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Gennaio 2018

Verso le elezioni: prospettive di difficile governabilità
di Salvatore Sfrecola
Su una cosa convergono i commenti degli osservatori politici: Matteo Renzi, consapevole del probabile insuccesso del Partito Democratico, ha formato le liste in modo da far prevalere i suoi amici, persone di assoluta fiducia, nella prospettiva di portare in Parlamento una pattuglia ridotta ma coesa. Ciò che gli darebbe la possibilità, in presenza di una frammentazione del quadro politico, di fare da ago della bilancia in vista della formazione del futuro governo. In sostanza, anche nell’ipotesi che il PD non fosse il più votato o quello con maggior numero di parlamentari, Renzi pensa di poter condizionare il futuro esecutivo, se non per farne parte, quantomeno nella definizione del programma e della sua realizzazione attraverso i provvedimenti normativi di competenza delle Camere.
A questa sua aspettativa sembra faccia riferimento anche Silvio Berlusconi il quale, pur nella definizione congiunta del programma del centro-destra con Matteo Salvini e Giorgia Meloni, tende a smarcarsi dagli alleati su singoli aspetti, in particolare dalla Lega che potrebbe risultare il primo partito della coalizione e così pretendere di designare il Presidente del Consiglio in caso di prevalenza della coalizione. Berlusconi intende così mantenere aperto con Renzi quel dialogo che ha caratterizzato la passata legislatura. Il “Patto del Nazareno”, infatti, non è stato solo un episodio, ma ha dominato in forme varie, più o meno esplicite, l’intero quinquennio, grazie alla collaborazione di Denis Verdini e Angelino Alfano, usciti da Forza Italia molto probabilmente su indicazioni dell’ex Cavaliere.
Oggi, di fronte allo scenario tripolare Centrosinistra, Movimento 5 Stelle, Centrodestra, nella ipotesi molto verosimile che nessuno dei tre schieramenti raggiunga la maggioranza necessaria per governare da solo, la legislatura si apre all’insegna dell’incertezza che probabilmente durerà negli anni dacché abbiamo imparato che i parlamentari non sono disponibili a mollare presto la poltrona per tornare nuovamente alle urne. Lo abbiamo visto dal 2014 in poi quando un Parlamento eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale, invece di farne una nuova e tornare immediatamente a votare, ha fatto come nulla fosse ed ha addirittura votato una riforma costituzionale, una legge elettorale dichiarata nuovamente incostituzionale per decidere di approvare a fine legislatura quell’obbrobrio, il Rosatellum, con il quale andremo a votare il 4 marzo, una legge che complicherà la vita agli elettori e agli eletti.
Non riusciamo ad uscire dalla palude perché nessun partito guarda al futuro ma ai propri interessi più immediati. Questo Paese, dunque, rischia una ingovernabilità permanente con rischi gravi per il suo assetto democratico e sociale. Eppure un tentativo di riforma liberale era stato attuato con la legge definita mattarellum, la quale si caratterizzava per una significativa quota maggioritaria basata su collegi uninominali che mettevano a confronto i candidati affidando ai cittadini la scelta definitiva del loro rappresentante, anche se per un solo voto di maggioranza.
Sono da sempre favorevole ad un sistema di collegi uninominali, all’inglese, per intenderci, che assicura la concentrazione del consenso in due forze politiche, con una conseguenza che sfugge ai più ma non ai capi dei partiti. Con i collegi uninominali i candidati si radicano nel territorio e la loro forza è questo consenso che impedisce alle segreterie dei partiti di manovrare sulla assegnazione di candidature che non siano condivise dall’elettorato locale. Ricordo un colloquio di alcuni anni fa con un parlamentare inglese il quale mi diceva due cose fondamentali: “la mia campagna elettorale si svolge effettivamente porta a porta perché io devo bussare anche laddove so che non otterrò il voto. Perché il mio elettore non avrebbe più fiducia in me se io non mi dimostrarsi capace di saper dialogare con l’avversario politico. Inoltre il mio partito non mi sposterebbe mai dal collegio nel quale sono eletto perché se lo facesse io mi presenterei ugualmente e sarei eletto”.
