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Dicembre 2017

Fine di un’anomalia
L’eredità lasciata da questa legislatura
È che le sentenze non vanno rispettate
Si sciolgono le Camere elette in spregio alla Costituzione
Con i partiti che hanno ignorato le indicazioni della Consulta
di Salvatore Sfrecola

Alla vigilia della conclusione della legislatura, la XVII della repubblica, i giornali sono impegnati a riassumere, secondo le diverse impostazioni ideologiche, quel che è stato fatto e quel che rimane del dibattito politico. Nessuno tuttavia ricorda che nel 2014, a poco meno di un anno dall’apertura dei lavori delle Assemblee legislative, la Corte costituzionale con la sentenza n. 1 del 13 gennaio (Presidente Silvestri, relatore Tesauro) ha affermato la contrarietà alla legge fondamentale dello Stato della normativa elettorale sulla base della quale deputati e senatori erano stati eletti. Infatti, ha spiegato la Corte, “il sistema elettorale, pur costituendo espressione dell’ampia discrezionalità legislativa, non è esente da controllo, essendo sempre censurabile in sede di giudizio di costituzionalità quando risulti manifestamente irragionevole”. Come l’attribuzione del premio di maggioranza “in difetto del presupposto di una soglia minima di voti o di seggi”, un meccanismo premiale “foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa, in quanto consente ad una lista che abbia ottenuto un numero di voti anche relativamente esiguo di acquisire la maggioranza assoluta dei seggi”. Ciò che può realizzare “in concreto una distorsione fra voti espressi ed attribuzione di seggi che? nella specie assume una misura tale da comprometterne la compatibilità con il principio di eguaglianza del voto”.
Le disposizioni censurate – ha ricordato la Corte – “sono dirette ad agevolare la formazione di una adeguata maggioranza parlamentare, allo scopo di garantire la stabilità del governo del Paese e di rendere più rapido il processo decisionale, ciò che costituisce senz’altro un obiettivo costituzionalmente legittimo”, ma viziato dalla ricordata assenza del raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista (o coalizione di liste) di maggioranza relativa dei voti, con “compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare, incompatibile con i principi costituzionali in base ai quali le assemblee parlamentari sono sedi esclusive della “rappresentanza politica nazionale” (art. 67 Cost.)” le quali si fondano “sull’espressione del voto e quindi della sovranità popolare”. Inoltre, la circostanza che alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini, “ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione”.
Dichiarata incostituzionale la legge elettorale nondimeno rileva “il principio fondamentale della continuità dello Stato? in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento”. E poiché le Camere sono organi costituzionalmente necessari, esse non possono perdere la capacità di deliberare, come prevede la stessa Costituzione ad esempio, a seguito di nuove elezioni, con la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti “finché non siano riunite le nuove” (art. 61, comma 2), e come prevede per la conversione in legge di decreti-legge adottati dal Governo prescrivendo che le Camere, “anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni” (art. 77, comma 2).
Quindi continuità della funzione legislativa, ma limitatamente a quella che, in diritto, si chiama “ordinaria amministrazione”. Solamente atti necessitati. La continuità nell’emergenza, si potrebbe dire. Le Camera avrebbero dovuto approvare in primo luogo una nuova legge elettorale ed essere sciolte immediatamente dopo perché gli italiani potessero votare nuovamente.
Di queste indicazioni i partiti si sono fatti beffe. Per non perdere i vantaggi retributivi e pensionistici della legislatura? Probabilmente. Considerato che “a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre si indovina”, secondo il saggio adagio di Giulio Andreotti.
E così, complice Giorgio Napolitano, che da Presidente della Repubblica avrebbe dovuto presidiare la legalità costituzionale e, quindi, il rispetto della pronuncia della Consulta, non solo è stata approvata una nuova legge palesemente incostituzionale, il cosiddetto Italicum, immediatamente bocciata dalla Consulta, ma si è addirittura votata una legge di revisione della Costituzione. Sì, un Parlamento delegittimato, perché eletto sulla base di una legge incostituzionale, modifica nientemeno che la Carta fondamentale dello Stato! I Padri Costituenti sarebbero inorriditi.
Gli italiani l’hanno bocciata sonoramente. Ma i partiti hanno fatto finta di niente, e Matteo Renzi, dopo aver detto che se il referendum avesse avuto un esito negativo avrebbe lasciato la politica, non solo è lì a dirigere il Partito Democratico e, dietro le quinte il Governo, ma si è fatto promotore di altre iniziative, tutte fortemente divisive, come si dice, nel silenzio generale. Anche i parlamentari dell’opposizione, infatti, “tengono famiglia” e non hanno mai pensato seriamente a perdere indennità e pensione per un principio di rispetto della Costituzione. Uno di quei principi che una classe politica seria dovrebbe onorare, sempre. Anche perché farsi beffe della Costituzione è grave nel presente e nel futuro. Determina assuefazione dei cittadini all’illegalità. Anche per questo aumenta l’assenteismo elettorale e crescono i “populisti”.
L’eredità della legislatura XVII, anche a non essere superstiziosi considerata la fama sinistra del numero, sarà, dunque, ricordata perché è stata violata impunemente una regola fondamentale dello Stato liberale e democratico, quella che le sentenze si rispettano. Ciò che avviene in altri stati, come spesso ricordiamo con non celato imbarazzo. Nel Regno Unito, ad esempio, dove il Primo Ministro, David Cameron, il quale all’esito negativo di un referendum consultivo non vincolante, che avrebbe potuto evitare di indire, ha lasciato Dowing Street, la presidenza del Partito Conservatore ed anche il seggio alla Camera dei Comuni.
(da La Verità, 28 dicembre 2017, pagina 6)

Alla inesperta politica toscana
Manca lo stile della Destra storica
La lezione di Quintino Senna: separare la vita pubblica e interessi privati. Pure se leciti
di Salvatore Sfrecola
C’è una regola che sono tenuti a rispettare tutti coloro ai quali sono affidate funzioni pubbliche. Quella di “adempierle con disciplina ed onore”, come si legge nell’art. 54 della Costituzione. Uno stile di vita istituzionale si potrebbe dire. Dimenticato per far posto ad una pericolosa, crescente maleducazione istituzionale che assume forme varie, spesso del conflitto di interessi.
Sappiamo che un tempo non era così. Richiesto di ricoprire il ruolo di Ministro delle finanze dal Presidente del Consiglio incaricato, Urbano Rattazzi, Quintino Sella, ingegnere idraulico, professore universitario ed esperto di mineralogia a livello mondiale, esponente di spicco della Destra storica,  appartenente da una importante famiglia di imprenditori, scrive al nonno e lo sollecita a dirgli se la famiglia avrebbe gradito l’incarico ministeriale. Perché, aggiungeva, “dal momento del giuramento le imprese di famiglia dovranno ritirarsi dagli appalti pubblici”. La risposta è quella che il giovane Quintino si attendeva: “la famiglia è onorata che tu vada a fare il Ministro del Re e dal giorno del giuramento le imprese di famiglia si ritireranno dagli appalti pubblici”.
Fa impressione sentire queste parole oggi, quando la cronaca ci consegna giorno dopo giorno episodi nei quali l’intreccio tra politica ed affari mortifica le istituzioni e indigna i cittadini che, anche per questo, si allontanano dal voto.
Non è solo l’illecito penalmente rilevante a dilagare. Sono anche evidenti casi di assoluta mancanza di senso dello Stato nei comportamenti individuali, nelle frequentazioni di imprenditori e uomini delle istituzioni, tanto da non essere neppure alle viste una legge sulla disciplina delle lobby, che dovrebbe rendere trasparente l’interesse privato portato all’attenzione della politica, in Parlamento e al Governo.
Lo stile Quintino Sella si è perso da tempo. Certamente oggi, da alcuni anni, in tutti i partiti. Così Maria Elena Boschi può dire di non aver fatto nulla di male a mettere a parte il Presidente di CONSOB, Giuseppe Vegas, delle sue legittime preoccupazioni per la sorte di Banca Etruria. Per gli interessi delle aziende orafe, in primo luogo. Non fa pressioni, afferma e ribadiscono i suoi colleghi di partito. E qui sta la differenza tra lo stile Sella – Destra storica e lo stile Boschi – Partito Democratico. Non c’è bisogno di esercitare pressioni. L’aver manifestato una preoccupazione è essa stessa una pressione in quanto rivolta ad un soggetto pubblico titolare di una funzione che avrebbe potuto essere interessata alla vicenda, non della eventuale fusione della banca con altra, ma di eventi borsistici. Nulla di illecito, si badi bene, ma tutto fuori delle regole, espressione di quella mancanza di senso dello Stato che avrebbe dovuto consigliare il Ministro per le riforme costituzionali a non interessarsi di una vicenda che direttamente o indirettamente la investiva, per essere del luogo ove prevalentemente opera la banca e per essere essa governata da un consiglio di amministrazione nel quale opera il padre, Pier Luigi Boschi, che sarebbe di lì a poco diventato Vicepresidente.
Forse che il padre di un ministro non può essere incaricato della vicepresidenza di una banca? Certamente è consentito e legittimo. Ma ugualmente inopportuno se quell’incarico papà Boschi lo ottiene mentre la figlia è ministro.
Avrebbe ottenuto quell’incarico anche se Maria Elena fosse rimasta a Laterina o a Firenze in qualche studio legale invece di seguire Matteo Renzi nella sua avventura romana? Forse sì. Ma la storia non si fa con le ipotesi. E nemmeno la politica al tribunale della quale Maria Elena Boschi si presenta come una che non ha sentito il dovere di astenersi, magari di mandare a incontrare Vegas un suo collega di partito o di governo. Invece no. La giovane, senza esperienza e senza stile, ma consapevole del suo ruolo istituzionale e della protezione del Presidente del Consiglio parla con il Presidente della CONSOB. Non fa pressioni, nel senso che non chiede. Ma con la manifestazione della sua preoccupazione fa capire che se qualcosa Vegas potrebbe o potrà fare sarebbe a lei gradito. Come aretina e come figlia.
In politica questi errori si pagano. Con le dimissioni.
(da La Verità, 16 dicembre 2017, pagina 3)

Armando Diaz (1861-1928)
Il Duca della Vittoria**
 di Gianluigi Chiaserotti
Signor Presidente,
Signore, Signore, Amici,
devo essere ancora una volta molto, ma molto grato al nostro benemerito Circolo di Cultura e di Educazione Politica “Rex”, di cui festeggiamo il 70° anno di ininterrotta attività,  per l’opportunità che quest’oggi mi ha offerto, ma sempre ed esclusivamente  da appassionato di quella Signora che viene denominata Storia, cioè maestra della vita [esattamente «Historia est testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis», come scrive Marco Tullio Cicerone (106 a. C.-43 a. C.) nel suo “de Oratore”], che ho l’onore di parlare a Voi e nella sala dell’Associazione dei Piemontesi a Roma.
Ringrazio il Presidente, ing. Domenico Giglio, tutti indistintamente i membri del Consiglio Direttivo, di cui mi onoro fare parte, che mi hanno, indegnamente, ma nuovamente voluto qui quest’oggi per cercar di ricordare, preciso “cercar di ricordare”, e come al solito senza alcuna pretesa, il generale Armando Diaz, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nel corso della Prima Guerra Mondiale dal giorno 8 novembre 1917, e quindi cento anni or sono.
Come il 15 febbraio 2015, sempre in codesta Assise, parlai di Luigi Cadorna e dissi che “è un personaggio che conoscevo solo di nome, ma non nei particolari della sua biografia”, lo ripeto quest’oggi.
Quindi dopo il cortese incarico del Circolo, l’ho iniziato a studiare, a valutare, ed ho cercato di scrivere quanto Vi dirò, attenendomi esclusivamente ai fatti e non entrerò in dettagli squisitamente militari e tattici in quanto non li conosco e non ne sono consapevole da esporli.  

