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Gennaio 2010

Equivoci e disinformazione
I magistrati e la riforma del processo penale

di Salvatore Sfrecola

Ritengo necessario riprendere il tema affrontato da Iudex a proposito di alcune affermazioni del Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a proposito della riforma del processo penale, perché l’argomento, che oggi campeggia su tutti i giornali a causa della protesta dell’Associazione Nazionale Magistrati in occasione delle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario nelle Corti d’Appello, soffre di un equivoco di fondo, che poi, riportato dai media su sollecitazione di alcuni politici, costituisce autentica disinformazione. L’equivoco consiste nel fatto che nel dibattito sulla riforma del processo penale, il cosiddetto “processo breve”, la posizione critica assunta dall’ANM e da studiosi del processo è presentata come se corrispondesse ad un interesse dei giudici e dei pubblici ministeri, insomma della casta, anzi dell’ultracasta, come qualcuno frettolosamente ha definito i magistrati. Come, in sostanza, se vi fosse un interesse personale o di categoria a mantenere il processo con le attuale disfunzioni da tutti denunciate. L’affermazione è intrinsecamente assurda, perché quella inefficienza è denunciata, da anni, soprattutto dai magistrati che ne sono le prime vittime, perché lavorano male e vedono la loro immagine offuscata agli occhi della gente, degli utenti del servizio Giustizia. Il Ministro Alfano ha ricordato che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”, come sta scritto nell’art. 101 della Costituzione. Essi, pertanto, applicano la legge che il Parlamento, nella sua sovranità, approva ritenendo che corrisponda alla volontà del popolo che ha eletto deputati e senatori. Applicarla, infatti, è il dovere dei giudici e dei pubblici ministeri, che per esercitare questa funzione sono stati selezionati in un difficile concorso e sono pagati dallo Stato. Con la conseguenza logica, che non sfugge alla classe politica “riformatrice” che per i magistrati è indifferente se questo o quel reato viene perseguito, se le regole del processo rendono più facile di quanto accade oggi che i reati si prescrivano. Perfino se da una riforma siffatta le parti civili, i danneggiati dai reati, non riescono ad avere giustizia. Potranno sentire, come tecnici del diritto e come cittadini, che il sistema così non va, ma dovranno applicare le leggi perché quella è la volontà del Parlamento e, presumibilmente, del corpo elettorale che, se si riterrà insoddisfatto dalla riforma, potrà, in occasione di nuove consultazioni elettorali, riversare il voto su altri soggetti politici. Tuttavia, da parte della classe politica è un errore non ascoltare le ragioni dei tecnici del diritto e del processo i quali, proprio per questa loro indifferenza rispetto alle scelte politiche, se manifestano critiche vuol dire che intendono contribuire a far emergere disfunzioni nella proposta riformatrice. Non ascoltarli significa accreditare agli occhi della gente la tesi che il “processo breve”, non accompagnato da riforme strutturali, non serve per i cittadini qualunque ma a qualcuno della classe politica che non vuol essere processato o, se in giudizio, assolto per prescrizione. La Giustizia è funzione fondamentale dello Stato. “Ci sarà pure un giudice a Berlino”, disse il mugnaio prussiano al cospetto di Re Federico II che gli negava il suo diritto, per dire che anche l’autorità è soggetta alla legge. Per cui le riforme del processo, penale o civile (il grande dimenticato perché non serve ai potenti!), vanno fatte seguendo l’obiettiva esigenza della giustizia e dei cittadini, non di un solo cittadino o di pochi cittadini. Un consiglio, per chiudere, all’Associazione Nazionale Magistrati. Si spieghi meglio con il grosso pubblico ed individui un portavoce che buchi lo schermo televisivo. Luca Palamara sarà un grande Presidente dell’Associazione ma non è telegenico e poco avvezzo ai dibattiti nei salotti delle TY. Anche l’idea di uscire dall’aula ieri nelle sedi delle Corti d’Appello non è stata proprio brillante. Dialoghi più con il Foro e l’Università, laddove si possono comprendere e condividere le ragioni della protesta.
31 gennaio 2010

Le banalità del Ministro Alfano:
i giudici sono soggetti soltanto alla legge
e le leggi le fa il Parlamento!

di Iudex

Nel dramma quotidiano della giustizia che non funziona, che relega l’Italia indietro, troppo indietro, nella statistica mondiale, non c’era bisogno delle banalità del Ministro Alfano che oggi, parlando dinanzi al Presidente della Repubblica ed ai vertici della Cassazione, ha detto, con enfasi che tutti hanno potuto apprezzare dai telegiornali, che i giudici sono soggetti soltanto alla legge e che le leggi le fa il Parlamento. Non c’era bisogno di banalizzare l’attuale contrasto tra potere politico e magistratura sulle riforme, quali il processo breve, che nascono da esigenze personali di alcuni politici e nulla hanno a che fare con le necessità della gente. Attenzione, il processo breve è evidentemente un traguardo cui tendono tutti, i magistrati in primo luogo. Se oggi l’Associazione Nazionale Magistrati e molti esperti criticano l’iniziativa del Governo non è perché desiderano un processo “lungo” ma perché vorrebbero che il processo breve non fosse uno slogan ma una scelta legislativa che consenta effettivamente la conclusione di un processo con adeguata istruttoria che permetta l’affermazione del diritto nel caso concreto. Governo e maggioranza, in sostanza, devono smettere di diffondere il convincimento che le critiche di ambienti giudiziari alla riforma annunciata siano conseguenza di opposizione preconcetta. E’ una tesi intrinsecamente illogica. I primi a volere l’efficienza della Giustizia sono evidentemente i giudici i quali desiderano dare una risposta alla richiesta di giustizia proveniente dai cittadini. Se criticano, con buona pace del Ministro Alfano, vuol dire che quel processo breve non darà giustizia in assenza di altre riforme essenziali, ordinamentali e strutturali. Per cui il processo sarà breve perché si concluderà nella maggior parte dei casi in un nulla di fatto, con grave pregiudizio per le parti lese che nel processo penale costituiscono la parte debole. E della Giustizia con la “G” maiuscola, quella attraverso la quale lo Stato punisce i delitti dando tranquillità alla gente e nel processo civile e amministrativo dà certezza ai diritti ed agli interessi. Niente da fare, la necessità di salvare alcuni “personaggi” della casta passa sui cadaveri e sui diritti delle persone. E’ questa la volontà del popolo italiano che ha dato voti a questa maggioranza? E’ stato chiesto all’elettore che il suo voto avrebbe negato diritti? Sta montando la protesta, ancora non percepita, della gente e dei difensori di quanti hanno subito danni e torti. E ancora una volta si allontana la vera riforma che gli italiani desiderano.
29 gennaio 2010

Littizzetto show sulla “verginità”
Volgarità a spese dei cittadini abbonati

di Salvatore Sfrecola

Devo dire che Luciana Littizzetto e Fabio Fazio non destano in me particolare simpatia. Li trovo scontati, faziosi e subdoli nella proposizione dei temi dei loro interventi a “Che tempo fa”, sul 3 della domenica. Qualche volta la Littizzetto mi fa appena sorridere, soprattutto quando critica i politici, del tipo “Bersani se ci sei batti un colpo”, anche se i suoi strali non sono equamente distribuiti tra destra e sinistra tra i protagonisti della vita politica italiana. Si sa, un po’ di faziosità ad una cabarettista sono consentiti. E sembra che sia gradita qualche battuta irriverente. Ciò che, invece, non è consentito è la volgarità gratuita, quando questa offende la sensibilità di una parte del pubblico su temi che sono collegati a valori che, anche quando non condivisi, vanno sempre e comunque rispettati. È il caso dello show irridente sulla verginità, non nuovo per la Littizzetto, nel quale l’attrice è tornata ad esibirsi domenica sera, con toni di eccezionale volgarità che non possono essere del servizio pubblico. Offendere persone in quel che credono, soprattutto quando si tratta di valori collegati all’identità personale e spirituale, che non è solo cattolica o cristiana, è grave mancanza di rispetto nei confronti delle donne e degli uomini che hanno fatto una scelta con convinzione e fedeltà ad un ideale che non può essere impunemente svillaneggiato solo per il gusto di riscuotere le risate scomposte di una platea e di strappare qualche applauso di chi non comprende di aver colpito la sensibilità di altri cittadini. Non richiede ulteriori considerazioni l’esploit della Littizzetto, tra le risate sguaiate di un pubblico beota e il finto imbarazzo di Fabio Fazio, che le fa da spalla, una sceneggiata che disonora la televisione e coloro che l’hanno immaginata e condotta. Lasciamo agli psicologi l’interpretazione di questa ricorrente dissacrazione della verginità con la quale la Littizzetto tenta la strada facile di un effimero successo. Sono certo che l’insistenza rivela qualcosa nella personalità dell’attrice, forse la nostalgia di un passaggio della vita personale che non è stato felice, che l’ha delusa, non tanto e non solo per un rapporto fisico quanto per una relazione che non si è irrobustita come avrebbe voluto, forse anche perché, a furia di dissacrare qua e là, il rapporto interpersonale è rimasto come un seme presto inaridito.
26 gennaio 2010

