Harold Macmillan a Downing Street esce dalla scena politica, definitivamente.
     Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, nobile o plebeo, soprattutto se ricopre un ruolo pubblico. E se qualche scappatella, magari perdonabile, potrebbe mettere l’uomo pubblico nella condizione di essere ricattato, ne va di mezzo la sicurezza del Paese.
     Berlusconi riteneva di aver risolto ogni cosa andando in televisione a Porta a Porta dicendo che il papà della giovane Letizia lo aveva chiamato al cellulare per parlargli di una candidatura alle elezioni europee che intendeva sollecitare. E così era volato da Milano a Napoli!  La cosa è parsa subito poco verosimile. Ma forse la verità potrebbe non essere lontana, solo che il Premier, a questo punto, non può rinviare di rivelarla. Perché gli italiani non sono ipocriti né bacchettoni ma ritengono di meritare rispetto.
28 maggio 2009

* Inizia la collaborazione con Un sogno italiano, con lo pseudonimo di Catone, un illustre intellettuale, storico e umanista. Come per Senator saranno in molti a tentare di scoprirne l’identità, ma noi la terremo rigorosamente riservata. 

La Sicilia dell’autonomia
Da Milazzo a Lombardo un laboratorio bipartisan
di Senator

Nella Giunta siciliana i partiti litigano e Raffaele Lombardo licenzia gli assessori. “Non c’è dubbio che questa casa vada rasa al suolo e ricostruita”, ha detto il Governatore della Sicilia. Ed ha aperto a “tutti quelli che ci stanno”.
     E’ una risposta all’arroganza dei partiti, delle correnti e dei capi corrente, quelli che, pur facendo parte della maggioranza, che Lombardo non rinnega, “hanno sviluppato in aula e fuori un’oggettiva azione di opposizione al mio governo”, ha detto il Governatore. E tira avanti diritto nonostante le critiche di La Russa e l’alto là di Bondi, che minaccia di vendicarsi alle europee.
     Mentre scriviamo la vicenda non è ancora definita se non per i due assessori, Russo e Ilarda, che Lombardo ha confermato. Si sente parlare di appoggi esterni alla maggioranza, di ingressi in Giunta “a titolo personale”. Ed è facile pensare che la Sicilia, la patria delle autonomie, è stata sempre un laboratorio di idee e di iniziative, da quando con Silvio Milazzo e la sua giunta aperta a tutti, anche alle opposizioni ideologicamente contrastanti, si diede avvio ad una maggioranza composita (dal Msi al Pci).
Era il 23 ottobre 1958 quando Milazzo fu eletto Presidente. Espulso dalla Dc, Milazzo fondò l’Unione siciliana cristiano-sociale che vinse le elezioni del giugno 1959. Il movimento entrò in una crisi irreversibile l’anno successivo. Tuttavia l’esperienza, bollata dai politici nazionali come un’iniziativa di bassa cucina per la tutela di interessi localistici o, peggio, personali, fu studiata e, spesso, ripresa, fino al governo nazionale delle “convergenze parallele” ed alla successiva maggioranza che inglobava per la prima volta la sinistra comunista.
     Fu, dunque, un laboratorio politico importante la Sicilia. Lo sarà ancora? La crisi che rischia di travolgere la maggioranza sulla “questione morale” di cui si dibatte in questi giorni, potrebbe avviare un’esperienza di governo nuova, con apporti esterni, penso a Casini e ad una frangia del PD, gli ex margheritini, che probabilmente usciranno dopo le elezioni, anche per riequilibrare una situazione fortemente spostata sulla Lega. Quando, a conti fatti, si vedrà che dalla bagarre di questi giorni l’unico partito che ne avrà tratto un vantaggio consistente sarà proprio il partito di Bossi.
28 maggio 2009

Il degrado della politica
di Senator

     Credo che nove italiani su dieci, tra quanti hanno assistito ieri sera a Ballarò, siano rimasti letteralmente disgustati nel constatare che, alla vigilia di un’importante elezione destinata a designare i componenti italiani del Parlamento europeo, in una fase delicata di trasformazione delle istituzioni comunitarie, anche per la probabile imminente entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il dibattito politico si sia sviluppato, condito da una buona dose di insulti, sulle vicende del Presidente del Consiglio, quanto ai rapporti che ha intrattenuto con una giovane ragazza napoletana.
     Non intendo negare che la vicenda abbia un rilievo politico, non perché anche la vita privata di un premier è comunque sotto gli occhi di tutti, ma per il fatto che il leader del più grande partito italiano, capo del governo ha dato del suo rapporto con la giovane e la sua famiglia versioni obiettivamente diverse e tali da ingenerare il sospetto che s’intenda occultare qualche verità. E comunque è un fatto privato ma diventa di rilievo politico nel momento in cui una personalità pubblica al vertice del governo del Paese in qualche modo si sottrae ad una esigenza di chiarezza che, in altri momenti storici e in altri paesi, è stata sempre considerata un dovere per chi riveste un ruolo pubblico.
     Mentre ascoltavo Franceschini e Bondi non potevo fare a meno, da uomo delle istituzioni con uno spiccato senso della dignità del Paese, di soffrire per l’immagine che agli occhi dei cittadini hanno offerto i due campioni delle opposte fazioni. E mi è venuto di pensare che se per le elezioni europee le votazioni registreranno un consistente assenteismo la colpa non sarà soltanto del caldo e del weekend ma anche di questi personaggi che stanno avvelenando la vita politica italiana con gravi pericoli dei quali nessuno si dà a carico, neppure il Presidente del Consiglio. Perché questa vicenda può finire male, può creare una situazione politica che dia scacco matto al premier, mettendo in difficoltà il Paese, considerato che il partito di maggioranza, che dovrebbe tenere in ogni caso per l’ampiezza dei consensi elettorali, non è dotato di una classe dirigente visibile se non in alcuni personaggi, che non arrivano alle dita di una mano, i quali dovrebbero ereditare un’eventuale, difficile crisi politica.
     Solo i limiti del cesarismo, cioè di un potere politico carismatico che una personalità esprime con vasto consenso popolare e che il più delle volte azzera una intera classe dirigente per il desiderio del capo di circondarsi di idioti lacché, per il gusto di sentirsi dire “come sei bravo come sei bello, come sei abbronzato”.
     È una grossa responsabilità che si sta assumendo. Il Presidente del Consiglio e leader del partito di maggioranza, che nel suo o DNA di combattente, polemista e comunicatore, stavolta non ha compreso che sarebbe stato meglio tacere o evitare di fornire alla stampa versioni diverse della vicenda della quale, da troppo tempo, giornali e televisioni si stanno occupando.
27 maggio 2009

Lo dice anche il Presidente del Consiglio
Roma è sporca, sembra l’Africa
di Marco Aurelio

     “Fa male al cuore girare per città come Roma, Napoli, Palermo e vedere che come scritte e come lordura delle strade sembrano più città africane che europee”. non lo dice dunque soltanto Marco Aurelio ma Silvio Berlusconi in un’intervista a “Radio Radio” un colpo per il Sindaco Alemanno. Ma il Premier è si è subito corretto: è un’eredità della sinistra. Difficile da eliminare in un anno, ha aggiunto il Sindaco.
     Il Tempo di oggi pubblica una intervista a Marco Daniele Clarke Presidente dell’A.M.A. che parla dei nuovi programmi dell’azienda e delle difficoltà di gestione che ha trovato, in presenza di una situazione critica, sull’orlo del fallimento, con il 40% dei mezzi fermi. Rivendica alla sua gestione il nuovo modello di raccolta spazzamento e  lavaggio delle strade del quale, afferma, si notano già i primi effetti.
     Per non sembrare critico a tutti i costi, perché non è nel mio stile, voglio anch’io riconoscere che qualcosa si sta muovendo. Si vedono più operatori nelle strade e più macchine e mi chiedo, quindi, dove fossero nei mesi scorsi, quando governava la giunta precedente. Perché non c’è dubbio che, anche se la città è ancora sporca, i progressi effettivi li apprezzeremo già a breve, con l’aumentare del caldo. Vedremo allora se Roma, meta di milioni di turisti che vengono da tutto il mondo per ammirare i suoi monumenti e immergersi nella sua storia, sarà ancora la città maleodorante che abbiamo conosciuto negli anni scorsi, ovunque, ma soprattutto nel centro storico, che dovrebbe essere la vetrina dell’Urbe. Quando passando accanto ad un cassonetto si rischiava lo svenimento.
     Vogliamo quindi dare credito alle dichiarazioni del Presidente di A.M.A. ed all’impegno del Sindaco. Li attendiamo al varco e, giorno dopo giorno, verificheremo se le promesse saranno mantenute, se questa città potrà dirsi veramente una capitale europea o se ha avuto ragione il Presidente del Consiglio a paragonarla a quelle metropoli africane che fanno tanto colore, ma che è meglio ammirare in televisione.
26 maggio 2009

In tema interviene su Italia Oggi il Procuratore Generale della Repubblica di Venezia
Con la separazione PM ancora più aggressivi e politicizzati

Nel dibattito sul tema della separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri è intervenuto con un articolo su Italia Oggi del 23 maggio, a pagina 4, il dottor Ennio Fortuna, Procuratore generale della Repubblica di Venezia, il quale ha esaminato i  pro e i contro della riforma delle carriere che ha in mente il Presidente del consiglio.
     Il testo dell’articolo.
    Negli ultimi giorni Silvio Berlusconi ne ha dette di tutte. Si è scagliato contro i giudici, prendendo lo spunto dalla sentenza di Milano contro l’avvocato inglese Mills, e ha annunciato riforme radicali del sistema giudiziario (separazione dei pm dai giudici, unico modo, ha detto, per garantire un processo giusto e imparziale). Ma forse non contento, ha aggiunto che il Parlamento, così come è composto oggi, serve a poco. Basterebbero cento parlamentari, ne abbiamo invece circa mille che non agevolano il lavoro di formazione delle leggi e il controllo dell’esecutivo e che anzi lo complicano notevolmente. Non c’è dubbio che Berlusconi stia vivendo un momento particolarmente difficile, per quanto la popolarità stia dalla sua parte. Prima la lite e la possibile separazione dalla moglie, poi la condanna di Mills, ma con una motivazione che lo coinvolge in pieno devono averlo portato al parossismo dei nervi e dell’irritazione. E, ovviamente, in una simile condizione psicologica, non solo lui, ma molti, moltissimi sbaglierebbero. Di suo Berlusconi ci mette la convinzione, che è una sua personale prerogativa, di credere in modo irremovibile, di potere dominare qualunque situazione, di potere sistemare ogni difficoltà, fosse anche la più intricata e complessa. Da qui l’accusa che gli viene mossa di cesarismo o di bonapartismo. Si crede Napoleone, dice l’opposizione, considera con evidente fastidio i giudici, ma anche il Parlamento, si misura solo con sé stesso e con le sue idee.
     In realtà Berlusconi oggi ripete in modo esasperato e ossessivo cose che ha sempre detto e pensato, e sarebbe dura, durissima per chiunque convincerlo che si tratta di idee sbagliate,almeno in parte. Cominciamo dai giudici. Mi riesce assai difficile credere che Berlusconi sia davvero convinto fino in fondo di ciò che dice, soprattutto quando dichiara che la patologia della nostra giustizia sarebbe eliminata dalla separazione delle carriere. Nel caso che gli ha offerto lo spunto per le critiche, il magistrato asseritamene parziale e nemico, politicamente avverso ai suoi programmi, perché di sinistra estrema è un giudice, non un pm. La separazione delle carriere accentuerebbe il problema, non lo eliminerebbe. Un pm separato dai giudici sarebbe certamente ancora più aggressivo e politicizzato di oggi, salvo che sia o diventi dipendente dal governo, ma questo Berlusconi non lo dice perché non può, anche se si tratta verosimilmente del reale obiettivo della auspicata riforma. In ogni caso se la condanna dell’avvocato Mills fosse stata pronunciata da un tribunale di estrema sinistra, votato alla lotta contro il premier, il rimedio indicato, che riguarda solo i pm non servirebbe a nulla. In realtàla sentenza di Milano, che chiunque può leggere in rete, è accuratissima, stringente e documentata.Forse potrà essere riformata in appello, ma certamente non è da prendere sotto gamba, né rivela affatto l’affermato estremismo politico degli autori. Mills potrà essere assolto in sede di appello, ma non sarà impresa facile, né lo darei per scontato, come del resto Berlusconi e i suoi legali secondo me, sanno benissimo, anche per questo esagerando nei toni.
     Per quanto riguarda il Parlamento, Berlusconi ha invece ragione nella sostanza, anche se esagera nei modi e nei toni. I nostri parlamentari sono certamente troppi, si tratta di un fatto innegabile, anche se l’auspicata riduzione a cento appare eccessiva. Mi sembra più realistica e realizzabile una riduzione della metà sia dei deputati che dei senatori (e andrebbero diversificate le competenze). Berlusconi teme la resistenza degli interessati alla riforma, ma non si può evitare il loro voto trattandosi di innovazione costituzionale né servirebbe una proposta di legge di iniziativa popolare, visto che il voto di deputati e senatori non è eludibile. A parte ciò, Berlusconi viene criticato perché rivelerebbe con le sue proposte un certo disprezzo dell’istituzione parlamentare.Ma non è disprezzo, secondo me, è solo insofferenza per il formalismo eccessivo, per la prevalenza di fatto della burocrazia sulla sostanza. Berlusconi piace alla gente proprio per questo, perché è un uomo a cui piace realizzare, fare (si è visto chiaramente con gli interventi per il terremoto), a cui non piace stare con le mani in mano, aspettando gli altri e le loro decisioni.
     È la premessa del Cesarismo? Il buon senso lo esclude,e così dice anche l’esperienza di questi anni. Certamente però Berlusconi sbaglia quando esagera nei toni, anche perché si attira molte inimicizie, che, alla lunga, cercheranno di fargliela pagare. Oggi il rischio è minimo perché la sua popolarità è al massimo, ma non sarà sempre così. In ogni caso Berlusconi non cambierà e non si fermerà. È nella sua natura comportarsi come si comporta. Nel bene e nel male. Anche e soprattutto quando sbaglia o si difende da errori (o così definiti se non peggio) commessi in passato.
26 maggio 2009