§ 1. Note biografiche del generale Armando Diaz  –
Armando Vittorio Diaz nacque in Napoli il 5 dicembre 1861 da Ludovico ed Irene Cecconi, in una famiglia (di lontana origine spagnola) di militari, di magistrati e di uomini di Legge.
L’avo Antonio era stato “ordinatore di guerra” durante il regno del Re Ferdinando II di Borbone (1810-1859); il padre fu ufficiale del genio navale nella marina borbonica e quindi italiana; la madre veniva da una famiglia di magistrati e di professionisti.
Il padre del Nostro, dopo aver lavorato negli arsenali di Genova e di Venezia (di quest’ultimo era stato direttore, con il grado di colonnello), morì nel 1871;  la vedova con i quattro figli si stabilì in Napoli, sorretta dalle cure del fratello Luigi, avvocato, vivendo in modesta agiatezza.
Il Diaz compì gli studi elementari in varie scuole private, poi, già orientato alla carriera militare, frequentò la scuola tecnica pubblica, quindi l’istituto tecnico, traendone una solida cultura scientifica e la capacità di scrivere in una lingua italiana sobria e corretta; molto tempo dedicò anche agli esercizi ginnici in palestra. Superati gli esami di ammissione all’Accademia Militare di Torino, vi prese servizio il 15 settembre 1879; sottotenente di artiglieria nel 1882, frequentò la scuola di applicazione di Artiglieria e Genio di Torino e, nel 1884, fu assegnato, con il grado di tenente, al 10º reggimento di artiglieria da campo di stanza a Caserta.
Vi rimase fino al 1890, alternando studio e lavoro con la partecipazione alla vita della buona società napoletana.
Nel marzo 1890, Armando Diaz fu promosso capitano e trasferito al 1º reggimento di artiglieria da campo stanziato a Foligno.
Preparò e superò gli esami di ammissione alla Scuola di guerra, che frequentò nel 1893-95, classificandosi al primo posto della graduatoria finale del suo corso.
Il 23 aprile 1895 il Nostro sposò Sarah De Rosa, di una famiglia napoletana di avvocati e magistrati: un matrimonio nato all’interno dello stesso ambiente della buona borghesia napoletana, che si rivelò solido e felice, allietato dopo alcuni anni dalla nascita di tre figli.
Dal 1895 al 1916 la carriera del Diaz si svolse prevalentemente negli uffici del comando del Corpo dello Stato Maggiore, dove lavorò per un totale di circa sedici anni, lasciando Roma soltanto per diciotto mesi per comandare un battaglione del 26º reggimento di fanteria, quindi dopo la promozione a maggiore nel settembre 1899, e per poco più di tre anni, e precisamente dal 1909 al 1912.
A Roma prestò servizio soprattutto nella segreteria del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito,  generali Tancredi Saletta (1840-1909) prima, eppoi Alberto Pollio (1852-1914). Un incarico che non lasciava spazio per studi personali o strategici, ma comportava un confronto quotidiano con la realtà dell’esercito (organici, bilanci, armamenti) e con il mondo politico romano.
Si rivelò, il Diaz un lavoratore preciso ed instancabile, capace di far funzionare al meglio i servizi dipendenti, affabile e diplomatico nei rapporti esterni; non ostentava interessi politici, ma era bene informato di quanto accadeva in Parlamento e nel paese ed in grado di destreggiarsi con gli uomini politici e con gli addetti militari stranieri.
Di statura medio bassa, tarchiato ma non pesante, con i capelli tagliati a spazzola e grandi baffi (più tardi ridotti a baffetti), elegante senza esibizioni, di poche e forbite parole, buon conoscitore del francese e sempre disposto a tornare al suo napoletano, autorevole ma non autoritario, esigente ma comprensivo, Armando era un ufficiale che lavorava molto e bene senza mettersi in mostra, sempre all’altezza della situazione, con una forza interna che si inseriva senza difficoltà nell’istituzione militare.
Tenente colonnello dal 1905, nell’ottobre 1909 il Nostro lasciò Roma perché nominato Capo di Stato Maggiore della divisione di Firenze.
Il giorno 1 luglio 1910 fu promosso colonnello ed assunse il comando del 21º reggimento di fanteria stanziato in quel di La Spezia, dove seppe accattivarsi l’affetto dei soldati con un regime disciplinare generoso ed un attivo interessamento alle loro condizioni di vita.
Nel maggio 1912 fu destinato in Libia a sostituire il comandante del 93º reggimento di fanteria, caduto ammalato; e subito ebbe per i suoi nuovi soldati dimostrazioni di affetto e di fiducia relativamente rare nell’esercito del tempo, ed anche immediatamente ricambiate.
Il 20 settembre 1912, nello scontro di Sidi Bilal nei pressi di Zanz?r, fu ferito da una fucilata alla spalla sinistra mentre conduceva le truppe all’attacco; prima di abbandonare il terreno volle assicurarsi del successo del suo reggimento e baciare la bandiera, lasciando poi ai soldati un ordine del giorno di elogio e ringraziamento.
Armando Diaz fu quindi rimpatriato con la croce di ufficiale dell’Ordine militare di Savoia.
Nel gennaio 1913, appena guarito, riprese servizio al comando del corpo di Stato Maggiore dell’Esercito, come capo della segreteria del generale Alberto Pollio.
Fu confermato in questa carica dal nuovo Capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna (1850-1828), poi, nell’ottobre 1914, promosso maggior generale, assegnato al comando della brigata Siena e subito richiamato al comando del corpo di Stato Maggiore come generale addetto.
Nel maggio 1915, al momento della costituzione del Comando supremo dell’esercito mobilitato, in cui Armando Diaz era l’ufficiale più elevato in grado dopo il Cadorna, vi ebbe la responsabilità del reparto operazioni, che però, malgrado il nome, non si occupava di operazioni (la cui direzione era accentrata nelle mani di Cadorna e della sua piccola segreteria), ma dirigeva l’insieme degli uffici e servizi del Comando Supremo e quindi esigeva una visione complessiva della situazione dell’esercito.
Diresse l’ufficio con efficienza e piena soddisfazione di Cadorna per oltre un anno, poi chiese di andare al fronte; il 27 giugno 1916 fu nominato comandante della 49ª divisione di fanteria e subito dopo promosso tenente generale.
Tenne il comando della 49ª divisione per circa 10 mesi, sempre alle dipendenze della 3ª armata, sul Carso o nelle immediate retrovie.
Sin dall’inizio dimostrò notevoli capacità professionali e molto impegno nella ricerca dei maggiori risultati con le minori perdite, predisponendo con grande cura l’azione dell’artiglieria e gli assalti della fanteria; e guidò con energia le sue truppe nei sanguinosi combattimenti a nord del San Michele, nel settore di Veliki, conquistando nell’offensiva autunnale l’altura di San Grado di Merna e, nel marzo successivo, la dorsale di Voltkoniak con una manovra aggirante.
Per i soldati il Diaz ebbe sempre un’attenzione costante, controllando personalmente che fossero rispettati i turni tra trincea e riposo e nella concessione delle licenze, che tutto il possibile fosse fatto per assicurare un rancio adeguato e regolare, che nelle retrovie le truppe fruissero di qualche comodità. Non perdeva poi occasione di interrogare i soldati nelle sue frequenti ispezioni alle trincee e di incoraggiarli con poche e commosse parole. Dalla Libia aveva scritto che “tutto il segreto è nell’elemento uomo”; e ora ribadiva: “si comanda col cuore, con la persuasione, con l’esempio”.
Un atteggiamento che può parere retorico, come altri gesti del Diaz, ma che in lui era spontaneo, oltreché piuttosto raro sul Carso, così come la sua riluttanza a punire i soldati per piccole infrazioni (non transigeva invece sull’obbedienza in combattimento ed era severo, anche se sempre cortese, con gli ufficiali).
L’interesse per i suoi soldati e l’impegno con cui cercava di risparmiare le loro vite trovavano un limite nella sua convinta accettazione degli ordini superiori: un suo ufficiale di ordinanza, testimonia che Armando Diaz  condusse l’offensiva autunnale verso il San Michele con inflessibile energia, pur ritenendola destinata all’insuccesso.
Le truppe in ogni caso risposero appieno alla sua fiducia, seguendolo senza cedimenti in tutta la sua azione di comando.
Il 12 aprile 1917 il Diaz fu promosso alla testa del XXIII Corpo d’Armata appena costituito e destinato ancora sul Carso con la 3ª Armata.
Le sue divisioni entrarono in linea ai primi di giugno nel settore di Castagnevizza e furono subito oggetto di un violento contrattacco austriaco, che respinsero; poi nei giorni dal 19 al 21 agosto, nel quadro dell’ultima offensiva italiana sul Carso, conseguirono buoni progressi a sud di Oppacchiasella, perdendo 8.800 uomini e facendo 4.400 prigionieri; infine in settembre mantennero le posizioni conquistate malgrado il ritorno offensivo degli Austriaci.
Il Comandante fu premiato con la croce di commendatore dell’Ordine militare di Savoia; una leggera ferita da palletta da shrapnel al braccio destro, nel corso di una ricognizione in prima linea il 3 ottobre, gli valse inoltre una medaglia d’argento, conferitagli sul campo dal Duca d’Aosta, Emanuele Filiberto di Savoia (1869-1931), suo diretto superiore  come Comandante della Invitta III Armata.
Il giorno 8 novembre 1917, il generale Armando Diaz fu nominato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, in sostituzione del generale Luigi Cadorna. Codesta decisione il Re la prese “nel tratto compreso tra il ponte della ferrovia e quello della Strada Provinciale per Monselice” come precisa un’Aiutante di Campo del Sovrano.
Le modalità della scelta sono ben note nelle linee generali, anche se su singoli dettagli esistono versioni parzialmente contrastanti dei diversi protagonisti, mai del tutto composte.
A fine ottobre, al momento della costituzione del nuovo governo, il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando (1860-1952), il Re e il ministro della Guerra, generale Vittorio Luigi Alfieri (1863-1918) avevano concordato sulla necessità di sostituire il Cadorna.
La designazione del generale Diaz come successore era stata fatta da Vittorio Emanuele III (1869-1947) e dal Ministro Alfieri, quindi accettata da Orlando, ma rinviata al momento della stabilizzazione del fronte.
Senonché il 6 novembre, nel convegno di Rapallo, gli Anglo-Francesi subordinarono l’invio di loro truppe in Italia all’esonero immediato di Cadorna, cui addebitavano l’ampiezza della sconfitta italiana, il disordine della ritirata e il cattivo funzionamento del Comando supremo.
Ed allora il Re e l’Orlando presero l’iniziativa di chiamare subito il Diaz alla testa dell’esercito, aggiungendogli come sottocapi i generali Gaetano Giardino (1864-1935) e Pietro Badoglio (1871-1956), su indicazione rispettivamente del Re, di Orlando e di Leonida Bissolati (1857-1920).
Artefice primo della sua designazione era stato il Re, come abbiamo di già detto, che nelle sue visite al fronte carsico aveva appreso a stimarlo per le sue doti di comandante e la capacità di avere rapporti positivi con i soldati e con i superiori.
Ma soprattutto gli Alleati si ritrovarono insieme in Italia, anche per l’occasione solidale del loro soccorso al nostro Esercito dopo la rotta di Caporetto. Gli Alleati (Capi politici e militari) si riunirono a Rapallo (6 e 7 novembre), quindi a Peschiera del Garda (8 novembre), dove furono gettate le basi per “[?] una miglior coordinazione dell’azione militare”.
Il Diaz apprese la notizia della sua alta nomina (del tutto inaspettata, per lui e per tutti) il pomeriggio del giorno 8 novembre 1917; non esitò e si presentò al Comando Supremo dicendo al tenente Paoletti: “Mi hanno dato una spada rotta, ma saprò riaffilarla”.
Immediatamente diramò un sobrio ordine del giorno all’esercito: “Assumo la carica di capo di Stato Maggiore dell’esercito e confido sulla fede e l’abnegazione di tutti”.
Il Nostro scrisse, tra l’altro, alla consorte: “[?] Il peso che grava sulle mie spalle è immenso, assai più pesante di quanto possa immaginare e come base non ho che la mia fede infinita e la fiducia in Dio che prego mi voglia dare la forza per affrontare il durissimo problema [?]”.