Questo meccanismo elettorale assicura maggioranze stabili basate sui gruppi parlamentari che sono l’espressione autentica del consenso elettorale, tanto è vero che in Inghilterra il leader del partito che risulta vincitore alle elezioni è anche destinato a ricoprire l’incarico di Primo Ministro. In quel regime parlamentare l’opposizione ha un suo specifico statuto. Il Primo Ministro si confronta con il suo leader, la Regina lo consulta. È vero che questo sistema elettorale punisce i partiti che hanno un buon consenso ma non riescono a ottenere la maggioranza nei collegi. Ma intanto nel Regno Unito è cresciuto un terzo partito, il Partito Liberale, e comunque il sistema funziona, come ognuno può constatare. Nessuna legge elettorale è perfetta, ma noi dobbiamo trarre da altre esperienze una guida per definire il sistema elettorale maggiormente capace di assicurare stabilità ai governi. Il fatto è che i partiti di casa nostra sono un po’ corsari, si adattano facilmente a maggioranze variabili, ritengono di avere maggiore potere condizionando, di volta in volta su singoli provvedimenti, la vita dei governi e le sorti della legislazione.
Non è una buona strada quella che abbiamo seguito finora e che ci prepariamo a percorrere nei prossimi anni. L’Italia, come tutti i paesi, ha bisogno di stabilità, di un governo forte e di un Parlamento autorevole. Il sistema del confronto nei collegi fa emergere inevitabilmente una classe politica qualificata, favorisce la sua selezione in favore di competenze professionali e politiche laddove, il dominio delle segreterie dei partiti porta al vertice dei gruppi parlamentari, come tutti abbiamo constatato, persone di estrema modestia. E siccome i modesti scelgono sempre persone più modeste di loro il sistema politico parlamentare degrada progressivamente, come dimostra il livello bassissimo della legislazione e delle scelte di politica economica e sociale degli ultimi anni. Cosicché quel che salva l’Italia e la sua economia è l’iniziativa di singoli, soprattutto dei piccoli imprenditori, come dimostra la buona condizione dell’esportazione, dove prevalgono coraggio e iniziativa.
31 gennaio 2018
La ruota dello Stato
macina oltre i regimi
di Aldo A. Mola
“La verità è che quando il fascismo arrivò al governo, delle antiche istituzioni parlamentari non rimaneva più che l’apparenza esteriore. Nella sostanza esse erano state distrutte, e vi si era sostituito una specie di direttorio, composto dai delegati dei gruppi (parlamentari), cioè la più anarchica tra tutte le forme di governo. In quanto dunque il fascismo riconsacrò l’idea di Patria e restaurò l’autorità dello Stato, i fini da esso raggiunti coincidono con quelli a cui dedicai tutta la mia esistenza politica”. Lo scrisse Vittorio Emanuele Orlando, il “presidente della Vittoria”, monarchico, liberale, “pater” della rinascita post-fascista e punto di riferimento di ambienti mafiosi secondo Tommaso Buscetta e altri (lo ricorda Riccardo  Mandelli in “I fantastici 4 vs Lenin”, Ed. Odoya). Era il 2 aprile 1924, quattro giorni prima della straripante vittoria del Partito Nazionale Fascista alle elezioni, in cui ottenne il 66% dei voti. “Il fascismo sorse come protesta contro un eccesso di violenza sovvertitrice della vita nazionale. Il senno e l’intuito del Capo dello Stato (Re Vittorio Emanuele III) risparmiarono una guerra civile, le cui conseguenze sarebbero state gravissime. Mussolini (il 31 ottobre 1922) costituì un ministero che raccoglieva i rappresentanti di tutti i partiti costituzionali e nulla rinnovò negli ordinamenti costituzionali dello Stato. Mussolini, pur facendo al partito (fascista) larghe concessioni, voleva ottenere dal Parlamento la legalizzazione del fatto compiuto”. Lo dichiarò il 3 aprile 1924 Enrico De Nicola, futuro primo presidente della Repubblica. Sono frasi da rileggere e meditare quando si parla, talora a sproposito, di fascismo e di regime fascista come un “continuum” nato, cresciuto e concluso secondo un percorso logico-cronologico uscito dalla mente del duce come Minerva da quella di Giove. La realtà storica è del tutto diversa. Il fascismo fu prima movimento, poi partito. La sala a piazza San Sepolcro in Milano per la prima sortita di Mussolini, il 23 marzo 1919, venne procacciata da Cesare Goldmann, ebreo e massone. Orlando, De Nicola e una lunga serie di liberali, democratici ed ex esponenti del partito popolare (cioè dei cattolici) nel 1924 affollarono la Lista Nazionale e giudicavano il fascismo non su quanto sarebbe avvenuto in un futuro ancora del tutto imprevedibile, ma sulla base di quanto avevano sotto gli occhi: la restaurazione dello Stato dopo anni di guerra civile strisciante, intrapresa da chi voleva “fare come in Russia”, cioè annientare le istituzioni uscite vittoriose dalla Grande Guerra (corona, forze armate, “borghesia”…).
