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Febbraio 2010

Senso dello Stato è rispetto delle istituzioni
di Senator

La lettera di ieri, con la quale il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, scrivendo al Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha auspicato che “prevalga in tutti il senso della responsabilità e della misura” è un forte richiamo a quello che si suole definire “senso dello Stato”, un atteggiamento che dovrebbe caratterizzare tutti coloro che incarnano le varie istituzioni della Repubblica le cui relazioni sono individuate nella Costituzione secondo regole antiche, quanto meno risalenti a Carlo Luigi de Secondat, barone di Montesquieu che ne ha fatto oggetto del suo aureo “esprit des lois”, quello spirito delle leggi che individua i tre poteri dello Stato, il legislativo, l’amministrativo ed il giudiziario.
Questi poteri sono distinti e autonomi ma la Costituzione ammette che possano entrare in conflitto tra loro e prevede che in questi casi sia chiamata a pronunciarsi la Corte costituzionale. Quel che la Costituzione non ha previsto, e non poteva prevederlo, è che esponenti dei tre poteri, non i poteri in quanto tali, esprimano avversione per un determinato potere, globalmente inteso o per parti di esso, in modo aggressivo giungendo all’insulto.
Non è previsto dalla Costituzione e, direi, anche dal buon senso, per non dire dalla buona educazione.
Però accade. E questa situazione, che non ha di eguali al mondo e che fa additare l’Italia sulla stampa internazionale come un Paese letteralmente allo sbando ha indotto ripetutamente il capo dello Stato ad intervenire per sollecitare i “contendenti” ad assumere un atteggiamento di maggiore serenità e di equilibrio pur nel giusto confronto delle idee.
Napolitano esordisce nella sua lettera a Mancino sottolineando di intervenire “nel momento in cui da un lato gli sviluppi di delicate vicende processuali e dall’altro l’avvio di un’impegnativa competizione elettorale, rischiano di alimentare nuovamente drastiche contrapposizioni e pericolose tensioni non solo tra opposte parti politiche ma anche – come ho avuto, tempo fa, già modo di rilevare con comprensibile allarme – tra istituzioni, tra poteri e organi dello Stato”.
Il riferimento è, evidentemente, alla vicenda giudiziaria del Presidente del Consiglio Berlusconi che ha avuto uno sviluppo a lui favorevole dal momento che la Corte di cassazione ha ritenuto prescritta l’azione penale nei confronti dell’avv. Mills, per la vicenda della corruzione in atti giudiziari nella quale l’avvocato inglese sarebbe stato strumento del Presidente del Consiglio.
Un punto a favore del Premier imputato. Il quale afferma di voler comunque una sentenza di assoluzione, com’è suo diritto di cittadino che se la deve vedere in sede giudiziaria, magari più avanti, utilizzando il “legittimo impedimento” o un’altra versione del “lodo Alfano”.
Va tutto bene. Nel senso che se il Parlamento, espressione della volontà popolare, decide, nelle forme previste dalla Costituzione, che il Premier non può essere processato non c’è nulla da dire, a parte valutazioni di politica legislativa.
Quel che non va bene è il ricorso agli insulti. Non sono argomenti politici.
“Anche la causa delle riforme necessarie per rendere più efficiente, al servizio dei cittadini, l’amministrazione della giustizia in un quadro di corretti rapporti istituzionali – prosegue Napolitano -, non può trarre alcun giovamento da esasperazioni polemiche, da accuse quanto mai pesanti che feriscono molti e che possono innescare un clima di repliche fuorvianti: clima nel quale la magistratura associata apprezzabilmente dichiara di non voler farsi trascinare”.
Per cui il “vivissimo auspicio che…in particolare nelle prossime occasioni di dibattito… nel Consiglio Superiore della Magistratura l’attenzione si concentri su segni positivi che pure si sono registrati, anche in Parlamento, di maggiore ascolto fra esigenze e posizioni diverse. Sarà questo il modo migliore di essere vicini a tutti i magistrati che sono impegnati con scrupolo e imparzialità nell’accertamento e nella sanzione di violazioni di legge da cui traggono forza la criminalità organizzata e la corruzione”.
E’ un tema ricorrente dei Presidenti della Repubblica negli ultimi anni. Anche Carlo Azeglio Ciampi, predecessore di Napolitano, richiamò più volte tutti al senso dello Stato. “Il primo, per me il più importante – scriveva Ciampi -, è il valore delle istituzioni, l’ importanza che ha e deve avere per tutti i cittadini, governanti e governati, il rispetto delle istituzioni. Ho citato più volte quella frase finale del libro di Vincenzo Cuoco sulla Rivoluzione napoletana nel 1799. Dice che nella vita pubblica certamente contano gli uomini ma più degli uomini contano le istituzioni. Per me il rispetto delle istituzioni, l’ ispirarsi ad esse è fondamentale”.
“Il rispetto delle istituzioni è essenziale, lo è ispirarsi ad esse da parte di chi governa: il fatto, appunto, di richiamarsi alle istituzioni anche nei confronti dei cittadini. Insomma, le istituzioni sono la base, occorrono istituzioni ispirate ai più alti valori della dignità della persona umana e del rispetto del singolo. Se manca questo non c’ è governo”.
Saranno prese in considerazione dai “contendenti” queste sollecitazioni? Ne dubitiamo. Il senso dello Stato è un po’ come il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può dare.
28 febbraio 2010

La speranza di un Paese allo sbando
Eroi italiani, da Quattrocchi a Colazzo

di Salvatore Sfrecola

“Adesso vi faccio vedere come muore un italiano”. La frase di Fabrizio Quattrocchi, pronunciata mentre tentava di strapparsi la benda per vedere la morte in faccia per mostrare ai suoi carnefici che era capace di morire in piedi benché lo avessero piegato con la violenza sulle ginocchia, ci ha inorgogliti tutti, con esclusione di una miserabile, sparuta minoranza degli antitaliani per principio.
Diverso l’episodio di Pietro Antonio Colazzo, l’agente segreto italiano, che è morto a Kabul, in un attentato terroristico, mentre, avendo intuito quel che stava accadendo, rinunciava a mettersi in salvo per aiutare i suoi colleghi.
Due italiani dei tanti che nella storia di questo Paese hanno dimostrato coraggio ed altruismo, uomini nel senso più alto della parola.
Sono loro che ci fanno ben sperare nel futuro della Patria squassata dalla crisi delle istituzioni, infangata da funzionari infedeli, mortificata dalla delinquenza comune e dalle varie mafie che dominano l’economia in aree sempre più vaste del Paese.
L’Italia nonostante tutto. Nonostante lo scarso senso dello Stato che alberga in molti palazzi del potere, nonostante gli sperperi di pubblico denaro che offendono chi perde il posto di lavoro, chi non riesce ad arrivare alla fine del mese.
Nonostante tutto ci sono tante persone per bene nella politica, nelle istituzioni, nella società civile. I “liberi e i forti” di sturziana memoria ai quali dobbiamo guardare con fiducia nella speranza che si facciano vivi, che escano dall’ombra per restituire dignità ad una Nazione la quale, come ha scritto oggi Sergio Romano sul Corriere della Sera, appare agli occhi della stampa internazionale come “un malato terminale”. Serve un miracolo? Gli italiani sanno farlo. Lo hanno dimostrato più volte nella storia. Lo faranno ancora!
28 febbraio 2010