§ 2. Capo di Stato Maggiore –
Un bilancio del suo operato come comandante in capo dell’esercito italiano nell’ultimo anno di guerra non è facile, perché la tradizione e la bibliografia offrono soprattutto contributi celebrativi, consolidati dalle esigenze propagandistiche del regime fascista.
Il Diaz ed i suoi diretti collaboratori non lasciarono testimonianze né studi su questo periodo, mentre generali illustri come Enrico Caviglia (1862-1945) e Gaetano Giardino rivendicarono la loro parte nella vittoria con polemiche forzatamente reticenti e cifrate.
I maggiori studiosi della guerra italiana, come Piero Pieri (1893-1979) e Roberto Bencivenga (1872-1949), hanno concentrato la loro attenzione sul periodo cadorniano; e la relazione dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito è giunta ad affrontare l’ultimo anno di guerra solo a cinquant’anni dai fatti.
In sostanza, mancano ancora studi di respiro sul Comando supremo del Diaz, anche se disponiamo di pagine e giudizi interessanti e di buoni contributi di sintesi su singoli problemi, in particolare sulle grandi battaglie.
Tutto ciò premesso, cerchiamo ugualmente di delineare il suo contributo alla vittoria, dando per noto l’andamento delle operazioni, la battaglia d’arresto sul Grappa e sul Piave nel novembre-dicembre 1917, la riorganizzazione dell’esercito, quindi la vittoriosa resistenza sul Piave, che fu esclusivamente difensiva ma avendone rinnovato, ed in meglio, le forze.
Il 23 giugno 1918, appena conclusa tale battaglia, Vittorio Emanuele Orlando così telegrafò a Diaz: “Mi mancano gli elementi per valutare tutta la grandezza dell’avvenimento e soprattutto se esso abbia determinato un tale sfacelo morale dell’esercito nemico da rendere consigliabile di non lasciargli prendere respiro”.
Fu l’inizio dell’offensiva finale che culminerà in Vittorio Veneto.
Il primo merito del nuovo Comandante fu, senza alcun dubbio,  la capacità di far funzionare il Comando supremo in modo adeguato alle esigenze e dimensioni della Grande Guerra.
Anche se non sono d’accordo in quanto diverse testimonianze, ma anche documenti affermano il contrario, Cadorna aveva accentrato nelle sue mani troppo potere, mettendosi in condizione di non poter controllare i dettagli dei suoi piani e l’esecuzione dei suoi ordini e di non riuscire a capire la gravità dei problemi che ricadevano sul governo.
Forte della sua lunga esperienza di ufficiale di stato maggiore e di una visione più aperta delle necessità del conflitto, il Diaz riorganizzò il Comando supremo, valorizzando il ruolo del sottocapo Badoglio e del generale addetto Scipione Scipioni (1867-1940), riordinando il lavoro degli uffici ed attribuendo ad ognuno di essi responsabilità definite e concrete; tutto ciò senza clamore né scosse, conservando anzi quasi tutti i collaboratori di Cadorna e favorendo la nascita di un clima di squadra nel rispetto dei diversi compiti. Il nuovo Comando Supremo curò particolarmente lo sviluppo dei servizi informativi e potenziò il ruolo degli ufficiali di collegamento, che dovevano dargli notizie dirette sulla situazione dei vari fronti, senza però scavalcare i comandi d’armata, con cui furono curati rapporti molto stretti, in modo da superare distacchi e incomprensioni. Particolarmente felice fu la collaborazione con Badoglio (dell’altro sottocapo, Giardino, il Diaz si era elegantemente liberato promuovendolo a comandare l’armata del Grappa), che si occupò soprattutto delle operazioni e del coordinamento tra gli uffici del Comando supremo, alleggerendo il Diaz di buona parte del lavoro di routine e conquistandone la piena fiducia (tanto che, come è noto, Armando Diaz ottenne per lui un trattamento di assoluto privilegio dalla ministeriale commissione d’inchiesta sul ripiegamento al Piave, che dovette rinunciare ad approfondire l’esame della sua condotta a Caporetto).
Ciò non significa che egli abdicasse alle sue responsabilità di comandante in capo, ma che, come richiedeva la complessità della guerra, sapeva valorizzare l’opera dei suoi collaboratori, delegando loro importanti compiti esecutivi, di preparazione e di controllo, riservandosi però la decisione finale e l’intervento personale nelle situazioni di emergenza.
Più che a Napoleone, modello inconfessato di tutti i comandanti della grande guerra, il Nostro può essere avvicinato a Dwight David Eisenhower (1890-1969), un altro comandante capace di affrontare la complessità della guerra moderna appoggiandosi sul lavoro del suo stato maggiore.
Sin dall’inizio del suo comando si era proposto di curare di persona i rapporti con il Re, il governo e il mondo politico; a ciò lo predisponeva la sua lunga esperienza prebellica e la sua convinzione della necessità di una collaborazione di tutte le energie disponibili. Con il Re, il Nostro ebbe contatti frequentissimi: si recava da lui a pranzo due volte la settimana e gli faceva visita anche più spesso quando c’erano novità.
Con Vittorio Emanuele Orlando si incontrava tre o quattro volte al mese, al Comando Supremo o a Roma, con lunghi colloqui che assicuravano unità d’azione nella difficile situazione.
Il Diaz aveva accolto senza obiezioni la costituzione di un Comitato di guerra di sette ministri, in cui i capi di stato maggiore dell’esercito e della marina avevano soltanto voto consultivo; e riceveva, o andava a trovare nei suoi viaggi a Roma, ministri e uomini politici influenti [in particolare Francesco Saverio Nitti (1868-1953), Ministro del Tesoro, che veniva dal suo stesso ambiente napoletano e molto si dava da fare per appoggiarlo], senza intromettersi nei contrasti interni alla maggioranza governativa, ma per illustrare le esigenze dell’esercito e il suo operato. Tutta questa disponibilità non implicava una eccessiva arrendevolezza alle istanze politiche: egli non discuteva il primato del governo e la necessità di un’ampia e continua collaborazione, anche per migliorare l’immagine del Comando Supremo dinanzi al mondo politico ed al paese, ma non accettava ingerenze nel suo campo di responsabilità, con un’interpretazione più elastica, ma non meno netta di quella di Cadorna, sulla distinzione di sfere tra potere politico e potere militare; come è noto, nel settembre 1918, egli respinse energicamente gli inviti di Orlando ad attaccare l’esercito austro-ungarico di cui si profilava la crisi, rivendicando a sé soltanto, la condotta delle operazioni, tanto da tenere inizialmente il governo all’oscuro della preparazione dell’offensiva cui si era infine deciso.
Anche con gli alleati franco-britannici ebbe buoni rapporti: non era sensibile come Cadorna alla necessità di una condotta unitaria della guerra di coalizione e rifiutò sempre di sferrare offensive senza altro obiettivo che l’alleggerimento indiretto del fronte francese, ma seppe dare un’impressione positiva di sicurezza e volontà di collaborazione e stabilire proficui contatti a livello degli Stati Maggiori.
L’altro grande e indiscusso merito del Diaz comandante in capo fu il suo fattivo interesse per le condizioni dei soldati.
In questo non era solo, perché nel 1918 era convinzione diffusa che il collasso di Caporetto fosse in gran parte dovuto alla stanchezza fisica e morale dei combattenti, che molto avevano dato e poco ricevuto; e infatti si moltiplicarono le iniziative per il miglioramento del regime di vita dei soldati e per una propaganda articolata ed efficace. Un impulso decisivo, necessario per vincere le resistenze burocratiche a tutti i livelli, venne però dal Diaz medesimo, il quale fece quanto era in suo potere per assicurare ai soldati un vitto curato e regolare, turni sicuri di riposo effettivo e di licenze, un maggior rispetto della vita e della salute anche in trincea (quindi alloggiamenti meno trascurati, qualche tentativo di igiene, un freno poi allo stillicidio di piccole e sanguinose azioni di scarso costrutto) e un’assistenza morale e politica non limitata alla pur benemerita attività dei cappellani.
I risultati non furono dappertutto uguali (la tradizione agiografica certamente ne sopravaluta l’effetto), ma furono avvertiti dalle truppe e accolti con favore.
Merito minore, ma non trascurabile, fu di saper evitare facili successi pubblicitari con l’ostentazione del suo interesse per i soldati: i suoi nuovi compiti gli impedivano di ispezionare personalmente le trincee e di interrogare i soldati, se non in via eccezionale, e il suo innato rispetto per l’ordinamento gerarchico dell’esercito lo indusse a limitarsi a dare le direttive generali che gli competevano, senza mettersi in mostra dinanzi ai giornalisti.
Del resto tutto il suo stile di comando fu sobrio, come attestano i suoi proclami alle truppe.
Gli agiografi di Luigi Cadorna hanno posto in rilievo che fu l’accorciamento del fronte italiano (praticamente dimezzato con la ritirata sul Piave) a permettere al Diaz di assicurare alle truppe quei periodi di vero riposo e di costituire quelle riserve a disposizione del Comando Supremo che negli anni precedenti erano state vietate dall’assillante esigenza di impiegare tutte le forze disponibili per guarnire il lunghissimo fronte.
Parimenti è stato fatto osservare che due altri vantaggi di cui il  Nostro fruì, ossia la forte produzione dell’industria bellica nazionale e le crescenti difficoltà dell’Impero austro-ungarico, erano il frutto dei lungimiranti sforzi del suo predecessore.
Sono fatti indiscutibili (né li avrebbe negati il Diaz, che credeva fermamente nella propria fortuna, con qualche concessione alla scaramanzia), così come è vero che nel 1918 il tempo lavorava ormai per gli eserciti dell’Intesa; ma bisogna anche ricordare che dopo Caporetto la posizione strategica dell’esercito italiano era molto più delicata (mancava lo spazio per un’ulteriore ritirata, soprattutto perché molti temevano le possibili reazioni interne); ed è un fatto che la ripresa del paese e delle truppe fu assai più lenta e contrastata di quanto non voglia la leggenda patriottica, che vede Caporetto come un “colpo di sprone” al cavallo di razza in difficoltà.
Inoltre scarseggiavano ormai le riserve di uomini, cui Cadorna aveva potuto attingere con relativa larghezza: il Diaz non avrebbe potuto affrontare una battaglia di logoramento, perché la sua unica riserva era la classe del 1900, chiamata alle armi nel 1918, ma destinata a entrare in linea soltanto nella primavera del 1919.
In ogni caso ci sembra priva di senso la contrapposizione polemica tra la strategia offensiva di Cadorna e quella difensiva del Diaz: assai più che dalla personalità dei comandanti in capo, l’andamento della guerra era deciso dal concorso di molte e diverse circostanze (a cominciare dal comportamento del nemico); ed infatti l’asprezza dei contrasti personali non aveva impedito ad Antonio Salandra (1853-1931), a Giorgio Sidney Sonnino (1847-1922) e ad Paolo Boselli (1838-1932)  di condividere e appoggiare l’impostazione offensivistica di Cadorna, mentre Orlando e il Diaz, dopo dieci mesi di piena collaborazione, si divisero nel settembre 1918 sull’opportunità dell’offensiva autunnale.
In sintesi, la scelta di una strategia difensiva era sostanzialmente obbligata fino al settembre 1918.
Merito del Nostro fu di condurla con intelligente fermezza e di approfittare del rallentamento delle operazioni e della disponibilità di nuovi mezzi per riorganizzare l’esercito.
Fu certamente positiva la proclamazione dell’inscindibilità della divisione, pedina base della condotta del combattimento (così come il battaglione ad un livello inferiore); semmai la decisione giungeva in ritardo (negli altri eserciti era stata fatta nel 1915) e non fu sviluppata fino ad arrivare alla divisione ternaria (cioè su tre reggimenti di fanteria, anziché sui quattro che la rendevano assai pesante).
Positive furono anche la redistribuzione dell’esercito in sei armate di medie proporzioni e l’emanazione di nuove norme per le operazioni, che sulla base della dura esperienza prevedevano soltanto battaglie adeguatamente preparate e condannavano le azioni locali senza mezzi sufficienti e le costose offensive dimostrative (anche se poi Armando Diaz  permise che, il 24 ottobre 1918, il generale Giardino lanciasse la sua 4ª armata in improvvisati attacchi contro le munite posizioni austriache del Grappa, risoltisi in un massacro di fanterie, e privo di risultati concreti).
Complessivamente insufficienti invece gli sforzi per un migliore addestramento delle truppe, anche perché all’efficienza degli ufficiali superiori forgiatisi nella guerra corrispondeva uno scadimento della media dei quadri inferiori, troppo giovani e inesperti.
Deludente infine l’esperienza del corpo d’armata d’assalto, che cercava di replicare su grande scala, senza un adeguato potenziamento dei mezzi offensivi, l’eccellente rendimento negli assalti brevi della nuova specialità degli arditi.
Quanto al governo dei quadri, la contrapposizione tradizionale tra i siluramenti indiscriminati del generale Cadorna e la gestione umana e ragionevole del generale Diaz non sembra felice.
Indubbiamente il primo non aveva avuto la mano leggera e nei molti esoneri da lui effettuati o avallati (217 generali, 255 colonnelli, altri 400 ufficiali superiori) si contano non pochi abusi o errori; ma l’eliminazione dei tanti ufficiali incapaci di adeguarsi alle durissime esigenze del conflitto era una necessità innegabile ed i suoi effetti furono in sostanza positivi, tanto che il Diaz ereditò alti comandi (generali e colonnelli) complessivamente all’altezza della situazione, senza alcun dubbio più capaci di quelli del 1915 e non inferiori a quelli francesi o inglesi.
Non ha quindi senso confrontare quantitativamente gli esoneri nei diversi periodi della guerra, perché avevano luogo in condizioni sempre diverse. In ogni caso gli esoneri di alti comandanti disposti direttamente dal Diaz o da lui avallati non furono pochi, anche se meglio accolti dall’opinione pubblica.
In realtà la sua immagine tradizionale di comandante paterno e comprensivo è vera solo a metà: il suo fattivo interessamento per le condizioni di vita dei soldati, ad esempio, non implicava alcun allentamento della disciplina, né la sua consapevolezza della stanchezza delle truppe e della pesantezza dei sacrifici loro imposti comportava alcuna tolleranza verso gesti di protesta o rivolta.
Nell’ultimo anno di guerra i tribunali militari continuarono a lavorare con il ritmo e i metodi dei tempi di Cadorna (mancano però statistiche disaggregate), anche se non furono reiterati gli inviti ufficiali a repressioni.