Tremonti: “Calo delle tasse quando ci sarà la ripresa”
E perché no calo delle tasse per favorire la ripresa?

di Oeconomicus

Parlando ad Arezzo, in occasione della Convention del Partito della Libertà, il Ministro dell’economia, Giulio Tremonti, ha detto che le tasse saranno ridotte quando ci sarà la ripresa economica. “Si vota nel 2013, ma nessuno al mondo sa come andrà l’economia a quella data. Quando ci sarà la ripresa noi saremo al governo e ridurremo le tasse”. Secondo il Ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola, questo potrebbe già avvenire verso la fine dell’anno, “se la crescita diventerà più alta di un punto”. “Vogliamo evitare a questo Paese la macelleria sociale – ha spiegato Tremonti – e non c’è riduzione fiscale che valga quanto conservare la sanità, le pensioni e la sicurezza”. Ed ha aggiunto: “girano per il Paese dei dottor Stranamore che dicono: ‘tagliamo di 30 miliardi la sanità per tagliare le tasse’. Quello che invece abbiamo concordato con il presidente del Consiglio è conservare la vita delle persone e la coesione sociale. Quando ci sarà di più sarà per la riduzione delle tasse, a partire dal lavoro e dalle famiglie, senza macelleria sociale”. Nel dibattito che si è sviluppato dei giorni scorsi dopo il primo annuncio del Premier, due sole aliquote, poi smentito, prima da Bonaiuti e popi dallo stesso Berlusconi, il segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani, aveva detto che “gli italiani sono stanchi di sentire raccontare favole, compresa quella secondo la quale noi alzeremmo le tasse e Tremonti le abbasserebbe. Quest’anno finiremo di lavorare per lo Stato il 23 giugno”. Tremonti gli ha risposto che “Bersani ha nostalgia di quando era al governo e aumentava le tasse più o meno tutti i giorni. Il giorno in più (di lavoro per pagare le tasse, come pubblicato dal Corriere della Sera il 18 gennaio, ndr) è stato inventato da un ufficio studi che ha a sua volta inventato due figure di lavoratore tipo, due figure cui ha attribuito un reddito in più e conseguentemente ha introdotto un maggior onere fiscale”, ha concluso il Ministro. Lasciando per un attimo da parte le frecciate polemiche dei due contendenti non c’è dubbio che nel discorso del Ministro non sia presente un argomento che normalmente accompagna l’approfondimento delle misure anticrsi, cioè una mirata riduzione delle imposte che favorisca i consumi e, quindi, un maggiore gettito delle imposte sugli scambi. E’ come il classico cane che morde la coda, se le famiglie non hanno risorse per accedere al mercato dei consumi è evidente che non si si vende e se non si produce si perdono posti di lavoro e la crisi aumenta. Comprendo le preoccupazioni di Tremonti in ordine a vistosi cali di gettito. Ma in attesa della grande riforma che non si farà mai, come tutte le grandi riforme, sarebbe bene partire da qualche misura che restituisca risorse alle famiglie e riduca l’evasione fiscale, come si fa in altri paese, ad esempio negli Stati Uniti, dove il sistema delle deduzioni e delle detrazioni fa emergere molti redditi occultati al fisco. Da questo orecchio il Ministro italiano non ci sente e continua ad amministrare un sistema ingiusto che non governa con equilibrata ed adeguata flessibilità l’economia del Paese proiettandolo verso lo sviluppo. E’, il nostro, un Fisco da rapina che alimenta solo un apparato che non dà quei servizi dei quali la società ha bisogno lasciando impunite vaste aree di evasione, mentre i ritardi nelle riscossioni, a causa di un contenzioso tributario farraginoso, sono stratosferici e non danno certezze ai contribuenti seri. Caro Ministro, o si cambia registro, sia pure gradualmente ma dando segnali significativi e immediati, o la ripresa alla quale affidare la riduzione delle tasse non verrà mai. Intanto, a parità di reddito le famiglie italiane sono le più tartassate, anche rispetto alla vicina Francia, mentre negli Stati Uniti l’aliquota massima è sotto il 40%, anche per Rockfeller. Si rilegga “Evasori e tartassati” del compagno di partito Franco Reviglio o qualche aurea paginetta di quel grande liberale che è stato Luigi Einaudi, voi che vi dite liberali ma dimostrate di non sapere cosa sia il liberalismo in economia. Non basta svendere il patrimonio dello Stato. Anzi non è svendendo i gioielli di famiglia che si fa i liberali. Anche perché quella non è la svendita di uno stato disperato ma solo l’ennesimo regalo alle lobbies delle quali da imprenditori e professionisti ed oggi da detentori del potere siete stati sempre succubi.
24 gennaio 2010

Per Antonio Di Pietro
L’inchiesta sui diritti cinematografici di Mediaset
è una “manna dal Cielo” per il Cavaliere

di Iudex

“Una manna dal cielo”, l’ha definita giustamente Antonio Di Pietro la notizia della chiusura delle indagini preliminari nell’inchiesta sugli acquisti dei diritti cinematografici che ha coinvolto il Presidente del Consiglio, il figlio Pier Silvio e il Presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri. Ed è certamente vero, perché nel clima surriscaldato che accompagna il dibattito sulla Giustizia, di fronte ad un Silvio Berlusconi che assume di essere vittima di una persecuzione giudiziaria, l’iniziativa dei giudici milanesi è la classica ciliegina sulla torta e convincerà anche chi ritiene che il Cavaliere non sia poi uno stinco di santo in veste di imprenditore ed abbia fatto quel che fanno un po’ tutti i suoi colleghi industriali, che, in fin dei conti, è vero che alcuni magistrati ce l’hanno con lui. E’ stato un errore gravissimo far coincidere la notizia con l’avvio della campagna elettorale. Un magistrato ha il dovere di non interferire con l’attività politica e deve astenersi, alla vigilia delle elezioni, di entrare in scena con atti che possono giovare o danneggiare qualcuno dei contendenti, a meno che vi siano scadenze improrogabili che gli impediscono di differire nel tempo, anche solo di pochi giorni, atti che possono avere riflessi sulla competizione politica. Se questo fosse il caso i magistrati milanesi avrebbero dovuto, semmai, anticipare l’adozione di un atto che obiettivamente giova all’impostazione polemica del Presidente del Consiglio. Non è la prima volta che la magistratura si fa male da sola. La questione dei diritti cinematografici arriva sulle prime pagine dei giornali a pochi giorni dall’assoluzione di Calogero Mannino, tenuto sulla graticola per 18 anni e poi assolto, mentre desta sconcerto che siano trapelate notizie che darebbero per certa l’innocenza di Ottaviano Del Turco rispetto ai fatti illeciti che ne consigliarono l’arresto e le dimissioni di Presidente della Regione Abruzzo. Sono fatti che indubbiamente sconcertano l’opinione pubblica, indotta a ritenere che alcune istruttorie siano state condotte senza il necessario approfondimento, con scarsa attenzione dei diritti delle persone indagate. Per cui si chiede a gran voce che qualcuno sia chiamato a pagare per questi errori, che sono una grave lesione dei diritti della persona e per il prestigio della Giustizia e, in fin dei conti, danno la stura ad iniziative che danneggiano l’intera magistratura e con essa le centinaia di migliaia di cittadini che attendono il riconoscimento dei loro diritti.
24 gennaio 2010

Le considerazioni dell’On. Antonio Borghesi
Le norme sul “processo breve” salvano Berlusconi e non solo