Il Premier torna sulla proposta di separazione delle carriere
Berlusconi e l’ossessione dei pubblici ministeri
di Salvatore Sfrecola

Era il 2008, il 26 di gennaio, quando indirizzai a Silvio Berlusconi qualche riflessione in tema di politica della giustizia (in www.contabilita-pubblica.it). Scrivevo “Cavaliere, mi consenta un consiglio. Licenzi i suoi consulenti in materia di giustizia”, quelli che, da quando è sceso in politica, le hanno suggerito a ripetizione iniziative sbagliate su giustizia e giudici, che non sono quelle che ci si aspetta da un grande leader politico e di governo che abbia una serena e profonda visione istituzionale. Gli stessi che l’hanno evidentemente convinta che la sentenza della Corte costituzionale, che ha bocciato la legge 20 febbraio 2006, n. 46 (c.d. “Pecorella”), che ha sostituito l’art. 593 del codice di procedura penale escludendo l’appello del Pubblico Ministero in caso di assoluzione dell’imputato, sia “una cosa indegna”. Aggiungendo che “siamo l’unico Paese in cui una persona, che è stata assolta, è all’assoluta mercé di un’altra persona”.
     Sono le sue parole, come le riferisce il Corriere della Sera del 25 gennaio, a pagina 11. E provano una personale concezione della parità delle “parti” nel processo penale, sulla base di un equivoco di fondo, alimentato dalle opinioni (rispettabilissime, ma errate) di una parte dell’avvocatura, indotta dalla riforma Vassalli, maldestra scimmiottatura del processo penale “all’americana”. Quello, per intenderci, alla Perry Mason, fatto di colpi di scena, di trovate dell’avvocato-investigatore alle prese con un Procuratore distrettuale ottuso persecutore di innocenti, quando il colpevole stava in aula a godersi la sceneggiata, lì, sempre seduto sulla seconda sedia della prima fila, fino alla sua scoperta, con un coup de theatre che tanto entusiasmava nonne e zie dinanzi al piccolo schermo”.
     Vede, caro Cavaliere, ci sono alcune differenze di fondo tra l’ordinamento italiano e quello degli States, a tutto nostro vantaggio, della nostra cultura giuridica, tanto che oltreoceano stanno studiando il nostro vecchio codice di procedura penale, quello che prevedeva il Giudice Istruttore, istituto prezioso per la giustizia e le garanzie che deve assicurare anche all’indagato.
     Ma andiamo per ordine.
    Cavaliere, ricorda come inizia l’udienza in un processo all’americana? L’Usciere chiama la causa: “lo Stato di New York contro mister Brown”. Questo vuol dire che è lo stato come persona giuridica, come potere politico e amministrativo che chiede conto al presunto colpevole del suo comportamento. Tanto è vero che il Procuratore distrettuale viene eletto dal popolo, cioè esprime il “desiderio di giustizia” della maggioranza della popolazione, rispetto ad un comportamento ritenuto in contrasto con il sentire medio.
     Per cui nei film – gli americani sono spesso severi e impietosi nel denunciare i loro difetti – si vedono Procuratori che perseguono innocenti per guadagnare consensi in vista della conferma, ecc..
     Il nostro sistema è diverso. L’azione penale è obbligatoria (art. 112 della Costituzione), a garanzia di imparzialità, ed è rimessa all’iniziativa di un organo pubblico e indipendente, il Pubblico Ministero, appunto, che la esercita non nell’interesse dello Stato-persona, cioè del potere politico-amministrativo, ma dello Stato-ordinamento, cioè della legge. Con la conseguenza che il P.M. italiano può andare anche in diverso avviso rispetto all’amministrazione che avesse denunciato il fatto. Situazione evidente nel caso del giudizio di responsabilità dinanzi alla Corte dei conti per danno all’Erario, nel quale il Pubblico Ministero può ritenere dannosa una condotta che l’Amministrazione non considera tale.
     In questo sistema, com’è essenziale l’obbligatorietà dell’azione penale, è ugualmente fondamentale che il Pubblico Ministero sia indipendente e che abbia la cultura della giurisdizione. I magistrati, infatti, “si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni”, precisa il terzo comma dell’art. 107 della Costituzione. Per cui, se sono distinte le funzioni giudicanti da quelle requirenti, identica è la formazione professionale dei magistrati che possono passare dall’esercizio di una funzione all’altra, ovviamente con delle regole, perché non si verifichino situazioni di incompatibilità, non tanto giuridica (ben disciplinate), ma psicologica e di fatto che darebbero un’immagine negativa della giustizia agli occhi del cittadino.
     Il codice Vassalli ha inciso negativamente su questo quadro istituzionale che si ricava dalla Costituzione ed ha trasformato il P.M. in un superpoliziotto, attribuendogli, in sostanza, funzioni che non sono sue e per le quali non è culturalmente attrezzato. E non lo deve essere. Ed era saggio il vecchio codice che affidava le indagini alla polizia giudiziaria le cui risultanze istruttorie il Pubblico Ministero esaminava con la serenità ed il distacco del magistrato, non essendo, tra l’altro, direttamente coinvolto nelle indagini. E poi c’era il Giudice Istruttore.
     Abbiamo voluto fare gli americani. E ne paghiamo le conseguenze, in termini di disagio e di polemica politica.
     Ma questa è un’altra cosa e ne parleremo a parte.
     Sta di fatto che dal processo all’americana si fa derivare un concetto di parità delle parti che non è esatto. È fortemente squilibrato ai danni di chi deve perseguire la punizione dei reati. È quello che ha mosso la “legge Pecorella”, definita da molti commentatori ad personam, nel senso che avrebbe giovato soprattutto ad alcuni imputati “eccellenti”. Ed oggi l’On. Avv. Gaetano Pecorella, per compiacerla, caro Cavaliere, definisce la sentenza della Corte costituzionale ad personam(!) e scade nel cattivo gusto, quando ricorda che relatore della sentenza è stato il Vicepresidente della Consulta, Giovanni Maria Flick, che “è stato anche ministro della giustizia nel primo governo Prodi”, sempre a pagina 11 del Corriere del 25 gennaio. Caro Cavaliere, lo rimandi a casa! Il Professor Flick è un illustre giurista, ha indossato la toga del magistrato e quella di docente di diritto penale. E le decisioni della Consulta sono assunte in camera di consiglio dove siedono anche “tecnici di area”, indicati dal centrodestra.
     La verità l’ha scritta Vittorio Grevi, sempre sul Corriere del 25 gennaio, a pagina 38, titolando “Ristabilito l’equilibrio tra accusa e difesa”. Quando osserva, anche con riferimento al “messaggio” con il quale il Presidente Ciampi aveva rinviato alle Camere la legge, che si era determinata una “grave e irragionevole ‘asimmetria’? tra accusa e difesa sul terreno del potere di appello. Se da un lato, infatti, scrive Grevi, in capo all’imputato veniva mantenuta la consueta ampia possibilità di proporre appello contro le sentenze di condanna, dall’altro la riduzione ai minimi termini del potere di appello del Pubblico Ministero contro le sentenze di proscioglimento veniva a determinare una realtà di concreto e non giustificabile squilibrio tra le posizioni dell’uno e dell’altro protagonista del processo, di fronte alla sentenza di primo grado”. In sostanza rivelando una “obiettiva inconciliabilità con il principio della ‘parità tra le parti’? a causa della irragionevole disparità di trattamento per tale via introdotta tra il Pubblico Ministero e l’imputato”.
     Attendiamo di leggere la sentenza, con la serenità che l’importanza del caso impone. Evitando le qualunquistiche dissertazioni alla Giacalone, che attende le motivazioni precisando che “dopo averle lette sapremo dove ha sbagliato la Corte costituzionale o dove ha trovato l’articolo che rende incostituzionale la civiltà giuridica” (Libero del 26 gennaio, a pagina 9).
     Caro Cavaliere, li licenzi tutti questi legulei, preoccupati solo di immaginare quel che può compiacerla. Non le servono, non sono suoi amici. Perché gli amici veri, quelli che credono nella sua iniziativa politica, le direbbero che un uomo delle istituzioni le rispetta tutte, in primo luogo la Magistratura che ha l’arduo compito di assicurare la pacifica convivenza, tra difficoltà di ogni genere, tra leggi incomprensibili e l’assoluta mancanza di uomini e mezzi nei tribunali di ogni ordine e grado. Con l’aggravante che la giustizia penale rivela una paurosa sovraesposizione, essendo rimesse al giudice, e prima ancora al P.M., molte questioni che potrebbero essere definite assai più efficacemente con sanzioni amministrative e pecuniarie.
     Ma di questo la sua maggioranza non si è data carico. Ne parleremo un’altra volta.
     Il giorno dopo un amabile Signore che stimo molto mi telefonò da Palazzo Chigi per dirmi “li licenzieremo tutti”. Non è avvenuto, ovviamente. Il Premier ama circondarsi di yes men, che dicono, anzi anticipano quello che pensa e dirà. Sono personaggi pericolosi, pericolosissimi, per lui naturalmente.
     E così in una lettera aperta ho dovuto, di lì a due mesi, spiegare ancora al Premier le ragioni che mi convincono che sarebbe un errore separare le carriere di giudici e pubblici ministeri.  Parlando a Como, come riferiva Libero del 17 maggio a pagina 6, Berlusconi aveva detto “non lascerò la politica finché non riuscirò ad attuare la riforma giudiziaria con la separazione delle carriere tra giudici e pubblico ministero”. Aggiungendo che “dobbiamo arrivare a una situazione in cui ci sarà un avvocato dell’accusa e uno della difesa”.
     Così ho dovuto ripetere che negli Stati Uniti il Procuratore Distrettuale rappresenta l’Amministrazione. È una sorta di avvocato dello Stato. Ha un interesse, anche “politico” (diciamo di “politica giudiziaria”) alla conclusione delle indagini e del processo. È eletto, inevitabile conclusione del percorso che Berlusconi immagina di avviare con la separazione delle carriere (ed infatti la Lega ha fatto ancora di recente questa proposta), e quindi si propone all’elettorato con un determinato “programma giudiziario”, che indica quali azioni giudiziarie intende privilegiare per essere eletto o confermato nella carica, per soddisfare il “desiderio di giustizia” della maggioranza della popolazione, un imbarbarimento che ci riporta indietro nei secoli bui. Un pericolo, soprattutto per i politici, i più esposti a divenire oggetto privilegiato d’indagini che, stavolta, più a ragione, definiranno “politiche”.
È l’accusa, mossa al Procuratore della Contea di Travis, Ronnie Earle, da Tom DeLay, il potente capogruppo repubblicano alla Camera di Washington, dimessosi dopo essere stato incriminato da un Gran giurì del Texas per violazione della legge sui finanziamenti elettorali.
DeLay era finito nell’inchiesta del Procuratore Earle (un democratico) per il “possibile uso illegale di fondi elettorali” e per aver accettato – nelle elezioni di medio termine del 2002 – finanziamenti politici da alcune corporation, violando la legge elettorale del Texas secondo cui le donazioni delle aziende non possono essere usati per “promuovere la vittoria o la sconfitta di candidati”, ma solo essere usati per fini amministrativi.
DeLay si è dimesso dalla Camera ed ha accusato il procuratore Erle di averlo incriminato per motivi politici, dicendosi vittima della “vendetta di un democratico partigiano”.
Paese che vai, Procuratore che trovi!
Mi chiedevo, in chiusura della lettera aperta, se il Cavaliere preferisse gli U.S.A. e se sia saggio “risolvere questi problemi di sovraesposizione del Pubblici Ministeri facendone una casta potentissima, distinta dai giudici”. Per concludere che “questo ha una logica solo nella prospettiva di un asservimento del P.M. al potere politico, che è da sempre il desiderio di certi politici dalla vista corta”.
24 maggio 2009

La riforma  delle istituzioni
La fiera delle ovvietà di fronte ad un problema reale
di Salvatore Sfrecola

