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Ottobre 2009

Il “caso Marrazzo” e gli occhi attoniti di una bimba
di Salvatore Sfrecola

     Da quando è scoppiato il “caso Marrazzo” non faccio che pensare alla sua bambina, di cui non so nulla, neppure il nome, se non che ha otto anni, come ho letto su alcuni giornali. E mi angoscia pensare al trauma che le è stato inferto, al dolore che deve aver provato nell’apprendere dalla televisione e dai giornali i fatti, ammessi dal papà. Una sua “privata debolezza”.
     Non so cosa può capire una bimba di otto anni di quel che è accaduto. Ma è certo che al mondo d’oggi, con l’ampio spazio che giornali e televisioni riservano alle storie di rapporti umani i più diversi, anche lei avrà compreso che il padre, quell’uomo che, come ogni figlia, aveva posto in cima ai suoi affetti, il migliore dei padri, importante per la carica pubblica rivestita e del quale era orgogliosa, l’ha tradita nel peggiore dei modi. Si è comportato come se lei non ci fosse. Una favola dolcissima, com’è una relazione tra padre e figlia, si è interrotta bruscamente.
     Lo perdonerà? È probabile. Il cuore di una bimba, sia pure gonfio di angoscia, è grande, grandissimo. Cercherà di scacciare il ricordo di questa brutta vicenda, troverà tutte le giustificazioni, anche quelle improbabili, per dire ancora al papà “ti voglio bene”. Dovrà aver tanta forza quella bimba, perché tutto e tutti le ricorderanno quella sporca avventura. Forse non i grandi che vorranno aiutarla a ritrovare la serenità perduta, ma i compagni di scuola quegli amici, quei bimbi come lei, che, a volte, diventano crudeli, incuranti dei sentimenti che calpestano.
Saranno ancora a lungo bagnati di lacrime quegli occhi di bimba. Ma se crede, c’è una Mamma che la può consolare, perché anch’Essa ha pianto tanto .
27 ottobre 2009

Bersani o dell’opposizione alternativa
di Senator

     Un ritorno all’antico per un’alternativa alla maggioranza di centrodestra, ideologica ma concreta, sui problemi degli italiani per il lavoro e lo sviluppo. Per far questo cerca uno staff di persone competenti, per costruire un partito strutturato secondo l’esperienza di un uomo di governo, con una segreteria e dipartimenti operativi, con competenza nelle materie che interessano la gente, la sicurezza, il lavoro, la sanità, la scuola. Come un ministero “ombra”. Perché Pier Luigi Bersani, già presidente della Regione Emilia Romagna, ministro dell’industria e delle attività produttive è un uomo di governo, attento ai problemi della gente, perché questo significa fare politica anche dall’opposizione. Perché l’opposizione è naturalmente alternativa di governo e come tale deve operare per stimolare il governo in carica e conquistare tra la gente e con la gente i consensi necessari a diventare maggioranza.
     Così Bersani, che non ha mai rinnegato la sua fede nella tradizione politica della sinistra, intende dare una più marcata identità al Partito Democratico ed alle varie anime del riformismo italiano che si riconoscono nella scelta politica che ha portato alla nuova formazione politica, ha cominciato da Prato, città simbolo di un’imprenditoria che soffre della crisi economica, che subisce la concorrenza cinese, che vive un malessere comune ad altre realtà soprattutto dell’Italia centrosettentrionale.
     Ha cCominciato da Prato perché vuole coinvolgere nella sua avventura politica imprenditori ed operai non più sfruttatori e sfruttati, secondo il linguaggio di un tempo della sinistra marxista, ma attori, con pari dignità, dello sviluppo come della crisi economica che tanto preoccupa.
     C’è un pizzico di demagogia populista nell’iniziativa di Bersani di cominciare da Prato, ma l’uomo è abile, conosce i problemi, ha un tratto accattivante, è misurato e concreto. Appare affidabile anche a chi dissente dalla sua linea politica e pensa che un’opposizione capace di fornire elementi concreti al dibattito politico fa bene anche alla maggioranza, che appare sfilacciata, ideologicamente fragile, poco concreta nelle proposte non sostenute da un’adeguata elaborazione in un partito che ha proposte preconfezionate dal leader carismatico e ai suoi “esperti”.
     Nel dibattito che si va sviluppando nel Partito della libertà per trovare il modo di durare, la scelta degli elettori e dei simpatizzanti del PD è stata accolta con favore. Bersani meglio di Dario Franceschini, evanescente leader di una componente cattolica progressista dagli incerti riferimenti ideologici e dottrinali, meglio di Ignazio Marino che non è stato possibile inquadrare sul piano dei valori anche se con il suo 12 per cento di consensi vorrà contare nel partito.
     “Siamo un partito in cui c’é bisogno di tutti sapendo che la ruota deve girare”, ha detto Bersani, che sta meditando su chi chiamare a far parte del “governo” del partito.
     Perderà pezzi. Pare inevitabile. “Tutti, ho detto tutti, saranno coinvolti”, ha sostenuto oggi a Prato, ma Francesco Rutelli pare in procinto di salpare verso altri lidi insieme a molti di quanti formarono la Margherita.
     E’ presto per dire quanti lasceranno e quanti si aggregheranno, magari provenienti da settori oggi alla sinistra del PD, delusi da certo estremismo improduttivo che non è stato apprezzato dal corpo elettorale.
     La chiarezza è forza. Bersani lo sa e non farà compromessi a tutti i costi per tenere questo o quel parlamentare. Per realizzare una politica efficace occorrono idee condivise. Il PD è stato con Veltroni e Franceschini un miscuglio improduttivo di ex di qualcosa, in cerca di una sponda che non li ha resi compatti, che non ha consentito di individuare quel minimo comune denominatore che fa di tanti un movimento politico capace di marciare verso il governo del Paese.
26 ottobre 2009

Il Presidente del Senato Schifani:
“la leaderschip dell’economia spetta al premier”
di Salvatore Sfrecola

     “La leaderschip dell’Economia spetta al premier”, ha detto al Corriere della Sera di oggi  Renato Schifani, Presidente del Senato, intervistato da Francesco Verderami. Aggiungendo che “la gente vota per Berlusconi, mica per Tremonti”.
     L’intervento del Presidente del Senato rimette le cose a posto dal punto di vista formale. Lo abbiamo scritto solo qualche ora fa. Il Presidente del Consiglio, come si legge nella Costituzione all’art. 95, “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”. Ma non basta la formula della legge se gli equilibri politici o la realtà dell’Amministrazione spostano il potere effettivo di indirizzo e coordinamento.
     Nel nostro caso non è una questione di equilibri politici.  Presidente del Consiglio e Ministro dell’economia appartengono allo stesso partito. Anzi del Partito della libertà Berlusconi è il leader indiscusso e indiscutibile.
     Il fatto è che, come ho appena scritto, il potere effettivo nasce dalla conoscenza dei fenomeni economici e finanziari,  dalla capacitò di interpretarli e di sviluppare le previsioni sulla base di modelli econometrici affidabili e sistematicamente implementati. Di queste basi informative il Tesoro dispone da sempre, mentre la Presidenza del Consiglio non si è dotata di analoghi strumenti necessari per dialogare “ad armi pari” con l’economia.
     Questo squilibrio non fa bene al governo e non fa bene alla maggioranza. Ho spiegato che da tempo il fenomeno è analizzato e sono state suggeriti dei rimedi, come quello di passare la Ragioneria generale dello Stato alle dipendenze del Premier. Anche questa soluzione ha delle controindicazioni rilevanti. Il monitoraggio ed il controllo della spesa non può essere sottratto al Ministro dell’economia perché si tratta di funzione di gestione del bilancio.
     Il problema si risolve, dunque, con il potenziamento del Dipartimento per gli affari economici della Presidenza, con una struttura snella ma dotata di essenziali fonti informative che l’Ufficio sia in condizione di elaborare per consentire al Premier di dialogare consapevolmente con il suo ministro e con tutti gli altri leader della maggioranza portatori di istanze che è compito del Premier ricondurre in un sistema armonico ed efficace.
     Ancora una volta è una questione di buona volontà e di capacità di gestione delle risorse dell’Amministrazione e, soprattutto, di direttive adeguate.
25 ottobre 2009

La sede del governo? E’ a via 20 settembre 97
di Salvatore Sfrecola

     La discussione in seno al governo sulla riduzione dell’IRAP si è conclusa com’era inevitabile, con la prevalenza della tesi del Ministro dell’economia e delle finanze. Soluzione inevitabile perché solo Giulio Tremonti è in condizione di dire se una iniziativa capace di incidere sul bilancio dello Stato è possibile, perché solo lui conosce i conti dello Stato nell’esercizio finanziario 2009 e nella prospettiva del bilancio triennale 2009-2011 ed oltre. Solo lui conosce non solo degli impegni di competenza ma anche delle previsione di cassa. Solo lui, che unisce le competente dell’ex Ministro tesoro e quelle dell’ex Ministro delle finanze, è in condizione di conoscere anche delle previsioni di entrata che la Ragioneria Generale dello Stato elabora attraverso il monitoraggio dei flussi di entrata e di spesa dell’intero settore pubblico, compresi gli enti pubblici, istituzionali e locali, e le società a capitale pubblico nelle quali il Ministero ha sempre un occhio vigile alla presidenza del collegio dei revisori dei conti.
     Con questa conoscenza dei dati, secondo l’einaudiano “conoscere per amministrare”, Giulio Tremonti ha una posizione del tutto particolare nel governo, come i Ministri del tesoro che l’hanno preceduto. Controlla la spesa dei ministeri attraverso gli uffici centrali del bilancio che effettuano la verifica preventiva della  legittimità degli atti che comportano spese e quella di congruità, e predispongono la bozza del bilancio di previsione che sarà approvata dalle Camere. Sua è la legge finanziaria che richiede la copertura delle nuove o maggiori spese ai sensi dell’art. 81, quarto comma, della Costituzione. Insomma ha il controllo dell’intera attività del governo. In una parola, attraverso la funzione di coordinamento della spesa è il vero Presidente del Consiglio. Lo dimostra anche la sostanziale erosione dei poteri di coordinamento delle proposte normative operata nei confronti del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio. Alla quale non resta, per la materia economica, che un simulacro di Dipartimento, denominato “per gli affari economici” che Berlusconi non ha mai voluto potenziare, in tal modo privandosi di uno strumenti di conoscenza che avrebbe potuto consentirgli di dialogare con il suo potente Ministro dell’economia.
     A questo punto, siccome la storia è sempre istruttiva conoscenza delle cose, vale la pena di riandare ad un’esperienza di qualche anno fa, quando nel 2003, a febbraio se ricordo bene, un vertice della maggioranza decise di attribuire al Vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini  la delega per la presidenza del CIPE, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, detto anche  “Gabinetto economico”, con competenza sul Dipartimento per gli affari economici, il DAE, della Presidenza del Consiglio. In questo modo Palazzo Chigi avrebbe assunto un ruolo di interlocutore informato del Ministro dell’economia. L’iniziativa entusiasmò subito gli uomini di governo più vicini a Fini, soprattutto il Viceministro  dell’economia, Mario Baldassarri, economista, che si preparava a formare uno staff di cervelli per potenziare il DAE. Si parlò anche di premi Nobel pronti a scendere in campo per analizzare e consigliare.
     Non se ne fece nulla, come ho raccontato nel mio libro (“Un’occasione mancata”, Nuove Idee).
     Diciamo francamente che ritenere che Gianfranco Fini, sia pure circondato di esperti e con l’attribuzione della supervisione del DAE, sarebbe stato un interlocutore di Giulio Tremonti, con velleità di controllo, sarebbe stato come pretendere di fare il solletico ad un elefante con una piuma. Il Ministero dell’economia non era disposto a consentire l’accesso ai dati, con l’evidente conclusione che nessun potere avrebbe avuto Fini e per lui Berlusconi.
     In quell’occasione Berlusconi, che secondo un’interpretazione degli avvenimenti fu il vero ostacolo dell’attuazione dell’accordo di maggioranza, si è fatto male da solo, privandosi di quella conoscenza della gestione dell’economia e della finanza che è essenziale al coordinamento dell’azione di governo a lui assegnata dall’art. 95 della Costituzione.
     Uomo di comunicazione, il Cavaliere ritiene di poter governare con gli annunci e con la visibilità che si è assicurata in politica estera. E’ certamente utile anche a fini di conquistare il consenso necessario per governare. Ma non è sufficiente.
     Molto più abile Giulio Andreotti che da Presidente del Consiglio chiamò a svolgere le funzioni di capo di Gabinetto, quello che oggi si chiama Segretario generale, il Ragioniere generale dello Stato, Vincenzo Milazzo, conoscitore profondo della situazione dei conti pubblici e padrone della struttura ministeriale, quella Ragioneria generale dello Stato che non a caso alcuni studiosi di contabilità pubblica, come Salvatore Buscema, hanno sempre ritenuto dovesse essere posta , proprio per le sue funzioni di coordinamento, alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio. Andreotti non scelse la strada delle riforme, ma, da buon pragmatico, prese con se l'”uomo dei conti”, un personaggio nella storia dell’Amministrazione pubblica che oggi non sarebbe facile trovare.
     E così la vera sede del governo non è a piazza Colonna 370, a Palazzo Chigi, ma a via 20 settembre 97, nel Palazzo delle Finanze e il regista è sempre alla scrivania di Quintino Sella, il Ministro della lesina, quello che fece tirare a lungo la cinghia agli italiani ma risanò il bilancio e ridusse il debito pubblico aprendo all’Italia la possibilità che, con Giolitti, si potesse avviare una stagione di riforme di grande impatto economico e sociale.
25 ottobre 2009