Riferendosi al “processo breve” l’On. Antonio Borghesi (IdV) prende in esame la norma che estende tale innovazione ai processi per responsabilità amministrativa e contabile di competenza della Corte dei conti. “Secondo alcuni autorevoli osservatori – scrive il parlamentare – impedirà l’introito nelle esangui casse dello Stato di almeno 500 milioni di euro. Voglio ricordare che già in passato vi erano stati tentativi di condonare le somme dovute dagli amministratori pubblici che hanno usato male, o in molti casi, rubato i soldi dei cittadini. Ancora non si può fare un elenco preciso dei giudizi che da subito verrebbero spazzati via dal provvedimento (decadono i procedimenti se dalla citazione a giudizio sono trascorsi cinque anni senza che si sia arrivati a un giudizio di I grado). Sicuramente ve ne sarebbero in Lazio, dove pendono giudizi di responsabilità per le consulenze ministeriali e Rai-Meocci, in Lombardia (inchieste su appalti, sanità e assunzioni facili da parte del sindaco Moratti), in Campania dove sono incardinate da più di cinque anni molti giudizi che riguardano i rifiuti. Tra l’altro la Corte dei Conti sottolinea come il problema non sia la lunghezza dei loro processi quando il fatto che spesso devono sospenderli in attesa del penale”. “C’è poi una vergogna dentro la vergogna ed è che tra i sicuri beneficiati dalla norma figura, in pieno conflitto di interesse, il relatore della legge al Senato, Giuseppe Valentino ex-An, che ha un giudizio pendente per una storia di sprechi e consulenze quando era sottosegretario alla Giustizia con il Guardasigilli Roberto Castelli. Valentino dunque dovendo fare una legge ad personam salva Berlusconi, ha pensato bene di salvare anche se stesso. Tra i beneficiati vi è anche l’ex Ministro Castelli (Lega Nord), gli onorevoli(!) Santelli e Papa, tutti del Pdl, coinvolti in quella vicenda. Per gli stessi motivi sarebbero coinvolti Diliberto (PdCI) e Fassino (Pd). Come osservato verrà cancellato anche il procedimento contabile contro l’ex cda della Rai, a maggioranza di centrodestra, che nel 2005 nominò Alfredo Meocci direttore generale Rai pur essendo incompatibile. La Procura regionale della Corte dei Conti ha chiesto 50 milioni di euro a 16 sedici persone tra cui l’ex direttore generale Flavio Cattaneo (Lega Nord) e l’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco. Altri illustri della casta salvati, al momento, sarebbero il sindaco di Milano Letizia Moratti per un procedimento che riguarda assunzioni e consulenze al comune di Milano”. Le conclusioni di questa panoramica sono inevitabili: “ogni commento è superfluo!”
24 gennaio 2010

Nell’anno della crisi
Boom per la Finanza Etica

Dati di fine-anno molto soddisfacenti per il Gruppo Banca Popolare Etica – Più 25% per i finanziamenti a favore di iniziative di economia solidale contro una media del sistema bancario di +1,7% Il 2009 – riferisce Good News Agency (n. 166/2010) – è stato denso di soddisfazioni per il Gruppo Banca Popolare Etica. Nonostante la pesante crisi che ha messo a dura prova le economie di tutto il mondo, i finanziamenti accordati da Banca Etica nei primi 11 mesi dell’anno sono cresciuti di quasi il 25% rispetto alla fine del 2008 (raggiungendo i 535 milioni di euro); la raccolta di risparmio è cresciuta di circa il 6% mentre il patrimonio gestito affidato alla società di gestione del risparmio del Gruppo, Etica sgr, ha avuto un boom con un +35%. In 11 mesi il capitale sociale di Banca Etica è cresciuto del 14% (sfiorando i 26 milioni di euro conferiti da 33mila soci) e con esso la possibilità di erogare finanziamenti ai progetti di economia solidale e sostenibile che da sempre rappresentano l’obiettivo del primo istituto di credito italiano interamente ispirato ai principi della finanza etica. (…)
24 gennaio 2010

Iniziative altamente diseducative
L’Italia dei disvalori

di Salvatore Sfrecola

L’on. Bettino Craxi, come ho scritto più volte, è stato un protagonista di rilievo della vita politica italiana, con le sue luci e le sue ombre. Certamente ha sviluppato un’azione politica significativa rivalutando il ruolo della sinistra, rimasta per decenni fuori del governo a causa del ruolo egemone di un Partito Comunista d’ispirazione sovietica, insensibile alle grida di dolore provenienti da Budapest o da Praga, intollerante all’interno ed all’esterno. Craxi ha fatto emergere importanti energie nel Paese favorendo un ampio consenso in un’area politica, il centrosinistra, che in precedenza non era riuscita ad assumere responsabilità di governo. Un grande risultato che tuttavia è costato il vertiginoso aumento del debito pubblico. Il suo raddoppio. La politica di Craxi e dei suoi alleati, Andreotti e Forlani, merita di essere oggetto di approfondimento. Saranno più le luci o le ombre? Di questo si deve parlare. Capitolo a parte è quello giudiziario. Se il Craxi politico può essere lodato o vituperato, il Craxi imputato e condannato non può essere “rivalutato”, anche perché nel famoso discorso alla Camera, nel corso del quale ha affermato che il finanziamento illecito era la regola dei partiti, egli ha ammesso apertamente le sue responsabilità con una chiamata di correo nei confronti degli altri protagonisti della vita politica di quegli anni, rimasti ostentatamente in silenzio. Perché oggi la “rivalutazione” di Craxi? E’ evidente che si vuole, attraverso la riabilitazione del politico socialista, anestetizzare l’opinione pubblica rispetto alle vicende attuali della corruzione e del conflitto di interessi. Una controprova. La televisione che ha ammannito una modesta fiction sullo scandalo della Banca romana, una vicenda di corruzione e abusi finanziari di ogni genere che a fine ‘800 si è conclusa con una clamorosa assoluzione. Chiaro il messaggio. Ancora anestesia per i cittadini in tal modo preparati ad accogliere ogni nequizia nella vita politica. Diseducazione, gravissima, che porta a sovvertire una tavola di valori che sta scritta in Costituzione e nella cultura di questo Paese. Una tavola di valori nella quale in alto sta il rispetto della legge e l’onestà dei singoli e delle formazioni sociali nelle quali si forma e si svolge la personalità dei cittadini.
19 gennaio 2010

Secondo Alessandro Campi
Fini, dalle idee alla politica. E il governo del Paese?

di Senator

Politologo e Direttore scientifico di FareFuturo, come si firma, Alessandro Campi, associato nell’Università di Perugia, in altre occasioni qualificato “storico”, che è ben altro mestiere, scrive su Panorama datato 1° gennaio 2010, dopo la recente (apparente) riconciliazione con Silvio Berlusconi, che “più che un arretramento impostogli dalle circostanze quello di Fini appare come un consapevole cambio di passo: alla battaglia delle idee, che gli ha sinora procurato vaste simpatie nell’opinione pubblica, è ora di affiancare quella più direttamente politica”. In sostanza, secondo Campi, che delle iniziative del Presidente della Camera sarebbe spesso l’ispiratore, Fini “deve ora dimostrare che le sue posizioni, da notabile della Repubblica e da battitore libero come sin qui si è sostenuto, oltre che culturalmente stimolanti sono anche politicamente spendibili ed efficaci, in grado di aggregare consensi nel so stesso campo, dove si è ormai compreso che non si può vivere in eterno del solo carisma berlusconiano, e di dare al centrodestra una più solida e autonoma base programmatica”. La citazione è lunga ma necessaria. Nel linguaggio di Campi, come in quello di Fini e di gran parte dei politici di oggi, le idee e la politica sono impostazioni astratte, eleganti elucubrazioni che mai individuano politiche pubbliche, quelle che dovrebbero essere guidate ed alimentate dal pensiero politico per tradursi in azioni di governo. Sfugge, continua a sfuggire, con grave danno per il Paese, questo passaggio essenziale, l’individuazione di un indirizzo politico-amministrativo che si realizzi attraverso l’opera diuturna dei Governi, dello Stato, delle regioni, degli enti locali, per perseguire obiettivi di interesse economico e sociale nell’economia, nel lavoro, nel credito, nel turismo, nell’istruzione, tanto per indicare, senza che l’elencazione costituisca una gerarchia di priorità, alcuni problemi che andrebbero affrontati, che interessano la gente e che non trovano eco nell’agenda della maggioranza alla quale Fini appartiene. Sono ormai molti anni che la politica italiana, l’arte o la scienza, come si preferisce, del fare nell’interesse della polis, si presenta come una somma di chiacchiere, pomposamente definite idee, sui massimi sistemi, senza che il politico che le enuncia si impegni in prima persona nella gestione delle cose che interessano la gente. Per cui giustamente Piero Fassino, a Ballarò, ha contrapposto l’agenda del Premier e della sua maggioranza, che prevede soprattutto iniziative in materia di giustizia, all’agenda della gente, che ha difficoltà a sopravvivere, che perde lavoro, che non ha speranza di ottenerne, che è oberata dalla tasse (v. più sotto l’articolo di Paola Maria Zerman sulla tassazione della famiglia). Politica nei paesi seri significa, infatti, amministrazione, un impegno che, con buona pace di Campi, Fini ha sempre evitato accuratamente. Vicepresidente del Consiglio senza deleghe, per poi occuparsi per breve tempo di coordinamento delle politiche antidroga, un incarico lasciato per veleggiare verso la Farnesina, avendo rinunciato al Ministero per le attività produttive, dopo l’uscita di scena di Marzano, ed al Ministero dell’economia, dopo le dimissioni di Tremonti. Meglio gli esteri, liberatisi per caso dopo l’imboscata di Bruxelles a Buttiglione, dove Fini poteva meglio esibire la naturale propensione per le conversazioni salottiere nelle quali è maestro incontrastato. Chi ambisce a svolgere un ruolo politico importante deve assumere un pesante incarico di governo, che lo accrediti per la capacità politica di operare, non per l’attitudine al ragionamento astratto, propria dell’ideologo. Fini, invece, preferisce questa strada, gli riesce più congeniale per la sua formazione di uomo dell’opposizione senza speranza di governo, fino allo “sdoganamento” ad opera di Berlusconi. Da quella vecchia esperienza assume anche quella condotta un po’ corsara di sparigliare ogni giorno nel dibattito politico inserendo nel confronto un giorno idee di destra, il giorno dopo idee di sinistra, ritenendo che il temporaneo consenso di quella parte si consolidi e torni utile in futuro. Parla per stupire, per sfare sui giornali, convinto che apparire sia meglio che essere, un po’ come l’amico-nemico Berlusconi che impunemente promette sgravi fiscali il giorno pari per smentirli il giorno dispari convinto che passi solo il messaggio positivo nei cittadini che anelano ad un po’ di giustizia. Per questo Fini si circonda di yes men senza nessuna esperienza amministrativa, che non saprebbero quale iniziativa suggerirgli in tema di ambiente, istruzione, fisco e su tutti gli altri argomenti dei quali il cittadino tiene conto per decidere al momento del voto. Passiamo dalle idee alla politica! Così intesa vuol dire segnare il passo. Cioè non andare da nessuna parte.
17 gennaio 2010