     “A decidere sia il Parlamento”, così il Corriere della Sera di oggi riassume nel titolo del pezzo di Lorenzo Fuccaro che, a pagina 12, dà conto del dibattito a distanza tra il Presidente del Consiglio, Berlusconi, ed il Presidente della Camera, Fini, il pensiero di quest’ultimo. “Alla fine è sempre il Parlamento che decide” e richiama l’art. 138 della Costituzione che prevede, appunto, la procedura per la riforma della Carta fondamentale, procedura “aggravata”, come si dice, per effetto della doppia lettura e della maggioranza previste per varare un nuovo testo di uno o più articoli.
     Siamo alla fiera delle banalità, che attestano nell’intero dibattito un pensiero politico debole ed una scarsa dimestichezza con i rudimenti del costituzionalismo, quello che Montesquieu in poi ha previsto che il sistema politico si articoli in poteri dei quali sia bilanciato il ruolo in modo da evitare prevaricazioni e disfunzioni.
     Meccanismi ne esistono tanti. In tutti, anche negli Stati Uniti d’America, stato federale che tuttavia riconosce ampi e significativi poteri in capo al Presidente della federazione, il ruolo del Parlamento è centrale, come ha ricordato Pierluigi Battista nel fondo di oggi sul Corriere. E si capisce, perché nel Parlamento è la rappresentanza popolare, l’espressione del consenso alle persone ed ai partiti. Sicché Berlusconi e Fini, come tutti gli altri che si avventurano nel dibattito sulle istituzioni, dovrebbero aver chiara la percezione che la scelta è politica e si esprime in norme che vanno confezionate in modo da perseguire nel tempo il risultato voluto e questo deve comunque essere conforme alle regole del costituzionalismo, con adeguato equilibrio e bilanciamento dei poteri, come ha appena ricordato Senator, il nostro saggio collaboratore, accorto politico e fine giurista.
     Se è, come è, una scelta politica che va meditata. Le riforme costituzionali non si fanno per una stagione ma sono destinate a durare nel tempo. Vanno misurate, devono toccare i punti critici del sistema che si vuole modificare, senza debordare per far piacere ad un partito o a frange di un partito. Come accadde nella legislatura 2001-2006, quando a Lorenzago di Cadore, tra una salsicciata e tagliatelle ai porcini, fu messo a punto un testo di una modestia unica, quanto quella dei protagonisti della vicenda e dei loro collaboratori. Fortunatamente gli italiani, che sono stati sempre migliori dei politici che li amministrano hanno respinto quel progetto approvato con i voti della sola maggioranza. Com’era avvenuto nella precedente legislatura con la legge n. 3 del 2001, con soli tre voti di maggioranza. Per dire che destra e sinistra sono lontani da quello spirito “costituente” che Fini evoca ricordando i lavori dell’Assemblea che preparò la Costituzione, che vide il concorso intelligente di eminenti politici e giuristi di elevata capacità ed onestà intellettuale.
     Il fatto è che oggi mancano in Parlamento, quello che giustamente “alla fine” deve decidere politici e giuristi del livello di quelli che si confrontarono, anche animatamente, nell’Assemblea costituente poco più di sessant’anni fa. Ognuno mira al proprio particulare, con visuale limitata agli interessi immediati che, il più delle volte, sono di parte e ignorano quell’interesse nazionale del quale troppo spesso si riempiono la bocca.
     Occorre mettere sul tappeto le carte, tutte le carte, fare proposte e simularne gli effetti per capire se si vuole veramente rendere la Repubblica più efficiente nelle sue istituzioni o si mira soltanto a ricercare le mani libere per perseguire obiettivi propri di una parte, che certamente ha il diritto e il dovere di governare secondo il mandato ricevuto dal corpo elettorale ma non deve prevaricare e mettere in forse la funzionalità dei poteri nei quali sia articola l’organizzazione dello Stato.
     Riandando alla battuta di Onida, richiamata da Senator, sulla modestia delle normative che escono da Palazzo Chigi sembra necessario suggerire a Berlusconi ed a Fini, che oggi appaiono i campioni di due diversi modi di procedere, di avvalersi di sapienti consiglieri politici e di costituzionali che non si vedono sia nei pressi di piazza Colonna che di piazza Monte Citorio.
23 maggio 2009

Alla ricerca di un nuovo equilibrio tra i poteri dello Stato
Se la maggioranza è impotente
non è colpa della Costituzione
di Senator

     Scambio di battute a distanza tra Silvio Berlusconi, mentre parlava tra i “suoi” della Confindustria, e Gianfranco Fini, sul ruolo del Parlamento. Per il Premier è  pletorico, con i suoi più di 1000, tra deputati e senatori, per il Presidente della Camera si può discutere della riduzione dei componenti delle assemblee ma il ruolo delle camere e essenziale, in quanto “sarebbe inaccettabile la privazione del Parlamento in quanto espressione della sovranità popolare, delle sue funzioni di indirizzo generale e di controllo dell’operato del governo, di esercizio del potere legislativo”.
     In verità, è stato già posto in evidenza che il potere di controllo, che ha giustificato la nascita dei parlamenti, dalla Magna Charta libertatum del 1215 sulle rive del Tamigi, si è attenuato progressivamente fino a scomparire in quanto la maggioranza parlamentare, che dovrebbe controllare il governo, è la stessa che dovrebbe controllarlo e ne garantisce la permanenza in carica, per cui è impensabile, al di là di qualche schermaglia tattica, che un parlamentare della maggioranza metta in difficoltà il governo. Di qui la ricerca di altri contrappesi, come ha scritto Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, per garantire un equilibrio tra le istituzioni nel caso di un rafforzamento dell’esecutivo. Ad un maggiore potere del Premier dovrà fare da contraltare un’accentuata funzione del potere legislativo o di quello giudiziario. Si è anche fatta l’ipotesi di un controllo preventivo di legittimità da parte della Corte costituzionale.  Oppure occorre trovare una soluzione diversa che comunque mantenga un equilibrio che non faccia del Premier e del suo partito il padrone incontrastato dello Stato.
     Tanto premesso appare evidente che oggi la maggioranza della quale dispone Berlusconi toglie al Premier ogni alibi in ordine alle mancate riforme delle quali si duole ad ogni piè sospinto. Se non le porta a termine nella sua maggioranza che ha la consistenza necessaria per portare avanti rapidamente il programma di governo, come gli viene rintracciato in relazione ad alcune leggi considerate ad personam non ha altro che prendersela con se stesso per le scelte fatte al momento della composizione delle liste, quando disse che gli passavano trenta deputati bravi i quali avrebbero guidato la schiera dei peones.
     Evidentemente non è questa la strada. Un’armata modesta non consente neppure ad un bravo generale di vincere la battaglia.
     Aggiungasi il modesto livello dei suoi collaboratori, politici e tecnici. Qualche mese fa Valerio Onida, parlando nel corso di un convegno organizzato da ASTRID ed altre associazioni culturali ebbe a rilevare che mai nella storia dell’Amministrazione erano uscite da Palazzo Chigi tante norme scritte male e peggio confezionate.
23 maggio 2009

Corriere impietoso con Berlusconi
Le tracce di trucco sul fazzoletto del Premier
di Senator

     Impietoso il Corriere della Sera di oggi con Silvio Berlusconi fotografato mentre, sopraffatto dall’afa, si deterge il sudore con un fazzoletto che rimane segnato dal trucco, il fard del quale il Presidente fa uso. Impietoso, perché sottolinea una debolezza umana diffusa, quella di sembrare più giovani dell’età anagrafica, che nel Premier, che ha fatto della sua persona un’immagine per la comunicazione, è quasi un’ossessione, un quel colorito terra di Siena, come i capelli opportunamente rinfoltiti da un sapiente trapianto. Ossessione, perché alla sua età, al di sopra dei settanta, un capello bianco non guasta, anzi una sfumatura grigia sulle tempie negli anni passati veniva considerata fonte di fascino, tale da richiamare l’attenzione del gentil sesso.
     Impietoso il Corriere ad evidenziare un lato debole dell’uomo forte del momento che, nel bene e nel male, ha una sua storia, un suo ruolo nell’Italia di oggi, un ruolo che lo pone al centro del dibattito politico e fa fortemente temere per gli equilibri politici e per le sorti del Paese se, per avventura, dovesse uscire di scena all’improvviso.
22 maggio 2009

La scuola elementare Carlo Pisacane non cambia nome
Italia batte Giappone 1 a 0 e palla al centro
di Salvatore Sfrecola

     L’intervento del Ministro della pubblica istruzione Mariastella Gelmini e del sindaco di Roma, Alemanno, ha impedito che la scuola elementare Carlo Pisacane cambiasse nome per essere intitolata ad un pedagogo giapponese, tale Tsunesaburo Makiguchi. Si chiude così una penosa vicenda che aveva creato molto sdegno e che gabellata come ispirata a propositi di integrazione rappresentava null’altro che l’abbandono della nostra cultura e della nostra storia per un senso di disponibilità nei confronti degli immigrati che non avrebbero capito, perché chi viene nel nostro Paese è anche attirato dalla sua storia della sua cultura, dalla fama dei suoi monumenti.
     Questa forma di sudditanza culturale che ha espresso il direttore didattico della scuola Carlo Pisacane è veramente la peggiore manifestazione di una mancanza di identità culturale che nella scuola dovrebbe essere al centro dell’insegnamento, anche quando aperto al confronto con culture di altri paesi. D’altra parte la scuola italiana non ha mai trascurato di presentare agli studenti letterati, filosofi o artisti che hanno maturato la loro attività in paesi europei o extra europei. Per non dire della filosofia, dove è abbastanza ovvio che si studi Ficthe, Hegel, Marx e della letteratura, che sempre portato all’attenzione dei nostri studenti scrittori come Vittorio Hugo, Leone Tolstoi, per non citare che filosofi e scrittori tra i più noti a tutti.
     L’integrazione degli extracomunitari nel nostro Paese significa che questi, per i quali si chiede la cittadinanza italiana, conoscano la lingua, la storia e la cultura del paese che li accoglie. E se è opportuno che la nostra scuola si apra ancor più a culture estere, essa non può perdere la propria identità di base. Sbaglia dunque la sinistra a cavalcare questa iniziativa di cancellazione di parte della nostra storia scritta lì sul portale di una scuola elementare della periferia romana per un mero desiderio di dire sempre no alla maggioranza, una posizione che non porta da nessuna parte, che aliena le simpatie del popolo romano, di quelle mamme che con molta semplicità ed approssimazione linguistica hanno detto ai cronisti “ve lo impariamo noi… questa scuola non può cambiare nome”.
21 maggio 2009

L’indipendenza dei giudici
L’apparenza dell’essenza
di Iudex

     Ricordo con emozione il primo giorno di magistrato, il giuramento di fedeltà “alla Costituzione e alle leggi dello Stato”. E poi il fervorino del Presidente: non basta conoscere il diritto per essere buoni magistrati occorre equilibrio innanzitutto e – massima di grande saggezza – non è sufficiente essere indipendenti, che è regola ovvia, ma apparire tale. Cioè tenere un comportamento che agli occhi del cittadino non possa far dubitare dell’indipendenza del giudice. Indipendenza che risulterebbe in dubbio se lo stesso fosse, anche nella vita privata, identificabile come uomo di parte. Mi rendo conto che questa è una grave limitazione del diritto alla manifestazione del pensiero in democrazia, quel sistema politico che vive del confronto delle idee cui tutti devono concorrere. Ma è evidente che anche il giudice ha le sue idee politiche, può coltivarle ed esprimerle, ma deve farlo in forme e modi e non incrinino la sua immagine di uomo al di sopra delle parti, soggetto “soltanto alla legge” come si esprime la Costituzione (art. 101), accentuando un ruolo pubblico indipendente che è di tutti gli impiegati dello Stato che appunto sono “al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98) per dire che non possono essere legati a partiti politici in modo che dà incrinare la loro imparzialità che è altro precetto costituzionale (art. 97).
     Ne deriva che se il giudice, oltre ad essere indipendente deve anche apparire tale è tenuto ad astenersi da quelle manifestazioni pubbliche di parte che agli occhi del cittadino possono far dubitare che, giudicando, spinelli né nonna le regole del diritto ma a quelle che, giudicando, si allinei non alle regole del diritto ma a quel che pensa il partito o il movimento politico al quale dimostra in qualche modo di appartenere.
     Fedele alla regola che  l’apparenza esprime visibilmente l’essenza dell’indipendenza, nell’esercizio delle mie funzioni ho sempre evitato che la richiesta di rinvio a giudizio di un politico o di un suo diretto collaboratore cadesse in prossimità di una consultazione elettorale. Ugualmente per il deposito di una sentenza, quando ho svolto funzioni giudicanti.
     Sulla base di queste regole di deontologia professionale mi sembra che i giudici di Milano avrebbero dovuto procrastinare il deposito della sentenza sul caso Mills allo svolgimento delle elezioni, in un momento di duro scontro politico. Per cui si comprende l’ira del Premier il quale ritiene che la sentenza possa in qualche modo, come in effetti sta avvenendo, essere strumentalizzata dai suoi avversari politici.
     Sbaglia, altresì, l’Associazione Nazionale Magistrati quando non richiama l’aurea regola secondo la quale i giudici debbono essere indipendenti ma apparire anche tali.
21 maggio 2009

L’idiozia di cambiare nome ad una scuola
per uno sciocco senso di accoglienza
Con Pisacane archiviata la storia e l’identità nazionale
di Salvatore Sfrecola