La vicenda Marrazzo
Vizi privati e sicurezza delle istituzioni
di Senator

     Essere “come la moglie di Cesare”, cioè “al di sopra di ogni sospetto”. Diventata proverbiale, questa frase, che sta a significare che coloro i quali occupano posti di responsabilità nelle istituzioni pubbliche debbono essere inattaccabili, torna alla mente pressoché giornalmente, ad ogni scandalo che coinvolge una personalità pubblica. Ed oggi la ricordiamo per la vicenda che ha coinvolto il Presidnete della Regione Lazio, Piero Marrazzo.
     “Ho detto la verità ai magistrati prima che l’intera vicenda fosse di pubblico dominio. L’inchiesta sta procedendo speditamente anche grazie a quelle dichiarazioni, che sono state improntate dall’inizio alla massima trasparenza». È quanto afferma in una nota il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, che si è autosospeso con effetto immediato da ogni carica. «Si tratta di una vicenda personale in cui sono entrate in gioco mie debolezze inerenti alla mia sfera privata, e in cui ho sempre agito da solo – aggiunge Marrazzo – Nelle condizioni di vittima in cui mi sono trovato ho sempre avuto come obiettivo principale quello di tutelare la mia famiglia e i miei affetti più cari; gli errori che ho compiuto non hanno in alcun modo interferito nella mia attività politica e di governo”.
     “Sono tuttavia consapevole – ha aggiunto  il governatore – che la situazione ha ora assunto un rilievo pubblico di tali dimensioni da rendere oggettivamente e soggettivamente inopportuna la mia permanenza alla guida della Regione, anche al fine di evitare nel giudizio dell’opinione pubblica la sovrapposizione tra la valutazione delle vicende personali e quella sull’esperienza politico-amministrativa». «Ho quindi deciso di autosospendermi immediatamente e a tal fine ho conferito al vicepresidente la delega ad assumere la provvisoria responsabilità di governo e di rappresentanza ai sensi della normativa vigente, rinunciando a ogni indennità e beneficio connessi alla carica – conclude – In considerazione degli importanti provvedimenti di governo e legislativi che nell’immediato dovranno essere assunti, in virtù della particolare congiuntura economica e anche in relazione alle funzioni che svolgo in qualità di commissario di Governo, ho deciso di aprire un percorso che porti alle mie dimissioni dalla carica di presidente della Regione”.
     Come era prevedibile il Governatore ha avuto la solidarietà dei suoi amici di partito, ma anche quella di Fabrizio Cicchitto, Presidente dei deputati del Partito della Libertà, che con carità “pelosa” ha voluto fare una pubblica dichiarazione a tutela della privacy del Governatore del Lazio, certo pensando ai problemi che agitano il suo partito per questioni private portate all’attenzione dei giornali.
     Nessuno vuole incidere sulla vita privata delle personalità pubbliche, ma questa deve essere improntata a rigoroso rispetto di una moralità che è valore diffuso nella popolazione, una vita privata che ha un non irrilevante rilievo pubblico. Nel senso che certi comportamenti mettono a rischio la libertà della persona che può essere ricattata, così mettendo in forse l’indipendenza delle stesse istituzioni.
24 ottobre 2009

Magistrati “a vita”?
di Iudex

     Sulle prime ho pensato ad uno scherzo, poi la “voce” si è diffusa ed ha trovato anche qualcuno disposto a condividere l’iniziativa. Ma l’ipotesi di interventi normativi diretti all’innalzamento a 78 anni dell’età pensionabile dei magistrati appare ictu oculi irragionevole. E tale l’ha giudicata l’Associazione Magistrati della Corte dei conti la quale in un documento “esprime il più vivo dissenso e la ferma contrarietà a siffatte ipotesi che introdurrebbe una modifica estemporanea e disorganica nell’assetto delle magistrature, peraltro, in contrasto:
      1)  con l’esigenza, recentemente oggetto di discussione in sede parlamentare, di intervenire solo in modo complessivo ed organico nell’organizzazione degli uffici giudiziari;
     2)  con la recente riduzione normativa che -subordinandola all’assenso dei rispettivi organi di governo – ha previsto, invece,  la conferma da parte dei magistrati i quali avevano già chiesto e ottenuto di essere collocati a riposo a 75 anni;
     3)   con ogni esigenza di ammodernamento e svecchiamento della magistratura italiana”.
      Concludendo il documento dei magistrati contabili rileva che “norme del genere intervengono in modo anomalo sull’autonomia, costituzionalmente garantita, di ciascuna magistratura, alterando il normale avvicendamento dei rispettivi vertici”.
     In effetti la proposta, da chiunque sia venuta, appare bizzarra, non tiene conto dell’attitudine, che non è di tutti, ad impegnarsi ad età avanzata nello studio di questioni giuridiche spesso complesse, aggravate dall’attuale confusione legislativa, e nella stesura di sentenze. Per non dire delle attività istruttorie proprie delle Procure della Repubblica e della Corte dei conti e nella presidenza di organi collegiali. Tutte attività che richiedono prontezza nelle decisioni ed impegno, anche fisico, notevole, per molte ore al giorno. Già oggi in Cassazione l’impegno è, mediamente, di una sentenza al giorno che, quando è semplice, come nel caso di una questione di routine, comporta sempre alcune ore tra la stesura del fatto e la esposizione della motivazione in diritto. Un impegno che molti non potrebbero sostenere neppure tra i 72 ed i 75, il limite attuate per il pensionamento, stabilito dalla legge qualche anno fa.
     Estemporanea (farà certamente comodo a qualcuno che conta!) la proposta, se divenisse legge, farebbe del male alla magistratura e ne ridurrebbe ulteriormente il prestigio, avendo l’effetto di mantenere nelle posizioni apicali, alla testa di tribunali e di procure, persone che, pur avendo ben meritato per il loro impegno professionale, sarebbero il più delle volte prive di quella capacità d’impegnarsi nell’esercizio di funzioni rilevanti connesse con uno degli aspetti più importanti proprie della funzione sovrana dello Stato.
24 ottobre 2009