Sconfortante confronto con la Francia
In Italia le famiglie più tartassate

di Paola Maria Zerman*

Il carico fiscale per le famiglie italiane è tra i più alti d’Europa. È la conclusione cui è pervenuta un’analisi condotta dall’Ufficio Studi dell’Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre (CGIA), a quanto riferisce l’Agenzia ASCA. Ma il dato è ancor più sconfortante se messo a confronto con la situazione delle famiglie francesi. Oltralpe, infatti, il livello d’imposizione è notevolmente migliore a causa dell’applicazione del ”quoziente familiare”, il sistema di tassazione che prevede una imposta sulle persone fisiche che decresce all’aumentare del numero dei componenti. Per rendere omogenei i dati del confronto lo studio ha preso a riferimento una famiglia italiana e una francese composte entrambe da marito, moglie e 2 figli a carico, con redditi da lavoro dipendente. La comparazione riguarda solo la tassazione dell’imposta personale senza includere le addizionali IRPEF. L’analisi considera tre livelli di reddito: una fino a 30.000 euro di imponibile IRE (IRPEF, ndr); un secondo livello di 55.000 di imponibile IRPEF; e un terzo livello di 150.000 euro di imponibile IRPEF. Solo per la famiglia italiana, visto che ai fini fiscali in Francia non cambia nulla, sono state fatte due ipotesi: la prima prevede un reddito percepito solo dal capo famiglia, la seconda un reddito cui concorrono entrambi i coniugi. Con un reddito (imponibile Irpef) di 30.000 Euro, in Francia il carico fiscale annuo e’ di 348 Euro. In Italia, invece, se il nucleo e’ monoreddito il peso fiscale raggiunge i 5.010 Euro (+4.662 euro rispetto alla francese). Se al reddito familiare concorrono i due coniugi il peso delle tasse raggiunge i 2.842 Euro (differenza pari a +2.494 euro). Con un reddito di 55.000 Euro, invece, la nostra famiglia francese è soggetta ad una tassazione di quasi 3.000 euro (precisamente 2.988 Euro). In Italia il nucleo monoreddito paga 15.989 Euro (+ 13.000 Euro rispetto a quella francese), quello con due redditi versa all’Erario 10.530 (+ 7.542 euro della francese). Infine, con un reddito di 150.000 euro i cugini transalpini pagano un’imposta di 25.324 Euro: sulla famiglia italiana monoreddito grava, invece, un peso di 57.670 euro (differenza pari a + 32.246) e su quella bireddito 50.331 euro (differenza pari a +25.007 Euro). L’ASCA ha intervistato il Segretario della CGIA, Giuseppe Bortolussi. ”Nonostante gli sgravi fiscali dati in questi decenni dai vari Governi che si sono succeduti – è il commento di Bortolussi – il peso delle imposte sulle famiglie italiane è ancora troppo eccessivo. Soprattutto per quelle monoreddito che costituiscono quasi la metà dei nuclei familiari italiani. Una tipologia familiare, quest’ultima, concentrata prevalentemente al Sud e tra le più colpite dalla crisi economica in atto”. Ma secondo gli artigiani mestrini c’è un ulteriore aspetto da mettere in evidenza. ”In questa analisi – conclude Bortolussi – noi calcoliamo il peso fiscale. Ma rispetto ai principali paesi europei le famiglie italiane sono oggetto di ulteriori costi, dovuti all’inefficienza del nostro sistema pubblico, che gli altri non subiscono. Mi riferisco – conclude – ai lunghissimi tempi di attesa per effettuare le visite specialistiche presso i nostri ospedali che costringono molte persone a rivolgersi alle strutture private. Oppure all’inadeguatezza del nostro sistema di trasporto pubblico che spesso obbliga molti italiani, ad esempio per recarsi al lavoro, ad usare l’automobile privata”. Ogni commento è superfluo di fronte da un’analisi lucidissima, già da noi più volte segnalata anche sulla base di confronti con altri paesi europei condotta da Il Sole 24 Ore ed oggetto, nel 2008, di un Convegno di studi organizzato dal Distretto Rotary 2080 tenuto nella Sala Vanvitelli dell’Avvocatura Generale dello Stato i cui atti sono stati pubblicati da Pagine.
17 gennaio 2010
Direttore de La Famiglia nella Società, www.lafamiglianellasocieta.org

A proposito della provvista di magistrati per le Procure
Cari colleghi, stavolta sbagliate

di Iudex

L’Associazione nazionale magistrati è pronta a ricorrere allo sciopero per denunciare la grave situazione di scoperture di organico nelle Procure della Repubblica. L’ANM vorrebbe che il governo faccia cadere, almeno temporaneamente, il divieto di destinare i magistrati di prima nomina alle Procure. Non è la soluzione del problema. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano parla di “incomprensibile e miope arroccamento” da parte dell’Associazione. In realtà è un gravissimo errore, significa non comprendere che il ruolo delicatissimo dei magistrati che hanno il compito di esercitare l’azione penale deve essere affidata a chi la la professionalità giusta ed una adeguata esperienza. Significa non comprendere che la richiesta di separazione delle carriere nasce da clamorosi errori giudiziari indotti dall’inesperienza, dalla incapacità di conciliare azione punitiva e rispetto dei diritti, un’attitudine che non s’impara sui libri di scuola. Per cui è giusto che quei delicati compiti siano affidati a magistrati che abbiano svolto funzioni giudicanti acquisendo la consapevolezza dell’importanza del ruolo requirente. E’ interesse della Magistratura che quelle funzioni non siano assegnate a chi indossa per la prima volta la toga. Non comprendere questa elementare esigenza funzionale conduce l’ANM in un vicolo cieco, alimentando quella sfiducia nei magistrati che la classe politica, per proprio personale tornaconto, profonde a piene mani ogni giorno, soprattutto dalla televisione. Cari colleghi, non prestatevi a questo gioco! Per cui il Ministro accusa l’Anm di non voler “contribuire a risolvere il problema e cioè coprire immediatamente le sedi disagiate che, in realtà, disagiate non sono, ma solo sgradite ai magistrati”.
Ed accusa l’ANM di “incomprensibile e miope arroccamento contro un decreto legge che offre al Paese una ragionevole e definitiva soluzione”. Aggiungendo che “ciò accade solamente per impedire che qualche decina di magistrati possa essere scomodata, per un periodo limitato di tempo, per prestare la propria opera lì dove vi è maggiore bisogno di capacità e di esperienza”.
Attenzione! Certi sbagli si pagano!
16 gennaio 2010