La vera storia del regime fascista non è quella raccontata in discorsi di circostanza. Il 1922-1924 non contiene né le leggi speciali (iniziate con la caccia ai massoni nel 1924-1925), né il 1938, le leggi razziali, il patto d’acciaio e quel che ne seguì. La storia procede a segmenti discontinui e va capita seguendola passo passo, non partendo dalla sua fine. Fluisce come immenso fiume gonfio di acque limpide e detriti, di carogne e sabbie aurifere. Non chiede né sentenze, né giustificazioni, ma cognizioni e comprensione, in una visione di lunga durata e con la comparazione degli eventi di un paese con quelli coevi degli altri Stati, almeno i propinqui.
È il caso dell’Italia tra il 1919 e il 1946. Ne scrive Guido Melis, autorevole studioso delle istituzioni politiche e della storia dell’amministrazione pubblica, nell’importante volume “La macchina imperfetta”, sintetizzato dal sofferto sottotitolo: “Immagine e realtà dello Stato fascista” (ed. il Mulino).
Sulla scorta di decenni di studi severi l’autore chiarisce tre “fatti” fondamentali. In primo luogo, contrariamente a quanto solitamente si ritiene, quando venne nominato presidente del Consiglio Mussolini utilizzò largamente la dirigenza esistente (monarchica, liberale, democratica, riformista…) in tutti i settori fondamentali: dalla diplomazia alle forze armate, dalla giustizia all’istruzione e all’economia. A quanto egli scrive potremmo aggiungere un elenco lunghissimo di antifascisti notori chiamati dal duce al governo e al vertice dei gangli vitali dello Stato. Altrettanto avvenne ai vertici  dell'”impresa Italia” (banche, grande industria, commercio…) e dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale affidato al massone Alberto Beneduce. Inoltre Mussolini ridusse il partito a succedaneo dello Stato e la Milizia a “dopolavoro” del partito, libera di celebrare i suoi riti chiassosi (come il giuramento di fedeltà “a Dio e alla Patria”, ignorando il Re), ma senza effettivo potere politico e militare, come si vide nell’ora decisiva, il 25-26 luglio 1943, quando essa risultò evanescente. Infine Melis affronta la “vexata quaestio”: il rapporto tra la monarchia e il fascismo, concretamente tra Vittorio Emanuele III e Mussolini. Al riguardo non aggiunge molto a quanto noto e conclude che durante il regime l’Italia fu una diarchia “piuttosto di fatto che di diritto”, giacché, tratte le somme, il potere apicale rimase nelle mani del sovrano. A chiarimento ulteriore, occorre spazzare via uno degli equivoci perduranti su un nodo centrale del “ventennio” (che poi fu un quindicennio: 1928-1943). Il Gran Consiglio del Fascismo, istituito con la legge 9 dicembre 1928, n. 2693, non ebbe e non esercitò alcun potere effettivo sulla Corona né, meno ancora, sulla successione al trono. Esso era tenuto a “esprimere il parere su tutte le questioni aventi carattere costituzionale”, tra le quali le “proposte di legge concernenti la successione al Trono, le attribuzioni e le prerogative della Corona, i rapporti tra lo Stato e la Santa Sede” e doveva anche tenere “aggiornata la lista dei nomi da presentare alla Corona in caso di vacanza per la nomina a Capo del Governo”. Il Gran Consiglio, dunque, non ebbe alcun vero controllo sulla successione, ma solo il “dovere” di formulare un “parere” (la legge non precisò se vincolante) su disegni di legge: la differenza è enorme, anche se troppi storici (inclusi parecchi “monarchici”) non l’hanno né compreso né spiegato nei loro libri e/o dalle cattedre.
Melis dedica un robusto capitolo a “lo Stato totalitario e lo Stato razzista”, cioè alla crisi profonda aperta in Italia dal 1938, pesantemente condizionata dall’annessione dell’Austria da parte della Germania di Hitler, confermata da entusiastico plebiscito nell’inerzia afona di Francia e Gran Bretagna. In quel drammatico contesto, Mussolini intraprese l’offensiva contro la monarchia utilizzando anche le leggi razziali, che avevano innumerevoli e fervidi sostenitori nel mondo cattolico e nelle sinistre (Lenin, Stalin, il Partito comunista d’Italia…) che da mezzo secolo marchiavano a fuoco il complotto “giudaico-massonico”.