Contrasti sulla riduzione dell’IRAP
Nebbia fitta tra Roma e Arcore
di Senator

     “Per quanto mi riguarda, nessuna delle note in circolazione corrisponde a verità”. Tremonti getta acqua sul fuoco dei contrasti tra lui e Berlusconi a proposito di una graduale riduzione dell’Irap fino alla sua soppressione, annunciata dal Premier, “anche mediante l’elevazione della franchigia in favore delle aziende più piccole, l’estensione della Tremonti Ter e un sostegno stabile alle piccole imprese che investono nell’innovazione e nella ricerca”. Lo ha annunciato in un saluto inviato all’assemblea della Cna e letto dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta. “Spero che ad un annuncio così importante segua poi la decisione». Così il presidente di Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, commenta le parole del presidente del Consiglio. Una posizione che Montezemolo giudica «una cosa molto buona: speriamo – aggiunge – che si possa realizzare. Credo che sia fondamentale, anche come presidente di Confindustria avevo sempre definito l’Irap una tassa ingiusta che penalizza le imprese”. Il Presidente di Fiat lo ha detto a margine della presentazione del libro “Il paese di Obama” di Maurizio Molinari presso la sede della stampa estera a Roma. Mentre a Mantova l’allarme lo lancia Giuseppe Morandini, Presidente della Piccola industria di Confindustria, in occasione dell’XI Forum. “Non ci sono ordini. Viviamo in una situazione di straordinaria difficoltà», ha aggiunto Morandini, per il quale la ripresa non è chiaro “quando ci sarà e sarà lontana” verso i mercati di Cina, India e Brasile. “Fa piacere sentire ripetere che la piccola impresa è la colonna portante del Paese, la spina dorsale dell’Italia, il patrimonio che nessun altro al mondo ha. Ora però vogliamo i fatti”.
     L’iniziativa ha colto di sorpresa il Ministro dell’Economia. In una telefonata con il Premier che si trovava ancora in Russia  il ministro ha chiesto a Berlusconi una scelta di campo netta e definitiva tra la politica del rigore e della ragionevolezza sui conti pubblici e quella della spesa, facendo intendere che lui sarebbe pronto in quest’ultimo caso a lasciare il suo posto.
     L’IRAP è una tassa che danneggia le imprese virtuose per cui si chiede di ridurla in questo momento di grave difficoltà per le piccole e medie imprese. Un milione a rischio, hanno denunciato ieri i giovani industriali. I contrasti tra Premier e Ministro dell’economia? Tremonti scherza sul ritardo nel ritorno dell’aereo presidenziale in arrivo da Mosca. “L’aereo di Berlusconi, bloccato da una tempesta di neve?… Credo sia stato bloccato da una fitta coltre di nebbia. Una nebbia molto ma molto fitta…”, fa del sarcasmo il titolare dell’economia puntuale alla riunione pomeridiana di ieri a Palazzo Chigi per la Conferenza Stato-Regioni.
     E il Sottosegretario Letta, il quale presiede la riunione, si vede costretto a ridimensionare il primo annuncio sull’Irap: la riduzione, assicura, “é solo un riferimento programmatico e non ci sono scadenze”.
     A questo punto entra in scena Bossi. “C’é un tentativo di far fuori Tremonti. Ma io lo proteggo”. E’ questa frase di Umberto Bossi a ‘illuminare’ di senso una giornata “un po’ surreale, nella quale accade di tutto: salta un consiglio dei ministri, il premier Silvio Berlusconi rinvia la partenza dalla Russia a causa di “una tempesta di neve” non rilevata dai siti meteo di Stato russi, Giulio Tremonti smentisce la smentita del Tesoro su sue presunte dimissioni, la Lega lo appoggia, pronta persino alla crisi di governo e a far saltare il tavolo delle intese regionali, se non si metterà fine al florilegio di dichiarazioni, interviste e documenti apocrifi che vorrebbero correggere la politica economica”. Così Milena Di Mauro per l’ANSA (“Berlusconi-Tremonti, nodo non si scioglie. E salta il cdm”).
     Ci sono tutti gli estremi per un giallo fiscal-politico. In contemporanea con le preoccupazioni di Confindustria e di Bossi. Non a caso il leader della Lega si pone a fianco di Tremonti. Tra i due c’è una antica intesa. Tremonti è stato l’artefice del riavvicinamento di Berlusconi e Bossi ed è il grande patron del Nord. Basta leggere “Chi paga la devolution”, per constatare che Tremonti ne ha fatti di piaceri ai leghisti agevolando in tutti i modi famiglie e imprese con norma dalla apparente formulazione generale e astratta, come dovrebbero essere tutte le leggi, ma, in realtà, dimensionato sulla situazione di alcune aree del Nord.
      C’è veramente un contrasto tra Presidente del Consiglio e Ministro dell’economia? Il giallo forse è solo sui giornali e nei commenti di quanti ritengono che Tremonti studi da premier, come ho scritto nei giorni scorsi e si candidi alla successione di Berlusconi. Per cui l’antico contrasto con Letta che, tra l’altro, da tempo non gradisce che molti provvedimenti a contenuto finanziario significativo arrivino al Consiglio dei ministri senza una preventiva valutazione del Dipartimento per gli Affari Giuridici e Legislativi (DAGL) diretto da Claudio Zucchelli, Consigliere di Stato, fedelissimo del “direttore”, come il Sottosegretario alla Presidenza ama farsi chiamare in virtù della lunga direzione de Il Tempo.
      L’annuncio del taglio dell’Irap ha mosso la politica e la finanza, fa sperare le imprese con l’acqua alla gola, situate soprattutto nel Nord Est. Berlusconi forse, dopo l’alto là del suo Ministro,  vuole vederci più chiaro, misurare vantaggi e danni da un’operazione che renderebbe certamente indisponibili somme rilevanti che il Premier forse ha già destinato ad altre finalità, probabilmente le opere pubbliche alle quali intende affidare il rilancio di vasti settori economici dando una mano a Lunardi ed ai suoi amici, le grandi imprese che nella legislatura 2001-2006 non sono riuscite ad effettuare significativi interventi.
     Ancora l’ANSA, “dalla Russia il Cavaliere cerca in tutti i modi di ‘convincere’ Tremonti, assicurandogli che nulla sarà fatto contro la sua volontà, si troverà un’intesa, ci sarà un chiarimento e la riduzione dell’Irap verrà semmai spalmata negli anni. Berlusconi ‘strappa’ intanto al ministro la promessa che verrà smentita a breve l’indiscrezione di una sua volontà di dimettersi, mentre Tremonti chiede in cambio una marcia indietro netta sull’Irap”.
     “Il ragionamento sull’Irap prenderà attuazione in linea con il federalismo fiscale”, si fa notare a via XX Settembre. Berlusconi non vuole rotture che potrebbero portare ad una crisi di governo. Ma alla sua promessa sulla riduzione dell’IRAP il Premier tiene molto, tanto che sembra orientato ad occuparsi di più delle scelte economiche e finanziarie fin qui affidate senza controlli a Giulio Tremonti.
     A meno che non sia uno dei tanti annunci ai quali il Cavaliere ci ha abituato, convinto che di per sè abbiano un effetto, prima, molto prima, delle misure effettive.
24 ottobre 2009

Italia: allarme corruzione dal Consiglio d’Europa
Un quadro desolante per inefficienza della giustizia
e “timidezza” della politica
di Salvatore Sfrecola

     Inadeguata, assolutamente inadeguata, la lotta alla corruzione in Italia, tra processi che si chiudono con dichiarazione dell’intervenuta prescrizione, nonostante prove schiaccianti contro gli imputati, pubblici amministratori, parlamentari e membri dei governi che rimangono al loro posto nonostante siano corrotti per mancanza di adeguate sanzioni politiche e  disciplinari. E’ il quadro desolante della “giustizia e della corruzione in Italia”, denunciato dal primo rapporto diffuso nei giorni scorsi da Greco, l’organismo del Consiglio d’Europa incaricato di monitorare il livello della corruzione negli stati membri. Un documento pesante, al quale non è stata data adeguato rilievo sulla stampa, che si chiude con ben 22 raccomandazioni all’Italia per combattere la corruzione.
     L’Italia, entrata nel gruppo di stati che fanno parte di Greco nel 2007, riceve, dunque, uno schiaffo pesante. Non solo la corruzione dilaga, ma non ha introdotto nell’ordinamento misure adeguate per contrastarla e reprimerla. Unica nota positiva il riconoscimento del ruolo e dell’impegno della Magistratura. Ed anche di Confindustria e Camere di Commercio per le iniziative assunte negli ultimi anni, come quella di minacciare l’espulsione dei membri che pagano il pizzo.
Non è, tuttavia, sufficiente l’impegno degli uni e degli altri in assenza di misure adeguate di prevenzione e di inefficienti strumenti di repressione rispetto ad un fenomeno che secondo numerosi studi condotti negli anni è, nel nostro Paese, diffuso.
     Il rapporto critica duramente anche il Lodo Alfano. E mette in risalto, quel che abbiamo più volte segnalato anche su questo giornale, l’inadeguatezza delle leggi le quali permettono “a chi abbia un abile avvocato di utilizzare tattiche per ritardare il processo fino a che non scatta la decorrenza dei termini”. Con la conseguenza che molti, anche in caso di prove inconfutabili a loro carico, sfuggono alle maglie della giustizia, rendendo misure come la confisca dei beni solo teoriche, perché per renderle effettive occorre una condanna.
     Inoltre, molti giudici concentrano la loro attenzione sui casi di corruzione più gravi e di alto profilo, in qualche modo trascurando i casi di corruzione di minore entità. Un gravissimo errore, in quanto la diffusione di casi di corruzione, che potrebbero essere definiti “di routine”, determina un “clima” di accettazione del fenomeno criminale, quasi una condizione naturale, un fatto inevitabile della gestione delle risorse pubbliche. Lo mette in risalto molto bene il Rapporto che lo definisce “un prezzo forse troppo alto da pagare”, visto che sono proprio questi casi minori ad avere un effetto maggiore sulla vita dei cittadini. Greco arriva alla conclusione che “mentre le leggi penali in vigore e il duro lavoro dei magistrati per applicarle possono aver avuto un effetto decisivo agli inizi degli anni ’90, sembrerebbe che attualmente occorrano soluzioni a lungo termine più elaborate, inclusa l’introduzione di meccanismi anti corruzione di tipo preventivo”. Secondo Greco infatti le misure sinora introdotte sul fronte della prevenzione “sono timide”.
Per cercare di sanare la situazione e mettere il Paese in linea con gli standard stabiliti dall’organismo il rapporto del Consiglio d’Europa indirizza all’Italia 22 raccomandazioni. Tra un anno e mezzo il governo dovrà rendere conto di come ha dato seguito a ciascuna raccomandazione e allora secondo Drago Kos, presidente di Greco, si potrà veramente valutare la volontà di combattere la corruzione del governo italiano.
     Vediamo cosa Greco “raccomanda” all’Italia.
1) Servizio anticorruzione – Il Servizio Anticorruzione e Trasparenza o un’altra entità competente, deve elaborare, con l’ausilio della società civile, una strategia per combattere la corruzione che preveda la prevenzione, l’individuazione dei casi di corruzione oltre che indagini e azioni giudiziarie. Tale entità deve anche prevedere a monitorare e valutare l’efficacia delle misure messe in atto.
2) Rivedere le leggi attuali e future – Le autorità italiane devono accertarsi che le leggi in vigore e quelle future, che devono assicurare che la giurisprudenza italiana sia in linea con i requisiti della Convenzione penale sulla corruzione, siano riviste al fine di assicurare una loro facile applicazione da parte della magistratura e degli avvocati.
3) Formazione specifica per le forze dell’ordine – Istituire un corso specializzato per le forze dell’ordine su come investigare i casi di corruzione e i crimini finanziari connessi.
4) Coordinamento tra le forze dell’ordine – Accrescere il coordinamento e lo scambio di conoscenze tra le diverse forze dell’ordine, considerando la possibilità di istituire un meccanismo di supporto orizzontale che assista le forze dell’ordine durante le indagini sui casi di corruzione.
5) Tempi ragionevoli per i processi per corruzione  – Al fine di garantire che i casi di corruzione vengano decisi sul merito entro un tempo ragionevole, le autorità devono effettuare uno studio dei processi inerenti i casi di corruzione che finiscono per decorrenza dei termini per stabilire la portata e la natura dei problemi che potrebbero emergere, risolverli entro un tempo che dovrà essere stabilito e rendere pubblici i risultati di questo processo.
6) Il Lodo Alfano non ostacoli i processi  – Assicurare che il Lodo Alfano non costituisca un ostacolo all’effettiva azione legale in caso di corruzione, cancellando l’immunità per seri crimini di corruzione, in caso di flagranza di reato o quando i processi hanno già raggiunto uno stadio avanzato.
7) Confisca in rem – Considerare l’introduzione della confisca in rem.
8) Strumenti di valutazione dei risultati  – Adottare strumenti appropriati che consentano di valutare l’efficacia nella pratica delle attività svolte dalle forze dell’ordine soprattutto per quanto concerne l’applicazione di misure preventive e conseguenti ordini di confisca.
9) Denunciare le transazioni sospette – Enfatizzare con gli organi competenti l’importanza di denunciare le transazioni sospette, introducendo sanzioni per le omissioni o i ritardi
10) Risorse dedicate – Il governo italiano deve dare al Servizio Anticorruzione e Trasparenza o un altro ente l’autorità e le risorse per valutare sistematicamente l’efficacia del sistema amministrativo designato ad aiutare la prevenzione e l’individuazione della corruzione. Le valutazioni vanno rese pubbliche e devono servire a introdurre eventuali modifiche atte a migliorare il sistema.
11) Accesso alle informazioni degli enti locali – Il Governo deve valutare come le amministrazioni locali stanno applicando l’articolo 10 della legge 267/2000 (diritto di accesso e di informazione) e prendere le necessarie misure affinché le autorità locali rispettino quanto previsto da questa legge. Il governo deve inoltre valutare la legge al fine di stabilire se il requisito della motivazione (per cui si vuole acquisire un dato atto o documento) stia impropriamente limitando l’abilità di giudicare le amministrazioni dei cittadini. Inoltre in modo da evitare un appello ai tribunali amministrativi congestionati da cause pendenti dovrebbe essere presa in considerazione la possibilità di dare alla Commissione per l’accesso all’informazione l’autorità di ordinare all’autorità locale di fornire le informazioni richieste.
12) Studiare alternative al processo  – Per far fronte alla lunghezza dei processi e agli arretrati dei tribunali amministrativi le autorità dovrebbero considerare l’opportunità di istituire formalmente alternative al processo.
13) Audit interno della P.a. – Nella riforma complessiva della pubblica amministrazione si deve garantire che le diverse componenti della stessa abbiano accesso a servizi di audit interno.
14) Fissare standard etici – Le autorità devono provvedere a fissare standard etici coerenti e che devono essere fatti rispettare per tutti coloro che lavorano nella pubblica amministrazione, compresi manager e consulenti, a tutti i livelli. Devono essere intraprese azioni al fine di garantire un sistema disciplinare celere in caso di violazione degli standard anche senza una condanna penale.
15) Un codice di condotta anche per i ministri – Il governo dovrebbe annunciare pubblicamente l’introduzione di un codice di condotta che contenga anche sanzioni in caso di violazione per i membri del governo stesso; tale codice dovrebbe contenere restrizioni ragionevoli sulla possibilità di accettare doni.
16) Definire uno standard sul conflitto di interessi – Le autorità devono definire chiaramente uno standard sul conflitto di interessi per tutti coloro che ricoprono funzioni nella pubblica amministrazione, compresi manager e consulenti, a tutti i livelli. Per coloro che dentro la pubblica amministrazione sono più a rischio di avere un conflitto di interessi va inoltre adottato un sistema che renda pubblica la loro posizione finanziaria, al fine di prevenire e individuare i potenziali conflitti di interesse.
17) Restrizioni sul conflitto di interessi – Le autorità devono adottare e implementare appropriate restrizioni concernenti il conflitto di interessi che può verificarsi con il passaggio dal pubblico al privato, o viceversa, di coloro che svolgono funzioni esecutive nella pubblica amministrazione.
18) Protezione per chi denuncia – Il governo deve creare un adeguato sistema di protezione per coloro che in buona fede denunciano quelli che ritengono casi di corruzione all’interno della pubblica amministrazione.
19) Estensione al settore privato – Il governo deve estendere la responsabilità amministrativa (corporate liability) ai casi di corruzione nel settore privato.
20) Interdizione dalle cariche sociali – Le autorità italiane devono considerare la possibilità di stabilire un divieto a ricoprire cariche esecutive nelle società (legal persons) per chi sia stato condannato per gravi reati di corruzione anche se il reato non è stato commesso in connessione con un abuso di potere o in violazione dei doveri legati a una data funzione.
21) Chiarezza dei bilanci sulle sanzioni – Il governo deve rivedere e rafforzare i requisiti di resoconto dei bilanci per tutte le società, quotate e non, per assicurare che le sanzioni siano effettive, proporzionate e dissuasive.
22) Agevolare la denuncia di casi sospetti – Il governo deve studiare, consultando le associazioni dei commercialisti, revisori dei conti e avvocati, quali misure, incluse quelle di natura legale, debbano essere prese per agevolare la denuncia di sospetti casi di corruzione e riciclaggio di denaro alle autorità competenti.
     Qualche commento “a caldo”, come si dice. La prima raccomandazione mette in evidenza la trascuratezza dell’Italia nel servizio anticorruzione. Che, infatti, non c’è. Era stato previsto un Alto Commissario ad hoc alle “dirette dipendenze” del Presidente del Consiglio, non un’autorità indipendente, come avrebbe consigliato l’importanza e l’urgenza di provvedere. E’ durato poco. Ha costato al cittadino un po’ di milioni. Nessun o si è accorto della sua presenza e soprattutto degli effetti della sua azione. Poi è stato soppresso ed incorporato nell’Ispettorato che dipendente dal Ministro per l’innovazione della Pubblica Amministrazione.
     In pratica di lotta alla corruzione non si parla più.
    In quanto alla prevenzione affidata alle Forze dell’Ordine è evidente che l’efficacia dello strumento va meglio definita come il coordinamento tra le varie polizie. Il coordinamento in Italia è sempre difficile. Tutti si propongono come coordinatori ma non ammettono mai di poter essere coordinati. La difesa strenua delle competenze impedisce qualsiasi collaborazione. Ognuno vuol essere il primo della classe e non comprende che in questa, come in altre materie criminali, l’interesse generale è all’efficienza del sistema.
     La mancanza di efficienza investigativa si verifica anche nella lunghezza dei processi per corruzione la maggior parte dei quali si conclude con l’accertamento della prescrizione. Una sconfitta per la giustizia e per la magistratura che non possiamo ammettere. E qui i giudici, tutti, hanno il dovere di studiare modalità della gestione del processi che non facciano il gioco di difese ovviamente interessate a non ottenere una pronuncia, nella consapevolezza che non sarebbe possibile ottenere un’assoluzione.
     In questo senso è necessaria una migliore collaborazione tra le Procure penali e le Procure regionali della Corte dei conti perché, nel rispetto delle esigenze di riservatezza delle indagini e della privacy degli indagati, attuino forme di comunicazione delle rispettive istruttorie al fine di accelerare i tempi degli accertamenti per portare ai rispettivi giudici richieste di giudizio su fatti accuratamente investigati.
      Il Rapporto sollecita anche  controlli interni più efficienti e standard etici  presidiati da strumenti di repressione anche di contenuto disciplinare. In questa ottica vanno meglio definiti gli ambiti di possibili conflitti di interesse per manager e consulenti.
     L’adeguata protezione di chi denuncia fatti di corruzione è essenziale. Se non si tutela che consente l’emersione di fenomeni corruttivi si limitano le possibilità investigative di polizia e magistratura. E’ esigenza intuitiva eppure trascurata. Infatti l’ultima raccomandazione riguarda l’esigenza di agevolare la denuncia di casi sospetti.
     L’Italia terrà conto di queste raccomandazioni? Tra un anno e mezzo dovrà dare conto di come avrà dato seguito a ciascuna raccomandazione. Parlamento e Governo faranno quanto richiesto? O si limiteranno alle solite fumose giustificazioni che non fanno onore al nostro Paese?
24 ottobre 2009