Corruzione:
se il fenomeno non è percepito nella sua realtà

di Salvatore Sfrecola

A leggere i giornali di oggi, all’indomani dell’avvio dell’esame del disegno di legge che dovrà contenere norme anticorruzione, si comprende facilmente che il fenomeno non è percepito nella sua realtà. Fin dai titoli. Non solo quelli che scrivono di “norme anticorruzione più severe” pur riferendo di dubbi nel Governo, valutazioni che non si comprende su cosa si fondino vista la brevità del tempo che il Consiglio dei ministri ha dedicato al provvedimento. Una manciata di minuti, pochi per un problema delle dimensioni che sono emerse in questi giorni e che comunque fa ritenere a molti che si tratti solo della punta dell’iceberg.
Lo stesso Sergio Romano, sempre molto attento ai problemi della pubblica amministrazione, titola il fondo di oggi sul Corriere della Sera “Il segnale necessario”, al di sotto di un occhiello che dimostra quella scarsa percezione del fenomeno che segnalavo iniziando: “se c’è emergenza agire subito”.
E’ la logica di questo Paese che da troppo tempo vive sull’emergenza. Tutto è emergenza. Non solo un terremoto o un’alluvione, emergenze naturali, ma anche lo smottamento in prossimità di Vibo Valentia e di Sanfratello. Emergenze certo anche queste, ma provocate dall’uomo per il dissesto idrogeologico determinato da un’incuria lunga decenni.
L’esempio è funzionale alle riflessioni che intendiamo sottoporre all’attenzione dei nostri lettori. Anche la corruzione diventa emergenza se per troppo tempo viene trascurata la legalità, se si manomettono le procedure, se si eliminano i controlli, se non si comprende che vanno riviste le regole per l’aggiudicazione degli appalti, se non si stabilisce che l’offerta “economicamente più vantaggiosa” non deve riguardare solamente il costo, ma deve comprendere anche la migliore realizzazione secondo il capitolato d’appalto. Perché se il costo non è remunerativo inizia quel balletto di sospensione dei lavori, perizie di variante e suppletive che fanno lievitare i costi ed allungano i tempi di realizzazione delle opere.
E’ una riflessione costantemente trascurata, come dimostra il fatto che non si è ritenuto improponibile un ribasso superiore del 50%. Che può voler dire due cose, che il prezzo a base d’asta è eccessivo o che l’aggiudicatario si appresta a ricercare la vera remunerazione in altro modo.
In queste situazioni è evidente che può maturare la corruzione. Non tanto nell’aggiudicazione dell’appalto quanto nell’approvazione di perizie di variante senza giustificazione.
Ugualmente ai collaudi l’Amministrazione deve prestare la massima attenzione scegliendo, come ho detto più volte, professionisti bravi non perché amici o segnalati in sede politica. Questi collaudatori, inoltre, devono essere pagati bene in relazione all’impegno effettivo richiesto.
La corruzione, in sostanza, non richiede solo interventi repressivi e di emergenza, ma una costante attenzione alle procedure nelle loro varie fasi, perché non si determinino le condizioni per le quali un funzionario esercita un’attività concussiva sull’imprenditore o si fa corrompere.
In sostanza è un problema di ordinaria amministrazione che, se correttamente gestito, consente di tenere lontane non la corruzione in quanto tale ma le emergenze, intese con un fenomeno più vaste nel quale i fenomeni di concussione e corruzione raggiungono dimensioni che il sistema non può sostenere.
Una cosa che sfugge ai commentatori in questi giorni, ad esempio, è la condanna della corruzione come fenomeno che ha una gravissima conseguenza, quella di allontanare dal mercato le imprese serie, quelle che non accettano di percorre la strada illecita delle scorciatoie consentite dalla classica bustarella.
Anche noi, come Sergio Romano, non conosciamo ancora il testo del disegno di legge contro la corruzione di cui il governo ha approvato ieri una bozza. “Peccato. – scrive l’editorialista del Corriere – Il governo avrebbe dovuto agire con la rapidità di cui sa dare prova in altre circostanze che riguardano i processi. Ma il fatto che tre ministri — Alfano, Calderoli e Brunetta — abbiano l’incarico di lavorare insieme per mettere a punto uno strumento più efficace di quelli che già esistono nei nostri codici è pur sempre un buon segnale. Dimostra che il governo è finalmente uscito dallo stato di benevola indifferenza con cui commentava questi episodi e soprattutto, speriamo, che potrebbe smettere di vedere in ogni azione giudiziaria un segno della ostilità dei magistrati nei suoi confronti. La parola «pirla» con cui Umberto Bossi ha bollato un consigliere municipale milanese ricorda la parola « mariuolo » con cui Bettino Craxi, 18 anni fa, definì il presidente del Pio Albergo Trivulzio e lascia intravedere una sorta di benevola noncuranza”.
L’augurio è che le misure anticorruzione non percorrano la strada dalla limitazione delle intercettazioni telefoniche, argomento sul quale si è diffusamente esercitato l’ineffabile Capezzone auspicando la loro limitazione. Perché in tal caso la corruzione sarebbe combattuta non facendola apparire alle orecchie dei Pubblici Ministeri e, quindi, agli occhi della gente che sui giornali può leggere quel romanzo giallo a puntate che imprenditori, politici e funzionari corrotti concorrono da sempre a scrivere.
Non voglio entrare in valutazioni politiche che inevitabilmente possono sembrare di parte, ma è certo che nella gestione delle risorse pubbliche come nell’attività di autorizzazione e concessione nel settore del commercio e dell’artigianato sarebbe bene che le procedure fossero garantiste, per l’autorità pubblica e per il cittadino, ma non farraginose perché è proprio nel buio degli adempimenti inutili che si annidano i motivi della concussione e della corruzione.
Alla prossima puntata.
20 febbraio 2010

Un inizio, anche se frettoloso
Risposta alla corruzione: il Governa avvia l’approfondimento