Palazzo Chigi ai massimi storici quanto a locali e personale
di Senator

Entrando a Palazzo Chigi, nel 1994, il Presidente Imprenditore se ne uscì con una delle sue battute, che vorrebbe spiritose. Con Marinella ed un paio di impiegati – disse pressappoco – la Presidenza del Consiglio può andare avanti benissimo, incurante che quella affermazione, come primo atto del suo governo, suonasse offesa grave alla dignità dei suoi più diretti collaboratori, definiti senza mezzi termini inutili. Non solo. Alla vigilia delle elezioni del 2006 disse che a lui bastavano una trentina di buoni parlamentari, gli altri avrebbero seguito le loro indicazioni. Con palese disprezzo per quanti si apprestava a mandare alla Camera ed al Senato, con il compito delicatissimo di fare le leggi e di sorreggere il governo. Ragionando così il Cavaliere non si deve lamentare se è costretto a ricorrere continuamente a voti di fiducia per tenere compatto il gruppo parlamentare. Tornando a Palazzo Chigi, la sede del Governo si è ingrandita a dismisura occupando nuovi immobili al centro, in via della Mercede, soprattutto, dove occupa gli uffici che un tempo erano delle Poste. E poi la Galleria Sordi, il Palazzo di Piazza Nicosia, già sede del TAR Lazio, dove siede il Ministro per le politiche comunitarie, un incarico che nei primi anni ’80 era affidato ad un Ministro che occupava un appartamento in via del Tritone. Si allargano gli uffici e cresce il personale, in particolare quello con qualifiche dirigenziali spesso attribuite a personaggi con scarsa professionalità ma con un pedigree politico. Portaborse, in sostanza, la cui presenza ai vertici dell’Amministrazione mortifica i funzionari di carriera, quelli che accedono agli uffici pubblici mediante concorso, come prevede la Costituzione. Con la conseguenza che si va diffondendo la convinzione che per fare carriera non bastano la professionalità, le lauree, i master, i corsi di formazione e di aggiornamento. E’ necessario l’appoggio politico, cioè mettersi al servizio non dello Stato ma del politico di turno. Non è così che si governa il Paese. Per cui non mi soffermo sui dati con cui L’Espresso in edicola denuncia, fin dalla copertina, l’aumento spropositato dei costi del Palazzo: “Silvio quanto ci costi”. Che comunque va letto. E’ il modo con cui il Premier combatte la disoccupazione.
16 gennaio 2010

13 gennaio
Per iniziativa di Identità e Confronti
Caritas in veritate:

elementi per un rinnovamento della politica

Concluse le festività di fine anno, Identità e Confronti riprende l’attività con un interessante dibattito sul tema “Caritas in veritate: elementi per un rinnovamento della politica”. Ne parleranno mercoledì 13 gennaio 2010, alle ore 20.45, nella sala delle conferenze della Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura,in Piazzale del Verano 3/6,
Paolo Scarafoni LC, , Rettore dell’Università Europea di Roma (UER)
Renata Polverini, Segretario generale dell’Unione Generale del Lavoro (UGL)
Giuseppe Di Taranto, Preside Economia UER, ordinario “Storia Impresa e organizzazione aziendale” LUISS
Enrico Cisnetto, Editorialista, presidente “Società Aperta”
L’incontro sarà preceduto da un saluto di Carmine Antonio De Filippis, OFMCAP, Ministro provinciale”
Introduce: Adriana Elena, Promotore “Identità e Confronti”
Modera: Giancarlo Elena, Presidente “Identità e Confronti”
Ma Bersani è un leader sbiadito

W l’Opposizione
di Senator

Titolo e occhiello vanno letti in un unico contesto per capire cosa intendo dire. L’opposizione è fondamentale in una democrazia parlamentare. Anzi è l’espressione massima della democrazia e fa bene a chi governa. Nel senso che solo un’opposizione propositiva, agguerrita, che interpreti la volontà dell’opinione pubblica e la sappia guidare verso un consenso solido è capace di stimolare il governo e la maggioranza e tenerla sulla corda dei problemi veri del paese. Purtroppo in Italia manca un’opposizione capace di stimolare l’azione del governo e di proporsi concretamente come alternativa, Ovunque i capi dell’opposizione hanno l’applomb dell’uomo di governo, il tratto del futuro Presidente del Consiglio, manifestano una cultura politica che affronta tutti i problemi interni ed internazionali del momento, collocandoli spesso in un contesto che va al di là dei confini della nazione. Così in Gran Bretagna appare agli inglesi ed a noi lettori del Times o dell’Economist David Cameron, il giovane leader del Partito Conservatore, che si avvia, secondo quanto fanno ritenere i sondaggi, a sloggiare dal palazzo al n. 10 di Downing Street l’inquilino laburista che attualmente lo abita. Chi legge il suo “La mia rivoluzione conservatrice”, conversazione con Dylan Jones, pubblicato da Pagine, sa cosa pensa Cameron di tasse, ambiente, servizio sanitario nazionale, scuola, immigrazione. Non solo critiche al governo laburista ma proposte che poggiano su un programma complessivo della persona e del partito. Qui la differenza con Bersani. Non perché non risulta abbia scritto un libro sulla sua ispirazione politica o comunque non è con riferimento ad un mondo di valori che si presenta all’elettorato. Badate bene, a me Bersani è personalmente simpatico. Uomo colto, una bella laurea in filosofia all’Università di Bologna con una tesi sulla storia del Cristianesimo, centrata sulla figura di Papa Gregorio Magno, ha un tratto cordiale favorito da una certa ironia che caratterizza la sua personalità. Anche l’accento, quell’impercettibile calata emiliana, che lo accomuna a Gianfranco Fini ed a Pierferdinando Casini, lo rendono simpatico. Chi è addetto ai lavori sa anche che è stato un buon Presidente della Regione Emilia Romagna ed un buon Ministro. Non basta, evidentemente per porsi come il leader dell’opposizione, il futuro Presidente del Consiglio. Bersani ha certamente delle idee sui temi dell’agenda politica, ma poi parla solo di quel che fa o si appresta a fare Berlusconi. Che critica attirandosi le repliche di Bonaiuti che da quando si è messo le lenti a contatto e si presenta sempre abbronzato sembra uno intervistato nelle vicinanze della spiaggia che si è appena rivestito degli abiti della città. Si vede che piace così. Non va. Bersani non riesce a destare l’interesse della gente sui grandi temi della politica. Capisco che ha dei problemi interni in un partito composto da varie anime, con un leader occulto e ingombrante, Massimo D’Alema, che continua ad essere indicato come il suo mentore, con effetti deleteri sulla sua immagine di Segretario del Partito. So che la strada per presentare i programmi non è quella dei convegni di studio, ma, perbacco, inizi le interviste parlando dei suoi programmi per metterli a confronto con quelli di Berlusconi. L’inverso non è produttivo di effetti sull’ascoltatore. E vada giù duro rivendicando scelte, ideali, principi e regole. Non in modo formalistico, ma con la sicurezza che deve esprimere un leader di governo. Come fa Berlusconi che si presenta all’opinione pubblica con affermazioni precise, dati alla mano, che colpiscono l’opinione pubblica. Come nel caso del fisco. Annuncia una riforma, Bonaiuti precisa. Ma nell’immaginazione della gente rimane la promessa del Presidente, non la smentita del portavoce. In tema di fisco, contesta le due aliquote preannunciate (ma da quanto?) da Berlusconi. Dice che favoriscono solo i più abbienti. Lo spieghi e proponga un’alternativa. Come fa Casini, che insiste sulla famiglia. Qui è il nodo di tutto. Ma che la famiglia è di destra o di sinistra e a seconda di questa collocazione merita o meno attenzione? La situazione è grave, anzi gravissima, come ha scritto ieri Oeconomicus riprendendo i dati sull’occupazione. I sindacati sono latitanti. Un’opposizione responsabile non aspetta per cavalcare la piazza, ma con la fermezza di chi si propone come alternativa di governo propone, critica e consolida il consenso. Questa è l’opposizione che fa bene anche alla maggioranza.
10 gennaio 2010