     La notizia secondo la quale la scuola elementare Carlo Pisacane di Roma sarebbe destinata a cambiare nome per decisione del consiglio d’istituto e del preside per essere intestata a tale Tsunesaburo Makiguchi, un personaggio sul quale ha ironizzato oggi sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia (L’integrazione non si fa così) sottolineando come “spesso sono i piccoli episodi che rivelano i grandi fatti”.
     Un piccolo episodio, questo del nome della scuola per un grande fatto, l’integrazione che, come dice giustamente Galli della Loggia non si fa per farsi integrare ma per integrare, pur nel rispetto delle varie tradizioni, nel contesto storico culturale del Paese che accoglie.
     Un piccolo episodio che rivela una grande realtà, l’inadeguatezza di gran parte del corpo insegnante emerso da una università devastata dalle follie del ’68, dal 18 politico che ha sfornato “dottori” che sapevano tutto della contestazione studentesca e poco o niente delle discipline insegnate nei vari corsi di laurea. Con la conseguenza che abbiamo un corpo di laureati in sufficiente, inadeguato alle moderne prospettive del lavoro nei vari campi e abbiamo perso ogni riferimento alla cultura del nostro Paese, della sua storia diventando ogni giorno di più tributari di esperienze estere, di culture che non vengono metabolizzate dal pensiero forte di una tradizione che vanta pensatori, letterati, storici di altissimo profilo. E così capita c’è un direttore didattico, o come si chiama chi deve reggere una scuola elementare, si riunisce con un po’ di genitori, molti dei quali evidentemente di etnia orientale, e scopre questo signore “pensatore e pedagogista celeberrimo”, come ironizza Galli della Loggia, per cambiare nome alla scuola ed archiviare un pezzo della nostra storia. E con essa l’identità nazionale che evidentemente ha attirato quanti sono venuti in Italia per vivere e studiare. In sostanza a persone che hanno manifestato attenzione per la cultura e la civiltà italiana noi diciamo che è meglio intestare le nostre istituzioni culturali a personaggi dei paesi di origine dei nuovi studenti. Può sembrare, e certamente è sembrato a chi ha preso questa decisione, di aver fatto un gesto importante di civiltà e di accoglienza, mentre ha semplicemente negato le proprie radici culturali, quelle che come ho detto, sono stato il motivo per il quale quelle persone hanno abbandonato le loro terre per venire a vivere in Italia.
     Un atteggiamento, quello del direttore didattico, sciocco e che ha gravemente compromesso l’immagine dell’amministrazione e del Paese. A prescindere dal fatto che dubito fortemente che fosse nella sua potestà cambiare nome ad una scuola.
20 maggio 2009

Con la partecipazione straordinaria di Marcella Crudeli. Un Concerto di Beneficenza al Collegio Seraphicum per finanziare un ambulatorio medico in Sudan

      Venerdì 29 maggio alle 20,30 si terrà al Teatro del Collegio Seraphicum, in via del Serafico 1 (angolo via Laurentina), un Concerto di Beneficenza organizzato dal Rotary Club Roma Sud con la Onlus Economia Alternativa che sostiene le Missioni Comboniane nel terzo mondo.
     Il ricavato sarà interamente devoluto all’Ospedale di Nzara in Sud Sudan per la costruzione di un ambulatorio medico.
     Il programma prevede la partecipazione straordinaria della pianista Marcella Crudeli, della violinista quindicenne Masha Diatchenko e del pianista Andrea Terenzi. Saranno eseguite composizioni  di Chopin, Paganini, List e Rackmaninoff. Contributo di 15 euro a persona, incluso rinfresco.

Laicità dello Stato e pluralismo della società
di Senator

    I giornali di oggi danno molto spazio alle dichiarazioni del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, il quale, parlando ieri a Monopoli, ha affermato che “il Parlamento deve fare leggi non orientate da precetti di tipo religioso”, aprendo la strada a discussioni e ad interventi di segno diverso. Lapidaria l’annotazione di Pier Ferdinando Casini, suo predecessore al vertice di palazzo Montecitorio che ha definito “ovvie” le parole di Fini.
     In effetti l’espressione con la quale Fini ha voluto attizzare di nuovo il fuoco per presentarsi, come evidentemente desidera, quale campione della laicità dello Stato, o più esattamente di un radicalismo anticlericale, sembra effettivamente ovvia in quanto è facile convenire che nelle leggi dello Stato non vi devono essere norme giuridiche che costituiscano “precetti di tipo religioso”.
     Quel che, invece, sembra sfuggire al Presidente della Camera, personalità di indubbia caratura politica, ma di insufficiente formazione giuridica, scarsamente versato nel diritto costituzionale, è che le leggi dello Stato, quando toccano temi che sono oggetto di contrapposte o comunque diversificate posizioni ideologiche, definiscono una posizione mediana che cerca di esprimere una volontà sulla quale la maggioranza del Parlamento si riconosce. Si tratta di posizioni ideologiche e, in genere, culturali che affondano le loro radici nel pensiero filosofico, nella tradizione spirituale del popolo, così come viene mediata dalle forze politiche, senza mai corrispondere totalmente a quelle ideologie od a quelle posizioni spirituali.
     Un primo esempio di questo modo di legiferare lo abbiamo visto nella elaborazione della Carta costituzionale che, attraverso un dibattito approfondito e a tratti particolarmente vivace, ha espresso una normativa fondamentale dello Stato, giovandosi dell’apporto di differenti tradizioni e ideali, dalla dottrina sociale della Chiesa ai valori di cui erano portatori i partiti di sinistra. Con la conseguenza che nella Costituzione convivono istanze diverse ed a volte lontane che l’abilità di uomini politici accorti e giuristi di valore ha saputo fare convergere in  scelte che il popolo italiano sostanzialmente condivide.
     Lo Stato laico di Fini è espressione di una confusione di idee, di una sorta di discriminazione al contrario, per cui dovrebbero trovare ingresso nelle leggi tutte le istanze non religiose, cioè non espressione di una fede, mai quelle che avessero una radice cristiana o comunque religiosa. Sbaglia e il Presidente della Camera, perché sembra ignorare, se non vuole apertamente negare cittadinanza alle idee di parte della popolazione, che nella cultura italiana è netta la distinzione tra laicità dello Stato e molteplicità delle ispirazioni ideologiche, e quindi anche religiose, che alimentano ed arricchiscono il dibattito politico. Sbaglia, perché fa credere, a chi ha modesti strumenti critici per valutare gli elementi del dibattito politico e quindi anche le sue dichiarazioni, che ci sia qualcuno che pretende di trasferire precetti religiosi nelle leggi dello Stato, mentre ai cattolici, come a chiunque altro crede in valori di carattere trascendente, deve essere consentito di esprimere le proprie idee, di portarle nelle assemblee parlamentari e di battersi perché in tutto in parte quelle idee vengano trasfuse nelle leggi che disciplinano la vita del popolo italiano. Questo non vuol dire che lo Stato perda la sua laicità, significa semplicemente che alcune regole sulle quali converge la maggioranza del Parlamento ed evidentemente anche dell’elettorato, possono essere espressione di un credo religioso ma che possono essere condivise anche da coloro i quali non sono praticanti di una determinata fede. Confondere un ideale e quindi una norma giuridica con un precetto religioso è un errore nel quale il Presidente di un’Assemblea parlamentare non può cadere, anche quando ritenga di dover esprimere una propria personale istanza che corrisponda a ambizioni politiche, certamente legittime, che lo portano oggi a distanziarsi notevolmente dalle posizioni cercate e condivise non molto tempo fa, quando, ad esempio, si era fatto paladino dell’inserimento del richiamo alle radici cristiane nella Costituzione europea.
     Forse è soltanto il desiderio di primeggiare sulla stampa, di distinguersi da Berlusconi che non tralascia occasione per metterlo nel cantuccio (anche quando è lussuosamente arredato come Palazzo Montecitorio), nel momento in cui, abbandonato il partito, desidera non annullarsi nel mare magno del Partito delle libertà, nel quale gli ex aennini sono palesemente compressi. La coerenza in politica, in fondo, paga e quindi esige non soltanto la solidità del pensiero ma anche l’aggancio forte ad un’azione che giorno dopo giorno costruisca una strategia che non veda azioni corsare ora a destra ora a manca, tanto per guadagnarsi un titolo in prima pagina. Per fare questo il politico deve dedicare tempo agli studi, storici e filosofici, ma anche a quelli giuridici soprattutto se ricopre una carica istituzionale. E quando non può dedicare molto tempo a questo impegno, quanto meno è necessario si avvalga di collaboratori di un certo spessore e di provata fede, non di arrivisti e opportunisti. Ma questi piacciono ai politici, che da sempre preferiscono i lacché agli amici sinceri.
19 maggio 2009

I costi della politica e l’efficienza del sistema
Le amara verità dietro le statistiche dell’OCSE
di Marco Tullio

     La notizia che ha scosso gli italiani alla fine del week end è che, secondo le statistiche pubblicate dall’OCSE, i nostri salari e stipendi sono al di sotto della media dei paesi OCSE, nientemeno siamo al 23esimo posto dietro Grecia e Spagna.
     Alcuni giornali e varie televisioni hanno gridato allo scandalo, dichiarazioni di politici e commentatori per spiegarne le ragioni, individuate nel “cuneo fiscale” che più che in altri paesi inciderebbe a causa degli oneri derivanti dalla necessità di mantenere “lo stato sociale”, cioè tutto il complesso sistema che assicura agli italiani le pensioni, l’assistenza medica, gli ammortizzatori sociali e via dicendo. Quindi la conclusione servita alla pubblica opinione: c’è poco da fare, a parte dei lievi ritocchi alla spesa, se non si vuole smantellare lo stato sociale a detrimento delle fasce più deboli della popolazione.
     Niente di più falso perché la realtà che andrebbe ricordata alla pubblica opinione è che, se da un lato l’economia italiana sconta uno sviluppo più lento degli altri partner europei, dall’altro in un mondo ormai “globalizzato” non ci si può più permettere di sprecare risorse con una spesa pubblica inefficiente, la vera palla al piede del sistema che blocca la crescita. E allora perché non chiedersi, cominciando dall’alto, quanto tempo dovremo aspettare prima che si incida sui costi della politica, con la riduzione della pletora di rappresentanti del popolo a livello nazionale e locale e con l’abolizione delle province e degli enti inutili? Ma fatto questo passo,  bisogna poi scendere di livello e ricordare all’opinione pubblica che forse non ci possiamo permettere più di mantenere posti di lavoro improduttivi, perché dobbiamo avere più professori, più bidelli nella scuola (con le pulizie affidate in outsourcing), più medici ed infermieri nella sanità (chi non è mai entrato nel pronto soccorso di un ospedale della capitale dove si aggira tanta gente dall’aria inutile?), più dipendenti negli enti locali (soprattutto da Roma in giù) rispetto ad altri paesi?. Perché non ricordare che in Calabria abbiamo migliaia di forestali da mantenere, che in Sicilia la pubblica amministrazione richiede 4 volte il numero di impiegati che in Lombardia, e via dicendo?
     Ma se si parlasse chiaro alla pubblica opinione allora insorgerebbero le varie corporazioni sotto le bandiere dei sindacati: “Così si vuole fare della macelleria sociale!”, la frase coniata per bloccare ogni riforma. Non è vero perché proteggere dei posti di lavoro improduttivi significa tutelare aree di parassitismo ingiustificate mentre lo Stato di fatto nega l’accesso dei giovani precari alle garanzie cui hanno invece diritto i lavoratori protetti. Lo Stato quindi non deve rinunciare ad una vera riqualificazione della spesa pubblica per liberare le risorse necessarie a ridare slancio all’economia, a meno che non vogliamo ritrovarci tra qualche anno veramente all’ultimo posto per redditi disponibili. L’attuale coalizione di governo avrebbe veramente la possibilità di passare  alla storia per aver cambiato il Paese solo se smettesse di monitorare gli indici di popolarità di giorno in giorno e si concentrasse sugli obiettivi di lungo periodo, anche a costo di scontentare fasce di elettorato.  Che trovino il coraggio quindi di comportarsi da statisti e non solo da uomini di governo!
18 maggio 2009.      