“E’ stato avviato – si legge testualmente nel comunicato del Consiglio dei ministri di oggi -l’esame di un disegno di legge, su proposta del Ministro della giustizia, Angelino Alfano ed al quale il Governo annette grande importanza, che contiene disposizioni tese a rafforzare il principio di legalità nella pubblica amministrazione attraverso l’ampliamento del novero delle sentenze di condanna ostative alle candidature ad elezioni amministrative e all’assunzione di cariche negli enti locali, nonché modifiche al codice penale in materia di delitti contro la pubblica amministrazione ed aggravamento delle relative pene. Condividendone impianto e finalità, il Consiglio ha deciso di rendere il provvedimento più incisivo integrandolo con disposizioni che perseguano l’obiettivo di una efficienza sempre maggiore nella pubblica amministrazione e negli enti locali. L’esame del disegno di legge sarà pertanto completato nella prossima riunione”. Una manifestazione di buona volontà, non c’è dubbio. Alla quale ci si augura seguano norme concrete e funzionali. Perché quell’avvio di esame deve essere stato proprio veloce, più veloce della luce, secondo una battuta della pubblicità televisiva di un noto robot in voga qualche anno fa. Infatti il Consiglio dei ministri, iniziato alle 10,10 e terminato alle 11,45, in 100 minuti, ha: – ricordato la figura del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per la semplificazione normativa, Maurizio Balocchi, recentemente scomparso; – preso atto della nomina in sua vece del dottor Francesco Belsito: – ha esaminato e deciso di presentare un emendamento al disegno di legge di conversione del decreto-legge in materia di missioni internazionali di pace; – approvato i seguenti provvedimenti: – uno schema di decreto legislativo, che integra e modifica il vigente Codice dell’amministrazione digitale; – un decreto legislativo che recepisce la direttiva 2007/60 per disciplinare l’attività di valutazione e di gestione dei rischi di alluvioni; – un decreto legislativo che, in attuazione della delega conferita al Governo dalla legge n. 69 del 2009 in materia di processo civile, riforma la disciplina della mediazione finalizzata alla conciliazione di tutte le controversie in materia civile e commerciale; — uno schema di disegno di legge che, al fine di consentire una più ampia informazione sugli effetti indesiderati, nonché sulle tipologie e sui materiali usati, istituisce i registri nazionali e regionali degli impianti protesici nel seno; — un disegno di legge per la ratifica e l’esecuzione dell’Accordo di co-produzione cinematografica fra l’Italia e la Cina; – sono stati poi approvati due stati d’emergenza per i gravi dissesti idrogeologici che hanno interessato la provincia di Messina e la Calabria nei giorni scorsi. Infine il Ministro dell’interno ha riferito al Consiglio sulle modalità di svolgimento delle elezioni regionali, provinciali e comunali del 28 e 29 marzo prossimi. Il Consiglio ne ha preso atto. Lo stesso Ministro Maroni ha altresì presentato al Consiglio l’aggiornamento del Rapporto sui risultati del Governo nella lotta alle mafie. In chiusura il Consiglio dei ministri ha deliberato alcune nomine. Velocissimi i nostri ministri, in 100 minuti 100!
19 febbraio 2010

La “riscoperta” della corruzione
di Salvatore Sfrecola

Ci voleva l’inchiesta di Firenze, rapidamente estesasi a comportamenti illeciti in varie regioni d’Italia, per scoprire che la corruzione dilaga? Oppure le relazioni del Presidente e del Procuratore Generale della Corte dei conti? Lo aveva segnalato anche Greco, l’organismo europeo che si occupa della lotta alla corruzione, intervenuta qualche mese fa a denunciare 22 insufficienze nel nostro sistema di prevenzione e repressione della corruzione. Il fatto è che la corruzione, cioè la condotta per la quale un pubblico ufficiale viene indotto (corrotto), su sollecitazione di un imprenditore (corruttore) a venir meno, dietro compenso, al dovere di servire lo Stato “con fedeltà ed onore”, come si legge nelle formule dei giuramenti, è un fenomeno che corre lungo i millenni e si accompagna alla spendita di denaro pubblico destinato a lavori, servizi e forniture. E’ inevitabile che un imprenditore alla ricerca di facili guadagni cerchi la scorciatoia di convincere un funzionario infedele ad ottenere quanto desidera, ma è certo che ovunque queste tendenze siano state contrastate anche se non sempre con successo dagli stati, anche da quelli totalitari e antidemocratici nei quali la classe politica e amministrativa, con scarsi controlli, è adusa a profittare del denaro pubblico. Oggi l’Italia si trova a dover riscoprire la necessità di lottare contro la corruzione rispetto alla quale è stato negli ultimi anni abbassato notevolmente il livello di guardia. In primo luogo con l’abolizione dell’Alto Commissario per la lotta alla corruzione, già concepito non come Autorità indipendente, come avrebbe dovuto essere, ma alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio, cioè dell’autorità di governo possibile oggetto delle sue indagini. Nel frattempo si sono moltiplicate le deroghe per eventi eccezionali o urgenze varie, spesso provocate da precedenti inerzie, attuando procedure meno garantiste, considerando la necessità di fare presto prevalente rispetto all’esigenza di fare anche bene. Tutto questo in un contesto nel quale anche le gare non assicurano sempre una soluzione corretta nella scelta del privato contraente. In primo luogo perché è sempre più probabile che in molti casi le imprese partecipanti alla gara si mettano d’accordo in sostanza determinando il prezzo dell’appalto, quando l’intesa consente alla ditta “A” di aggiudicarsi una gara, alla ditta “B”, uscita di mercato per aver presentato un’offerta troppo alta, di prevalere in un’altra gara nella quale la ditta “A” a sua volta alza troppo il prezzo per favorire la prima. In queste condizioni la prima distorsione è data dall’aggiudicazione ad un prezzo troppo basso, spesso non remunerativo, con la conseguenza che l’impresa deve ricorrere a perizie di variante e suppletive, approvate dalla stazione appaltante, per rientrare nei costi. Qui si riscontra un’acquiescenza dell’Amministrazione non sempre dovuta a disattenzione. Lo squilibrio tra costo dell’aggiudicazione e successivo costo dell’opera (ad AnnoZero è stato recentemente denunciato il caso di un’opera aggiudicata a sessanta milioni, il cui costo è lievitato a 600) dimostra che l’Amministrazione non riesce a programmare ed a progettare e, soprattutto, a controllare la realizzazione delle opere attraverso i suoi funzionari e le commissioni di collaudo. A questo proposito è stato certamente un grave errore aver diminuito i compensi dei collaudatori. Essi sono una garanzia per l’Amministrazione, devono essere scelti tra professionisti capaci ed onesti e pagati adeguatamente. I nodi della realizzazione delle opere e dell’acquisizione delle forniture di beni e servizi sono, dunque, molti. Essenziali, comunque, i controlli in corso d’opera ed all’esito della fornitura del bene o del servizio. Va detto, in proposito, che quanto giustificherebbe l’accelerazione delle procedure di aggiudicazione non vale evidentemente per l’attività di collaudazione, che non intralcia la realizzazione dell’opera e la gestione dei servizi, ma garantisce l’amministrazione che le risorse impiegate sono state effettivamente destinate a pubblico interesse. Il Governo ha fatto sapere che procederà ad adottare norme contro la corruzione. Le attendiamo ed attendiamo di verificare se il fenomeno è stato accuratamente analizzato per individuare i punti sui quali intervenire. Perché lo Stato e gli enti pubblici si dotino dei beni e dei servizi necessari acquisendoli al prezzo giusto.
19 febbraio 2010