§ 3. Conclusioni –
Un giudizio complessivo dell’operato del generale Armando Diaz come comandante in capo è certamente positivo.
Al riguardo cito volentieri due giudizi sul nostro, uno del generale Cavallero: “un’ opera quotidiana ed accorta sotto la guida di una mente sempre in equilibrio e sempre presente a sé stessa”. L’altro è del Sonnino: “Diaz è un uomo che ragiona e con cui si puo’ ragionare”.
Non aveva l’inflessibile volontà offensiva e la personalità dominante di Luigi Cadorna, ma la sua prudente e serena fermezza, la sua comprensione della terribilità della guerra, quindi il suo interessamento autentico per le condizioni di vita delle truppe e la valorizzazione anche pubblica dei suoi subordinati, infine la sua capacità di collaborare con le forze politiche e di costruirsi un’immagine popolare senza cedimenti demagogici, ne fecero l’uomo giusto al posto giusto nella fase finale di una guerra pressocché logorante.
Più della vittoriosa resistenza del novembre-dicembre 1917, in cui il Comando supremo ebbe limitate possibilità di incidere sul combattimenti, va riconosciuto al Nostro il merito di aver condotto l’esercito nelle migliori condizioni possibili alla battaglia decisiva del giugno 1918, che diresse con una combinazione di energia e prudenza (soprattutto nell’impiego delle riserve), riportando una delle maggiori vittorie difensive dell’intero conflitto.
Fu indubbiamente lento a cogliere la precipitosa evoluzione della situazione internazionale nel settembre 1918, quando un’offensiva italiana diventava così necessaria da un punto di vista generale (l’Austria-Ungheria aveva avviato negoziazioni segrete per la sua resa) da giustificare rischi anche grossi in campo militare; ma poté recuperare con la battaglia di Vittorio Veneto, lanciata quasi all’ultimo momento utile contro un nemico sull’orlo del collasso, ma ancora temibile, e risoltasi nel clamoroso successo di cui la guerra italiana aveva legittimo bisogno.
Successo consacrato nel famoso “Bollettino della Vittoria”, steso come di consueto dal colonnello Domenico Siciliani (1879-1938), e dal Diaz aggiustato, corretto, integrato e sottoscritto.
Il Generale Armando Diaz rimase a capo dell’esercito per un anno ancora dopo l’armistizio. Non fu un anno facile, per i grossi problemi concreti che si ponevano (la prima ricostruzione dei territori liberati, le occupazioni sulle Alpi e sull’Adriatico, la smobilitazione di quattro milioni di uomini) e più ancora perché la fine dello stato di guerra vedeva lo scatenamento di violente polemiche sull’esercito e dentro l’esercito.
Nella primavera 1919 il Diaz seguì Vittorio Emanuele Orlando alla Conferenza di Parigi, appoggiandone la politica espansionistica senza condividerla fino in fondo, perché una forte presenza italiana sulla sponda orientale dell’Adriatico non comportava difficoltà militari nell’immediato dopoguerra, quando gli Iugoslavi non disponevano ancora di forze organizzate di qualche consistenza (e quindi l’arresto della smobilitazione voluto dal governo in primavera mirava soltanto a impressionare l’opinione pubblica con una dimostrazione di forza), ma a lungo andare avrebbe rappresentato per l’esercito un peso insostenibile. Accolse quindi con favore la costituzione in giugno del governo del Nitti con un programma di normalizzazione, designò personalmente il nuovo ministro della Guerra generale Alberico Albricci (1864-1936) e collaborò pienamente alla smobilitazione dell’esercito condotta quasi a termine nell’estate.
Le violentissime polemiche provocate tra luglio e settembre dalla pubblicazione dell’inchiesta ministeriale su Caporetto non potevano piacergli, per il loro carattere di critica radicale e di rifiuto della guerra italiana, ma non lo toccavano personalmente, perché le accuse si indirizzavano unilateralmente contro Cadorna e la sua gestione della guerra.
Il dibattito fu chiuso in settembre con la riconciliazione di tutte le forze nazionali, concordi nel chiudere il processo al passato per meglio fronteggiare il tempestoso presente; e il collocamento a riposo di Cadorna, deciso dal governo non senza il consenso del Diaz, assunse il significato di una condanna non giudiziaria, ma politica e morale dell’ex “generalissimo”.
Il Diaz non poteva approvare l’avventura fiumana di Gabriele d’Annunzio (1863-1938), che metteva in crisi la tradizione di obbedienza e di apoliticità dell’esercito a lui affidato, in difesa di un espansionismo adriatico in cui non credeva; appoggiò quindi la linea di Nitti ed inviò a fronteggiare la spedizione il suo braccio destro Badoglio, ma non si espose di persona, così come non partecipò, allora e in seguito, alle polemiche sull’amnistia che nel settembre 1919, che cancellò la gran parte dei processi di guerra, varata con il suo consenso e sotto il suo controllo (ingiustamente nota come amnistia ai disertori). Andava maturando la sua decisione di lasciare il comando dell’esercito, non perché Nitti volesse liberarsi di una personalità autorevole o Badoglio manovrasse per scalzare il suo capo (come fu detto senza elementi concreti di prova), ma perché la posizione di Capo di Stato Maggiore dell’esercito in tempo di pace era troppo inferiore a quella di comandante in capo in tempo di guerra e troppo esposta a condizionamenti e polemiche interne e esterne per giovare al suo prestigio di vincitore del Piave e di Vittorio Veneto.
Influivano anche le sue condizioni di salute (sul Carso aveva contratto una bronchite cronica che lo avrebbe progressivamente condotto alla morte per enfisema polmonare a 66 anni) e il suo umano desiderio di fruire degli onori e degli agi della sua posizione; ma erano anche emozioni e esigenze collettive e spontanee dell’opinione pubblica a spingerlo ad assumere il ruolo di simbolo della vittoria al di sopra delle parti.
In occasione dell’entrata in vigore dell’ordinamento provvisorio dell’esercito varato dal ministro Albricci, lasciò la carica di Capo di Stato Maggiore dell’esercito a Badoglio e assunse quella di nuova creazione di ispettore generale dell’esercito di carattere essenzialmente onorifico.
Nell’aprile 1920 un nuovo ordinamento provvisorio dell’esercito, improntato a economie di gestione e riduzione di organici, soppresse la carica di ispettore generale.
Il generale Armando Diaz si ritrovò di fatto pensionato, anche se, per salvaguardarne la posizione, il governo gli riconobbe la corresponsione a vita del trattamento economico di cui godeva, nonché l’indennità di carica spettante al Capo di Stato Maggiore dell’esercito, a titolo di riconoscenza nazionale.
Non rimase a lungo senza una carica di prestigio: avallò infatti la riforma dell’alto comando dell’esercito, promossa dai più illustri generali in odio alla posizione di preminenza di Badoglio, che nel febbraio 1921 trasferì i poteri del Capo di Stato Maggiore a un organo collegiale di nuova creazione, il Consiglio dell’esercito, di cui il Diaz assunse la vicepresidenza e la direzione effettiva (presidente era il ministro della Guerra, unico civile in mezzo ai generali della “vittoria”).
Il Consiglio dell’esercito non diede buona prova: riuscì infatti a bloccare tutti i tentativi di ristrutturare l’esercito sulla base delle istanze del movimento ex combattentistico, ma non ad assumerne l’effettiva responsabilità, determinando un sostanziale immobilismo, però il prestigio del Diaz non ne fu scalfito e, nell’autunno 1921, compì una trionfale missione di propaganda negli Stati Uniti.
Il suo tenore di vita rimase assai semplice: un appartamento in affitto a Roma ed un piccolo ufficio al ministero della Guerra, la bella villa a Napoli donatagli dalla cittadinanza nel 1919 e una casa in affitto a Capri per le vacanze estive.
Non prese parte attiva alle lotte politiche del 1920-22, né appoggiò pubblicamente il crescente successo del movimento fascista.