Tra i fautori di quelle leggi vi fu Giuseppe Bottai, il “fascista critico”, una cui frase Melis ricorda quale lapide tombale sul “regime”: “Guardo questo irresponsabile (un ufficialetto sedentario al ministero della Guerra) fatto responsabile da questo meccanismo d’irresponsabilità in cui ci siamo cacciati”. Era il 17 novembre 1940. L’Italia stava perdendo l’offensiva contro la Grecia (una tra le decisioni militari più stolte di Mussolini). Ma, oltre che volatile in loggia, dov’era stato Bottai dal 1922? Non erano suoi la Carta della Scuola e la retorica del corporativismo e “Primato”?
Melis ha il merito di documentare che il governo Mussolini fece fuoco con la legna che si trovò a disposizione: i funzionari forgiati nei decenni precedenti, non solo con la regia di Giovanni Giolitti ma sin da Francesco Crispi e prima ancora. La dirigenza di un Paese non si improvvisa. I prefetti dell’età mussoliniana (1922-1943) erano a servizio dello Stato da fine Ottocento. Lo stesso vale per élites militari (Melis ne scrive in “fascio e stellette”), diplomatici, docenti universitari, scienziati, come Guglielmo Marconi e per tanti componenti dell’Accademia d’Italia.
Lo stesso del resto avvenne dopo il 1946, cessato il “tempo del furore” alimentato da partiti vendicativi e in gran parte intrinsecamente antinazionali, acremente critici nei confronti dell’unità nazionale, dell'”idea di Italia” (neoborbonici, neopapisti e neoasburgici ora dilaganti sono solo paleogramsciani in confusione). Il miracolo economico fu opera di una dirigenza che arrivava dagli Anni Trenta, animata da un alto senso dell’interesse pubblico.
Dall’opera meritoria di Melis emerge anche la differenza profonda tra l’Italia monarchica e l’attuale. Piaccia o meno, fu Vittorio Emanuele III a imporre a Mussolini le dimissioni da capo del governo e a incaricare il nuovo capo dell’esecutivo. Fu il Re a prendere sulle spalle il peso della richiesta di resa incondizionata per sottrarre l’Italia a sciagure peggiori. Il sovrano decise in solitudine, e sin dal 1941, come poi scrisse nella “memoria” a difesa del ministro della Real Casa, duca Pietro d’Acquarone. Fu il punto di arrivo di un lungo processo, fondato, tra altro, su un caposaldo della monarchia costituzionale sabauda: l’esclusione del Principe ereditario da qualsiasi responsabilità nelle decisioni del sovrano in carica perché “si regna uno per volta”, così come la Repubblica ha un Capo dello Stato per volta. Sui motivi dell’esclusione del principe Umberto dalle scelte politiche del padre sono state scritte insinuazioni di sapore anche scandalistico. Al netto delle chiacchiere, resta che David è David ed esclude che da qualche parte s’infratti un Assalonne (Antico Testamento, Secondo libro di Samuele, 16-18). La monarchia sabauda non ha mai derogato alle regole della Casa. In Repubblica, invece, il potenziale “principe ereditario”, cioè il presidente del Senato, chiamato ad assumere le funzioni di Capo dello Stato in caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente, si erge ad Assalonne e assume la guida di un partito politico, addirittura di opposizione al governo in carica. È lo sbando delle istituzioni. Se per sciagura dovesse affrontare una crisi vera, come ne uscirebbe questa Italia? La Spagna lo sta facendo perché, a fronte della pochezza antistorica degli indipendentisti catalani, fa perno su Filippo VI di Borbone, cioè sulla monarchia, tutt’uno con l’unità di quel Paese. Qual è invece lo Stato d’Italia mentre Pietro Grasso e la presidente della Camera, Laura Boldrini, fanno campagna elettorale? Qualcuno osserverà che anche in passato i presidenti delle Camere si concessero qualche discorso elettorale: ma non strizzavano l’occhio a forze anti-sistema né erano “all’opposizione”. L’Italia odierna ha due paradossi clamorosi: un ministro degli Esteri non dimissionario ma da mesi scomparso dalle scene (a quando una spiegazione, presidente Gentiloni?) e la solitudine del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, un David che si prodiga in quotidiane presenze sulle trincee più disparate. Porta sulle spalle il “brut fardel” dello Stato, come Vittorio Emanuele II definì il peso della Corona in un Paese giovane, che solo in questo 2018 ricorderà il centenario della sofferta Vittoria del 4 novembre 1918. Non fu “inutile strage” ma coronamento del Risorgimento, la grande prova dell’unità nazionale in un’Europa al collasso. Perciò è l’ora di “stringersi a coorte” e di andare alle urne per difendere il patrimonio comune degli italiani, l’Unità nazionale, uno Stato che macina storia al di là dei regimi che vi si sono susseguiti nel tempo.