Papa Benedetto XVI rivendica le radici cristiane dell’Europa
di Salvatore Sfrecola

     Forte richiamo alle radici cristiane d’Europa da parte di Papa Benedetto XVI. È’ «”sempre più passata sotto silenzio”, nell’Unione europea, una “verità”, ha detto il Papa. L'”ispirazione” cristiana dei padri fondatori dell’Unione Europea e le sue radici cristiane tuttora attuali. E’ l’esortazione di Benedetto XVI al capo della delegazione della Commissione delle Comunità Europee, Yves Gazzo, ricevuto in Vaticano per la presentazione delle Lettere Credenziali.
     L’Europa di oggi, ha detto il  Pontefice, deve riaffermare la propria eredità umanistica e cristiana, i valori in base ai quali deve difendere “la vita umana dal suo concepimento fino alla morte naturale” e “la famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna”.
     In risposta all’ambasciatore Gazzo che nel discorso di saluto al Pontefice ha definito la realtà dell’Unione europea come “una zona di pace e di stabilità che riunisce 27 Stati con gli stessi valori fondamentali”, il Papa l’ha definita “una felice presentazione”, aggiungendo che “è giusto, tuttavia, rilevare che l’Unione europea non è dotata di questi valori, ma che essi sono piuttosto i valori condivisi che l’hanno fatta nascere e che sono stati una specie di forza di gravità che ha attirato verso il nucleo dei Paesi fondatori le diverse nazioni che vi si sono aggiunte nel corso del tempo. Questi valori – ha detto il Papa – sono il frutto di una lunga e sinuosa storia nella quale, nessuno lo negherà, il Cristianesimo ha giocato un ruolo di primo piano”.
     Per Papa Benedetto XVI omettere il “principio originale dei suoi valori che ha rivelato all’uomo la sua eminente dignità e la realtà di una vocazione personale” significa correre il rischio di considerare l’Unione europea come fondata su “un aggregato anarchico o aleatorio”, mentre dovrebbe basarsi su “un insieme coerente che si ordina e si articola, storicamente, a partire da una visione antropologica precisa”. Il pericolo è quello della strumentalizzazione da “individui e gruppi di pressione” con lo scopo di far prevalere interessi particolari invece di portare avanti quel “progetto collettivo ambizioso che gli europei attendono”.
     Il bene comune del continente e di tutto il mondo, ha osservato il Papa,sta nel modello di civiltà che è proprio del vecchio continente che non deve essere “soffocato dall’individualismo o dall’utilitarismo”.
     Ed ha aggiunto che le immense risorse intellettuali, culturali, economiche del continente continueranno a dare frutti “se saranno fecondate dalla visione trascendente della persona umana che costituisce il tesoro più prezioso dell’eredità europea”. “Questa tradizione umanistica – ha aggiunto il Papa – nella quale si riconoscono correnti di pensiero anche molto differenti fra loro, rende l’Europa capace di affrontare le sfide di domani e di rispondere alle attese della popolazione”. “Si tratta principalmente -ha detto ancora Benedetto XVI – della questione del giusto e delicato equilibrio fra l’efficienza economica e le esigenze sociali, della salvaguardia dell’ambiente e soprattutto dell’indispensabile e necessario sostegno alla vita umana dal suo concepimento fino alla morte naturale e alla famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna”.
     Importante messa a fuoco di temi etici di importanza fondamentale nell’attuale momento storico nel quale l’Europa si avvia, quando entrerà in vigore il Trattato di Lisbona, a perseguire obiettivi di sviluppo economico e sociale con la prospettiva di contare di più nel mondo, per assicurare, anche con la forza della sua storia e delle sue radici  culturali e religiose, insomma, cristiane, la pace nella stabilità e nella prosperità
19 ottobre 2009.

Il Ministro che studia da Premier
Tremonti difende il posto fisso
di Senator

     Tremonti studia da Presidente del Consiglio e si smarca dal liberalismo esasperato di settori della maggioranza che non riescono ad immaginare un modello di sviluppo sociale che consideri le esigenze del lavoratore e della sua famiglia impossibili da realizzare nell’attuale contesto di precarietà che tiene giovani e meno giovani fuori delle possibilità di accedere ad un mutuo bancario per comprare una casa, per iniziare un’attività imprenditoriale.
     Il Ministro continua, in sostanza, con le critiche al sistema bancario già espresse di recente, un sistema che non sembra capace di offrire un concreto supporto all’economia in difficoltà.
     Così, parlando in una sede bancaria, a chiusura dei lavori di un convegno organizzato dalla Bpm, ha affrontato il tema del lavoro..”Il posto fisso è la base sulla quale costruire un progetto di vita e la famiglia, in quanto la mobilità lavorativa non è un valore di per sé”, ha detto il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
     “Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia”, ha affermato Tremonti. Che ha aggiunto: “la variabilità del posto di lavoro, l’incertezza, la mutabilità per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no. C’è stata una mutazione quantitativa e anche qualitativa del posto di lavoro, da quello fisso a quello mobile. Per me l’obiettivo fondamentale è la stabilità del lavoro, che è base di stabilità sociale”.
     Immediate le reazioni in ambienti politici e sindacali.”Sulla mobilità chiedete un commento alla Confindustria”, ha detto Guglielmo Epifani, numero uno della Cgil il quale ha sottolineato che la compartecipazione dei lavoratori sarebbe una soluzione auspicabile per un maggior coinvolgimento dei dipendenti nelle imprese, mentre una loro presenza nell’azionariato “non è la strada principale”.
     Da parte sua Luigi Angeletti (UIL), ha sottolineato che “Tremonti parla come se fosse un nostro iscritto. Non so se gli farà piacere, ma è così”.
     “Condivisibili” sono per Raffaele Bonanni, leader della CISL le parole del Ministro, aggiungendo che “l’esigenza di avere posti di lavoro stabili è un obiettivo che inseguiamo anche noi”.
     Un nuovo argomento di discussione, dunque, correttamente posto dal Ministro che negli ultimi tempi sembra particolarmente attento ai profili etici dell’economia e si avvicina alla Chiesa ed ai valori della sua dottrina sociale.
     Per un Fini che si scopre laico e butta a mare gli studi che il suo ufficio aveva condotto a Palazzo Chigi dal 2003 al 2006 sul tema della famiglia, un Ministro con un ruolo centrale nell’azione della maggioranza e del governo, il titolare del dicastero dell’economia e delle finanze, che scopre l’eticità dell’azione pubblica in economia e dice quel che tutti pensano, la proiezione verso il futuro professionale di un lavoratore esige stabilità. Conciliabile con la mobilità e la selezione. Sullo sfondo la famiglia, nella quale si compendiano le esigenze dell’attuale e delle future generazioni.
19 ottobre 2009