Crisi difficile
Occupati ancora in calo (+ 8,3%) mai così dal 2004

di Oeconomicus

Fa bene il Governo a diffondere ottimismo sulla ripresa economica, intravedendola, commentando gli indicatori interni ed internazionali, a breve o medio termine. Fa bene, perché un Governo non può gettare nel panico l’opinione pubblica, neppure quando i giornali di oggi ci dicono che la disoccupazione è salita all’8,3 per cento, il dato più alto del 2004, Ma è evidente che non basta la fiducia, l’ottimismo evocato l’altra sera, durante AnnoZero, dal Viceministro per le infrastrutture Roberto Castelli, che ha invitato una giovane signora siciliana, precaria della scuola, ad esprimere un po’ di ottimismo. Obiettivamente è difficile seguire l’indicazione dell’esponente leghista che anche nelle regioni dove la Lega governa il territorio sente il morso della crisi sulle aziende. Più che dalla precaria in crisi Castelli avrebbe dovuto prendere lo spunto da una considerazione di un’altra giovane donna che, rivelando di aver percepito solo 300 euro di tredicesima ha fatto una elementare osservazione. Non posso comprare nessun cioccolatino per le festività di fine anno. E se io non compro il commerciante non vende e qualcuno, a monte, non produce più. Nella sua semplicità quella donna ha esattamente delineato le interrelazioni proprie del sistema economico, nel quale non si produce se non si ha la certezza di vendere. La produzione è risorsa economica per le famiglie perché le imprese che producono assicurano posti di lavoro, cioè disponibilità di risorse per comprare e quindi attivare qual circolo virtuoso che va dal consumatore al rivenditore al produttore e discende da questo con le risorse che il lavoro mette a disposizione delle famiglie. Mi lascia, pertanto, molto perplesso l’annuncio di Obama, come ripreso dalla stampa italiana, “aiuti all’industria” che certamente va meglio spiegato come tenuta dei livelli occupazionali in modo che le famiglie possano disporre di risorse da destinare ai consumi. E’, evidente,mente, più facile dire che fare in economia. Ma una cosa è certa, occorre cominciare da qualche parte del sistema per rimettere in moto un meccanismo che è frenato anche dalle incognite sul futuro. E’ chiaro, ad esempio, che in un periodo di crisi, se non si intravede una via d’uscita, i consumi saranno ridotti anche rispetto alle effettive disponibilità delle persone che tenderanno a rinviare alcuni acquisti per mantenere una certa disponibilità. In questi casi la dottrina economica e la storia ci dicono che i governi ricorrono alle grandi opere pubbliche delle quali ogni paese ha bisogno, lavori che stimolano molteplici produzioni, anche se non più come una volta quando per costruire una strada occorrevano migliaia di operai. Oggi i lavori stradali ed in genere gallerie, ponti, porti, ecc. occupano molte meno persone in quanto l’uso delle macchine ha alleviato di molto la fatica dell’uomo. Il fatto è che le risorse sono scarse e il fisco non aiuta a riempire le casse dello Stato nelle quali mettono le mani in troppi e spesso per esigenze che potrebbero essere rinviate. Il fisco comunque è lo strumento di elezione della politica economica, anche nel breve periodo in quanto la variazione delle aliquote o una diversa distribuzione della tassazione hanno effetti quasi immediati, anche psicologici, sulle persone e sulle imprese. Invece, non si riesce neppure ad immaginare un sistema meno farraginoso, meno pesante perché ingiusto, che lascia impuniti ampi spazi di evasione che sono sotto gli occhi di tutti e nei confronti dei quali gli strumenti a disposizione sono insufficienti. Occorre una grande riforma, che può essere graduale, come consente la flessibilità propria del sistema tributario, ancorata all’andamento dell’economia ed alle condizioni della finanza. Ma occorre iniziare. Ad esempio alleviando le famiglie di tanti oneri che hanno un grande valore sociale e pertanto devono essere considerate, l’educazione dei figli, l’assistenza agli anziani ed ai malati, costi che è profondamente ingiusto addebitare esclusivamente al privato, anche perché alleviano notevolmente i bilanci dell’assistenza pubblica. Occorre cominciare, sia pure gradualmente, ma immediatamente, l’unico modo per cui la fiducia, l’ottimismo evocato dal Governo possa essere assunto dalle persone sulla base di qualcosa di concreto, di effettivamente percepibile. Perché, attenzione, la fiducia si può perdere facilmente in assenza di qualche spiraglio di luce e cedere il passo alle delusione e alla rabbia.
9 gennaio 2010

Intollerabile malasanità
di Salvatore Sfrecola

Quasi ogni giorno, con uno stillicidio esasperante, viene in cronaca, sui giornali e nelle televisioni, la notizia di una nuova vicenda che ha dell’incredibile, in un ospedale, in un pronto soccorso. Al Sud, prevalentemente, ma non solo. Episodi assurdi, che l’intelligenza di una persona normale stenta a comprendere, anzi a percepire. La donna che partorisce su una sedia, l’infartuato rimandato a casa con un analgesico senza, almeno a quel che pare, che siano stati adottati gli accertamenti di routine, quelli prescritti dai famosi protocolli a livello internazionale. Per cui in presenza di un determinato sintomo si procede in un certo modo. Il bambino che alle soglie del 2010 muore per setticemia! Incompetenza, trascuratezza, incapacità del personale sanitario di rispondere ad una domanda di servizio che proviene dalla gente, dai più deboli e indifesi, i malati. Negli ospedali dell’Ordine di Malta c’è l’abitudine di indicare i pazienti come “i Signori malati”, per dire che quelle persone hanno bisogno di aiuto, che quegli occhi che guardano il medico o l’infermiere sono occhi pieni di lacrime perché chi si avvicina ad un ospedale chiede aiuto, attende una risposta in termini di professionalità ed efficienza. Avviene in tanti posti in Italia. Ma non fa notizia, perché quella è la regola, la normalità. Non deve fare notizia. Fa notizia, invece, la negligenza, l’imperizia, la trascuratezza dei diritti più elementari della persona umana. E’ inconcepibile, ad esempio, l’alto numero di coloro che soccombono per le cosiddette infezioni ospedaliere, le infermità che la persona contrae in ospedale per mancanza delle cautele, che pure l’Organizzazione mondiale della sanità prescrive perché queste cose non accadano. C’è anche un sospetto sull’aggravarsi degli episodi di malasanità in questo periodo a ridosso delle ferie di fine anno. Il sospetto che l’organizzazione abbia delle falle per le festività tra Natale e Capodanno non è certamente azzardato. Parlare dei singoli casi non è possibile. Ci penserà la magistratura. E questo è la dimostrazione che il sistema al suo interno non ha gli strumenti per monitorare la situazione e per punire i responsabili. Non si ha notizia ad esempio di sanzioni esemplari comminate dalle direzioni ospedaliere e dagli ordini dei medici. Finché non si arriverà alla applicazione di sanzioni vere, finché un medico responsabile di gravissime, inescusabili negligenze non sarà espulso a vita dall’ordine professionale non ci sarà un richiamo ai doveri che, come insegnava Mazzini, vengono prima dei diritti.
7 gennaio 2010

Magistratura: per Violante necessaria
un’Alta Corte di Giustizia disciplinare

di Iudex

Riferisce l’agenzia ASCA che Luciano Violante, ex Presidente della Camera dei deputati, intervenendo a CortinaIncontra, soffermandosi sulla ”responsabilità disciplinare di tutte le magistrature” ha auspicato l’istituzione di “un’alta corte di Giustizia disciplinare che riguardi tutte le magistrature”. ”Noi sappiamo tutto dei magistrati ordinari – ha affermato Violante -, ma cosa succede nella magistratura amministrativa (Consiglio di Stato) e in quella contabile (Corte dei Conti)? Costituiscono rispettivamente il quarto e il quinto ‘mistero di Fatima”, non se ne sa nulla e credo che non sia giusto perché il potere della giustizia amministrativa e’ un potere giustamente assai rilevante”. Violante ha ricordato – riferisce sempre l’ASCA – che la Corte dei conti ultimamente ha avuto dal governo la competenza di controllare in corso di esercizio tutte le amministrazioni pubbliche, tutti gli 8000 Comuni italiani, le Province e le Regioni. Per Violante ”è una misura che si potrebbe considerare giustizialista e centralista”, per cui ”chi ha questo enorme potere di controllo deve rispondere in maniera trasparente delle proprie condizioni disciplinare” Quanto al Consiglio Superiore della Magistratura, per Violante ”Deve essere scelto per un terzo dai magistrati, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dal Capo dello Stato tra categorie molto selezionate: ex giudici costituzionali, ex presidenti, personaggi che siano selezionati non sulla base di un credo politico o dal loro partito politico, ma su quella della loro esperienza professionale di altissimo livello”. Quella di Violante è un’ipotesi destinata a confrontarsi con altre di provenienza politica o tecnica. Non deve spaventare nessuno l’idea di una Corte disciplinare. Deve preoccupare, invece, l’attuale situazione di confusione e di sostanziale negazione del potere disciplinare con danni gravissimi per l’immagine delle magistrature che poi non si possono lamentare se qualcuno le definisce “l’ultracasta”. “Chi sbaglia paga”, è scritto in un cartello che fa bella mostra di se in una stanza della Procura regionale della Corte dei conti per la Regione Lazio. E così deve essere, con tutte le possibili garanzie per l’indagato. Perché la fermezza nella eliminazione delle “mele marce” è funzionale al buon nome ed all’immagine di ognuno che indossi la toga e della Giustizia nel suo complesso. In una istituzione che rappresenta una delle massime espressioni dell’Autorità dello Stato non è ammissibile che chi sbaglia “non paga”.
6 gennaio 2010