All’inizio dell’ottobre 1922, mentre la crisi politica precipitava, il presidente del Consiglio, Luigi Facta (1861-1930), lo convocò con Badoglio per essere informato dell’orientamento dell’esercito e rassicurato sulla sua obbedienza in caso di gravi disordini. “Diaz e Badoglio “- telegrafò Facta al Re il 7 ottobre – “assicurano che esercito, malgrado innegabili simpatie verso fascisti, farà suo dovere qualora dovesse difendere Roma”; il che significava che il Diaz, pur rivendicando l’unità e l’obbedienza dell’esercito, aveva consigliato una soluzione politica della crisi e non la repressione dello squadrismo fascista (che sembra invece Badoglio si dicesse pronto a dirigere).
Secondo testimonianze lacunose, ma nella sostanza attendibili, nella notte tra il 27 e il 28 ottobre il Diaz ribadì questo atteggiamento direttamente al Re (non sappiamo se per telefono da Firenze dove si trovava o con una corsa notturna a Roma in automobile), sconsigliando la proclamazione dello stato d’assedio con la nota frase: “l’esercito farà il suo dovere, però sarebbe bene non metterlo alla prova”. Subito dopo accettò di entrare nel primo governo Mussolini come ministro della Guerra [con l’ammiraglio  Paolo Thaon di Revel (1859-1948) come Ministro della Marina]: un avallo fondamentale per il governo fascista dinanzi all’opinione pubblica nazionale e internazionale, nonché una garanzia per la monarchia e per l’esercito, come fu sottolineato nelle prime uscite pubbliche del governo, in cui Mussolini cedette al Diaz il primo posto e i maggiori applausi.
La principale preoccupazione del Diaz, come ministro della Guerra, nei primi diciotto mesi del Governo Mussolini, fu il riordinamento dell’esercito, in modo da porre fine alla confusa situazione creata dal sovrapporsi della smobilitazione, dei tentativi di riforma e modernizzazione e della resistenza passiva delle alte gerarchie.
Il nuovo ordinamento dell’esercito, che il Diaz varò nel gennaio 1923 con una celerità permessa dai pieni poteri ottenuti dal governo Mussolini e poi tradusse in atto nel giro di un anno, rappresentava un sostanziale ritorno all’anteguerra.
L’ordinamento del Diaz ebbe indubbiamente il merito di porre fine ad una situazione di incertezze e di dare soddisfazione alle aspirazioni degli ufficiali in servizio; non seppe però tenere sufficiente conto delle esperienze del conflitto e delle aspirazioni degli ambienti di ex combattenti, che auspicavano un maggiore coinvolgimento del paese nella preparazione bellica, e invece conservò organici troppo ampi per le disponibilità finanziarie, tanto che al giorno 1 aprile 1924 l’esercito contava solo 125.000 uomini, con compagnie di 69 uomini assorbiti per tre quarti da servizi e presidi caratteristici di un esercito di caserma.
Altre decisioni del Diaz come Ministro della Guerra meritano di essere ricordate.
Innanzi tutto l’avallo concesso alla costituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che raccolse tradizioni e uomini dello squadrismo per la difesa del governo fascista con una dipendenza personale da Mussolini, rompendo il monopolio della forza armata e il ruolo di tutore dell’ordine che l’esercito aveva tradizionalmente avuto e difeso.
Secondo ogni evidenza, il Diaz accettò la Milizia come un prezzo da pagare al fascismo e manovrò per diminuirne il ruolo militare, rifiutando l’equiparazione dei suoi ufficiali a quelli dell’esercito e l’impiego bellico dei suoi reparti; negli anni seguenti la Milizia avrebbe perso peso politico e militare, pur continuando a esercitare un’influenza negativa sulla preparazione bellica nazionale.
Concesse inoltre a Mussolini una drastica riduzione del bilancio dell’esercito per favorire il conseguimento del pareggio anche a scapito dell’efficienza dell’ordinamento da lui varato; e non si oppose alla costituzione di un’aeronautica indipendente, che pure nasceva non da una meditata scelta di politica militare, bensì dalla ricerca di successi propagandistici del regime fascista.
All’inizio del 1924 il Diaz maturò la decisione di lasciare il governo, perché pensava di avere ormai portato a termine il riordinamento dell’esercito e perché il lavoro d’ufficio (cui si era dedicato con la consueta efficacia) diventava pesante per la sua salute.
Rinviò le dimissioni a dopo le elezioni di aprile per non indebolire il governo, poi il 30 aprile 1924 lasciò il ministero della Guerra al generale Antonio Di Giorgio (1867-1932), scelto con il suo consenso. Fu subito nominato vicepresidente del comitato deliberativo della Commissione suprema di difesa. con compiti vasti quanto indeterminati (e in definitiva non mai esercitati) di impulso e coordinamento della preparazione bellica nazionale e tenne questa carica fino alla morte.
Negli anni seguenti il Diaz continuò a dividere il suo tempo tra l’ufficio romano, la villa di Napoli e le vacanze a Capri.
Nella primavera 1925 si schierò con gli altri “generali della vittoria” nella battaglia senatoriale contro il riordinamento dell’esercito proposto dal suo successore Di Giorgio, risoltasi con il ritiro del provvedimento e le dimissioni del ministro. Poi diradò i suoi impegni per il lento aggravarsi della bronchite cronica contratta sul Carso.
Il generale Armando Diaz fu creato Senatore del Regno il 24 febbraio 1918 ai sensi della categoria 14 dell’art. 33 dello Statuto Albertino  e la sua creazione fu convalidata il giorno 1 marzo.
Ad un anno esatto dalla “Vittoria” fu insignito anche dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, quale creazione n. 747 dalla fondazione dell’ordine medesimo. Quindi con R. D. “motu proprio” del 24 dicembre 1921 e RR. LL. PP. del giorno 11 febbraio 1923 (riconosciuto poi con D. M. 21 novembre 1940), Armando Diaz ebbe anche il titolo di Duca della Vittoria, nonchè il 4 novembre 1924 quello di Maresciallo d’Italia.
Morì a Roma il 29 febbraio 1928.
I tre protagonisti della Vittoria Italiana nella I Guerra Mondiale, il Nostro, il Grande Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, Duca del Mare, ed il Presidente del Consiglio dei Ministri, l’insigne giurista Vittorio Emanuele Orlando, sono tutti sepolti nella chiesa romana di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri alla piazza dell’Esedra.
Ed ora, richiamando, come è mia consolidata tradizione, i versi di Virgilio (70 a. C.- 19 a. C.) (Georg. III, 284), nella loro perenne e duratura validità: «fugit interea, fugit inreparabile tempus [?]», taccio e chiudo codesta mia sommaria e forzatamente molto incompleta esposizione, ma permettetemi di tacere con il  ricordo della friulana Maria Bergamas (1867-1952), il cui figlio volontario irredento Antonio Bergamas che aveva disertato dall’esercito austriaco per unirsi a quello italiano ed era caduto in combattimento senza che il suo corpo fosse ritrovato.
A lei toccò il compito di scegliere il Milite Ignoto.
La solenne cerimonia ebbe luogo il 28 ottobre 1921, nella Basilica Romana di Aquileia, e Maria scelse il corpo di un soldato tra le undici  salme di caduti non identificabili, raccolti in diverse aree del fronte. La donna venne posta di fronte a undici bare allineate, e dopo essere passata davanti alle prime, non riuscì a proseguire nella ricognizione, e, gridando il nome del figlio, si accasciò al suolo davanti a una bara, che venne scelta.
La bara prescelta fu collocata sull’affusto di un cannone e, accompagnata da reduci decorati con la Medaglia d’oro al Valore Militare e più volte feriti, fu deposta in un carro ferroviario appositamente disegnato.
Le Sacre spoglie prescelte vennero portate a Roma con uno speciale convoglio ferroviario sul quale era visibile il feretro che nelle principali stazioni ferroviarie ricevette gli onori dei picchetti militari in armi e delle popolazioni commosse.
Il 4 novembre 1921, terzo anniversario della Vittoria, alla presenza del Re Vittorio Emanuele III, la bara, portata a spalla da dodici decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare ed accompagnata dalle bandiere di guerra dei 355 Reggimenti che avevano partecipato al conflitto, venne deposta  nella cripta ai piedi della statua della Dea Roma dell’Altare della Patria in Roma.
Al Milite Ignoto fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della patria”.