Tramonta Protezione civile s.p.a.
La resa dei cattivi consiglieri

di Salvatore Sfrecola

“Protezione civile servizi” s.p.a., che non s’aveva da fare, non si farà. Il decreto legge 30 dicembre 2009, n. 195, sarà convertito in legge senza l’articolo 16 che prevedeva l’istituzione di una struttura societaria servente del Dipartimento della Protezione Civile, in pratica il cuore operativo della risposta alle emergenze. Non ha vinto l’opposizione, come si è affrettato a dichiarare alla stampa l’on. Franceschini, ma il buon senso ed il rispetto della legalità che impone, in presenza di gestioni di denaro pubblico, procedure trasparenti e controlli. Tutte regole alle quali i privati non sono tenuti. E quello, all’evidenza, era l’obiettivo. Se qualcuno può dire di aver vinto sono, dunque, i cittadini contribuenti, coloro che pagando imposte e tasse mettono a disposizione dell’autorità politica le risorse necessarie per realizzare le politiche pubbliche, nella specie quelle per la Difesa civile. Ci sono anche gli sconfitti. Sono i “cattivi consiglieri”, come li ho più volte chiamati, quei tecnici che mettono a disposizione del politico che non conosce le regole, Berlusconi è un imprenditore, Bertolaso un medico, gli strumenti per operare talora, come in questo caso, infischiandosi dei principi costituzionali e di derivazione europea in materia di gestione di denaro pubblico. Da un lato le regole dell’imparzialità e del buon andamento (art. 97 Cost.), che esigono procedure trasparenti ed economicità, dall’altro le regole della concorrenza, che esigono il ricorso alle gare per l’aggiudicazione di appalti di lavori e forniture. Naturalmente quando non premono le esigenze dell’emergenza. E, come è stato fatto notare, la gestione di un evento largamente annunciato, come l’Expo’ di Milano, non può costituire un’emergenza. E’ chiaro, infatti, che con l’abuso delle procedure emergenziali i costi crescono a dismisura. Tutti i governi rischiano di essere assistiti da cattivi consiglieri, cioè da soggetti che, ritenendo, il più delle volte a torto, di interpretare il pensiero del politico, vanno oltre il logico e il lecito in una cupidigia di servilismo che fa il male del Paese e, in fin dei conti, dello stesso politico a disposizione del quale mettono i loro servigi. Così Gianni Letta è stato costretto a fare una dichiarazione che, formalmente corretta, nel senso che “Protezione civile servizi” s.p.a. non avrebbe sostituito il Dipartimento, ma lo avrebbe svuotato riservando alla struttura societaria tutte le attività rilevanti di risposta alle emergenze, di fatto smentisce l’iniziativa. Un giorno ho consigliato al Presidente Berlusconi in un mio articolo di disfarsi di questi cattivi consiglieri, anche in materia di giustizia. Sarebbe stato risparmiato il Paese il trauma di una permanente tensione tra potere politico e magistratura. Una telefonata garbata di Gianni Letta mi assicurava che quei consiglieri sarebbero stati licenziati tutti. Naturalmente era una battuta cordiale di un gentiluomo cortese. Sono rimasti tutti al loro posto con le conseguenze deleterie che sono sotto gli occhi di tutti. Ricordino il premier e tutti i politici che si passa alla storia spesso solo o soprattutto per il valore dei collaboratori, consiglieri, primi ministri, capi di gabinetto, ecc. Allo stesso modo si passano guai e si fa brutta figura quando i consiglieri “fedelissimi”, gli yes men prendono la mano del politico e lo guidano verso il precipizio degli errori giuridici che si trasformano inevitabilmente in scivoloni politici. E’ il caso di “Protezione civile servizi” s.p.a.. Non è il primo e, con ogni probabilità, non sarà neppure l’ultimo. E’ bene cominciare a distinguere chi serve lo Stato e chi si serve dello Stato.
15 febbraio 2010

A proposito della Protezione civile s.p.a.
L’andazzo è alle deroghe (rileggendo Luigi Einaudi)