La “pandemia” che non c’è
Bufala o truffa paga sempre il cittadino

di Salvatore Sfrecola

In tempio non sospetti, deducendo dall’esperienza degli anni scorsi e dalle notizie di stampa che la temuta pandemia da influenza “suina” fosse una costruzione massmediatica abilmente manovrata dai produttori di vaccino scrissi “Chi influenza l’influenza?”. Adesso, a consuntivo, almeno di questa prima tranche dell’influenza, i dati del flop sono impressionanti e si comincia a parlare di truffa, in riferimento al vaccino contro l’influenza A-H1N1. Era stato per primo il governo polacco a contestare alle industrie farmaceutiche di non voler immettere autonomamente sul mercato questi vaccini in modo da evitare la responsabilità per eventuali effetti collaterali e, anzi, di pretendere che i governi si assumessero ogni responsabilità in merito. Dello stesso avviso la Finlandia che si è rifiutata di accollarsi oneri e rischi al posto delle case farmaceutiche. In Italia dove lo Stato, con i soldi dei contribuenti, ha acquistato 48 milioni di dosi di vaccino con una spesa superiore a 400 milioni di euro, scelta difficilmente sindacabile tenuto conto delle indicazioni fornite dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che ha creduto nella minaccia pandemica. Sta di fatto che delle 48 milioni di dosi acquistate ne sono state impiegate poco più di 5 milioni e, malgrado ciò, l’influenza sembra aver superato il temuto picco, senza traccia di pandemia e, anzi, con conseguenze minori rispetto alle normali influenze stagionali. Il Codacons ha così deciso di presentare un esposto alla Corte dei conti perché valuti se vi sia stato o vi sarà sperpero di denaro pubblico in relazione alla campagna vaccinale contro l’influenza A. Scrive il Codacons: “se dopo mesi dall’inizio della campagna vaccinale sono stati distribuiti poco più di 5 milioni di dosi di vaccino e sono state utilizzate circa una dose su 70 ordinate, quando finirà la distribuzione di tutte le dosi fatte produrre dall’industria farmaceutica? Quando finiremo di vaccinarci? Ma, cosa ancora più importante, avrà ancora senso vaccinarsi nel 2010, visto che ormai da 3 settimane consecutive vi è una riduzione degli accessi al pronto soccorso e del numero dei ricoveri per sindrome respiratoria acuta?”. “Il prossimo anno -si chiede ancora il Codacons- si potranno utilizzare i vaccini prodotti nel 2009? O finiremo per buttare via sia i soldi che i vaccini? Si possono conservare i vaccini per un anno intero? Ma soprattutto, i virus influenzali non vanno ogni anno incontro a modificazioni che richiedono aggiustamenti nella composizione del vaccino stesso? Quanto vaccini verranno pagati dal contribuente italiano senza poter essere utilizzati? Quanti milioni di euro in più incasserà l’industria farmaceutica per questo errore di previsione sia sul picco che sul numero finale dei vaccinati? Il Codacons chiede alla Corte dei Conti di accertarlo, visto che il ministero della Salute non snocciola i dati dei contratti stilati con l’industria farmaceutica”. Ho detto che le scelte del nostro Governo sono difficilmente sindacabili considerate le indicazioni provenienti dall’O.M.S.. Ma è certo che dovremmo attrezzarci meglio per valutare gli effetti di certi annunci. Ricordate l’aviaria? Ci hanno rimesso le penne, è il caso di dirlo, milioni di polli che certamente ci saranno rifilati in polpette varie di qui ad anni. Anche in quell’occasione abbiamo comprato milioni di dosi di vaccino (se non ricordo male 40) che sembra non siano state mai utilizzate. Il sospetto, Andreotti dice che a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina, è che qualcuno ne abbia tratto dei vantaggi. Di bufala in truffa a pagare è sempre il cittadino, direttamente o tramite il Servizio sanitario nazionale alimentato dalla fiscalità generale. Per chi volesse saperne di più segnalo un sito che si è occupato del caso
6 gennaio 2010

Craxi, sbagliato intitolargli una strada
di Senator

Avevo simpatia per Bettino Craxi, un uomo senza ipocrisie, un politico concreto. Nella sua marcia di avvicinamento al potere politico è stato anche amministratore dell’Istituto di Scienza dell’Amministrazione Pubblica (ISAP) che durante la sua gestione ha condotto lavori di estremo interesse, ricerche molto apprezzate dagli studiosi di amministrazione pubblica, storici, giuristi, sociologi, L’ho ammirato in varie occasioni per il coraggio delle sue idee, poco diffuso ai nostri giorni, anche quando ha ammesso in Parlamento di aver violato norme di legge, quelle per le quali i magistrati lo inquisivano, come facevano tutti. Quei “tutti” che hanno taciuto lasciandolo solo dinanzi ad un’assunzione di responsabilità per i “costi” della politica, perché di questo si trattava, anche se certamente alcuni di quelli che hanno usato finanziamenti pubblici o tangenti per appalti qualcosa hanno tenuto certamente anche per sè, in quel clima politico affaristico nel quale la “dazione ambientale”, come la chiamava Di Pietro, era una sorta di erogazione graziosa che non sempre seguiva un caso di corruzione o di concussione. Ma Craxi, diversamente da quanti lui aveva chiamato ad assumere il ruolo di correi della corruzione politica, è stato condannato dai giudici italiani ed è morto ad Hammamet non in esilio, come vorrebbero alcuni, ma da latitante, per essersi sottratto alla giustizia. La differenza è notevole, anche se sul piano umano può comprendersi il suo desiderio di sottrarsi all’espiazione della pena che riteneva ingiusta perché altri, nelle sue stesse condizioni, non sono stati inquisiti. Non discuto l’uomo Craxi, né il politico. Ha avuto certamente dei meriti che la storia non gli negherà, ma è stato condannato da un tribunale dello Stato e a lui non può essere intitolata una strada milanese, né in altro comune d’Italia, neppure una strada senza abitazioni, soluzione ipocrita “inventata” dal Sindaco Moratti, perché nessuno possa dire di abitare in via Craxi. Ipocrita, come chi eventualmente l’ha suggerita, una soluzione di quelle che definiamo “all’italiana”, quando non abbiamo neppure il pudore di riconoscere i limiti della nostra scarsa onestà intellettuale. Una strada a Craxi non può essere intestata perché costituirebbe una delegittimazione della giustizia italiana che è una delle funzioni più alte nelle quali si manifesta l’autorità dello Stato, né sulla base di un ragionamento, che si legge su alcuni giornali, e che la figlia Stefania, alla quale tutto si può perdonare in ragione dell’amore che porta per il padre, ha ripetuto domenica nell’intervista concessa a Lucia Annunziata su RAI3. Craxi è stato perseguitato dai giudici come Berlusconi “è” perseguitato oggi. Equazione pericolosa e non veritiera, perché il leader socialista ha ammesso gli illeciti commessi, sia pure giustificandoli a nome della politica, mentre il Cavaliere sostiene di essere una mammoletta pura e innocente. Berlusconi, almeno per questo aspetto non è come Craxi, non ha la stessa statura, non ha lo stesso coraggio di ammettere, non illeciti, ma quella congerie paurosa di interessi in conflitto che fanno della sua leaderschip un’anomalia a livello mondiale. Chi oggi vuole intestare una via a Craxi non pensa a lui, ma lavora per chi vuole delegittimare le istituzioni.
4 gennaio 2010