“La vita è uguale per tutti”, un libro di Paola Binetti

     Domani, martedì 20 ottobre, alle ore 18,30, nella sala della Protomoteca in Campidoglio, Paola Binetti, neuropsichiatra infantile, Professore ordinario di storia della medicina presso il Campus Biomedico e parlamentare del Partito Democratico, presenterà il suo libro sul fine della vita dal titolo “La vita è uguale per tutti”, edizione Mondadori.
     L’occasione è importante per l’attualità del tema, in relazione alla discussione parlamentare sul testamento biologico, materia nella quale la parlamentare del PD si è molto impegnata fin dalla passata legislatura.
     La presentazione del libro consentirà di verificare anche quale consenso riscuote nel partito e nella società civile la parlamentare, dopo le critiche che le sono state mosse, e delle quali UnSognoItaliano ha riferito, a seguito della posizione assunta alla Camera in occasione del voto sulla costituzionalità della proposta di legge anti-omofobia con le minacce, più o meno velate, di metterla fuori del partito.
     Paola Binetti, nell’invitare amici ed estimatori alla Sala della Protomoteca ha voluto ricordare questo momento difficile per la sua storia politica e personale nella fiducia che la sua battaglia di valori non le farà mancare significativi consensi.
19 ottobre 2009

Auguri Paola Maria!

     Oggi è il compleanno di Paola Maria Zerman, Avvocato dello Stato e apprezzata collaboratrice di questo giornale, al quale ha portato in varie occasioni importanti contributi sul tema della famiglia nei suoi vari aspetti normativi, sociali ed economici, tema al quale ha dedicato significativi studi negli ultimi anni, portati all’attenzione di un più vasto pubblico anche attraverso il suo bel giornale on-line, La Famiglia nella Società, www.lafamiglianellasocieta.com.
      Già coordinatrice dei gruppi di lavoro operanti nell’ambito della Commissione per la famiglia, istituita per iniziativa dell’allora Vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini, a Paola Maria Zerman si deve l’elaborazione dello “Statuto dei diritti della famiglia” e del disegno di legge sul “Garante della famiglia”, iniziative poi abbandonate a seguito della “svolta” laicista dell’ex leader di Alleanza Nazionale alla vigilia delle elezioni del 2006 che videro soccombere il Centrodestra per appena 24 mila voti.
     Per la sua competenza scientifica in materia, mediata da una speciale sensibilità per i valori civili e cristiani ai quali la Costituzione ispira le norme in tema di famiglia Paola Maria Zerman è stata spesso officiata per conferenze e convegni anche dal Rotary che la volle relatrice nel Convegno organizzato dal Distretto dell’Italia centrale nel 2007, i cui atti sono pubblicati in un volume edito da Nuove Idee.
     Il direttore ed i collaboratori di UnSognoItaliano inviano a Paola Maria Zerman gli auguri più affettuosi per il suo compleanno.
19 ottobre 2009

“A pensar male…”
Guerra preventiva dei magistrati contro il governo?
C’è un motivo
di Iudex

     “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. Attribuita a Giulio Andreotti, infaticabile maestro di battute sempre di grandissimo successo non è dubbio che la frase possa essere evocata a proposito della polemica che si va sviluppando tra il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e l’Associazione Nazionale Magistrati che ha proclamato lo stato di agitazione della categoria in relazione alla preannunciata riforma costituzionale della giustizia.
     All’iniziativa dell’ANM è stato risposto che le leggi le fa il Parlamento ed i giudici si devono limitare ad applicarle.
     E’ certamente vero. Ma la protesta dei magistrati non è, come mi vorrebbe far intendere, un processo alle intenzioni, come quella di assoggettare il Pubblico Ministero al controllo dell’esecutivo. Che costituisce una preoccupazione fondata al di là delle affermazioni del Capogruppo al Senato del Partito della Libertà, Maurizio Gasparri, sull’intenzione del governo di garantire l’indipendenza della magistratura. E nonostante la presa di distanza di Gianfranco Fini.
     In realtà le intenzioni che muovono la proposta di questi giorni  partono da lontano e fanno intravedere un intento di “normalizzazione” già delineato al momento della discesa in campo di Berlusconi e in occasione della costituzione del suo primo governo, nel 1994, quando il Presidente del Consiglio incaricato diede un segnale non equivoco su come intendesse il rapporto con la magistratura con la proposta di affidare il Ministero di via Arenula all’avv. Cesare Previti, il suo avvocato, personaggio che sarebbe andato incontro a pesanti guai giudiziari.
     Fu solo per l’opposizione del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro,   che l’avv. Previsti fu dirottato a Palazzo Baracchini, sede del Ministero della difesa.
     Ma il progetto è quello di salvare il Premier dai suoi guai giudiziari, frutto di sue iniziative di imprenditore, ed altri politici ed operatori economici disinvolti, obiettivo attuato con leggi ad hoc in materia di falso in bilancio, termini di prescrizione, disciplina dell’appello, fino al “lodo Alfano”, bocciato dalla Corte costituzionale nei giorni scorsi. Ed in vista è la disciplina delle intercettazioni studiata per limitare le indagini dei Pubblici Ministeri.
     Non è, dunque, un processo alla intenzioni quello che muove l’Associazione Nazionale Magistrati. Non sono stati forse il Premier ed i suoi cortigiani a dire, dopo al decisione della Consulta, che quella è stata una scelta politica e ne avrebbero cambiato la sua costituzione. Così che, ad ogni iniziativa giudiziaria che tocca Berlusconi, si propone la divisione delle carriere e misure destinati a limitare la capacità investigativa dei procuratori della Repubblica.
     E’ questo un governo liberale, è Berlusconi un leader che ha senso dello Stato? Niente di tutto questo e lo ha capito da tempo Fini  che continua a ripetere “senso dello Stato zero”, accomunando in questa condanna senza appello oltre al leader del PDL anche quello della Lega, quel Bossi che fa da spalla al Presidente del Consiglio, anche se non si sa fino a quando.
18 ottobre 2009

Democratico ma non troppo
Il PD e il “caso Binetti”
di Senator

     Deputato del Partito Democratico, Paola Binetti dissente dal progetto di legge anti-omofobia d’iniziativa della collega di partito Paola Concia e scoppia un caso. Così lo definisce Dario Franceschini, Segretario del Partito, anche in televisione. “la sua permanenza (nel partito) – dice – è un problema”, offrendo un’immagine di intolleranza e negazione della libertà di coscienza dai parlamentari del gruppo i quali, in caso di questioni che attengono a valori sui quali è possibile una pluralità di valutazioni, dovrebbero essere, invece, tenuti ad una rigida disciplina di partito.
     Non si è accorto il Segretario del Partito Democratico, alla ricerca di una improbabile conferma, che un movimento politico che si qualifica “democratico” nella sua denominazione, non può coprire, con decisione di maggioranza, tutto l’univeso dei valori, alcuni dei quali trascendono l’idem sentire politico di un partito che necessariamente manifesta posizioni minoritarie che meritano rispetto, soprattutto quando non esprimono indicazioni politiche indicazioni politiche fondamentali e caratterizzanti le quali debbono essere generalmente condivise. In sostanza vi sono valori i quali, se non condivisi, pongono fuori dal partito chi dissente..
     Può essere regola totalizzante la legge anti-omofobia? Ne dubito fortemente, considerato che trattasi, per alcuni versi, di una figura giuridica rispetto alla quale si può legittimamente dissentire, tenuto conto che la natura non conosce quelle i9dentità di genere” autonomamente assunte dal soggetto che anagraficamente è maschio o femmina. Dovremmo, forse, cambiare anche l’anagrafe?
     La confusione è massima e questo legittima una varietà di opinioni, sotto un profilo di valori implicitamente coinvolti nonché di stretta tecnica legislativa.
      E’ democratico zittire i dissidenti? Ne dubitiamo. Ovvero è possibile, ma in questo caso occorre espungere dalla denominazione  del partito l’aggettivo “democratico”.
17 ottobre 2009