di Salvatore Sfrecola

“L’andazzo è agli sganciamenti”, scriveva Luigi Einaudi in alcune tra le più celebri pagine (da 62 a 90) delle sue “Prediche inutili”, denunciando il tentativo, poi puntualmente realizzatosi, di varie categorie di pubblici dipendenti e manager delle imprese dello Stato di “sganciarsi” dal trattamento stipendiale degli statali diciamo così “ordinari”. Richieste giustificate, spiega Einaudi, da varie atipicità di questa o di quella categoria, ma lo Stato ha il dovere di disporre di un quadro omogeneo di riferimento per tutti i dipendenti stipendiati a carico del bilancio pubblico per giungere, poi, a parlare, a proposito dello sganciamento dei manager delle imprese pubbliche, alla riduzione della loro autonomia rispetto al potere politico. Se il grande economista fosse ancora in vita è certo, dunque, che non mancherebbe di denunciare un altro andazzo, quello alle “deroghe”, che accompagna da qualche tempo la gestione del pubblico denaro, deroghe alle norme sulla gestione ed i controlli. Anche in questo caso le richieste e le realizzazioni di queste deroghe nascono da esigenze obiettive o obiettivamente provocate. Come nel caso delle grandi opere pubbliche iniziate in ritardo per indecisione politica. Per le Olimpiadi, per i i Mondiali di calcio, di nuoto, per il Grande Giubileo del 2000, per l’Expo’ di Milano e via enumerando. La deroga è alle norme di contabilità di Stato che disciplinano le procedure per gli appalti, quelle che la normativa europea individua quale espressione del diritto della concorrenza, che significa libertà dei mercati e dovrebbe portare alla realizzazione di opere di migliore qualità ed a costo inferiore. La deroga, sempre molto ampia, risponde ad un’esigenza effettiva di fare presto. Ma riesce anche ad assicurare che le opere siano fatte bene e ad un costo congruo, giusto, considerato che viene impiegato denaro dello Stato, cioè dei cittadini? Non ne abbiamo certezza. Anzi diffusa è la consapevolezza che queste opere sono costate più del dovuto proprio perché l’urgenza non ha consentito tutti quegli adempimenti, sondaggi geognostici, accurata progettazione, che devono assicurare una corretta realizzazione delle opere. E così le perizie di variante e “in deroga” garantiscono agli imprenditori quei guadagni che la semplice remunerazione dell’appalto non avrebbe consentito. Non basta. L’andazzo alle deroghe non ritiene sufficiente che l’esclusione delle regole si limiti alle procedure di realizzazione delle opere ma richiede che siano di fatto eliminati i controlli. Così nasce l’idea di trasformare un Dipartimento della Presidenza del Consiglio dei ministri, quello della Protezione Civile in una società per azioni a capitale pubblico. Questo significa, infatti, la costituzione di una “società per azioni d’interesse nazionale” denominata “Protezione civile servizi s.p.a.” prevista dall’art. 16 del decreto- legge 30 dicembre 2009, n. 195, in corso di conversione. “3. La Società – si legge nel terzo comma dell’art. 16 – che è posta sotto la vigilanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della protezione civile ed opera secondo gli indirizzi strategici ed i programmi stabiliti dal Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Capo del Dipartimento nazionale della protezione civile, ha ad oggetto lo svolgimento delle funzioni strumentali per il medesimo Dipartimento, ivi compresa la gestione della flotta aerea e delle risorse tecnologiche, e ferme restando le competenze del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, la progettazione, la scelta del contraente, la direzione lavori, la vigilanza degli interventi strutturali ed infrastrutturali, nonché l’acquisizione di forniture o servizi rientranti negli ambiti di competenza del Dipartimento della protezione civile, ivi compresi quelli concernenti le situazioni di emergenza socio-economico-ambientale dichiarate ai sensi dell’articolo 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225, quelli relativi ai grandi eventi di cui all’articolo 5-bis del decreto-legge 7 settembre 2001, n. 343, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2001, n. 401. I rapporti tra il Dipartimento della protezione civile e la Società sono regolati da un apposito contratto di servizio”. Tutto è privatizzato . E’ vero che il comma 12 prevede che ” La Società è sottoposta al controllo successivo sulla gestione da parte della Corte dei conti ai sensi della legge 14 gennaio 1994, n. 20″, ma è comunque un controllo che, anche quando svolto in forma concomitante, non riuscirà sempre ad intercettare eventuali disfunzioni di una gestione “emergenziale”, senza alcun vincolo pubblicistico, anche nella scelta delle persone da impiegare, nella qualità e nel numero, magari solo per soddisfare le esigenze dell’amministrazione vigilante, cioè la Presidenza del Consiglio, azionista unico. Altra anomalia. Siamo di fronte ad una gravissima, inammissibile deroga alle regole pubblicistiche nella gestione del pubblico denaro, non per semplificare ma per non essere controllati. E questo, in uno Stato di diritto, non può essere consentito.
14 febbraio 2010

Perle televisive dal TG5 Prima pagina:

Nella guerriglia urbana che si è sviluppata nel corso della notte in un quartiere di Milano per uno scontro tra immigrati africani e sudamericani sono intervenute “le forze dell’ordine che hanno faticato a riportare l’ordine”.
Dalle ore 7 alle 8 di oggi gli italiani che si sono collegati con l’emittente hanno dovuto subire la sciatteria di un servizio televisivo che ha dato prova dell’ennesima manomissione della lingua italiana.
14 febbraio 2010

FIAT: incredibile faccia tosta
di Oeconomicus

Sarà anche vero che, tecnicamente, da quando la presiede Luca di Montezemolo, alla FIAT lo Stato italiano non ha dato un euro, ma è certo che l’azienda torinese nel corso dei decenni è stata destinataria di interventi agevolativi da parte dello Stato, se non altro con i provvedi,menti di rottamazione e con l’acquisto di automobili che nessun altro acquistava più o che avrebbe acquistato. C’è voluta l’Europa comunitaria perché lo Stato italiano si affrancasse dall’obbligo di acquistare solamente automobili FIAT, a parità di condizioni sempre più care di quelle provenienti da altri paesi comunitari, per non dire delle giapponesi, delle quali oggi le pubbliche amministrazioni si servono abbondantemente per i servizi automobilistici, civili e militari. Campioni del mercato, i dirigenti della FIAT dovrebbero ricordarsi quando con i piazzali pieni di invenduto erano le amministrazioni dello Stato a rilevare gli automezzi o quando auto improponibili al cittadino, come la Duna, rivestivano i colori delle amministrazioni militari. Negli anni, prima con la favola che le FIAT potessero essere riparate anche dal benzinaio sotto casa, poi con l’opinione, abilmente diffusa, che l’usato FIAT avesse un migliore mercato, la casa torinese si è giovata della sua italianità, producendo di tutto nel segmento medio alto, a ritmo frenetico, cambiando modelli anche quando avevano avuto un meritato successo. E’ evidente che un’impresa che opera sul mercato globale deve tener conto dell’andamento delle vendite, ma è certo che ha anche un obbligo morale, etico, come oggi si dice a proposito dell’economia e della finanza, di programmare per tempo, immaginando trasformazioni e riconversioni degli impianti resi necessari dall’andamento delle vendite, per non lasciare sul lastrico i lavoratori e le loro famiglie. La spocchia con la quale i vertici aziendali hanno replicato ai rappresentanti del Governo appare, dunque, impropria, oltre ad essere storicamente infondata. Basta un po’ di storia, almeno dalla prima guerra mondiale.
7 febbraio 2010