Sottolineato (involontariamente) dai commenti de Il Giornale e Libero
L’essenziale ruolo del Capo dello Stato

di Salvatore Sfrecola

Stavolta a sottolineare il ruolo del Capo dello Stato in una democrazia parlamentare non sono i soliti giuristi paludati, adusi a commentare fatti e occasioni della politica istituzionale, ma due quotidiani, Il Giornale e Libero. Con critiche che vorrebbero sembrare ironiche i due giornali che da sempre fanno da cassa di risonanza delle opinioni di Silvio Berlusconi in modo stucchevole, a mio giudizio poco proficuo, al punto che se ne fossi io il proprietario licenzierei tutti gli opinionisti convinto che certa piaggeria sia alla lunga controproducente generando una sorta di disgusto nelle persone intelligenti, cioè in coloro che pensano con la propria testa e distinguono i fatti dalla propaganda e dalle evidenti esagerazioni, del tipo “sono il più grande Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni della storia d’Italia”. ”Che barba il discorso di Napolitano”, titola a tutta pagina Il Giornale che ne dà anche la motivazione: ”Piace a tutti perché non dice niente: frasi di circostanza, concetti scontati, parole senza fatti. Non e’ di questo che il Paese ha bisogno”. ”Il discorso di Giorgio Napolitano – scrive il direttore Vittorio Feltri – ha raccolto consensi unanimi nel mondo della politica. Era dai tempi di Sandro Pertini che non succedeva un fatto simile. Ci voleva un ex comunista di quelli duri per mettere tutti d’accordo, e questo se da un canto fa piacere, da un altro insospettisce, perché ciò che è bianco non può essere condiviso da chi è rosso e ciò che è rosso non può essere condiviso da chi è bianco. Boh! ci deve essere sotto qualcosa. Vedremo cosa (…)”. ”Che bel discorso, presidente. Ma chi l’ascolta?” è, invece, il titolo di ‘Libero che sintetizza il suo giudizio in un sommario: ”Riforme, Mezzogiorno, crisi e odio: il discorso del Presidente della Repubblica non riserva sorprese, fatta eccezione per i passaggi su Obama e le carceri. Ma tanto non cambierà nulla”. Il motivo che sta dietro la denigrazione del discorso del Presidente Napolitano, il ritenerlo ininfluente nella vita politica italiana, è nella cultura presidenzialista che il Presidente del Consiglio vuole inserire nel dibattito sulle riforme istituzionali, evidente anche nel dibattito sul “lodo Alfano” che spesso, negli argomenti portati avanti dagli uomini del Premier, ha utilizzato come argomento della temporanea immunità del Presidente l’esempio dell’esperienza francese. Tanto che all’osservazione che Chirac è stato Capo dello Stato si diceva che quel presidente ha anche poteri propri dell’esecutivo in alcune materie. Invece, è proprio l’esperienza francese, positiva solo quando il Presidente della Repubblica è espressione della maggioranza dell’Assemblea Nazionale e, quindi, del governo, che mette in risalto la fragilità di quell’assetto costituzionale e la mancanza di un’autorità di garanzia che assicuri il rispetto delle regole e della minoranza. Comprendo che al Cavaliere dia fastidio un Presidente della Repubblica che, pur non avendo specifici poteri di indirizzo politica, abbia, in forza dell’ampio consenso che ne favorisce l’elezione, quell’autorità morale che gli consente di richiamare i principi ed i valori fissati nella Carta costituzionale nei confronti di tutti, La posizione di supremo garante della legalità costituzionale è propria del Capo dello Stato in un sistema parlamentare, cioè in un ordinamento nel quale la sovranità appartiene al popolo che la esercita attraverso i propri rappresentanti eletti nelle due Camere. Immaginiamo cosa accadrebbe in un regime presidenziale in assenza di un organo di garanzia equidistante dalle forze politiche in campo se mancassero altri organismi che attuano i contrappesi ai quali è legata la democrazia. Attenzione, dunque, perché le istituzioni non vivono nell’astratto mondo delle forme legislative ma nella realtà della loro applicazione, per cui può accadere, ed è accaduto in Italia al tempo del Fascismo, che anche la Carta costituzionale sia svuotata dall’azione prepotente di un autocrate che confonda il consenso elettorale con il potere di fare e disfare a proprio piacimento. Anche perché non è verificato né verificabile che quel consenso spesso guadagnato sulla base di enunciazioni e di propaganda, persisterebbe se la gente conoscesse a fondo i motivi di certe scelte politiche, quando queste sono dirette a perseguire finalità particolari e non il bene comune.
2 gennaio 2010

Il discorso di fine anno del Capo dello Stato
Napolitano: preoccupazioni e speranze per il 2010

di Salvatore Sfrecola

Apprezzamento per l’azione svolta a livello mondiale e dal governo italiano in particolare per superare la crisi economica e ragionevole fiducia nel futuro. Nel discorso del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ci sono tuttavia i riflessi di una preoccupazione comune alle famiglie e alle imprese. “Non posso fare a meno – ha detto Napolitano – di parlare del prezzo che da noi, in Italia, si è pagato alla crisi e di quello che ancora si rischia di pagare, specialmente in termini sociali e umani”. “C’è stata una pesante caduta della produzione e dei consumi ; ce ne stiamo sollevando ; si è confermata la vocazione e intraprendenza industriale dell’Italia ; ma ci sono state aziende, soprattutto piccole e medie imprese, che hanno subito colpi non lievi ; e a rischio, nel 2010, è soprattutto l’occupazione. Si è fatto non poco per salvaguardare il capitale umano, per mantenere al lavoro forze preziose anche nelle aziende in difficoltà, e si è allargata la rete delle misure di protezione e di sostegno; ma hanno pagato, in centinaia di migliaia, i lavoratori a tempo determinato i cui contratti non sono stati rinnovati e le cui tutele sono rimaste deboli o inesistenti ; e indubbia è oggi la tendenza a un aumento della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile”. Analisi lucidissima quella del Presidente della Repubblica che colloca queste sue preoccupazioni nel contesto di una situazione politica segnata da forti tensioni per cui le “antiche contraddizioni, caratteristiche dell’economia e della società italiana” non sembrano trovare un punto di superamento nonostante la crisi sia “grande prova e occasione per aprire al Paese nuove prospettive di sviluppo, facendo i conti con le insufficienze e i problemi che ci portiamo dietro da troppo tempo”. “Guardando con coraggio alla realtà nei suoi aspetti più critici” Napolitano ha richiamato tre grandi valori “solidarietà umana, coesione sociale, unità nazionale” per far fronte alle necessità più impellenti: “Parto dalla realtà delle famiglie che hanno avuto maggiori problemi : le coppie con più figli minori, le famiglie con anziani, le famiglie in cui solo una persona è occupata ed è un operaio. Le indagini condotte anche in Parlamento ci dicono che nel confronto internazionale elevato è in Italia il livello della disuguaglianza e della povertà. Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti hanno continuato ad essere penalizzate da un’alta pressione fiscale e contributiva ; più basso è il reddito delle famiglie in cui ci sono occupati in impieghi “atipici”, comunque temporanei”. Aggiungendo che “le condizioni più critiche si riscontrano nel Mezzogiorno e tra i giovani”. “Sono queste le questioni che richiedono di essere poste al centro dell’attenzione politica e sociale, e quindi dell’azione pubblica”. Perché “non ci possiamo permettere… che i giovani si scoraggino, non vedano la possibilità di realizzarsi, di avere un’occupazione e una vita degna nel loro, nel nostro paese”. “Ci sono nelle nuove generazioni riserve magnifiche di energia, di talento, di volontà : ci credo non retoricamente, ma perché ho visto di persona come si manifestino in concreto quando se ne creino le condizioni”. Infine le riforme, “scelte da non rinviare”, dagli ammortizzatori sociali alla riforma fiscale, “assolutamente cruciale” per la quale “non si può più procedere con “rattoppi””. E le riforme “istituzionali” e quella della giustizia. Per Napolitano vanno fatte “sulla base di valutazioni ispirate solo all’interesse generale, ho sostenuto che anche queste riforme non possono essere ancora tenute in sospeso, perché da esse dipende un più efficace funzionamento dello Stato al servizio dei cittadini e dello sviluppo del paese”. “L’essenziale – precisa Napolitano – è che – in un rinnovato ancoraggio a quei principi che sono la base del nostro stare insieme come nazione – siano sempre garantiti equilibri fondamentali tra governo e Parlamento, tra potere esecutivo, potere legislativo e istituzioni di garanzia, e che ci siano regole in cui debbano riconoscersi gli schieramenti sia di governo sia di opposizione”. I consigli del Capo dello Stato sono “misura, realismo e ricerca dell’intesa, per giungere a una condivisione quanto più larga possibile, come ha di recente e concordemente suggerito anche il Senato”. Napolitano esprime la “fiducia che in questo senso si andrà avanti, che non ci si bloccherà in sterili recriminazioni e contrapposizioni”. Lo sperano tutti gli italiani esasperati dall’inefficienza di vasti settori della Pubblica Amministrazione e dalla aggressione di interessi privati in assenza di un forte senso dello Stato in alcuni ambienti politici.
1° gennaio 2010

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