Le sentenze dei giudici e il senso dello Stato
di Salvatore Sfrecola

     Un lettore ci ha scritto a proposito degli editoriali “Sentenze politiche”  e “Senso dello Stato zero”.
     “Credo che sia molto difficile – scrive – trovare chi non condivida i principi cui si ispirano le considerazioni fatte nei due articoli”.
    “Permettimi però di dire che, quando si voglia calare queste considerazioni nella realtà in cui viviamo nel nostro Paese – che non è “il migliore dei mondi possibili” parafrasando il Candide di Voltaire – certi principi rimangono puramente teorici e rischiano di apparire come aspirazioni di “anime belle”, totalmente distanti dalla realtà. Voglio dire cioè che è difficile predicare ai “duellanti” l’uso del fioretto in una arena politica dove molti usano le clave!”
     “E’ evidente che Berlusconi, unitamente ad una larga parte di opinione pubblica che per lui ha votato, ritiene a torto o a ragione che una parte della magistratura abbia cercato in questi anni e continui a cercare di “incastrarlo” per ragioni ideologiche. Questa percezione della situazione lo ha portato a quelle reazioni rozze e scomposte che sono in parte proprie di un carattere insofferente, in parte rispondono alla sua strategia di comunicazione con un elettorato che non ha una grande stima della magistratura, come risulta da ultimo anche nei commenti dell’ Economist oggi in edicola.”
     “Sarebbe più utile quindi che i magistrati, anche se scandalizzati per lo scarso senso dello stato di alcuni politici,  si domandino se veramente la percezione di una gran parte dell’opinione pubblica sia ingenerata solo dai media che parteggiano per il PDL, oppure se non trovi qualche fondamento negli atti e nei comportamenti di alcuni esponenti della stessa magistratura. La mancanza di autocritica da parte dell’ordine giudiziario su questi aspetti, come sui tanti altri messi in luce dal recente saggio “L’ultracasta” di Liviadotti, appare ai più come la difesa corporativa di un organo autoreferenziale”.
     Condivido pienamente  le considerazioni del nostro lettore, che vuol rimanere anonimo, e che esprime opinioni sulle quali vi è certamente ampio consenso.
     Non si può negare, tuttavia, che c’è un’altra versione dei fatti, della quale si è fatto portavoce Antonio Di Pietro nell’ultima puntata i AnnoZero, secondo la quale Berlusconi sarebbe entrato in politica per salvarsi dalle difficoltà finanziarie del suo gruppo (si parlava all’epoca, a torto a a ragione, di una forte esposizione debitoria verso le banche) e per mettersi al riparo in qualche modo da guai giudiziari che si andavano profilando all’orizzonte rispetto alle sue attività di imprenditore.
     Noi, peraltro, non possiamo fare il processo alle intenzioni. Per cui constatiamo con fastidio questo duello, che è diventata una vera e propria rissa, tra il Capo del Governo, la Magistratura ed altre istituzioni, dal Capo dello Stato alla Corte costituzionale, che certamente non fa bene agli interessi del Paese e, alla lunga, all’immagine del Presidente del Consiglio e leader del più forte partito presente in Parlamento. Un Presidente del Consiglio che assume di essere il migliore degli ultimi 150 anni della storia d’Italia, migliore di Cavour, di Crispi, di Giolitti, di De Gasperi, per fare solo qualche nome. Tutti questi, in particolare Crispi e Giolitti,  hanno avuto problemi con la Magistratura, ma hanno risposto con maggiore compostezza. Buttarla in rissa, o “in caciara”, come si dice a Roma, dà l’impressione che, al di là delle affermazioni sui processi farsa e sulla sua certezza di essere assolto, il Premier, in realtà, abbia qualche timore, altrimenti la prenderebbe  più sportivamente. E certamente l’opinione pubblica l’apprezzerebbe. Basterebbe dire “sono innocente e lo proverò in tribunale” e le polemiche si smorzerebbero. Invece prevale una certa arroganza, come quella volta che, nel corso di un interrogatorio in aula, disse che se ne doveva andare per esigenze di lavoro. Un po’ come quando dice che in Parlamento si perde tempo o che gli bastano  30 deputati per fare la politica, tanto gli altri (da lui nominati) seguiranno. Cosa che poi non avviene, come dimostra il continuo ricorso al voto di fiducia ed i ripetuti infortuni di una maggioranza imponente che va sovente sotto. Insomma il Cavaliere Silvio Berlusconi, che pure ha dei numeri, si fa spesso male da solo. Come un altro Cavaliere che all’improvviso fu pensionato dai suoi con provvedimento, si potrebbe dire, ratificato dal Re Vittorio Emanuele III, quel 25 luglio del 1943.
     Quanto alla magistratura avrà certamente anche i suoi torti ma va compreso che, a differenza del governo e della maggioranza, è una istituzione allo stato diffuso difficile da governare sul piano “politico”. Comunque dubito che debba rispondere ad una logica “politica”, sia pure nella comunicazione del proprio lavoro, altrimenti avrebbe ragione Berlusconi.
     Ai giudici facciamo fare il loro lavoro in un ordinamento garantista al massimo che alla fine aiuta più i responsabili a farla franca, magari per prescrizione, che i veri innocenti ad ottenere una sentenza di assoluzione.
     Rasserenare gli animi è il compito di chi incarna le istituzioni, soprattutto se dice di studiare per essere il primo della classe nei 150 anni dello Stato unitario! Studia, perché al momento c’è da dubitare che quel risultato abbia già conseguito. Se fosse vivo Guareschi, infatti, è certo che sul suo Candido disegnerebbe un Berlusconi sovrastato da una nuvoletta occupata da Covour e successori con volto arcigno, muniti di un nodoso bastone, pronto a colpire.
11 ottobre 2009

I cattivi consiglieri
di Salvatore Sfrecola

     La storia insegna che il successo e la fama di alcuni grandi uomini di governo è dovuta al valore dei collaboratori dei quali si sono avvalsi nella loro opera di amministratori e riformatori. Accanto a Re, Imperatori e Presidenti, spesso con discrezione, altre volte con maggiore visibilità, hanno operato grandi statisti, legislatori, diplomatici dei quali la storia ha conservato memoria, spesso più di quella dei personaggi con i quali hanno   collaborato.
     Fare un elenco anche solo sintetico fa certamente torto a qualcuno dei grandi della storia. Ma qualche esempio è necessario, di quelli che vengono a mente in questo momento. Herman von Salza, il grande Cancelliere di Federico II di Svevia, amministratore e diplomatico, Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, il MInistro degli esteri di Napoleone Bonaparte, Clemente Lotario di Metternich, Cancelliere di Francesco Giuseppe d’Austria, Disdraeli, Primo Ministro della Regina Vittoria,  e dei nostri  Camillo Benso di Cavour, l’artefice dell’unità d’Italia accanto a Re Vittorio Emanuele II e Giovanni Giolitti, il riformatore del primo decennio del XX secolo, Presidente del Consiglio e Ministro del tesoro e dell’interno di Vittorio Emanuele III.
     Pochi esempi, con i nomi più noti.
     Chi sono oggi i consiglieri del Presidente del Consiglio e Capo del Partito della Libertà? Il nome più illustre è senza dubbio quello di Gianni Letta, “il Direttore”, come ama essere chiamato per la sua esperienza alla guida de Il Tempo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, grandi capacità di intrattenere rapporti istituzionali, lavoratore instancabile, coordinatore di tutte le iniziative che vanno al Consiglio dei Ministri. Grande senso dello Stato sembra il consigliere ideale di un personaggio come Silvio Berlusconi, tutt’altro che politico, con la grinta e anche l’arroganza dell’imprenditore, il cumenda milanese (anche se lui è Cavaliere del lavoro) lontano dai rapporti istituzionali che delega ai suoi commercialisti e avvocati. Per cui Letta cede, nella gestione generale della politica governativa, a questi personaggi che il Premier ha portato in Parlamento e che devono tutto a lui. Per cui lo consigliano come lui vuole sentirsi consigliare in tutte le vicende istituzionali. Prima di tutto la magistratura, che per certa avvocatura è il nemico giurato, che va attaccato a testa bassa per fare contento il cliente. Una diversa impostazione del rapporto con i giudici farebbe perdere il posto ai vari Ghedini e Pecorella. Mettiamoci nei loro panni. Avvocati di seconda linea devono tutto a Berlusconi. Difendendolo come lui vuole mantengono la loro posizione di preminenza tra i consiglieri del principe, con vantaggi non indifferenti, anche per la fama che in questo modo acquisiscono sul piano professionale.
     Sono cattivi consiglieri. Innanzitutto perché interessati a mantenere viva la conflittualità del loro assistito nei confronti dei giudici. Privi di senso politico e istituzionale non cercano il superamento del conflitto ma la sua esasperazione. E’ certo che Berlusconi li ammira quando in televisione ribattono ad oppositori politici in tono duro, alzando la voce ritenendo che sia il modo migliore per darsi ragione.
     Sono i fautori della separazione delle carriere, gli inventori dell'”avvocato dell’accusa” che dovrà andare con il “cappello in mano” dai giudici, come ama dire il Premier. Incuranti che il P.M. autoreferenziale, senza l’esperienza della funzione giudicante, sarà una iattura per la giustizia italiana, a meno che quella non sia il primo passo verso la sottoposizione al potere politico del Pubblico Ministero, ipotesi sempre smentita ma inevitabile conclusione della riforma annunciata. Del resto Mazzella, Giudice costituzionale designato da Berlusconi, da Avvocato generale dello Stato immaginò che la funzione di Procuratore della Repubblica fosse esercitata dagli avvocati dello Stato, istituzionalmente dipendenti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.  Ciò che è logico in quanto difendono la Pubblica Amministrazione.
     A questi signori sfugge un particolare. Lo Stato che il P.M. difende è lo Stato-ordinamento, espressione della volontà della legge.
     Cattivi, anzi pessimi consiglieri. Il Cavaliere non lo percepisce e continua a scagliarsi a testa bassa contro ogni istituzione non gli consenta di ottenere subito quello che vuole, dal Parlamento alla magistratura, appunto.
     Per il primo ha voluto una legge elettorale nella quale deputati e senatori sono nominati e non eletti, per la seconda vuole la mortificazione dell’indipendenza. Riuscirà? Forse non ne avrà il tempo. Il suo partito mostra gravi crepe. Molti contano sulla sua uscita di scena e già si preparano alla successione, in prima persona o schierandosi a fianco di chi immaginano salirà a Palazzo Chigi.
     Se il Cavaliere si fosse avvalso di buoni consiglieri avrebbe fatto diversamente, già nel 1994. Avrebbe incontrato i vertici dell’Associazione Nazionale Magistrati e si sarebbe presentato più o meno così: “Signori fino a ieri ero il Cavaliere Silvio Berlusconi, oggi sono il Presidente del Consiglio. Nel dialogo istituzionale vi chiedo di dirmi cosa, voi tecnici, ritenete necessario per la riforma della giustizia, per dare al cittadino un sistema processuale, civile e penale, moderno”.
     Invece io cattivi consiglieri lo hanno spinto contro la magistratura. Così come contro la burocrazia, mortificata e vilipesa, quando un giorno era il nerbo del governo, la sua forza per amministrare.
     Caccerà Berlusconi i cattivi consiglieri? Ne dubito assai. E mi dispiace perché un governo di legislatura in un sistema bipolare potrebbe fare molto per il Paese che ha bisogno di modernizzarsi e di individuare un modello di sviluppo adeguato alle sue potenzialità ed alla sua storia.
     Da inguaribile ottimista spero che vedere un giorno i cattivi consiglieri rotolare per le scale di Palazzo Chigi mentre Gianni Letta sorride compiaciuto nel suo applomb istituzionale.
10 ottobre 2009