* Conferenza tenuta al Circolo di Educazione Politica REX il 3 dicembre 2017

Asini, avvoltoi, sciacalli e iene
di Domenico Giglio*

Senza offesa per gli animali citati che fanno solo quanto la loro natura prevede, dando chi un calcio al leone morente, chi scarnificando i cadaveri di altri animali e cibandosi di carogne, ma gli articoli pubblicati su quasi tutti i giornali in occasione del rientro della salma del Re Vittorio Emanuele III, sono ad un tale livello di faziosità, di ignoranza e volgarità che, dopo settent’anni dalla morte di questo Sovrano non credevo fosse più possibile. Molto meglio furono gli articoli nel lontano dicembre del 1947, anche quando polemici e negativi sull’operato del Re, e l’allora Capo Provvisorio dello Stato, De Nicola, inviò un nobile messaggio di condoglianze al figlio, il Re Umberto II.
Cominciando dalle volgarità il ripetere il termine “sciaboletta”, riferendosi al Re, è meschino dal momento che tale epiteto proveniva dai fogli della sinistra, quando nel Regno d’Italia, esisteva la vera libertà di stampa, oggi a continuo rischio per una serie di divieti sull’uso di determinati termini che portano ad accuse di razzismo (ed irridere alla statura di una persona non è forse razzismo?), omofobia e altro. E volgare ed antinazionale è stato pure sminuire, da parte di un neoborbonico, la presenza e l’opera a Messina, nel 1908, dopo il terremoto, della Regina Elena, della quale, non potendone parlare male, si è preferito ipocritamente tacere.
Continuando sulla ignoranza, una “perla” è aver definito su “Repubblica”, il trasferimento in Egitto, dopo l’abdicazione, come “fuga”, l’altra è non ricordare che se le leggi razziali, predisposte nel 1938 da un legittimo e regolare governo, riconosciuto da tutti gli stati del mondo, furono necessariamente ed amaramente controfirmate dal Re, la loro abrogazione avvenne con un decreto predisposto dal nuovo governo Badoglio, all’inizio del 1944 e firmate logicamente dal Re, in quello che è stato definito “il Regno del Sud”, ma che era sempre il Regno d’Italia, anche se ridotto a poche provincie del Meridione. Sempre ignoranza è parlare di colpo di stato nel 1922, che avrebbe aperto la strada al fascismo, quando dovrebbe essere notorio che l’incarico a Mussolini avvenne dopo regolari consultazioni e che nessun fascista entrò in armi a Roma, il 28 ottobre, ma solo tre giorni dopo i fascisti entrarono per sfilare disciplinatamente nella città, arrivando fino al Quirinale, e che il governo Mussolini fu un governo di coalizione, con indipendenti, liberali, demo sociali e soprattutto con i “popolari”, la democrazia cristiana dell’epoca, avendo alla Camera un larghissimo voto di fiducia. Ignoranza, voluta, è non ricordare che il fascismo cadde, non certo ad opera degli antifascisti, ma ad opera del Re, il 25 luglio 1943, a seguito di un voto espresso dal Gran Consiglio e che il tutto avvenne senza lo spargimento di una goccia di sangue e senza un colpo di fucile. Sempre ignoranza, se non peggio, è scrivere di aver “consegnato alle SS ” i cittadini italiani di religione ebraica, confondendo le leggi razziali del 1938, che privavano di alcuni diritti, ma non perseguitavano, come era avvenuto in Germania, con quanto avvenne solo dopo l’8 settembre 1943, nella parte del territorio nazionale governato dai tedeschi e dalla RSI, ovvero le deportazioni nei lager ed il conseguente olocausto.
Infine come faziosità e deformazione della storia sono gli articoli di neoborbonici, ospitati su “Il Giornale “, che si fregia essere stato “fondato da Indro Montanelli”, che si rivolterà nella tomba, dove si parla dei Savoia, come “pessima dinastia”, (evidentemente fin dall’anno 1000!), si scrive, almeno nel titolo, di altra dinastia con sovrani “coraggiosi” (dove? quando? protetti dagli inglesi o dai soldati austriaci),”generosi”(con i Caracciolo, Pagano, la Sanfelice, e centinaia di altri, e con i messinesi),”illuminati” (forse dalle candele dei bellissimi candelabri della Reggia di Caserta), e più italiani, pur essendo giunti a Napoli, per vittoria sugli austriaci solo nel 1734!
Forse il culmine lo ha raggiunto un articolista del “Secolo XIX”, definendo Vittorio Emanuele III, come il peggiore monarca dell’Europa, “lasciando massacrare i soldati, guidati da generali indegni”. E allora il presidente della repubblica francese ed i generali francesi? Certa terminologia non dovrebbe più trovare spazio in una stampa “democratica” e non è degna di giornali che abbiano decenni e decenni di anzianità, ignorando volutamente che quel Re d’Italia è stato per più di tre anni vicino a quei soldati, visitandoli nelle prime linee a suo rischio e pericolo. Ed un esponente dell’ANPI che dimentica essere stati i primi patrioti della Resistenza gli ufficiali, compresi anche generali, e soldati trovatisi nei territori occupati a riprendere le armi contro i tedeschi, per fedeltà ad un giuramento prestato proprio a quel Re, cui si vuole contestare la sepoltura al Pantheon, e sempre per quel giuramento più di seicentomila militari subirono i campi di concentramento in Germania, non accettando il rientro in Italia sotto bandiera diversa dal tricolore con lo Scudo Sabaudo e Corona Reale!
Tra tutte le voci si è poi levata sulla “Stampa”, quella del Sindaco di Alba, forse geloso di Vicoforte, (nel referendum 953 voti per la monarchia e 734 repubblicani) perché nel suo Santuario voluto dal Duca di Savoia, Carlo Emanuele I, hanno trovato il riposo le salme dei Reali ( almeno provvisoriamente), accusando il Re di aver lasciato Roma, dopo l’8 settembre, senza “proteggere” gli italiani, non pensando minimamente a cosa sarebbe accaduto di ben peggio allo Stato Italiano, se fosse stato catturato dai tedeschi e dimenticando che nel referendum istituzionale il suo comune (altro che “repubblica di Alba”), vide una netta maggioranza per la Monarchia dei Savoia con 6.709 voti contro 3.334. Così che tutta la Provincia di Cuneo dette 188.876 voti monarchici, contro 147.480 repubblicani, per cui insieme con Asti e Padova, furono le tre provincie del Nord, dove malgrado la massiccia propaganda repubblicana e l’impedimento a quella monarchica, la Monarchia sia risultata vincitrice.
* Presidente del Circolo di Cultura e di Educazione Politica Rex

22 dicembre 2017

Pietro Grasso:
A questo punto deve lasciare la poltrona
Se vuole fare campagna elettorale,
l’ex magistrato rinunci alla carica istituzionale
di Salvatore Sfrecola