Difensori civici addio?
La riforma Calderoli vorrebbe eliminare questa figura che media tra amministrazione e cittadini (in Europa, infatti, si chiama “Mediatore”)
di Salvatore Sfrecola

     In origine si chiamava Ombudsman. Lo avevano inventato nei paesi del Nord Europa, in Svezia, per l’esattezza.  Nel trattato dell’Unione europea il “Mediatore”, nominato dal Parlamento, ” abilitato a ricevere le denunce di qualsiasi cittadino dell’unione o di qualsiasi persona fisica o giuridica e risieda o abbia la sede sociale in uno Stato membro, e riguardanti casi di cattiva amministrazione nell’azione delle istituzioni o degli organi comunitari..  Ogni anno il mediatore presenta una relazione al Parlamento europeo sui risultati delle sue indagini” (art. 195). In Italia si chiama “difensore civico”, per ricordare il defensor civitatis, magistrato cittadino introdotto nella prima metà del secolo quarto per difender i plebei delle città dagli abusi commessi contro di essi dagli honorati (i titolari delle cariche pubbliche), soprattutto per quanto riguardava la riscossione delle imposte.  Esiste nelle regioni e nei comuni, che a volte si consorziano per avere un unico soggetto deputato a questo compito. Che è quello di rappresentare alle pubbliche amministrazioni le doglianze che gli vengono rappresentate dal cittadino. Non ha poteri coercitivi, ma con la sua autorevolezza ottiene spesso dalle amministrazioni il riconoscimento dei diritti dei cittadini, evitando che questi si rivolgono al giudice civile o amministrativo, con oneri per le amministrazioni e responsabilità. Anche sotto il profilo dell’immagine deteriore che le amministrazioni inadempienti in tal modo offrono al cittadino.
     E’ una figura utile senza dubbio, della quale ci si attendeva la messa a punto quanto ai poteri e il rafforzamento della struttura, perché il difensore civico abbia almeno un segretario e un archivio per poter seguire le “pratiche”  e riferire agli organi espressivi della comunità, regionali, provinciali e comunali su quanto  ha fatto e su ciò che ha potuto constatare attraverso la sua attività.
     Invece la bozza di riforma del Ministro Calderoli, a quanti riferisce il Corriere della Sera di oggi, fra le altre cose che prevede, sulle quali torneremo, prevede l’abolizione dei difensori civici. È un errore anche di prospettiva, perché il cittadino percepisce immediatamente di essere espropriato di uno strumento di difesa contro gli atti della pubblica amministrazione lesivi di un proprio diritto o interesse che potrebbe essere ripristinato senza dover ricorrere al defatigante strumento giurisdizionale.
     Perché, dunque, abolire una istituzione che esiste in tutti paesi d’Europa la quale, anzi, chiede agli Stati membri l’istituzione di un difensore civico nazionale, figura sulla quale ebbi modo di lavorare qualche anno fa alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che in proposito aveva istituito una commissione.
     Una rete capillare di difensori civici sul territorio, a livello comunale, provinciale e regionale avrebbe, come ho accennato, il compito importante di fornire alla potere politico, al livello delle assemblee elettive, un monitoraggio importante delle situazioni che il cittadino lamenta come espressione di una cattiva amministrazione. In questo senso i difensori civici oltre a deflazionare il ricorso alla giurisdizione, ordinaria e amministrativa, sono dei sensori importanti della gestione pubblica, mettendo in condizione chi deve amministrare di conoscere come il cittadino percepisce le scelte fatte, con immediatezza, prima del momento elettorale.
     “Conoscere per deliberare”, diceva Luigi Einaudi studioso di economia e di storia, un piemontese avvezzo alla buona amministrazione, in apertura delle sue famose “Prediche inutili”. Si chiedeva, di fronte ad espressioni del tipo: “la soluzione si trascina”; “il problema, una volta posto, deve essere risoluto”; “urge, non si può tardare oltre ad affrontare la questione”, perché mai “il governo, perché il parlamento, perché il ministro competente tardano tanto?” Per giungere alla conclusione “come si può deliberare senza conoscere?”, dacché è evidente che se le cose non vanno vuol dire che si è deciso senza conoscere.
    Ad Einaudi ha fatto eco Giuseppe Medici in un aureo volumetto dal titolo “Conoscere per amministrare”. Siamo sempre lì. Prima si pensa, poi si agisce.
     Questi autorevoli moniti hanno evidentemente  dimenticato i collaboratori del Ministro Calderoli i quali suggeriscono che si deliberi la soppressione dei difensori civici con scarsa conoscenza della realtà amministrativa che attraverso di essi può essere percepita e del ruolo che gli stessi ricoprono, nonostante la scarsità di mezzi e l’ostilità dell’amministrazione che assai poco li tollera e della politica che a stento li sopporta.
Riformare e compito difficile
17 maggio 2009

Decreto Sicurezza, fenomeni migratori e politiche di immigrazione. Rileggiamo insieme
un profetico intervento del Cardinale Biffi nell’anno 2000
di Bruno Lago

E’ triste vedere come un argomento delicato come il controllo dell’immigrazione ed il governo dei  flussi migratori sia diventato un terreno di scontro elettorale caratterizzato da polemiche di bassa lega, senza una analisi obiettiva dei problemi, punto di partenza per qualsiasi intervento in materia di ingressi, sicurezza, integrazione eccetera. Le improvvide dichiarazioni di organizzazioni internazionali, dal Consiglio d’Europa (che non è l’Unione Europea) all’ONU, ormai scaduta ad un’ associazione terzomondista schierata su posizioni antioccidentali, sono state poi strumentalizzate senza che questo abbia contribuito a comprendere i fenomeni in atto.
     Quello che stupisce maggiormente è l’incapacità di analisi di gran parte dei commentatori politici che parlano o scrivono sotto l’influenza di visioni ideologiche del tutto inadatte ad affrontare i problemi collegati all’immigrazione. Una stima recente indicava che circa 55 milioni di africani sono pronti a lasciare i loro paesi per cercare un futuro in Europa. Questa è la parte invisibile dell’iceberg, quella visibile sono qualche migliaio di disperati assiepati nei barconi che arrivano sulle coste dell’Europa meridionale, vittime di un vero e proprio racket, paragonabile ad una moderna “tratta degli schiavi”. Altre centinaia di migliaia di persone sono accampate in Libia e nei paesi vicini, in fuga da fame, malattie e persecuzioni lungo collaudate piste tenute aperte dal racket.
     Appare evidente come i paesi europei e soprattutto Italia e Spagna, i paesi più esposti a questi flussi migratori, non possono farsi carico da soli od anche tutti insieme di accogliere queste moltitudini anche in un lasso di tempo di pochi anni. Basta riflettere su quanto è successo con la massiccia immigrazione romena in Italia per i fenomeni di criminalità e xenofobia che ha alimentato nella nostra società. L’aver respinto alcuni barconi certamente pone problemi di coscienza e non è la soluzione migliore; ma sicuramente ha rappresentato un messaggio importante per coloro che desiderano migrare perché salverà molte vite tra coloro che si sarebbero affidati ai trafficanti.
     L’iniziativa italiana   ha il merito di chiamare in causa finalmente la UE e l’ONU per affrontare il problema su basi nuove e con una politica comune su immigrazione e aiuti allo sviluppo dell’ Africa.
     Il decreto sulla sicurezza in discussione in Parlamento potrebbe rappresentare un primo passo per la definizione di una vera politica per l’immigrazione che troppo a lungo è mancata nel nostro Paese. A questo proposito appaiono profetiche le parole – “politicamente scorrette” secondo il conformismo jmperante non solo all’epoca – pronunciate dal Cardinale Biffi, allora Arcivescovo di Bologna, nel lontano anno 2000 al seminario della Fondazione Migrantes.  Questo intervento costò al Cardinale una vergognosa campagna mediatica ostile da molti ambienti laici e cattolici e vale la pena riportare in corsivo un ampio stralcio della relazione che non ha perso nulla della sua attualità (alcuni titoli sono stati aggiunti per comodità di lettura):
      Sulla generale impreparazione davanti al fenomeno
     “Dovrebbe essere evidente a tutti quanto sia rilevante il tema dell’immigrazione nell’Italia di oggi; ma credo sia altrettanto innegabile l’inadeguata attenzione pastorale e lo scarso realismo con cui finora esso è stato valutato e affrontato. Il fenomeno appare imponente e grave; e i problemi che ne derivano – tanto per la società civile quanto per la comunità cristiana – sono per molti aspetti nuovi, contrassegnati da inedite complicazioni, provvisti di una forte incidenza sulla vita delle nostre popolazioni.
     I generici allarmismi senza dubbio non servono, ma nemmeno le banalizzazioni ansiolitiche e le speranzose minimizzazioni. Né si può sensatamente confidare in un rapido esaurirsi dell’emergenza: è improbabile che tutto si risolva quasi autonomamente, senza positivi interventi, e la tensione stia per sciogliersi presto quasi come un temporale estivo, che di solito è di breve durata e non suscita
prolungate preoccupazioni.
     A una interpellanza della storia come questa si deve dunque rispondere – come, del resto, davanti a tutti gli eventi imprevisti e non eludibili della vicenda umana – senza panico e senza superficialità. Vanno studiate le cause e va accuratamente indagata l’indole multiforme dell’accadimento; ma non si può neanche attardarsi troppo nelle ricerche e nelle analisi, senza mai arrivare a qualche provvedimento mirato e, per quel che è  possibile, efficace, perché i turbamenti e le sofferenze derivanti dall’immigrazione sono già in atto.
     È stato colto di sorpresa lo Stato, che dà tuttora l’impressione di smarrimento; e pare non abbia ancora recuperata la capacità di gestire razionalmente la situazione, riconducendola entro le regole irrinunciabili e gli ambiti propri dell’ordinata convivenza civile. I provvedimenti, che via via vengono predisposti, sono eterogenei e spesso appaiono contradditori: denunciano la mancanza di una qualche progettualità e, più profondamente, denotano l’assenza di una corretta e disincantata interpretazione di ciò che sta avvenendo. Non vediamo che ci sia una “lettura” abbastanza penetrante dei fatti, tale che sia poi in grado di suggerire, sviluppare e sorreggere un indirizzo coerente e saggio di comportamento.
     L’auspicio sostanziale che crediamo di dover formulare per lo Stato e la società civile, è che si chiariscano e siano comunemente accolte alcune persuasioni previe, sicché ci si accosti al fenomeno dell’immigrazione provvisti di una “cultura” plausibile largamente condivisa”.
 Sulla necessità per gli stati di elaborare opportune politiche migratorie
     “È incontestabile, per esempio, il principio che a ogni popolo debbano essere riconosciuti gli spazi, i mezzi, le condizioni che gli consentano non solo di sopravvivere ma anche di esistere e svilupparsi secondo quanto è richiesto dalla dignità umana. Gli organismi internazionali sono sollecitati a farsi carico delle iniziative atte a conseguire questa mèta e non possono perdere di vista questo necessario ideale di giustizia distributiva generale; e tutto ciò vale – in modo proporzionato e secondo le reali possibilità – anche per i singoli stati.
     Ma non se ne può dedurre – se si vuol essere davvero “laici” oltre tutti gli imperativi ideologici – che una nazione non abbia il diritto di gestire e regolare l’afflusso di gente che vuol entrare a ogni costo. Tanto meno se ne può dedurre che abbia il dovere di aprire indiscriminatamente le proprie frontiere.
     Bisogna piuttosto dire che ogni auspicabile progetto di pacifico inserimento suppone ed esige che gli accessi siano vigilati e regolamentati. È tra l’altro davanti agli occhi di tutti che gli ingressi arbitrari – quando hanno fama di essere abbastanza agevolmente effettuabili – determinano fatalmente da un lato il dilatarsi incontrollato della miseria e della disperazione (e spesso pericolose insorgenze di intolleranza e di rifiuto assoluto), dall’altro il prosperare di un’industria criminale di sfruttamento di chi aspira a varcare clandestinamente confini.
     Ciò che dobbiamo augurare al nostro Stato e alla società italiana è che si arrivi presto a un serio dominio della situazione, in modo che il massiccio arrivo di stranieri nel nostro paese sia disciplinato e guidato secondo progetti concreti e realistici di inserimento che mirino al vero bene di tutti, sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni.
     Tali progetti dovrebbero contemplare tanto la possibilità di un lavoro regolarmente remunerato quanto la disponibilità di alloggi dignitosi non gratuiti: per questa strada si potrà arrivare a un sicuro innesto entro il nostro organismo sociale, senza discriminazioni e senza privilegi.
     Chi viene da noi deve sapere subito che gli sarà richiesto, come necessaria contropartita dell’ospitalità, il rispetto di tutte le norme di convivenza che sono in vigore da noi, comprese quelle fiscali. Diversamente non si farebbe che suscitare e favorire perniciose crisi di rigetto, ciechi atteggiamenti di xenofobia e l’insorgere di deplorevoli intolleranze razziali.
     La pratica attuazione di questi progetti obbedirà necessariamente a criteri che saranno anche economici: l’Italia ha bisogno di forze lavorative che non riesce più a trovare nell’ambito della sua popolazione”.
 “La salvaguardia dell’identità nazionale”
     Ma i criteri di cui si parla non potranno essere soltanto economici e previdenziali.
     Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto.
     Sotto questo profilo, uno Stato davvero “laico” – che cioè abbia di mira non il trionfo di qualche ideologia, ma il vero bene degli uomini e delle donne sui quali esercita la sua attività di amministrazione e di governo, e voglia loro preparare con accortezza un desiderabile futuro – dovrebbe avere tra le sue preoccupazioni primarie quella di favorire la pacifica integrazione delle genti (come si è già storicamente verificato nell’incontro tra le popolazioni latine e quelle germaniche sopravvenute) o quanto meno una coesistenza non conflittuale; una compresenza e una coesistenza che comunque non conducano a disperdere la nostra ricchezza ideale o a snaturare la nostra specifica identità.
     Bisogna perciò concretamente operare perché coloro che intendono stabilirsi da noi in modo definitivo “si inculturino” nella realtà spirituale, morale, giuridica del nostro paese, e vengano posti in condizione di conoscere al meglio le tradizioni letterarie, estetiche, religiose della peculiare umanità della quale sono venuti a far parte.
 Necessità di politiche di selezione dei migranti
     “A questo fine, le concrete condizioni di partenza degli immigrati non sono ugualmente propizie; e le autorità non dovrebbero trascurare questo dato della questione.
     In una prospettiva realistica, andrebbero preferite (a parità di condizioni, soprattutto per quel che si riferisce all’onestà delle intenzioni e al corretto comportamento) le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l’inserimento risulta enormemente agevolato (per esempio i latino-americani, i filippini, gli eritrei, i provenienti da molti paesi dell’Est Europa, eccetera); poi gli asiatici (come i cinesi e i coreani), che hanno dimostrato di sapersi integrare con buona facilità, pur conservando i tratti distintivi della loro cultura. Questa linea di condotta – essendo “laicamente” motivata – non dovrebbe lasciarsi condizionare o disanimare nemmeno dalle possibili critiche sollevate dall’ambiente ecclesiastico o dalle organizzazioni cattoliche”.
     Come si vede, si propone qui semplicemente il “criterio dell’inserimento più agevole e meno costoso”: un criterio totalmente ed esplicitamente “laico”, a proposito del quale evocare gli spettri del razzismo, della xenofobìa, della discriminazione religiosa, dell’ingerenza clericale e perfino della violazione della Costituzione, sarebbe un malinteso davvero mirabile e singolare; il quale, se effettivamente si verificasse, ci insinuerebbe qualche dubbio sulla perspicacia degli opinionisti e dei politici italiani.
     Se non si vuol eludere o censurare tale realistica attenzione, è evidente che il caso dei musulmani vada trattato a parte. Ed è sperabile che i responsabili della cosa pubblica non temano di affrontarlo a occhi aperti e senza illusioni.
     Gli islamici – nella stragrande maggioranza e con qualche eccezione – vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra “umanità”, individuale e associata, in ciò che ha di più essenziale, di più prezioso, di più “laicamente” irrinunciabile: più o meno dichiaratamente, essi vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente “diversi”, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro.
     Hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra (fino a praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se aspettano prudentemente a farla valere di diventare preponderanti. Non sono dunque gli uomini di Chiesa, ma gli stati occidentali moderni a dover far bene i loro conti a questo riguardo.
     Va anzi detto qualcosa di più: se il nostro Stato crede sul serio nell’importanza delle libertà civili (tra cui quella religiosa) e nei princìpi democratici, dovrebbe adoperarsi perché essi siano sempre più diffusi, accolti e praticati a tutte le latitudini. Un piccolo strumento per raggiungere questo scopo è quello della richiesta che venga data una “reciprocità” non puramente verbale da parte degli stati di origine degli immigrati.
     Per quanto possa apparire estraneo alla nostra mentalità e persino paradossale, il solo modo efficace e non velleitario di promuovere il “principio di reciprocità” da parte di uno Stato davvero “laico” e davvero interessato alla diffusione delle libertà umane, sarebbe quello di consentire in Italia per i musulmani, sul piano delle istituzioni da autorizzare, solo ciò che nei paesi musulmani è effettivamente consentito per gli altri.
 Cattolicesimo “religione nazionale storica”
     Quanto ai rapporti da intrattenere con le diverse religioni, che sono presenti tra noi in conseguenza dell’immigrazione, sarà bene che nessuno ignori o dimentichi che il cattolicesimo – che indiscutibilmente non è più la “religione ufficiale dello Stato” – rimane nondimeno la “religione storica” della nazione italiana, la fonte precipua della sua identità, l’ispirazione determinante delle nostre più vere grandezze”.
     Sicché è del tutto incongruo assimilarlo socialmente alle altre forme religiose o culturali, alle quali dovrà essere assicurata piena e autentica libertà di esistere e di operare, senza però che questo comporti un livellamento innaturale o addirittura un annichilimento dei più alti valori della nostra civiltà.
     Va anche detto che è una singolare visione della democrazia il far coincidere il rispetto degli individui e delle minoranze con il non rispetto della maggioranza e l’eliminazione di ciò che è acquisito e tradizionale in una comunità umana. Dobbiamo qui segnalare purtroppo casi sempre più numerosi di questa, che è una “intolleranza sostanziale”, per esempio quando nelle scuole si aboliscono i segni e gli usi cattolici per la presenza di alcuni di altre fedi.
 Conclusione
     In un’intervista di una decina d’anni fa, mi è stato chiesto con molto candore e con invidiabile ottimismo: “Ritiene anche Lei che l’Europa o sarà cristiana o non sarà?”. Mi pare che la mia risposta di allora possa ben servire alla conclusione del mio intervento di oggi.
     Io penso – dicevo – che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la “cultura del niente”, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento largamente dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa “cultura del niente” (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’Islam, che non mancherà: solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano come unica salvezza per l’uomo – e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa – potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto.
     Purtroppo né i “laici” né i “cattolici” pare si siano finora resi conto del dramma che si sta profilando. I “laici”, osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgono di combattere l’ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersene troppo tardi. I “cattolici”, lasciando sbiadire in se stessi la consapevolezza della verità posseduta e sostituendo all’ansia apostolica il puro e semplice dialogo a ogni costo, inconsciamente preparano (umanamente parlando) la propria estinzione. La speranza è che la gravità della situazione possa a un certo momento portare a un efficace risveglio sia della ragione sia dell’antica fede.
     È il nostro augurio, il nostro impegno, la nostra preghiera.”
All’intervento del Cardinale Biffi (www.internetica.it/Europa-Biffi.htm) risulta difficile aggiungere un commento salvo ricordare che meno di un anno dopo che fu scritto accaddero gli avvenimenti dell’ 11 settembre 2001.
16 maggio 2009