Il Premier contro il Corriere della Sera
Lo stile fa la differenza
di Iudex

    La Corte costituzionale boccia il “lodo Alfano”?, la riformiamo. Alcune Procure della Repubblica indagano su fatti costituenti reato che il Premier avrebbe commesso nella sua “passata” veste di imprenditore? Intanto, separiamo le carriere, da una parte i Pubblici Ministeri, dall’altra i giudici. Per cui se la Consulta avesse ritenuto costituzionalmente legittimo il “lodo Alfano” e se i Pubblici Ministeri avessero trascurato di occuparsi del Cavaliere Silvio Berlusconi in relazione a fatti consueti nel mondo dell’imprenditoria è certo che nessuno avrebbe pensato di cambiare la composizione del Giudice delle leggi né ipotizzato di distinguere chi esercita l’azione panale da chi giudica, all’interno dell’Ordine giudiziario.
     Ed ecco che nel dibattito surriscaldato di questi giorni (sembra che il Presidente Napolitano non sia andato a Messina per i funerali delle vittime dell’alluvione per non incontrare il Presidente del Consiglio che lo aveva pesantemente attaccato a poche ore dalla sentenza della Consulta) Berlusconi se la prende con il Corriere della Sera, un grande giornale d’opinione che non trascura mai di dar conto delle opinioni, anche diverse, che vengono espresse nel dibattito politico e culturale. Un attacco pesante, come il clima di questi giorni nei quali al Premier sono evidentemente saltati i nervi.
     Gli risponde con molta calma e grande stile il direttore, Ferruccio de Bortoli. Il quale in apertura si chiede “cos’abbia spinto il premier a criticare ieri il Corriere . Non gli piaceva il fondo di Ernesto Galli della Loggia che pur stigmatizzando (e ci mancherebbe…) le espressioni da lui usate contro il presidente della Repubblica, riconosceva una serie di meriti all’azione del governo? Non credo. Non gli andava il corsivo di Pierluigi Battista che smentiva la vulgata di sinistra dell’esistenza di un regime con la sua impronta? Impensabile”. Per concludere che forse agli occhi di Berlusconi il giornale ha “un unico grande torto… ragiona con la propria testa, lungo il solco liberale della sua tradizione. Un quotidiano che si ostina a coltivare la propria indipendenza”. Aggiungendo che “il Corriere non veste alcuna divisa e non indossa nessun elmetto. Si è ben guardato, in questi mesi, dall’assecondare la campagna scatenata contro il premier, con vasta eco all’estero, dai suoi nemici, politici ed editoriali, e da tutti quelli che hanno ridotto l’opposizione allo sguardo insistito nella sua vita privata. Dimenticando tutto il resto. Come se non esistesse più un governo che va giudicato dagli atti concreti, quelli che servono al Paese in una delle crisi sociali ed economiche più acute. Tutti quelli che lavorano onestamente, dalla mattina alla sera, cittadini, lavoratori, professionisti e imprenditori, non possono che soffrire e nutrire un profondo senso di ingiustizia nel vedere l’immagine internazionale del nostro Paese messa così ingiustamente alla berlina”.
     “Certo – scrive de Bortoli – le notizie non le abbiamo mai nascoste. Mai. Ma neanche strumentalizzate e piegate alle esigenze di parte, come accade in quasi tutto il panorama editoriale”.
     Poi la chiusa. Il giornale “ha praticato e difeso una libertà di stampa responsabile. Le querele ai giornali sono legittime, per carità, ma costituiscono spesso un errore, a mio personale giudizio, se vengono da chi ha alti incarichi istituzionali e di governo. Chi scrive ne ha collezionate, tra querele e cause civili, ben 180. E nei giorni scorsi ha perso in appello contro gli avvocati del premier Ghedini e Pecorella. Dunque, avevano ragione loro a sentirsi diffamati da un mio scritto del 2002. La sentenza è chiara e la accetto, senza pormi il problema se il giudice fosse di destra o di sinistra e senza cambiare idea rispetto a quello che ho scritto”.
     E’ una questione di stile. Il Direttore giornalista ed il Premier imprenditore appartengono evidentemente a due diverse scuole di pensiero, come si dice oggi abusando della parola “pensiero”, ma anche a due diversi modi di intendere il rapporto con le istituzioni e prima di tutto con la magistratura che rappresenta la più alta  espressione della sovranità statale.
     Dovrebbe essere questo l’atteggiamento del Presidente del Consiglio cui il consenso popolare dà il diritto di governare il Paese, di scegliere le vie dello sviluppo economico e sociale, con un dovere primario, quello di rispettare la legge e le sentenze dei giudici che pronunciano “in nome del popolo italiano”.
     Il Premier si definisce estraneo alla politica. Ad oltre 15 anni dalla sua discesa in campo, più volte a Palazzo Chigi, non può più dire di non essere un politico. E’, più semplicemente, un politico di un certo tipo, che si merita quel “senso dello Stato zero” con cui Gianfranco Fini ha ripetutamente commentato il suo approccio istituzionale.
     Anche per questo, forse, il Premier tiene a distanza il Presidente della Camera e lo bacchetta quando l’ex leader di Alleanza Nazionale assume atteggiamenti di indipendenza dimostrando che non ce la fa in questa difficile, necessitata coabitazione con l’imprenditore sceso in politica, lui che la politica ha sempre fatto, a volte sbagliando, ma con sicuro senso dello Stato.
10 ottobre 2009

Sentenze “politiche”
di Salvatore Sfrecola

     Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che una sentenza sgradita venga definita “politica”, cioè di parte, l’accusa più grave alla magistratura, quella di essere ritenuta espressione di una fazione, così che essa sarebbe venuta meno all’essenza stessa del giudicare, la soggezione “soltanto alla legge”, come si esprime l’art. 101 della Costituzione.
     Siamo al degrado della politica. Perché si trasferisce la logica della politica, cioè lo schieramento e l’appartenenza alla fazione, alla valutazione del comportamento dei giudici, cioè delle sentenze, con conseguenze devastanti sulla pubblica opinione indotta a perdere fiducia nella giustizia, la prima espressione della sovranità dello Stato e condizione della pacifica convivenza dei popoli.
     Se poi l’accusa di politicizzazione  non riguarda la sentenza di un determinato giudice ma più sentenze di più giudici e se l’accusa è rivolta anche alla Corte costituzionale, ove siedono personaggi illustri dell’accademia e del foro oltre che delle magistrature, eletti o nominati a quella altissima funzione, vuol dire che il male è profondo, che la politica non riesce ad assurgere a ricerca del bene comune, nell’interesse generale, ma esprime l’aspettativa del particulare, neppure politico ma egoistico, quello che ricerca il proprio tornaconto, che si vorrebbe evitare con le leggi sui “conflitti di interesse”, le regole che vogliono impedire a chi detiene una carica pubblica, anche elettiva, di lucrare personali vantaggi attraverso le decisioni che è chiamato ad assumere come uomo di governo.
     D’altra parte la politica esprime da sempre fastidio per il controllo dei giudici, anche se i politici “di classe” hanno sempre fatto buon viso a cattivo gioco ricercando un compromesso tra le proprie esigenze di controllare il potere e l’economia e la necessità di manifestare pubblicamente rispetto per la magistratura. Con molta ipocrisia, certo,  ma con effetti positivi sulla pubblica opinione che non ha bisogno di polemiche divaricanti tra i titolarti di funzioni istituzionali.
     Da qualche anno, invece, è invalso un costume che esprime insofferenza nei confronti della giustizia, accusata ora di incompetenza, ora di faziosità, che non tollera i controlli amministrativi e politici. Per cui ne fanno le spese, da un lato, organi come la Corte dei conti, “fastidiosa” sentinella della legalità, o lo stesso Parlamento che viene espropriato a colpi di questioni di fiducia della funzione fondamentale di confezionare i testi normativi portati alla sua attenzione. D’altra parte non è stato forse detto che le Camere fanno perdere tempo?  Nessuno oserebbe pensarlo nelle democrazie più consolidate. Ad esempio in quel Regno Unito che con la Magna Charta Libertatum dal 1215 è un esempio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato pur nei diversi ruoli rivestiti.
     Perché questo Paese non riesce ad essere normale, nonostante l’antica cultura giuridica ed il rilevante apporto della filosofia politica italiana al pensiero liberale?
8 ottobre 2009

Calamità naturali ed equità fiscale
di Bruno Lago

     L’editoriale del Direttore “Quando frane, alluvioni e crolli non sono inevitabili. Politica e amministrazione dalla vista corta ”  si conclude con una domanda riferita alla limitazione dei poteri di indagine della Corte dei Conti: “Dove può andare un Paese che continuamente introduce norme che agevolano gli operatori del malaffare?”.
     Vorrei offrire una risposta facendo alcune considerazioni che potrebbero apparire ciniche ma che alla fine, superati gli aspetti emotivi delle recenti calamità, i cittadini contribuenti di   questo Paese saranno portati a fare.
     Giustamente il Governo è intervenuto a l’Aquila per sostenere finanziariamente la ricostruzione, oltre agli interventi di primo soccorso. Analogamente il Governo ha promesso lo stesso trattamento per i recenti disastri nel Messinese secondo il motto “nessuno sarà lasciato solo”. Un principio che da ora in poi potrà essere invocato per ogni calamità in qualsiasi parte d’Italia. Ricorderete poi che il Sottosegretario Bertolaso ha ricordato che i costi per mettere in “sicurezza” le zone del Paese sottoposte a rischio idro-geologico o sismico sono stimati nell’ordine di 25 miliardi di euro.
     Lasciamo da parte valutazioni circa la sostenibilità di questi investimenti per il Paese nei prossimi anni che appare molto dubbia. Parliamo invece di aspetti di equità in relazione alle decisioni politiche di porre a carico della fiscalità generale interventi resi necessari dalle “cattive abitudini” di molte amministrazioni locali e regionali, da una cultura della tolleranza degli abusi posti in essere dai singoli e dai costruttori, dai mancati controlli sulla qualità delle costruzioni da parte delle autorità pubbliche preposte.
     Non ci sarebbe nulla da ridire se tutto il Paese fosse in queste condizioni. Fortunatamente così non è perche molte amministrazioni pubbliche, comuni e regioni, adottano comportamenti virtuosi, esercitando correttamente i loro poteri di pianificazione del territorio e di controllo, mentre la maggioranza dei cittadini di questo Paese non è naturalmente portata a compiere degli abusi edilizi.
     Perché quindi le conseguenze delle furbizie di singoli e la cattiva amministrazione in certe regioni devono  ricadere sui cittadini onesti e sulle amministrazioni virtuose, tutti chiamati a pagare per responsabilità che non hanno?
     Di qui l’importanza del federalismo fiscale, l’unico strumento che consente di porre un freno alla cattiva amministrazione e responsabilizza gli stessi cittadini nella scelta di amministratori capaci.
     Torniamo allora alla domanda del Direttore: “Dove può andare un Paese che continuamente introduce norme che agevolano gli operatori del malaffare?”. La risposta è ovvia, in malora certamente a meno che non si adottino strumenti come il federalismo fiscale. Infatti quando ciascuna amministrazione, ciascuna comunità acquisirà coscienza del fatto che sono finiti i tempi in cui si diceva “Tanto paga Pantalone!” e dovrà far fronte con i propri mezzi ai problemi del suo territorio, solo allora cambierà  la cultura prevalente in certe aree del Paese. Sicuramente questo “conflitto di interessi” tra contribuenti e tra amministratori ingenerato dal federalismo fiscale sarà un fattore estremamente efficace e agevolerà il lavoro della Corte dei Conti.
8 ottobre 2009