Nell’Unione Europea: né Turchia né Israele
di Salvatore Sfrecola*

Sono evidenti le ragioni per le quali Silvio Berlusconi, parlando alla Knesset, il Parlamento di Gerusalemme, ha detto di sognare Israele nell’Unione Europea. Le stesse per le quali lui e Gianfranco Fini “sognano” l’ingresso nell’Unione anche della Turchia. Un omaggio alle redici giudaico cristiane, da un lato, rivendicate invano nel corso della Convenzione per il futuro dell’Europa, e, dall’altro, la protezione del fianco sud dell’Europa contro il fondamentalismo islamico. Una somma di buone intenzioni, certamente meritevoli di apprezzamento, ma politicamente sbagliate, non in linea con il futuro possibile ed auspicabile dell’Europa comunitaria, quella che, Trattato alla mano, mira ad “un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa” (art. 1). Il che vuol dire che le “Parti Contraenti” nell’istituzione dell’Unione, come in precedenza delle Comunità, hanno immaginato una configurazione geografica della comunità di popoli che dovranno entrare a farne parte. Configurazione geografica delimitata dai confini naturali del Continente e con riferimento a popoli che nei secoli hanno dato luogo a quella comunità culturale e spirituale che, pur nelle contrapposizioni politiche spesso cruente che la storia ci ha consegnato, s’identifica comunque nelle radici comuni costituite dall’eredità storica e culturale dell’Impero romano sulla quale si è innestato con forza il Cristianesimo. “Onde Cristo è romano”, per dirla con Padre Dante. Questa tradizione è la forza dell’Europa, ciò che le dà un’identità peculiare rispetto alle culture dell’Oriente e delle Americhe, anche se soprattutto nel Centro e nel Sud i popoli del “Nuovo Continente” e gli stati sentono la forza ideale del diritto romano e del legame con l’Europa. La connotazione geografica di una unione politica è essenziale, necessaria perché i popoli si avviino ad essere un popolo solo, che accetta l’unificazione sulla base proprio delle sue tradizioni. Altrimenti dovremmo cambiare nome all’Unione e darle non più la connotazione di “una nuova tappa nel processo di creazione di un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa” ma la diversa configurazione di una zona economica di libero scambio, abbandonando la prospettiva di fare dell’U.E. non solo il luogo delle regole della concorrenza e del libero mercato ma anche dei diritti, oltre che dei popoli, anche delle persone e delle imprese, con un complesso di regole e principi giuridici compatibili solo con una realtà politica che si avvia a costituirsi in stato, sia pure di nuova struttura, che non ha di eguali nella storia, che non somiglia neppure all’Impero Romano od a quello di Carlomagno. E’ chiaro l’obiettivo di chi vuole nell’U.E. la Turchia ed Israele, al di là delle buone intenzioni di Berlusconi e Fini, molto più di facciata che di sostanza. Limitare il ruolo politico dell’Unione Europea proprio nel momento in cui con il Trattato di Lisbona l’U.E. si presenta di fronte al mondo con un Alto Rappresentante per la politica estera, quel Ministro degli esteri, come è stato definito comunque con l’intenzione di far comprendere che d’ora in poi l’Europa parlerà con un a voce sola alle grandi potenze del mondo. Per cui Kissinger saprà d’ora in poi chi è Mister Europa. Per americani, cinesi e indiani è una complicazione. Anche per gli Stati Uniti. che pure sanno dell’amicizia forte dell’Europa. Il fatto è che non dovranno parlare più con i ventisette ministri degli esteri degli stati membri ma con uno solo che ci auguriamo avrà la forza di rappresentare con vigore una posizione comune. L’Europa deve essere una grande realtà politica per la prosperità dei “suoi” popoli e per la pace del mondo. Ma per esserlo non deve dimenticare le sue radici culturali che nascono dalla terra dei padri, nell’ambito di confini certi, come hanno ripetuto più volte Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che alla casa comune hanno dedicato pagine di grande profondità ed ispirazione. E’, infatti, l’identità culturale che fa dell’Europa “da mera espressione geografica… una comunità politica” (Dalla Torre)
6 febbraio 2010
Docente di Diritto amministrativo europeo nella LUMSA.