Una denuncia di Antonio Borghesi (L’Italia dei Valori). Come ti finanzio i giornali minori, locali o di partito (quelli che nessuno legge, neppure quelli che ci scrivono)
di Editor

     Polemica dichiarazione di Antonio Borghesi, deputato dell’Italia dei valori, economista. “Ancora una volta – dice – questo governo toglie ai poveri per dare ai ricchi. Ma questa volta sono tutti d’accordo(Pdl-LN-UDC-PD). E’ successo l’altro giorno al Senato. Fingono di dire che i soldi per i giornali vengono da un aumento della tassa ai petrolieri, la Robin tax”.
     “In realtà questa nuova tassa la pagheremo noi tutti ed in particolare peserà sulle tasche di tutti coloro che per ragioni di lavoro si spostano in macchina. La benzina calerà meno di quanto dovrebbe e lo stesso sarà per le tariffe dell’energia elettrica. Si tratta di ben140 milioni di Euro (1/3 di quanto destinato per social card) . La proposta è partita dai senatori Vita e Lusi (PD) ed ha sollevato l’entusiasmo immediato dei colleghi della maggioranza (Butti e Augello del PDL) che sono stati ringraziati. Garaffa e Armando (PD) si sono affrettati a sottoscrivere l’emendamento, come Mura (della LN, non la nostra grande tesoriera Silvana) che ha anche sottolineato la positiva collaborazione instauratasi tra maggioranza e opposizione. Dopo l’inciucio vergognoso tutti contenti perché si salveranno Il Manifesto, Il Corriere Mercantile, La Voce di Mantova, Liberazione, Il Secolo, La Padania, L’Avvenire. Altri non avevano bisogno di salvarsi, ma prenderanno lo stesso un sacco di soldi (L’Unità, ma anche Libero, Il Foglio, eccetera). E ancora L’Avanti dell’ex PSI, Europa del PD, Rinascita, Il Secolo d’Italia dell’ex AN, il Sole che ride degli ex Verdi, Zukunft in Sudtirol della Sudtiroler Volkspartei, Il Campanile di Mastella-UDEUR, Linea dell’ex MSI, il Roma, il Borghese, La Voce Repubblicana, svariati Corrieri (di Forlì, di Perugia, di Firenze), Ma anche il Corriere Canadese, quello Laziale e quello Mercantile, il Dolomiten e il Domani di Bologna, il Giornale di Calabria e quello Nuovo della Toscana, Il Globo e Italia Oggi, Nuovo Corriere Bari Sera e Nuovo Oggi del Molise, Primorski Dnevnic, Sannio Quotidiano e Scuola Snals. E ancora Chitarre, Fare Vela, Il Salvagente (che siano collegati?), il Granchio (collegato pure lui?), Mare e monti (forse è una pizza?), Luna nuova (distribuito di notte?), Il Mucchio Selvaggio (che sia pornografico?), Motocross, Cavalli e corse. Una miriade di giornali parrocchiali, Ma poi c’è per fortuna La Verità( che si pappa circa 1 milione di euro). E’ possibile andare avanti in un Paese del genere?”
     La prova che quando gli interessi sono comuni l’unanimità è sempre possibile.
16 maggio 2009

Pillole di politichese (con buona pace di Padre Dante): il Ministro Giorgia Meloni denuncia che fin qui vi è stata “l’assenza di una presenza dello Stato”

    Il disegno di legge, approvato ieri dal Consiglio dei ministri su proposta del Ministro della gioventù, Giorgia Meloni, che detta principi fondamentali e norme in materia di riconoscimento al sostegno alle comunità giovanili, con l’intento di incentivare sostenerne il ruolo attraverso opportuni spazi d’aggregazione sia riguardanti il tempo libero, che la formazione, tende a colmare “l’assenza di una presenza dello Stato”, ha spiegato il Ministro nella conferenza stampa!

Introvabile il testo, anche sul sito del Governo
Il “misterioso” decreto Brunetta
sulla riforma della Pubblica amministrazione
di Salvatore Sfrecola

Ho una spiccata simpatia per il Ministro Brunetta, del quale più volte ho apprezzato la concretezza sui temi economici e sociali e riconosco la validità di alcune delle iniziative che ha assunto in tema di pubblica amministrazione, un settore che richiede da anni specifici, significativi interventi per restituire credibilità allo Stato nei confronti dei cittadini e delle imprese. Ho appreso, quindi, con interesse la notizia della approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri di ieri, dello schema di decreto legislativo predisposto dal Ministro sulla base dei principi e dei criteri direttivi contenuti nella legge delega 4 marzo 2009 n. 15, in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni. Ho anche ascoltato le dichiarazioni del Ministro nella conferenza stampa seguita al Consiglio dei Ministri, visibile sul sito del governo.
Mi ha, pertanto, stupito il fatto che nel comunicato stampa del Consiglio dei Ministri numero 50, quello appunto di ieri 15 maggio, non si faccia cenno all’approvazione del decreto legislativo. Mi ha ancor più stupito il fatto che nel sito del Ministero per l’innovazione della pubblica amministrazione, si può leggere la relazione illustrativa del decreto legislativo, di 12 pagine, una scheda di presentazione, di 2 pagine, ed una sintesi dei contenuti, di 69 pagine.
Ma la cosa originale, se così vogliamo dire, è che questi documenti, in particolare la relazione, contengono riferimenti ai numeri degli articoli del decreto legislativo, ma il testo non c’è. È questo, ovviamente, ci impedisce qualunque commento, anche quando la relazione e la scheda di presentazione sembrano dettagliate. Infatti a noi giuristi non basta una sintesi sia pure puntuale di un sistema normativo nel quale i commi, gli aggettivi, perfino le virgole, possono influire sul significato e sull’applicabilità delle norme. Si pensi al tema della misurazione, valutazione e trasparenza della performance come alla valorizzazione del merito e agli strumenti per premiarlo.
     Non ce la sentiamo pertanto di iniziare quell’approfondimento del testo che ci è stato richiesto da molti lettori per l’importanza che, sulla base delle norme di delega, immaginiamo dovrà comportare per la pubblica amministrazione e per i cittadini.
     Rinviamo dunque ogni commento a quando il testo sarà disponibile ufficialmente.
16 maggio 2009

Ma per fortuna c’è un giudice a Roma
Bersaglieri, In missione in Libano nel 1982,
riscuotono solo ora l’indennità operativa, grazie al TAR
di Iudex

    La notizia è di quelle che non avremmo mai voluto leggere. Invece fa bella mostra di sé in prima pagina sul Corriere della Sera di oggi  e dice di uno Stato ingrato nei confronti dei suoi soldati, cioè di coloro attraverso i quali manifesta all’esterno la propria sovranità, nella specie i bersaglieri del battaglione “Governolo” di Legnano mandati in missione di pace in Libano nel 1982. Da allora hanno atteso il pagamento dell’indennità operativa che spettava loro per la partecipazione alla missione, riconosciuta ora dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio che condannato l’amministrazione della difesa a pagare il dovuto.
     Ma la vicenda, così come riassunta da Luigi Ferrarella sul Corriere, merita qualche chiosa non solo per il ritardo, che si commenta da solo, ma per l’atteggiamento dell’amministrazione resistente in giudizio che, come scrive il giornalista, “si è comportata come nemmeno l’ultimo dei debitori che scappa da chi cerca di ottenere quanto era stato solennemente pattuito”. Di più, secondo il giornale, Difesa e Tesoro, rappresentati i in giudizio dall’Avvocatura generale dello Stato, “nemmeno hanno mai presentato una memoria difensiva nel merito, né si sono mai azzardati a contestare in astratto il diritto al trattamento economico previsto per le missioni ” Libano 1″ e ” Libano 2″… semplicemente, lo Stato si è squagliato. Non ha pagato, punto e basta”.
     Questa dei bersaglieri nei confronti dei quali la Patria è stata matrigna, non è neppure un’esperienza unica per chi ha dimestichezza con la giustizia civile e amministrativa, alla quale i cittadini ricorrono per gravi, assai spesso reiterati inadempimenti dello Stato, che costituiscono espressione di un’arroganza e di una negazione dei diritti che in uno Stato “di diritto”, appunto, non dovrebbe essere possibile, neppure immaginata, certamente non tollerata.
     Accade, invece, sovente che quei principi di imparzialità e di buon andamento, solennemente scritti in Costituzione all’art. 97, siano tanto spesso palesemente dimenticati, offrendo un’immagine del potere pubblico certamente negativa, fortemente diseducativa, quando l’autorità dovrebbe comportarsi sempre in ogni caso con rispetto dei diritti, per dimostrare che la res pubblica è veramente la casa di tutti e l’autorità, anche per chi ritiene che non provenga da Dio, è comunque espressione di un potere che pone le regole e prima di tutto deve applicarle.
16 maggio 2009