Mi soffermo spesso sullo stile che debbono avere i magistrati, tenuti, come sappiamo, oltreché ad essere indipendenti anche ad apparire tali. Uno stile che nei codici etici delle Associazioni dei pubblici dipendenti in toga viene richiesto anche fuori dei tribunali, in famiglia e nella società. Insomma il magistrato deve essere riconosciuto dai cittadini non solamente come un uomo probo ma anche come uno che porta nella vita civile uno stile, di evidente rispetto delle regole.
A questa regola è tenuto anche Pietro Grasso. Magistrato di indiscusso valore, Procuratore della Repubblica di Palermo e poi Procuratore antimafia, un cursus honorum di tutto rispetto, Grasso gode di generale considerazione nell’opinione pubblica. Pensionato, ha scelto di mutare la toga con il laticlavio e si è assiso sul seggio più alto di Palazzo Madama, un ruolo che impone grandi capacità nell’organizzazione dei lavori e nella conduzione del dibattito in aula, in modo che mai appaia uomo del partito che lo ha portato in Parlamento. Il Presidente è “arbitro”, “è soggetto di indirizzo politico”, ma, spiega Andrea Manzella, “non è soggetto dell’indirizzo politico della maggioranza”. E tale deve “apparire”.
Non dubitiamo che Grasso abbia seguito queste regole, anche se la gestione del dibattito sulla legge di revisione della Costituzione Renzi – Boschi, con ricorso a strumenti, pur legittimi, di limitazione del voto sugli emendamenti, come il cosiddetto “canguro” o la “tagliola”, tesi a ridurre o ad escludere gli emendamenti presentati dalle opposizioni e i tempi degli interventi di ciascun gruppo parlamentare, è stato duramente criticato da molti costituzionalisti. Non solo dalle opposizioni, che fanno il loro dovere, anche attraverso l’ostruzionismo, il cosiddetto filibustering, un metodo diretto ad allungare i tempi dell’approvazione delle leggi o delle mozioni. La storia dei parlamenti è ricca di esempi, a dimostrazione della vivacità del confronto politico, a difesa del ruolo di chi rappresenta gli elettori “senza vincolo di mandato”.
Oggi ad incrinare l’immagine di Grasso Presidente del Senato è il ruolo politico che ha assunto con la presidenza del nuovo movimento che, a sinistra, contende la leadership al Partito Democratico di Matteo Renzi. Liberi e Uguali si schiera alla vigilia della campagna elettorale e chiede voti per un programma parlamentare e di governo. Grasso è un “pezzo grosso” di quello schieramento della Sinistra, della quale afferma di essere stato sempre fautore, essendosi qualificato “un ragazzo di sinistra”. Gli auguriamo il massimo successo. Non può, invece, continuare a svolgere le funzioni di Presidente del Senato, assolutamente incompatibili con quell’immagine di indipendenza che il ruolo richiede e che da magistrato ha imparato ad esercitare anche nella funzione requirente (per questo difendo da sempre l’unicità della carriera di giudici e pubblici ministeri). Non dubito che Grasso mantenga quella indipendenza alla quale è stato educato, ma è certo che la sua immagine ne risentirà e lo faranno rimarcare, giorno dopo giorno, i senatori che riterranno ogni sua mossa, quando non gradita, suggerita dal suo ruolo di partito. Ciò che macchierebbe inevitabilmente la sua immagine, come è stato per altri presidenti di assemblea i quali hanno esercitato contemporaneamente un ruolo di partito con funzioni di responsabilità. Critiche che hanno toccato in primo luogo Gianfranco Fini, ed anche Fausto Bertinotti e Pierferdinando Casini, sia pure in misura minore.
Siamo alla vigilia dello scioglimento delle Camere. Pietro Grasso farebbe una bella figura dimettendosi da Presidente del Senato, motivando la decisione in ragione del suo nuovo ruolo partitico. Ne riuscirebbe rafforzata la sua immagine, quella che ha indotto Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani a sceglierlo come Presidente di Liberi e Eguali in vista della campagna elettorale.
(da La Verità,13 dicembre 2017, pagina 9)

Da ex magistrato dico al pm Rossi che avrebbe dovuto passare la mano
Oltre alle regole c’è l’opportunità:
bisogna apparire indipendenti non solo esserlo
di Salvatore Sfrecola

Ricordo sempre le parole di mio padre, che prima di me ha indossato la toga di magistrato, e che avrei sentito ripetere all’atto del giuramento dal Presidente della Corte dei conti, Silvio Pirrami Traversari: “non basta essere indipendente occorre che tu appaia tale agli occhi della gente”.
Una banalità, si potrebbe dire, dacché l’indipendenza del magistrato è scritta in Costituzione all’art. 101, comma 2,  laddove si dice che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Eppure questa esigenza dell’apparire, essenziale nella società che privilegia ovunque l’immagine, è sovente trascurata, anche quando intimamente seguita. Come nel caso del Procuratore della Repubblica di Arezzo, Roberto Rossi, il quale avendo svolto legittimamente, per esservi stato autorizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura, funzioni di consulenza presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, quando Maria Elena Boschi rivestiva il ruolo di Ministro per le riforme costituzionali, avrebbe dovuto sentire la necessità di astenersi dall’indagare su Banca Etruria e su papà Boschi, perché nessuno potesse dubitare della sua obiettività in ragione della conoscenza e della pregressa collaborazione con la figlia.
Non mi sfiora neppure il dubbio che il magistrato sia stato men che ligio al dovere dell’indipendenza, ma è certo che l’aver proceduto a quelle indagini con esiti ancora non chiari, almeno per quanto riferiscono i giornali sulla sua audizione dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Pierferdinando Casini, ha scatenato sulla stampa illazioni e critiche le quali non hanno giovato alla Magistratura che certamente non ha bisogno che qualcuno dubiti della obiettività di giudici e pubblici ministeri.
È un fatto importante in un momento di crisi delle istituzioni, come si rileva quando i sondaggisti, che indagano sulle opinioni degli italiani in ordine al gradimento di uomini e istituzioni, il Capo dello Stato, le Camere, il Governo, questo o quel ministro, l’Arma dei Carabinieri e la Polizia di Stato, non trovano al vertice delle preferenze la Magistratura. La quale evidentemente non gode di quella autorevolezza che i cittadini desidererebbero perché vorrebbero, come un tempo il mugnaio Arnold di Postdam si chiedeva se ci fosse un giudice a Berlino per ottenere giustizia contro un signorotto prepotente, e la trovò nel Re di Prussia Federico II, che anche in Italia ci fosse ovunque un giudice indipendente pronto a dar ragione al cittadino, anche contro le prepotenze del potere politico e burocratico. È in questo contesto di sfiducia che si parla spesso di “partito dei giudici” o “dei pubblici ministeri”, espressione sgradevole che sollecita iniziative avventate, come quella di suggerire la separazione delle carriere ritenendo, a mio giudizio infondatamente, come ha chiarito anche su questo giornale Bruno Tinti, che questa sia la panacea dei mali della Giustizia penale, senza considerare che il Pubblico Ministero non è, come qualcuno afferma, “l’avvocato dell’accusa” ma colui il quale, in funzione dell’interesse pubblico alla giustizia, in presenza di una notitia crinminis , indaga e, se raggiunge il convincimento che siano stati effettivamente commessi dei reati, porta all’attenzione del giudice la condotta ritenuta illecita perché si pronunci punendo il colpevole.
Ecco, dunque, che il magistrato, qualunque sia la funzione cui è assegnato, dovrebbe apparire, oltre che essere, come la moglie di Cesare, assolutamente insospettabile, sicché fu ripudiata, pur se innocente rispetto ai comportamenti che le malelingue le attribuivano, perché non risultasse offuscata l’immagine dell’illustre consorte.
Insomma, vorrei che i magistrati avessero sempre la sensibilità di astenersi quando, per amicizia, per consuetudine di carattere culturale o sportivo si trovassero ad indagare o ad occuparsi, in un giudizio di carattere civile, amministrativo o tributario, di persona conosciuta e frequentata in altro ambiente. Darebbe loro serenità nel lavoro, assicurando alla toga che indossano quella autorevolezza che tutti noi desidereremmo, perché la Magistratura nel suo complesso risalisse nell’indice di gradimento degli italiani.
(da La Verità del 7 dicembre 2017, pagina 5)

Cosa insegna la legislatura che si chiude: disprezzo della politica per le istituzioni e per gli elettori
di Salvatore Sfrecola