Non è questa la Destra!
Senso dello Stato zero
di Senator

     Mi torna in mente una frase del libro del nostro direttore (“Un’occasione mancata”, Nuove Idee) attribuita a Gianfranco Fini Vicepresidente del Consiglio, una frase spesso ripetuta dopo incontri politici con Berlusconi o Bossi: “senso dello Stato zero”. Mi torna in mente in queste ore, subito dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha deciso sul c.d. “lodo Alfano”, la legge  23 luglio 2008, n. 124, la quale disponeva (al passato, è stata abrogata!) la sospensione dei processi per le quattro più alte cariche dello Stato, il Presidente della Repubblica, i Presidenti di Senato e Camera, il Presidente del Consiglio dei ministri.
     La Corte costituzionale, si legge nel comunicato della Consulta “giudicando sulle questioni di legittimità costituzionale poste con le ordinanze n. 397/08 e n. 398/08 del Tribunale di Milano e n. 9/09 del GIP del Tribunale di Roma ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1 della legge 23 luglio 2008, n. 124 per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione”. In parole povere la Consulta ha ritenuto che la normativa violasse il principio di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge con uso dello strumento della legge ordinaria anziché di quello della revisione costituzionale.
     Le reazioni sono state immediate, del Premier e della maggioranza. “Mi sento preso in giro”, ha detto Berlusconi, aggiungendo “Napolitano non mi interessa”.
     Il fatto è che subito dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale il Presidente del Consiglio, riferendosi a Napolitano, aveva detto “sapete da che parte sta”, cui era seguita l’immediata replica del Quirinale: “Il presidente sta dalla parte della Costituzione, con assoluta imparzialità”.
     Senso dello Stato zero, dunque, per l’attacco alle istituzioni, prima di tutto, da parte dei vari Bonaiuti, Gasparri, Cicchitto, La Corte costituzionale avrebbe assunto una decisione “politica” a sentire questi signori.
     Nessun senso istituzionale, nessun rispetto per le decisioni della massima istanza di controllo costituzionale, come mai il Premier e la maggioranza hanno avuto rispetto per le sentenze dei giudici.
     Non è questa la Destra che conosce la storia italiana. D’altra parte dove sono gli uomini della Destra, i liberali che credono nello Stato e nelle sue istituzioni e le rispettano, piaccia o non piaccia la decisione che assumono in nome della legge e del popolo italiano. Il fatto è che il partito fondato da Berlusconi, con ampia partecipazione di dipendenti delle aziende di famiglia, è costituito da una schiera variegata di ex socialisti, ex radicali, ex missini, nessuno dei quali ha ideologicamente niente a che fare con la Destra. Una schiera retta da interessi comuni, di potere ed economici, che prevalgono su quelli dei cittadini, senza pudore, con la spocchia del capo che impunemente snocciola statistiche sui risultati del programma di governo e sul consenso che lo accompagnerebbe. Tutte cose indimostrate che tuttavia hanno prodotto voti, tanti voti conquistati con la tecnica della pubblicità nella quale si sono dimostrati bravissimi il Premier e i suoi uomini. E le sue donne, del tipo Santanché, scesa ad insozzare la moglie del Premier in un’orgia di servilismo che ha scarsi precedenti, sul giornale fiancheggiatore, quel Libero, un foglio che se avesse il senso della misura cambierebbe nome.
     Povera Italia! Ho sentito qualche tempo fa in televisione il direttore de Il tempo, Arditti,  dire che è un’anomalia che il Presidente del Consiglio sia oggetto di tante inchieste giudiziarie. Senza pensare che se c’è un’anomalia è quella che uno con tanti problemi giudiziari faccia il Presidente del Consiglio. Ma anche lui (Arditti) non ha il senso della misura e del ridicolo.
     Infatti, si può essere a fianco di una personalità politica in tanti modi, per difenderne le scelte. In modo intelligente o no. La maggior parte di quelli che sono scesi in politica con Berlusconi non difende il Premier in modo intelligente. Né lo consiglia in modo adeguato alle esigenze. Per stupidità o piaggeria? Cambia poco.
     Perché in fin dei conti Berlusconi è accusato non di reati politici ma di cose che avrebbe fatto nella sua qualità di imprenditore, per presunti comportamenti illeciti tipici degli imprenditori. Per cui l’anomalia sta nel fatto che un imprenditore tra i più grandi d’Italia, con ampi interessi che l’azione di governo necessariamente investe, sia al vertice, non solo di un partito, ma del governo. La Destra queste cose non le ha mai fatte. Anzi ha sempre distinto la politica dagli affari. Con la conclusione che l’autoqualificazione di destra del partito e del leader è impropria.
7 ottobre 2009

Quando frane, alluvioni e crolli non sono inevitabili
Politica e amministrazione dalla vista corta
di Salvatore Sfrecola

     Ha ricordato Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del   4  ottobre (“Frane d’Italia”) che “Novantanove anni ci mise l’Italia a dotarsi della carta geologica in scala 1 a 100 mila: dal 1877 al 1976, da Agostino Depretis ad Aldo Moro. E per la nuova, in scala 1 a 50 mila (che gli esperti considerano già insufficiente) stiamo messi male: dal 1988 a oggi, dice l’ultimo rapporto del Progetto Carg dell’Ispra, siamo a 44 fogli completati (più 26 «in corso di completamento» e 255 iniziati) su 652. In ventuno anni. Dopo di che, spesi 81.259.000 euro (fate voi i conti) il progetto pare essere rimasto a secco di finanziamenti”. Per concludere “non porta voti, fare la carta geologica”.
     Sta tutto in questa frase. La politica italiana ha la vista corta. Per dirla con Alcide De Gasperi è fatta di politici che guardano alle prossime elezioni e non di statistiche che pensano alle prossime generazioni.
     E così l’Italia frana, si allaga, i terremoti fanno stragi laddove la medesima intensità del sisma non determina analoghi lutti e disastri.
     Manca la buona amministrazione, cioè l’Amministrazione tout court, quella che è fatta di azioni quotidiane di applicazione delle norme e di gestione delle esigenze quotidiane del cittadino, quella attività poco appariscente ma molto produttiva per il cittadino per la quale le strade sono prive di buche, e pulite, i treni sono puntuali e puliti, insomma senza che il passeggero rischi la scabbia o altre infezioni, che le case non crollino al primo tremore della terra perché costruite senza rispetto delle regole antisismiche, perché nessuno controlla che siano rispettate.
     C’è questa Italia e questa politica dietro la tragedia di Messina, come per i disastri del terremoto d’Abruzzo e per le altre disgrazie che hanno colpito il Paese. Per tutti l’alluvione del Vajont, quando un mare d’acqua investì paesi costruiti dove non dovevano essere costruiti, perché un minimo di logica avrebbe dovuto considerare la possibilità che, per un qualunque motivo, dal terremoto ad una guerra, dalla diga potesse uscire tanta acqua.
     La capacità di prevedere è la logica dell’amministrazione, della programmazione degli interventi strutturali e manutentivi e del monitoraggio della vita di un’opera. Insensatezze di un Paese che, come ha detto il Presidente Napolitano, ricorda Stella “sogna opere faraoniche e trascura (che noia!) la manutenzione quotidiana. Quella che per secoli salvò, al contrario, la delicatissima Venezia che ai piromani e a chi era sorpreso a tagliare un albero abusivamente attentando all’equilibrio idrogeologico infliggeva quindici anni di esilio «da tutte terre e luoghi del serenissimo dominio» e ai recidivi «sette anni in galera de condenati, a vogar il remo con ferri ai piedi””.
     La vera politica, infatti, è la gestione ordinaria nella quale si innestano progetti e programmi di più ampio respiro. Ma non si può guardare avanti e costruire se si ha la vista corta e si cammina su un terreno sconnesso con passo incerto.
     È questo il dramma del nostro Paese. Avere una classe dirigente politica modesta mentre i vertici dell’amministrazione, un tempo il nerbo dello Stato e degli enti pubblici, cedono ai voleri della politica in barba al principio costituzionale secondo il quale i pubblici impiegati sono “al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98).
Con un’amministrazione dimezzata, la dirigenza mortificata dallo spoil system e dall’invasione dei consulenti esterni non si va lontano, non si programma e non si costruisce. Vince la precarietà che predispone solo iniziative effimere, quelle che piacciono al politico che guarda alle prossime elezioni. Per vincere le quali chi è al potere ha inventato il porcellum per cui chi detiene la facoltà di scelta non è il “popolo sovrano” ma l’oligarchia dei partiti.
     Vince, dunque, la politica “del taglio del nastro”, l’apparenza che inganna il cittadino. I politici sanno che l’elettore ha scoperto il trucco e sono ricorsi al sistema della lista senza preferenze per sopravvivere. Ma fino a quando?
     Intanto l’Italia frana e nessuno paga. Nessuno ha veramente pagato per il Vajont, probabilmente nessuno pagherà per il disastro dell’Abruzzo dalle regole violate. Nessuno pagherà per Messina, troppo distribuite le responsabilità, troppo difficile identificare la condotta dolosa nei ritardi e nelle omissioni. La maggior parte dei processi, infatti, si chiudono con la dichiarazione della prescrizione. Lo sanno imprenditori disonesti e politici complici. Stanno tranquilli, nessuno li disturberà al di là di un avviso di procedimento, “atto dovuto”, l’unica vera sanzione pubblica che, peraltro, non smuove i “duri” del potere ed i loro clientes. Sono i casi in cui la sanzione temuta è stata negli ultimi anni quella del risarcimento del danno all’immagine dell’amministrazione di competenza della Corte dei conti. Detto fatto, all’inizio dell’estate Parlamento e Governo aboliscono questa ipotesi di danno. La limitano a poche fattispecie di reati contro la pubblica amministrazione, lasciando impuniti i truffatori, i professori pedofili e quanti offendono la morale civile approfittando delle risorse pubbliche, a meno che non siano peculatori, corrotti e concussori. Per i quali, però, quasi inevitabilmente arriva la prescrizione che li fa salvi dall’azione del Pubblico Ministero presso la Corte dei conti.
     Dove può andare un Paese che continuamente introduce norme che agevolano gli operatori del malaffare?
6 ottobre 2009

Appunti di viaggio dal Medio Oriente
Palestina, terra di contraddizioni e di instabilità politica
di Salvatore Sfrecola

     Nell’ultima settimana, pur in assenza degli aggiornamenti quasi quotidiani che hanno segnato fin qui il successo di Un Sogno Italiano, è continuata la consultazione qualificata del giornale, dall’Italia soprattutto, ma anche dai paesi europei, in particolare da Spagna, Francia e Regno Unito, oltre che dagli Stati Uniti d’America. Significa che, anche se mancano la notizia o il commento quotidiani, le nostre pagine conservano interesse nel tempo. Ciò che volevano avviando questa esperienza.
     Nell’ultima settimana non ho scritto perché all’estero, in Israele e Giordania, in un viaggio organizzato dall’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, uno dei due ordini cavallereschi (l’altro è il Sovrano Militare Ordine di Malta) riconosciuti dalla Santa sede per l’impegno in favore di iniziative umanitarie, culturali e sanitarie.
     E’ stato per me quello che si chiama un pellegrinaggio nella terra che ha visto la predicazione di Gesù, un percorso spirituale ma anche un’esperienza straordinaria in un’area geografica tra le più tormentate del pianeta che va osservata da vicino per comprendere alcuni fenomeni che lì si manifestano. Una situazione che si percepisce ovunque, perché le contraddizioni tra il messaggio spirituale delle tre religioni monoteiste che sono nate e convivono in questa’rea del Medio Oriente, Giudaismo, Cristianesimo, Islam (in ordine di nascita) e lo stato di tensione, quando non di guerra, tra nazioni e gruppi etnici e politici è palpabile e visibile ovunque, per i posti di controllo e gli uomini armati di tutto punto che presidiano città e borghi, per i muri di contenimento costruiti da Israele per meglio controllare i movimenti delle popolazioni arabe della Palestina, una polveriera, non solo in senso figurativo.
     Si vive là in uno stato di tensione che genera esso stesso situazioni di pericolo, alimentate da rilevanti interessi economici e politici gabellati per ideologie e rivendicazioni territoriali.
     In questa situazione a rimetterci sono innanzitutto i cristiani che, un tempo maggioritari, oggi sono ridotti a piccole comunità dai piccoli numeri, ad una cifra, soggetti ad ulteriori erosioni perché è difficile essere cristiano laddove la maggioranza è musulmana o ebraica.
     Questa fetta di Medio Oriente è, dunque, un’area da tenere sotto osservazione perché lì possono profilarsi, in qualunque momento, eventi tali da destabilizzare non solo la regione ma il mondo intero. Per le intemperanze ideologiche di Ahmadinejad, ma anche per l’instabilità di nazioni limitrofe, dall’Irak all’Afghanistan, dove uomini in missione di pace fanno la guerra. Una guerra della quale non si intravede la fine, anche perché i paesi occidentali che sono lì presenti con i loro soldati non hanno un interlocutore affidabile.
     In una sorta diario di viaggio dirò di alcuni luoghi visitati, delle suggestioni e delle riflessioni che sollecitano. A tutto campo, liberamente, come sempre. Nella speranza di fornire qualche motivo ulteriore di riflessione acquisito sul campo.
5 ottobre 2009

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