FIAT… modello Annozero
(ovvero lo spot politico del giovedì sera)
di Bruno Lago

     Dopo le polemiche delle scorse settimane per alcune puntate di Annozero “fuori dalle righe” per  modalità e contenuti di certi argomenti trattati, ecco una puntata “ordinaria”, svoltasi secondo il collaudato modello di Santoro: un ambiente surriscaldato dalla solita claque di gente “che ha un problema”, aizzata quando necessario da una giovane apprendista giornalista,  uomini politici di opposti schieramenti – con i rappresentanti del centro destra nel ruolo di bersaglio predestinato – un esponente delle parti sociali e gli immancabili Travaglio e Vauro che aprono e chiudono la trasmissione. Se la chiusura fa sorridere (quando non vengono presentate vignette blasfeme ed offensive), l’apertura fa ridere per le fantasiose ricostruzioni politico-giudiziarie a senso unico e senza contraddittorio.
     Puntata ordinaria si diceva con la Fiat sul banco degli accusati e gli Agnelli additati come biechi capitalisti secondo la visione vetero-marxista del mondo propria del conduttore. Ma se non vi è nulla di sorprendente rispetto all’usuale medicina che il servizio pubblico si ostina a somministrare agli abbonati, ieri è apparsa incredibile l’incapacità dei politici di parlare chiaramente agli operai per spiegare che, se la capacità produttiva installata eccede la domanda, chiusure e ridimensionamenti saranno inevitabili. E’ inutile invocare blocchi dei licenziamenti o fare guerra preventiva alla Fiat. E’ invece ruolo dello Stato quello di assicurare efficaci ammortizzatori sociali e misure per facilitare il ricollocamento della manodopera. Sono considerazioni elementari ma Santoro deve comunque fare scandalo, attaccando una azienda italiana  che sta operando egregiamente.
15 maggio 2009

L’etica professionale
per i banchieri e per i pubblici amministratori
di Marco Tullio

     Le recenti notizie circa le indagini della magistratura sulle mega operazioni finanziarie del Comune di Milano riportano all’ attenzione dell’ opinione pubblica il problema dell’ etica professionale dei banchieri, una categoria particolarmente bersagliata dai media ed additata all’ opinione pubblica come avida e senza scrupoli, in gran parte responsabile della crisi finanziaria che stiamo vivendo.
     La ricerca di un capro espiatorio, l'”untore” di manzoniana memoria, è sempre stata una reazione   classica della natura umana ogni volta che si verificano eventi negativi che abbiano ripercussioni su una moltitudine di soggetti. Nel caso della crisi finanziaria le banche sono divenute il bersaglio facile da individuare, poco importa se il credito “facile” ha giovato ai più, individui ed imprese. Ora che i riflettori si sono accesi sul rapporto tra banchieri e amministratori degli enti locali è facile per i media e la pubblica opinione schierarsi con gli amministratori nell’abituale diatriba tra le fazioni di “innocentisti e colpevolisti”. Ma, nel caso specifico dell’indebitamento degli enti locali, sono i banchieri gli unici colpevoli e gli amministratori pubblici solo povere mammolette ingannate dall’ avidità dei primi? Ai fini di una valutazione oggettiva e senza entrare nel merito di quanto è successo a Milano che è compito della magistratura accertare, vale la pena di fare alcune considerazioni generali per capire cosa è successo negli ultimi anni nella finanza locale.
     E’ innegabile che per le banche specializzate italiane ed estere gli enti  pubblici territoriali come comuni, province e anche le regioni siano divenute negli ultimi anni una clientela importante grazie a varie modifiche normative che hanno consentito a tali enti di finanziarsi sul mercato in misura crescente. Funzionari e dirigenti delle banche hanno dunque cominciato a percorrere l’Italia per visitare i nuovi clienti, vendendo agli assessori ed ai dirigenti di questi enti finanziamenti e servizi di consulenza finanziaria, spesso orientata a piazzare prodotti costosi, poco trasparenti ed anche rischiosi come si sono poi rivelati. Del resto il tradizionale indebitamento presso la Cassa Depositi e Prestiti (a costi uguali per tutti e senza valutazione del merito di credito) non bastava più e il ricorso al credito bancario ed ai mercati finanziari rappresentava il logico sviluppo.
     Così le banche hanno fatto ricorso a tecniche di marketing sofisticate, organizzato convegni internazionali sulla finanza pubblica con invito (spesso gratuito) ad assessori e dirigenti degli enti locali, road show a Londra e New York per presentare i nuovi clienti in vista di un collocamento obbligazionario, tutte iniziative divenute una irresistibile attrattiva per gli amministratori pubblici abituati alla noiosa trafila presso la Cassa Depositi e Prestiti. Anche l’alternativa di un finanziamento della Banca europea per gli investimenti non era per molti amministratori una opzione sufficientemente interessante per le “pretese” della Bei di valutare il progetto di investimento dell’ ente (oltre al merito di credito) e con l’obbligo contrattuale di rendicontazione ex post: perché, si domandavano alcuni, sopportare questi “oneri di gestione” del finanziamento anche se i corrispondenti tassi di interesse della Bei sono in assoluto i più competitivi sul mercato?
     Queste brevi considerazioni portano a concludere che, se l’etica professionale di alcuni banchieri – che hanno probabilmente approfittato delle “debolezze” degli amministratori pubblici e della loro scarsa competenza finanziaria – è fortemente scaduta, anche gli amministratori pubblici non sono esenti da critiche ancor più pesanti, avendo spesso scientemente preferito prodotti finanziari più onerosi o non pienamente compresi, perché tentati dalle lusinghe dei “fringe benefits” descritti. Esemplare poi il caso di una regione meridionale indebitatasi acquisendo una serie di prodotti finanziari collocati dal funzionario di una banca imparentato (in primo grado) col governatore della regione stessa. Difficile condannare quindi i banchieri per mancanza di etica professionale nel vendere i loro prodotti finanziari senza censurare prima gli amministratori i comportamenti dei quali hanno infranto non solo codici etici ma anche, in qualche caso, il codice penale.
     Se queste considerazioni valgono per gli amministratori locali, qualche riflessione dovrebbe anche indirizzarsi agli amministratori pubblici a livello centrale. Ci si potrebbe domandare per esempio come mai nel frattempo non sia intervenuto il Ministero dell’ Economia per bloccare la finanza “facile” degli enti locali. In verità alcune denunce sono state fatte dai Ministri Padoa Schioppa e Tremonti che hanno esercitato non solo un’azione di “moral suation” ma anche disegnato norme, inserite poi nelle leggi finanziarie, per limitare il ricorso all’utilizzo di finanza derivata da parte degli enti locali. Col senno di poi si può dire che bisognava fare di più ma occorre tener conto del clima di “devolution” prevalente negli ultimi anni e anche di una certa attività lobbistica delle banche che ha di fatto impedito al Ministero dell’ Economia di orientare maggiormente la finanza locale verso forme di finanziamento tradizionali come quelle offerte dalla Cassa Depositi e Prestiti e dalla Bei, banche nelle quali il Tesoro partecipa al capitale.
     Difficile dire se questo sia dipeso più dalle pressioni lobbistiche sugli amministratori, da una insufficiente competenza finanziaria e volontà di innovazione. Certo è che per i finanziamenti con servizio del debito a carico dello Stato per le grandi infrastrutture promosse dai comuni (es. metropolitane) e da società pubbliche, ai fini delle gare per aggiudicare i  finanziamenti il Ministero dell’Economia ha continuato ad imporre, in omaggio al principio del “precedente”, schemi di contratto di finanziamento fuori da logiche finanziarie e inadatte a tutelare sia gli enti locali, sia l’interesse dello stato di conseguire risparmi sul costo degli interessi. Ma a ben vedere questo è poca cosa  rispetto alla insufficienza delle procedure di valutazione dei progetti di investimento da parte del CIPE. Queste non prevedono il ricorso sistematico all’analisi costi-benefici e quindi la prioritizzazione della spesa pubblica per investimenti sulla base di rigidi criteri economici semplicemente per consentire le cosiddette “valutazioni politiche” sugli investimenti da privilegiare. Queste considerazioni però investono la classe politica ed è meglio a questo punto fermarsi per non aprire un altro capitolo, quello dell’etica politica.
8 maggio 2009

A margine della vicenda personale di Silvio e Veronica avviati sulla strada del divorzio
Giornalisti, pennivendoli e lacché
di Editor

     Da sempre il mondo dell’informazione è popolato di giornalisti di grandi capacità professionali, consapevole di ruolo delicato della stampa e della televisione, dediti a sollecitare riflessioni più che a dare indicazioni politiche o di costume. Questi uomini dell’informazione la gente li riconosce a volte anche solo da un titolo. E se non ne condivide le idee li rispetta perché capisce che quella prosa è espressione di idee liberamente costruite e liberamente espresse.
     Purtroppo il mondo dell’informazione, nel quale comunque conta la pressione dei poteri forti, economici e politici, conosce anche la categoria dei pennivendoli, cioè quella congrega di personaggi che mettono la loro penna al servizio del potere, a volte in modo intelligente, altre volte con scarso senso del pudore. Questo, poi, manca del tutto nei lacché, categoria disprezzabile e, in effetti, disprezzata.  Si riconoscono subito, tentano di dimostrare l’indimostrabile, plaudono al potente di turno, qualunque cosa faccia o dica, traendone grandi vantaggi, posizioni di prestigio nelle testate e nelle consulenze, ricche prebende, successo editoriale qualunque cosa pubblichino, senza preoccuparsi del fatto che spesso quei libri nessuno li legge fino in fondo.
     Non c’è bisogno di fare esempi delle varie categorie perché la gente riconosce al volo questi personaggi. Riconosce i grandi giornalisti, individua senza difficoltà i pennivendoli  e i lacché e li disprezza anche quando li vede schierati dalla propria parte, perché ognuno vorrebbe che i difensori delle proprie idee avessero anche un tratto culturale e morale elevato.
     Per parlare della prima categoria, cioè dei giornalisti che onorano la professione, basta far riferimento a Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera, che, con qualche imbarazzo, che sarebbe difficile non giustificare, ha fatto notare l’altra sera durante la trasmissione Porta a Porta dedicata per gran parte alla vicenda privata della famiglia Berlusconi, che di fronte al Presidente del Consiglio che accusava la moglie di essere, quanto meno, caduta nella trappola di chi avrebbe diffuso notizie false su alcune sue amicizie femminili, faceva notare che la trasmissione risultava squilibrata in assenza, non solo della signora Veronica ma anche di qualcuno che si fosse assunto il ruolo di suo difensore.
     Non so che effetto può aver fatto la cosa su un’opinione pubblica da tempo anestetizzata rispetto ai certi valori di libertà e rispetto delle regole del confronto, ma è certo che una buona parte degli italiani avrà notato che quello spot televisivo del Presidente del Consiglio non poteva essere considerato informazione, approfondimento e, men che meno, dibattito su un tema che comunque è di carattere personale e che non avrebbe dovuto essere portato in quei termini sugli schermi televisivi.
7 maggio 2009

Le vicende personali del premier
Berlusconi: l’immagine e il portafoglio
di Senator