La legislatura che si avvia a conclusione, al di là della narrazione dei partiti che rivendicano improbabili successi, in particolare il Partito Democratico, sarà ricordata quale espressione tra le più significative del distacco della politica dalle istituzioni e dagli elettori che purtroppo coinvolge, in varia misura, tutti i partiti. In primo luogo chi ha governato, ma anche chi dall’opposizione non ha saputo rivendicare il rispetto della Costituzione. Infatti Matteo Renzi ed i suoi ispiratori la volevano cambiare profondamente alterando le regole della democrazia parlamentare, laddove la volontà del popolo si esprime nelle assemblee elettive e nei contrappesi, uno dei quali è costituito dalla presenza di due Camere in funzione di controllo sul governo. Ma anche di controllo l’una sull’altra in materia di legislazione.
Cominciamo da capo. Gli attuali componenti della Camera e del Senato sono stati eletti in misura determinante sulla base di una legge elettorale dichiarata dalla Corte costituzionale non conforme ai principi che in materia di rappresentanza si ricavano dalla Carta fondamentale. Dunque, questo Parlamento avrebbe dovuto chiudere i battenti il giorno dopo secondo la logica conseguenza della pronuncia adottata dalla Consulta. Impossibile, in quanto si sarebbe tornati a votare con la stessa legge dichiarata incostituzionale. La sentenza numero 1 del 2014 ha, così, previsto la permanenza in carica delle assemblee legislative esclusivamente per quello che, per un organo amministrativo, si chiamerebbe “il disbrigo degli affari correnti”, l’ordinaria amministrazione. Lo ha spiegato bene la Corte richiamando due articoli della Costituzione che indicano proprio la routine più emblematica, la prorogatio dei poteri delle Camere sciolte “finché non siano riunite le nuove” (art. 61, comma 2), la convocazione delle Camere, “anche se sciolte”, per decidere della conversione dei decreti legge che, come è noto, hanno una vita breve (60 giorni) e se non ratificati dal Parlamento decadono (art. 77, comma 2).
Due esempi di attività minima obbligatoria. Naturalmente, anche se la Corte non lo ha detto esplicitamente, le Camere “illegittime”, quanto alla loro composizione, avrebbero dovuto fare immediatamente una nuova legge elettorale per essere subito dopo sciolte dal Presidente della Repubblica ed andare al voto.
Sarebbe avvenuto in qualunque paese serio, in una democrazia compiuta. Invece i parlamentari della maggioranza non solo hanno omesso di fare in tempi rapidi la nuova legge elettorale, per non essere costretti ad andare a casa e perdere i benefici economici della legislatura, ma addirittura hanno riformato la Costituzione, la legge fondamentale dello Stato, quella sulla base della quale la Corte costituzionale aveva decretato l’illegittimità della legge elettorale.
Non solo. Quando il 4 dicembre 2016, con un referendum cosiddetto confermativo, ben due anni dopo la dichiarazione di incostituzionalità, il popolo italiano, a stragrande maggioranza, ha bocciato la legge di revisione costituzionale, quanti l’avevano voluta non hanno battuto ciglio. Convinti che gli italiani abbiano memoria corta, coloro che avevano preannunciato la decisione di abbandonare posti di governo e politici in caso la riforma non fosse stata approvata – ritenendo così di forzare la mano agli elettori – sono ancora lì. Renzi, la Boschi, il digiunatore a giorni alterni Del Rio ed altri. Renzi si è dimesso, infatti, da Presidente del Consiglio ma non ha abbandonato la politica, come aveva promesso, e nel giro di pochi giorni è tornato in sella alla guida del Partito Democratico ed ha preso ad insistere per l’approvazione di leggi di particolare rilievo, da ultimo la disciplina cosiddetta del fine vita e la riforma della legge sulla cittadinanza. Che stanno avvelenando il clima politico di questi mesi.
L’opposizione protesta ma, di fatto, sta al gioco. Anche chi si oppone a Renzi e chi ha fatto finta di opporsi (Forza Italia in primis) “tiene famiglia”. Nella maggior parte dei casi sono persone senza arte né parte che non sia l’attività politica e di partito e non sono disposte ad abbandonare l’indennità parlamentare nella prospettiva della pensione. E così protestano sulle piazze, di fronte all’elettorato, ma in Parlamento consentono al governo di sopravvivere. A volte votano “per senso di responsabilità”, a volte si sfilano al momento opportuno. Dal “Patto del Nazareno” è evidente che a Berlusconi quel giovanotto parolaio e inconcludente venuto da Rignano sull’Arno in fin dei conti piace. Anche lui racconta balle, anche lui vorrebbe che il potere fosse concentrato nell’esecutivo, anche lui succubo dei “poteri forti” può essere controllato dalle lobby politiche internazionali, quelle che dettano l’agenda dell’economia e della finanza. Per cui se i francesi comprano imprese italiane è l’effetto positivo della globalizzazione e delle regole dell’Unione Europea e se le nostre vanno a fare shopping a Parigi, sulle rive della Senna il governo si ricorda di essere prima di tutto francese, sia all’Eliseo la destra o la sinistra. Tanto sono cadute le ideologie! E sbarra la strada agli italiani.
Qualche richiamo ai fatti, qualche considerazione per tracciare alcune conclusioni. Il mancato rispetto della pronuncia della Corte costituzionale consentito dall’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che avrebbe avuto istituzionalmente il dovere di presidiare quel che era scritto nella sentenza perché fosse attuato, denota il venir meno della funzione di garanzia del Capo dello Stato. Avrebbe dovuto richiamare governo e maggioranza al rispetto delle regole. Non lo ha fatto, dimostrando una contiguità con il potere politico, incompatibile con il suo ruolo di garante della legalità costituzionale. Un comportamento reso palese dalle ripetute affermazioni che la riforma costituzionale era la sua eredità politica. Lo ha detto di giorno in giorno durante la campagna referendaria. Una autentica bestemmia in un sistema parlamentare liberale. Lui, Renzi e i partiti, inoltre, hanno dimostrato aperto disprezzo nei confronti del popolo italiano, che, bocciando con voto significativo la legge di revisione costituzionale, hanno in primo luogo bocciato il governo e la sua maggioranza.
La legislatura avrebbe dovuto essere chiusa a quella data, ma non c’era ancora la legge elettorale che, furbescamente, i partiti hanno tardato ad approvare. Arriviamo così alla fine “naturale” della legislatura. La pensione è salva. Il popolo è stato fatto fesso. Qualcuno si stupisce se sono sempre meno gli italiani che vanno a votare?
8 dicembre 2017

Ad un anno dal referendum sulla riforma costituzionale
Quando gli italiani hanno detto a Renzi: “no grazie”
di Salvatore Sfrecola

Marco Travaglio mi ha rubato il titolo su Il Fatto Quotidiano di domenica con quel “NO grazie” che ricorda la risposta degli italiani al referendum sulla legge di revisione costituzionale di Matteo Renzi. L’avrei voluto usare io quel titolo di nuovo, come all’indomani del 4 dicembre 2016 quando gli italiani, a stragrande maggioranza, hanno respinto le proposta di riforma, con un voto che, per la verità, come fu subito evidente, era diretto soprattutto contro il giovanotto di Rignano sull’Arno, parolaio e inconcludente, che aveva occupato Palazzo Chigi e le televisioni dalle quali invadeva le case degli italiani per illustrare, a furia di slogan, una riforma che qualcuno evidentemente gli aveva suggerito. Confusa e contraddittoria, anzi, come si legge nelle ultime righe del documento del Comitato per il “SI” “un testo non privo di difetti e discrasie”. Ed io mi sono sempre chiesto come sia possibile che un uomo delle istituzioni possa proporre la revisione della legge fondamentale dello Stato nella consapevolezza della sua fragilità. Il fatto è che Renzi non è, se non formalmente, un uomo delle istituzioni, cioè uno che sia loro fedele e, all’occorrenza, proponga di revisionarle nello spirito costituente, considerato che il limite alla revisione sta nella conformità alla forma di stato e di governo, al di là della quale siamo alla rivoluzione, al cambio di regime. Come dal Regno d’Italia alla Repubblica, dallo Statuto Albertino alla Costituzione votata a fine 1947 da un’Assemblea Costituente che, con straordinaria saggezza, seppe incastonarvi principi che soddisfacevano forze politiche diversissime per ispirazioni ideali e per obiettivi politici. Ed insieme regole di buon funzionamento delle istituzioni che Renzi ed i suoi seguaci hanno cercato di piegare ad esigenze di bottega, di piccolo cabotaggio poluitico, già sperimentate nella spartizione delle poltrone. Avendo di mira il rafforzamento dell’Esecutivo a danno del Parlamento, demonizzato per quel bicameralismo paritario o perfetto additato all’opinione pubblica come la causa di tutti i mali e, soprattutto, della lentezza del processo legislativo. Cosa, dati alla mano, non vera, perché quando la politica ha voluto, cioè in presenza di un accordo tra i partiti, le leggi sono state approvate anche nel giro di poche ore. E se effettivamente le Camere sono composte da troppi membri, 630 deputati e 315 senatori, molti più di quelli che siedono a Washington a governare gli Stati Uniti d’America con 323,1 milioni di abitanti, non si capisce perché la riforma abbia previsto 100 senatori, un numero certamente congruo, proprio come negli Stati Uniti (2 per 50 stati), lasciando 630 deputati, mentre la Camera dei rappresentanti americana conta 441 membri. Rendendo evidente che se li avesse ridotti la riforma non sarebbe stata approvata. E questo ne attesta la strumentalità sul solco della impostazione ideologica, cara alla sinistra comunista, del monocameralismo nel quale il governo propone e la Camera unica disciplinatamente approva. Tutto questo nella logica del potere del partito egemone che è cosa diversa dalla governabilità, che è certamente obiettivo prezioso ma che va individuato in altre condizioni senza invertire la logica del sistema parlamentare che vede nelle Camere l’espressione della rappresentanza popolare. Laddove il governo vive della fiducia della maggioranza che si è manifestata nel responso delle urne.
Così Renzi, non essendo riuscito ad abolire il Senato, come desiderava ed aveva preannunciato all’atto dell’insediamento del suo governo, ne ha proposto una sorta di parodia, avendo previsto che fosse formato da consiglieri regionali e da Sindaci. Sicché fu definito anche il “dopolavoro” di persone elette per altra funzione, inviati a Roma alcuni giorni la settimana, spese di viaggio di vitto e alloggio comprese. Senatori a Roma consiglieri e sindaci in provincia. Difficile immaginare una proposta più assurda.
Insomma il bicameralismo, che ha spesso consentito la correzione di errori in testi approvati da una Camera, senza produrre quei ritardi erroneamente enfatizzati, esiste quasi dappertutto con esclusione di alcuni piccoli Stati. Bicameralismo che negli Stati uniti d’America fu immaginato dai Padri Fondatori per garantire un reciproco controllo delle assemblee, in forma assolutamente paritaria. Eppure Renzi aveva convinto il Presidente Barack Obama a lodare la proposta di revisione del sistema parlamentare giovandosi di un assist che evidentemente nasce da un equivoco e del quale comunque non ha tratto vantaggio.
Poi un sistema di formazione della legge assurdo e pesante del quale molto si è detto. Una proposta di riforma che ha certificato l’assoluta inadeguatezza di Renzi per il ruolo che si era ritagliato nella storia politica di questo nostro Paese.
Aveva promesso, in caso di esito negativo del referendum, di lasciare non solo il governo, come ha fatto, ma anche la politica. Non ha mantenuto la parola. Ovunque i politici sconfitti lasciano. Come David Cameron che, travolto dall’esito negativo del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, che nessuno gli aveva chiesto di fare e che aveva solamente una funzione consultiva, si è dimesso non solo da Primo Ministro e da leader del Partito Conservatore ma anche da parlamentare. Altro stile altra dignità di fronte al popolo.
Di personaggi alla Renzi l’Italia non ha bisogno. E la meteora del giovanotto di Rignano sull’Arno deve insegnare agli italiani che è necessario conoscere le persone che la politica propone sulla base della loro storia pregressa e della loro professionalità. Ebbene molti si sono illusi che l’ex Sindaco di Firenze, per essere stato votato nella città che è nel cuore degli italiani per storia ed arte fosse di per sé stesso idoneo a governare l’Italia solo perché giovane ed abile affabulatore. Attenzione, dunque, al Renzi di turno che promette governabilità attraverso leggi elettorali palesemente incostituzionali, come attestato dalla Consulta. Governabilità, anzi governo stabile è certamente un valore e che va perseguito attraverso il consenso dell’elettorato che sia ampio e certo, non nella riforma della Costituzione. Ma nelle leggi ordinarie e nei regolamenti che disciplinano modi e tempi dell’azione di governo. E nei partiti, nella loro, al momento, dimostrata incapacità di essere forza omogenea e decisa, nella loro permeabilità alle lobby e agli interessi, non di rado illeciti che muovono le loro scelte. La ricerca della governabilità non deve limitare le funzioni degli organi rappresentativi della comunità nei quali si esprime la volontà popolare.
Scorciatoie come il monocameralismo e il presidenzialismo, presentati all’opinione pubblica come la panacea dei mali della politica, fanno intravedere, in assenza di significativi contrappesi, una realtà di lesioni gravi alle regole della democrazia liberale, quella di cui tutti si riempiono la bocca ma che nei fatti è stata ripetutamente violata, nello spirito e nella forma.
4 dicembre 2017

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