Lo sfascio della Pubblica Amministrazione
impedisce di governare

di Salvatore Sfrecola

Tra i guasti che si trova a dover affrontare questo Paese alle prese con una crisi economia ampiamente sottovalutata, come dimostra l’incremento della disoccupazione, uno dei più gravi è senza dubbio il degrado della Pubblica Amministrazione, lo strumento attraverso il quale i governi, centrale e locali, realizzano le politiche pubbliche. Quella delle burocrazie nei grandi stati è una storia di eccellenze. Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna ci consegnano una tradizione amministrativa di ottimo livello, vuoi per la cultura politica di quei paesi, vuoi per la tradizione che accompagna la gestione del potere politico in stati che sono stati grandi imperi che, per amministrare milioni di cittadini o sudditi sparsi per il mondo, esigevano capacità di assumere decisioni e di portarle a realizzazione con efficienza. Nella realtà di queste società il servizio allo Stato viene da sempre considerato un onore e un privilegio. I migliori delle famiglie servono nell’amministrazione e nell’esercito. Lo insegna soprattutto la Francia con la sua Ecole Nationale d’administration, la prestigiosa ENA, dalla quale sono usciti manager pubblici e privati di elevatissima professionalità, frequentemente transitati in politica, da Debré a Giscard d’Estaing a Chirac, passando per i ministri più noti, sindaci di città come Lione o Marsiglia, Tolone o Parigi. Alcuni governi sono stati composti esclusivamente da ex allievi di quella Scuola. L’Italia ha avuto una buona burocrazia. Quella che ha fatto del piccolo Piemonte il motore dell’unità nazionale, che lo ha ricostruito dopo le due guerre mondiali. Il consenso che ha circondato il Fascismo per molti anni in vasti settori dell’opinione pubblica si deve all’efficienza dell’amministrazione, al livello dei suoi funzionari ereditati dallo Stato liberale. Non a caso le prime riforme degli anni venti hanno riguardato l’ordinamento gerarchico degli uffici pubblici e la contabilità dello Stato. È durato per alcuni decenni l’effetto positivo di quelle riforme. Senso dello Stato ed orgoglio della funzione hanno garantito la ripresa economica, il boom che ha trasformato il Paese migliorando nettamente il livello delle condizioni di vita. Il “Piano Fanfani” per l’edilizia popolare e le cooperative edilizie finanziate dalla Cassa Depositi e Prestiti hanno assicurato agli italiani un benessere mai conosciuto in passato, mentre la scuola sfornava giovani preparati per la vita e le professioni. La “fuga dei cervelli” ne è la prova. I nostri laureati potevano competere con gli studiosi ed i ricercatori di ogni nazione. Non solo fisici, ingegneri e medici, ma anche umanisti, storici giuristi hanno tenuto cattedre nelle università di mezzo mondo, a cominciare dagli Stati Uniti. Oggi c’è un’esigenza di alfabetizzazione paurosa. Poi il degrado della politica e dell’amministrazione, in un intreccio perverso. Se degrada la politica, se raggiungono posizioni di vertice nei governi, al centro, nelle regioni e negli enti locali, personaggi modesti, con scarsa o nessuna professionalità è evidente che questi non vogliono dialogare con funzionari preparati e di valore, che possano obiettare, con ragione, che certe scelte non si possono fare perché illegittime o perché dannose per la finanza pubblica. L’amministrazione deve essere asservita. Per farlo occorre degradare la dirigenza, mortificare il suo ruolo, renderla precaria, alla mercé del potere. L’operazione, raffinata ed apparentemente indolore, procede dalla riforma del 1972, con il decreto del Presidente della Repubblica n. 748. La disciplina delle funzioni dirigenziali nelle Amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, questo è il titolo del provvedimento, spezza la continuità della carriera direttiva, il serbatoio dal quale venivano tratti i funzionari di grado più elevato, e rinomina Capi divisione e Ispettori generali, ribattezzati Primi dirigenti e Dirigenti superiori. La finalità dichiarata è quella di ridurre i posti dirigenziali a funzioni effettivamente di governo degli apparati pubblici. La promessa non è mantenuta. In un crescendo finora inarrestabile si moltiplicano gli uffici e si eleva il livello delle posizioni funzionali. Todos Caballeros, anzi tutti generali senza soldati, in un balletto assurdo nel quale la politica solletica la vanagloria dei funzionari che ambiscono a funzioni del tutto svuotate di contenuto. Scrivere sul biglietto da visita “Direttore generale” senza averne di fatto le funzioni deve dare una soddisfazione incredibile. Divide et impera, dicevano gli antichi romani, che lo facevano con i sudditi della Res Publica, non con la loro amministrazione che era efficientissima ed assicurava all’impero il potere, riscuoteva le tasse e metteva in campo un esercito che era un modello di efficienza. Parcellizzato il potere, politici di bassissimo profilo non rischiano di sentirsi dire dal funzionario che una cosa non si può fare perché la legge non lo consente o è contraria agli interessi della finanza pubblica. Il dirigente è un tappetino nei confronti del politico, dal quale ha avuto la nomina, che ne ha determinato il trattamento economico, che ha stabilito il tempo dell’incarico dirigenziale il quale scade inevitabilmente durante il mandato politico, sicché dallo stesso che lo ha nominato il funzionario attende la conferma nell’incarico. Un sistema perverso, lo spoil system all’italiana, che ha svilito l’amministrazione rendendo il funzionario in tutto tributario del politico. Che differenza con la Gran Bretagna, dove il funzionario della Corona è veramente al servizio dello Stato! Sulla carta dovrebbe essere così anche da noi. L’articolo 98 della Costituzione, infatti, afferma solennemente che “i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”, una regola, un principio platealmente negato dall’attuale normativa, come ha ripetutamente affermato la Corte costituzionale, altrettanto ripetutamente beffata da leggi successive in una rincorsa tra giudici e legislatore che impedisce di dare ordine alla materia. Ho detto della moltiplicazione esasperata dei posti con la quale il potere politico divide per comandare. Un esempio: il Ministero delle finanze, una delle strutture più importanti dell’Amministrazione, che gestisce il sistema tributario, cioè lo strumento attraverso il quale il governo fa politica economica e sociale, oltre a procurarsi le risorse per le spese, nel 1958 aveva sette direttori generali, per gli affari generali ed il personale, il demanio, le dogane, le imposte dirette, le tasse e le imposte indirette, la finanza locale, la finanza straordinaria. Oggi l’area finanze del Ministero dell’economia ha oltre cento dirigenti generali, a parte le Agenzie con la loro struttura. Eppure l’Amministrazione finanziaria non ha assunto nuove funzioni, riscuote le stesse imposte e tasse di un tempo. Il fatto è che, organigramma alla mano, quelle che erano divisioni, affidate prima ad un Capo divisione, poi ad un Primo dirigente, sono divenute direzioni centrali, le direzioni generali uffici generali o dipartimenti. Un altro esempio. Quando Gianfranco Fini, Vicepresidente del Consiglio, con l’intento di potenziare la struttura del Dipartimento Nazionale per il coordinamento le Politiche Antidroga, affidato alla cura del Prefetto Pietro Soggiu, un ex Generale della Guardia di Finanza segnalatosi per capacità organizzativa nella lotta al contrabbando ed allo spaccio della droga, ha ottenuto il trasferimento dal Ministero del lavoro alla Presidenza del Consiglio della Direzione generale che si occupava delle tossicodipendenze, a Palazzo Chigi si sono presentati una decina di impiegati! Un direttore generale e dieci impiegati. Nell’ordinamento gerarchico il direttore generale corrispondeva a generale di divisione. Ve lo immaginate voi un generale con dieci soldati? È la prova dello sfascio. In questa situazione il colpo di grazia viene dai portaborse, pardon dagli assistenti politici. Per carità sono utilissimi al politico. Per fede politica o per interesse sono coloro che dedicano la vita al parlamentare, al ministro, all’assessore. Trascurano la famiglia e gli amici. Per loro non ci sono ferie e nel fine settimana seguono il politico nel collegio. La loro attività è frenetica, trattano con gli altri assistenti, con le amministrazioni, con gli uffici delle Camere, con i sindacati. Preparano interrogazioni e testi normativi, servendosi degli amici che conoscono il diritto o la materia. Quando non li assiste la buona educazione, trattano con arroganza gli impiegati pubblici ai quali chiedono ma dai quali soprattutto pretendono. È sempre stato così. Ricordo il segretario di un sottosegretario amico che tanti anni fa mi disse: “conosci un certo…. Lo devo mettere a posto”. Era il Provveditore Generale dello Stato, uno dei funzionari di più elevata posizione nell’Amministrazione pubblica. Naturalmente fanno barriera nei confronti di chiunque si avvicini al politico. Temono di essere scavalcati, come probabilmente hanno fatto loro per conquistare il posto. Fin qui sarebbe una questione di buona educazione e di garbo istituzionale. Tutto sommato tollerabile. Il fatto è che questi portaborse, chiamiamoli com’è giusto, che un tempo venivano sistemati dal loro referente politico nelle società a partecipazione statale o presso un imprenditore amico, oggi vengono nominati dirigenti dell’amministrazione sulla base di una norma che consente ai Ministri di scegliere tra gli estranei i quali, se confermati per alcuni anni (non molti), diventano stabili. Questo è un danno gravissimo per l’Amministrazione, perché la maggior parte di questi personaggi è di scarsissima professionalità, spesso privi del titolo di studio necessario per accedere a quelle funzioni, con curricula che espongono solo incarichi di partito o assunzioni a tempo, di chiaro stampo clientelare. Ricordo un’arrogante donzella che mi disse “con il mio curriculum potrei ambire a molti incarichi”. Per curiosità lo volli vedere. Nella pubblica amministrazione aveva avuto solamente una nomina a sei mesi come operatore. Gli altri impieghi erano tutte consulenze graziosamente affidate da amici di partito. Inseriti nell’Amministrazione fanno un danno gravissimo, mortificano i funzionari di carriera (a proposito, la Costituzione, all’art. 97,comma 3, dice che “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso”) e continuano a fare i politici, determinano carriere, intervengono nelle scelte, si esibiscono nei convegni e nelle assise internazionali. Con quest’amministrazione è impossibile raggiungere quei risultati che la storia della burocrazia ci tramanda da tempi migliori. Per questo si creano le Autorità indipendenti, le Agenzie e tutti quegli apparati nei quali la politica continua a dominare indisturbata, perché le nomine sono politiche e le scelte sono conformi alle esigenze della classe dominante che su certe decisioni ritrova quell’unanimità che, per la soddisfazione del cittadino elettore, sostituisce, nel dibattito politico di tutti i giorni, con furibonde contrapposizioni. È logico che in questa realtà le Magistrature diano molto fastidio, per cui tutte le riforme della Giustizia, soprattutto penale, amministrativa e contabile, contrabbandate come volute per interesse del cittadino, in realtà sono fatte per pochi o per evitare controlli. Ho impressione che la gente ne abbia le tasche piene.
4 febbraio 2010