     Non c’è dubbio che l’immagine del Presidente del Consiglio e leader del Partito della libertà sia gravemente compromessa dalle vicende della preannunciata richiesta di divorzio dalla moglie Veronica. Non a caso Berlusconi si mostra preoccupato, anche per l’affondo dei suoi avversari politici, in primo luogo di Franceschini e dell’Italia dei valori che mirano a colpire il Premier nella sua popolarità.
     Anche se non è molto elegante e un po’ maramaldesco il taglio con il quale i suoi avversari approfittano della circostanza per sgretolarne l’immagine, è certo che la situazione che Berlusconi lamenta è conseguenza di un suo modo un po’ gradasso di concepire la sua persona in rapporto con gli altri, sia in politica che nella vita. Un modo di fare che inevitabilmente lo espone ad incidenti, come è spesso accaduto in passato, anche per delle battute soprattutto infelici, come quando disse di aver corteggiato una signora capo di uno Stato straniero o qualificato Obama, “giovane, bello e abbronzato”.
     Il desiderio, molto umano di apparire sempre giovane anche al di là della sua età, prestante, interessato al sesso debole, che con lui, per la verità, ha acquisito importanti posizioni nel governo e nel partito, può essere un po’ patetico ma tutto sommato è considerato dagli elettori un peccato di poco conto.
     Gli italiani, che hanno avuto personalità al governo o in posizioni di preminenza nel Paese molto interessate ad avventure femminili, da Re Vittorio Emanuele II a Camillo di Cavour, da Garibaldi a Mussolini, ma anche di Antonio Giolitti si diceva che avesse avuto avventure a Roma, non si sono mai preoccupati eccessivamente di queste vicende private, purché quegli uomini facessero il bene del Paese o quello che ritenevano fosse il bene del Paese.
     Ma se il mormorio, il si dice che, come la calunnia, è un venticello mortale, diffonde, a torto o a ragione, fatti che all’opinione pubblica e alla coscienza della gente non sono graditi l’immagine del premier, baldanzoso e aitante, non basta più.
     Si comprende anche perché Berlusconi sia preoccupato di questa vicenda. Un conflitto con la moglie potrebbe, oltre a danneggiare la sua immagine, incidere sul suo portafoglio, nel senso che Veronica Lario, interessata come ogni madre alla tutela economica dei figli, potrebbe fare emergere posizioni economiche e finanziarie del marito ad esempio in via fiduciaria occultate.
     In un senso e nell’altro Berlusconi dovrà pentirsi di una eccessiva esuberanza che non si addice molto a chi è alla testa delle istituzioni ed è quindi sotto la lente di osservazione dell’opinione pubblica e soprattutto dei suoi avversari politici. Condizione difficile, che esige una immagine inattaccabile. Perché se è vero che al politico capace si perdonano molte marachelle è anche vero che se la persona, anzi la personalità, cade in disgrazia, l’aggressione non ha più limiti.
     Berlusconi avrebbe dovuto ricordare una regola antica della politica, presente nella storia. La regola che la Chiesa di Roma ha sempre ricordato nel corso delle cerimonie di incoronazione dei pontefici quando, durante il corteo, al Papa veniva ricordato “Sancte Pater sic transit gloria mundi”, per dire che l’assunzione di responsabilità al vertice della Chiesa costituisce pur sempre una gloria terrena della quale proprio l’autorità religiosa è in condizione di comprendere i limiti.
     Ecco, quel che è mancato spesso a Berlusconi è il senso del limite, comune a molti uomini che hanno fatto la storia, soprattutto quelli che sono caduti rovinosamente. Napoleone in testa, e poi Hitler, Mussolini ed altri che non hanno saputo dominare il senso di supremazia che scaturiva dai loro successi e dalla stolta piaggeria di coloro dei quali amavano circondarsi, lacché, non amico o collaboratori. Uomini pericolosi, gli yes men dei quali, purtroppo, i politici non sanno fare a meno.
     A proposito di Napoleone oggi è il 5 maggio.
5 maggio 2009

Freedom House
dubita dell’indipendenza della stampa in Italia
di Editor

     Nel rapporto 2009 di Freedom House (organizzazione non-profit e indipendente, fondata negli Stati Uniti nel 1941 per la difesa della democrazia e la libertà nel mondo) l’Italia viene retrocessa per la prima volta da Paese “libero” (free) a “parzialmente libero” (partly free), “unico caso nell’Europa Occidentale insieme alla Turchia” che, però, occidentale non è.
     “Un declino che dimostra come anche democrazie consolidate e con media tradizionalmente aperti non sono immuni da restrizioni alla libertà”. Su un punteggio in scala a 100 (i meno liberi), l’Italia ottiene 32: è l’unico Paese occidentale con una pagella così bassa. I migliori restano le nazioni del Nord Europa e scandinave: Islanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia. Secondo Karin Karlekar, la ricercatrice che ha diretto lo studio, il “problema principale dell’Italia”, è Berlusconi, poiché “il suo ritorno nel 2008 ???? ha risvegliato i timori sulla concentrazione di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida”, sostiene.
     “La libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e a causa dell’eccessiva concentrazione della proprietà dei media”. Poco più di un terzo dei 195 Paesi esaminati garantiscono attualmente la libertà di stampa: sono classificati “free”‘ solo 70 Stati, il 36% del campione. Sessantuno (il 31%) sono “parzialmente liberi” e 64 (il 33%) sono “non liberi”. Secondo l’indagine, solo il 17% della popolazione mondiale vive in Paesi che godono di una stampa libera.
     La nota è stata richiamata nel suo sito web da Antonio Borghesi, www.antonioborghesi.it, professore ordinario di economia e gestione delle imprese nella Facoltà di Economia dell’Università di Verona, parlamentare dell’Italia del Valori, responsabile nazionale Economia, vivace polemista, presente nel confronto politico con una sua quasi quotidiana news letter.
     Sono evidenti le motivazioni dell’analisi di Freedom House. La concentrazione del potere nella carta stampata e nella televisione in mano al Presidente del Consiglio ed alla sua famiglia trascina la pubblicità e quindi determina una concentrazione di risorse che favorisce ancora di più le testate di riferimento. Non è un problema di indipendenza dei giornalisti, ma un dato obiettivo che condiziona l’esercizio dell’informazione, tra l’altro in presenza di un leader politico che ha una estrema abilità nella comunicazione e nella individuazione dei temi di interesse per gli italiani. Lo dimostra l’impegno profuso in Abruzzo e, da ultimo, il trasferimento del G8 da La Maddalena a l’Aquila. Berlusconi come Mussolini si è costruita una popolarità attraverso la capacità, che gli va riconosciuta, di dialogare con gli italiani in modo semplice ed immediato, attraverso l’immagine del politico non-politico, uomo di successo, scansonato, dalla battuta facile e dai discorsi rassicuranti, sempre circondato da belle donne, un tipo che piace molto all’italiano medio, che un po’ lo invidia un po’ vorrebbe imitarlo. I politici che gli si oppongono debbono tenerne conto.
3 maggio 2009

A proposito del “L’inferno di cristallo” e del terremoto d’Abruzzo
Un film visto più volte: regole violate e materiali di scarto
di Salvatore Sfrecola

     Va in onda in questo momento su Rete 4, sono 17 e 30 del 1° maggio, “L’inferno di cristallo”, un classico del genere catastrofico, un film che ha sfruttato al massimo di effetti speciali del suo tempo, una narrazione drammatica con un cast d’eccezione, da Paul Newman a William Holden a Steve Mac Quinn.
      L’incendio, questa è la trama del film, scoppia in un grattacielo di cristallo, il più alto del mondo, il giorno dell’inaugurazione. La causa, la violazione di norme di sicurezza con riguardo ai fili elettrici non adeguatamente coibentati e quindi soggetti a surriscaldarsi al punto da provocare un incendio, si estende lungo i piani dell’immenso edificio. Non solo. Mancano adeguate misure di sicurezza per l’eventuale evacuazione, per cui accade di tutto in questa che diviene una trappola per coloro che partecipano alla cerimonia inaugurale del grattacielo e per quanti si prodigano nei soccorsi, in primo luogo i Vigili del fuoco.
     Sono certo che la maggior parte dei nostri lettori ha visto questo film come altri dello stesso genere, tutti spettacolari e molto istruttivi. In ogni caso c’è stato qualche imprenditore disonesto che ha lucrato sui materiali degli impianti mettendo a repentaglio, nella situazione di emergenza, la vita degli abitanti del palazzo.
     È un film visto più volte, come all’Aquila, dove qualcuno, almeno da quel che si dice, ha aggirato le norme antisismiche usando materiali e adottando tecniche non consentite. Qualche altro, nelle istituzioni, ha dimenticato di effettuare controlli o di prescrivere adeguamenti antisismici alle costruzioni edificate in precedenza che era necessario portare a norma.
     È un film visto più volte, ma che vorremmo vedere ancora soltanto al cinema o in televisione, non nella realtà delle nostre città e dei nostri paesi. Soprattutto non vorremo più vedere i disonesti farla franca, non pagare per la loro disonestà che mette a repentaglio vite umane.
1° maggio 2009

Dopo l’approvazione della legge delega
L’incognita del federalismo fiscale pesa sul futuro del Paese
di Senator

“L’avvento del federalismo fiscale può essere un evento storico per il Paese. Ma, al momento, bisogna essere sinceri, è soprattutto un’incognita”. Il commento di Stefano Folli ieri su Il Sole 24 Ore dà conto, senza mezzi termini, dei dubbi che circondano la legge delega approvata in via definitiva dal Senato. I dubbi di quanti hanno votato per disciplina di partito e di coloro, come i parlamentari dell’UDC, che si sono opposti fin dall’inizio all’iniziativa governativa denunciandone i tanti lati oscuri. Tutto, infatti, è rimesso ai decreti legislativi di attuazione di una delega quanto mai generica, in aperto contrasto con la Costituzione (art. 76) la quale prevede che “l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi”.
Infatti, se non è dubbio che, come è scritto nella relazione che ha accompagnato il disegno di legge in Parlamento, ” il federalismo o è fiscale o non è”, in quanto la mancanza di risorse rende inutile la previsione delle attribuzioni importanti che la Costituzione all’articolo 117, come riformato nel 2001, ha assegnato alle regioni, facendone il legislatore generale, cioè l’organo competente per tutto ciò che è giuridicamente rilevante, è altrettanto evidente che la nuova definizione del sistema tributario italiano, articolato in tributi erariali e locali, avendo un unico contribuente esige una messa a punto puntuale ed equilibrata.
 La legge che a giorni uscirà sulla Gazzetta Ufficiale è, tuttavia, composta di molte pagine bianche, considerata la genericità della delega e dell’intero disegno riformatore, del quale non si intravedono elementi concreti, idonei a far immaginare con certezza fin d’ora quello che sarà lo scenario amministrativo e fiscale delle regioni e degli enti locali.
In particolare non sappiamo quanto costerà l’operazione. È vero che, con apposita norma, è stato previsto che non potrà aumentare la spesa, ma essa sembra più una “grida” di manzoniana memoria, una clausola di stile per tranquillizzare la Ragioneria Generale dello Stato ed il Presidente della Repubblica sul rispetto dell’articolo 81 quarto comma della Costituzione, che una certezza a tutela dell’equilibrio dei conti pubblici.
Da questo punto di vista la storia dell’amministrazione italiana desta preoccupazioni. Ricordo la nascita della dirigenza pubblica, sbandierata come una riforma che avrebbe dovuto ridurre il numero dei funzionari e che, invece, a conti fatti, li ha moltiplicati. Ugualmente la nascita dell’ordinamento regionale, che avrebbe dovuto contestualmente asciugare l’organizzazione dello Stato, addirittura chiudere alcuni ministeri, come i Lavori Pubblici non ha portato a nulla di tutto questo. Le amministrazioni regionali hanno duplicato nella maggior parte dei casi le strutture statali, con un netto aumento della spesa. È di qualche anno fa la denuncia che nella regione Umbria vi era un dirigente ogni 25 impiegati. Non è l’unico caso e neppure il più grave.
Va poi detto che l’adozione del federalismo fiscale richiede significative riforme costituzionali, soprattutto una diversa configurazione dei rapporti fra Camera e Senato, con abbandono del cosiddetto “bicameralismo perfetto” e l’individuazione di una “Camera delle regioni” che riequilibri in senso federale il sistema parlamentare. Occorre ridefinire il ruolo del Presidente del Consiglio e del Governo e stabilire con certezza i rapporti tra governo centrale e governi regionali, tutte questioni che vengono sovente all’attenzione della stampa e del dibattito politico come enunciazioni generiche, mai con proposte concrete, con schemi normativi che diano conto dell’effettivo funzionamento dei meccanismi istituzionali che si vogliono modificare.
Le idee ci sono ma non si parte. E questo è prova della difficoltà che incontra la riforma costituzionale per la quale si richiedono regole idonee a far funzionare nel tempo la macchina pubblica in Italia, senza intasare la Corte costituzionale di conflitti, come accade oggi.
Adesso, “fuori i conti”, si sente ripetere da chi è ostile o anche soltanto tiepido nei confronti della riforma federale. Ma è certo che il problema dei conti cioè della realtà è fondamentale perché soltanto alla prova dei fatti sapremo se le ipotesi edulcorate dalla pressione della Lega saranno effettivamente realizzabili.
L’idea di fondo del federalismo fiscale è quella di responsabilizzare la classe politica al governo delle realtà locali mediante uno stretto collegamento fra misura ed efficienza dei servizi e prelievo fiscale. Detto così sembrerebbe logico e, soprattutto, semplice da costruire e da gestire. La realtà è più complessa. Gli amministratori sono stati abituati per troppo tempo a spendere senza preoccuparsi troppo delle entrate perché tanto interveniva lo Stato il quale, comunque, era il responsabile del fisco e quindi l’oggetto degli strali dei contribuenti tartassati.
Fare i conti in tasca propria non sarà facile, anche perché la favola delle regioni del Nord che danno allo Stato più di quanto ricevono non regge più. Lo ha spiegato più volte la Ragioneria generale dello Stato, bilanci alla mano. Passare dunque da una gestione disinvolta della spesa pubblica, che tale rimane anche quando le risorse sono impiegate al meglio, ad una stagione nella quale sarà necessario chiedere alle comunità locali risorse aggiuntive per mantenere il livello dei servizi o per implementarli, in attesa di una verifica dei contribuenti, costituisce un cambio di mentalità che la classe politica al governo delle regioni e degli altri enti locali non riuscirà facilmente ad attuare.
1° maggio 2009

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