I regali elettorali delle regioni
Politica accattona

di Salvatore Sfrecola

“I regali elettorali delle regioni”, il fondo di Sergio Rizzo, oggi, sul Corriere della Sera, denuncia il malcostume delle vigilie elettorali, nelle quali con un profluvio di assunzioni e regolarizzazioni di precari, di appalti di opere e di servizi chi detiene il potere cerca di accaparrarsi voti e fondi per pagare la campagna elettorale. Quanto vale, in termini di voti, un’assunzione o la stabilizzazione di un precario, quanti consensi è possibile conquistare con cene, incontri e manifesti pagati da imprenditori amici che hanno conquistato un appalto o sperano di conquistarlo se il politico sponsorizzato riesce ad entrare nel consiglio regionale o ad assumere un incarico in Giunta? Il calcolo è impossibile, ma la “prassi” dimostra che un vantaggio certo o sperato muove le scelte preelettorali, incuranti degli equilibri di bilancio e degli effetti che le regolarizzazioni di precari determinano sulla funzionalità della Pubblica Amministrazione alla quale, Costituzione alla mano (art. 97, comma 3), “si accede mediante concorso”. Accade sempre meno spesso, come dimostra la stabilizzazione dei portaborse, spesso personaggi senza nessuna virtù che non sia la cieca obbedienza al capo. Modesti perché modesti sono i capi, spesso senza arte né parte, nessun lavoro nel curriculum. Deputati e senatori, consiglieri regionali e provinciali appartengono, nella maggior parte dei casi, a due categorie, i giornalisti ed i funzionari di partito. Con tutto il rispetto, quei signori sono diventati giornalisti perché hanno scritto sul giornale di partito, quei giornali finanziati dallo Stato che non leggono neppure gli elettori del partito. E che dire dei funzionari di partito? Un mestiere certo rispettabile, ma che non si confronta con utenti od operatori economici.
Torniamo ai regali elettorali, ai concorsi ed alle stabilizzazioni. In un caso e nell’altro, scrive Rizzo, spesso “sono casualmente collaboratori dei politici” equamente distribuiti tra centrodestra e centrosinistra. Più gli uni o gli altri secondo il colore della giunta al potere.
Rizzo richiama anche “i generosi stanziamenti anticrisi (1,2 miliardi) della Lombardia, il taglio dell’addizionale Irpef deciso dal Veneto”. Poi le sanatorie.”Memorabile quella approvata dalla Regione Campania nel 2000, che riguardava la bellezza di 25.368 alloggi pubblici occupati abusivamente. Era un venerdì. Il venerdì precedente la domenica delle elezioni regionali”. D’altra parte anche a livello nazionale “tutte le volte che si comincia a sentire odore di scioglimento delle Camere” si fanno regali a destra e a manca. “È il caso dell’abolizione del canone Rai per gli ultrasettantacinquenni non abbienti, previsto nella Finanziaria 2008 con uno stanziamento simbolico di 500 mila euro. Un mese dopo quella decisione improvvisamente si materializzavano le elezioni. Altrettanto improvvisamente, nel decreto milleproroghe, quei 500 mila euro diventavano 26 milioni”. Le conseguenze? “Il conto tocca all’amministrazione che verrà dopo. Se si vincono le elezioni, bene: altrimenti, poco male. I sei milioni e mezzo di spesa in più che l’attuale Consiglio regionale del Lazio lascia in eredità al prossimo (l’aumento è dell’8,1%, dieci volte l’inflazione del 2009), in qualche modo salteranno fuori. Come anche i denari necessari alle iniziative clientelari di altre Regioni. I cui promotori devono soltanto sperare che un bel giorno i contribuenti elettori non si accorgano che a rimetterci, in fondo, sono sempre soltanto loro. Ecco perché, se ancora c’è tempo, tutti quanti dovrebbero darsi una bella regolata”. Probabilmente accade ovunque nel mondo. Ma è innegabile che nel nostro Paese il populismo non ha più pudore, nessun pudore. La gestione della finanza pubblica è gestita troppo spesso per interessi privati, che tali sono quelli che vengono soddisfatti con queste misure. Come le opere pubbliche iniziate e mai finite perché i fondi vengono distratti per altre destinazioni che maggiormente interessano i nuovi governanti. Solo così si spiegano le cattedrali nel deserto le opere che per essere terminate richiedono tre o quattro volte il tempo previsto in contratto, fatte male perché gli appalti vengono aggiudicati con ribassi assurdi, il più delle volte non remunerativi, per cui si ricorre al sotterfugio delle perizie di variante e suppletive attraverso le quali l’appaltatore cerca di recuperare quel che ha perso in sede di aggiudicazione, compresa, spesso, la tangente pagata al sistema dei partiti. Per finanziare la gestione della politica e le campagne elettorali. Un tempo servire lo Stato era un onore che molti sentivano e perseguivano con personale sacrificio. Ricordo, da bambino, mi colpi moltissimo il racconto di un anziano amico di famiglia il quale ricordava che il nonno, deputato prima del Fascismo, ad ogni campagna elettorale, pagava le spese vendendo dei beni di famiglia. Oggi, gran parte della classe politica è formata da persone abbienti che solo qualche anno prima avevano le classiche toppe sul sedere. È il triste quadro di un Paese che vive di espedienti, dove le regole della giustizia valgono “per i fessi”, cioè per gli onesti, nel quale i processi per corruzione per gran parte finiscono con l’accertamento della prescrizione. Un quadro drammatico che con il processo breve non accompagnato da riforme strutturali è destinato a divenire tragico. Qualcuno scherza con il fuoco. Disoccupazione crescente, fisco rapace, inefficienza della Pubblica Amministrazione che determina un costo insopportabile per i cittadini e per le imprese, corruzione dilagante, certificata in sede europea, una miscela pericolosissima che in ogni momento potrebbe provocare il collasso dello Stato e della società
2 febbraio 2010

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