(da Il Giornale del Piemonte e della Liguria del 28 gennaio 2018)

CIRCOLO DI EDUCAZIONE E CULTURA POLITICA
REX
“il più antico Circolo Culturale della Capitale”
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L’arte di cui l’Italia è ricchissima avendo il maggior numero di siti UNESCO del mondo deve considerarli una risorsa economica e finanziaria e dedicare agli stessi le maggiori cure. Su questo importante ed interessante argomento parlerà
Domenica 28 gennaio, ore 10.30
il Prof. Avv. Emmanuele F.M. Emanuele:
 “ARTE E FINANZA”
Sala Italia presso “Associazione Piemontesi a Roma”,
via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)
raggiungibile con le linee tramviarie “3” e “19” ed autobus, ” 910″ ,” 223″ e ” 52″

I giovani studiosi non vanno delusi
del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci
Un amico mi ha trasmesso via email copia di una lettera, a firma della Dott.ssa Carolina Martelli, indirizzata al Sindaco di Firenze, pubblicata a pag. 9 de “il Fatto Quotidiano” del 19 gennaio 2018: lettera che ho letto con vivo interesse e che ritengo meritevole di attento riscontro.

Gentile Collega,
mi consenta di qualificarla avvocato in considerazione dei suoi studi giuridici, affrontati con passione e successo pur avendo dedicato parte delle sue giornate ad attività lavorative di diversa natura.
Lei accenna nella sua lettera al rammarico per non aver potuto sostenere gli esami di avvocato: non se ne dolga più di tanto poiché la professione forense attualmente risente di una crisi forse irreversibile, pari a quella che incombe sulla magistratura di ogni ordine e grado.
Lei critica – e non a torto – l’assunzione diretta, da parte del Sindaco, di una giovane laureata fornita di titoli che sembrerebbero non superiori ai suoi.
Anch’io ritengo che le c.d. assunzioni dirette – quantomeno nelle amministrazioni pubbliche – siano decisamente sconsigliabili in quanto potrebbero provocare giustificati sospetti.
Nella sua lettera  traspare una più che giustificata amarezza, ma anche e sopratutto una dignità ed uno spiccato senso morale che le fanno sicuramente onore.
Meritano, poi, attenta riflessione le sue  considerazioni sull’essere figlia del sacrificio e della passione per le materie studiate; figlia della rassegnazione e della soddisfazione di avere sempre ottenuto il massimo dei voti con la propria forza; figlia di un padre, onesto dipendente comunale per oltre trenta anni, dal quale ha ricevuto l’insegnamento che la pubblica amministrazione siamo noi e che ogni volta che si scrive anche un banale atto lo si deve fare pensando che viene scritto a nome di tutti i cittadini che quell’amministrazione rappresenta.
Ma, come è stato efficacemente osservato, la nostra è ormai una società liquida, in quanto si tende a giustificare tutto ed il contrario di tutto.
Purtroppo, il senso morale non ha più ragione di essere e l’umanità vive la propria esistenza senza adeguati punti di riferimento, afflitta da problemi esistenziali che la proiettano verso sentieri tortuosi, privi di accettabili vie d’uscita.
Vada orgogliosa dell’educazione ricevuta e dell’amore per lo studio. Negli anni trascorsi con gli studenti dell’Università di Roma “Sapienza” posso assicurarle che ben pochi hanno dimostrato una forza morale ed una dignità pari alla sua.
Per questo desidero augurarle ogni bene e di raggiungere quei successi professionali che certamente merita.
Con cordialità e sincera considerazione.
24 gennaio 2018

Il Popolo della Famiglia alla prova delle urne
Adinolfi va alla guerra (elettorale)
di Salvatore Sfrecola
Ad oggi non so se il Popolo della Famiglia, il movimento politico promosso da Mario Adinolfi sull’onda del Family Day riuscirà a raccogliere le firme per partecipare alle elezioni e se, partecipando, riuscirà a raccogliere quel 3 per cento che consentirà ad alcuni dei candidati di sedere a Palazzo Madama o a Montecitorio. Gli auguro che riesca, che apra la strada ad una riconsiderazione del ruolo della famiglia, da tutti evocato nei programmi elettorali e poi dimenticato al momento di governare questo Paese.
Per recuperare il ruolo della famiglia occorre poco e molto. Poco, perché immaginare la famiglia al centro della realtà economica e sociale del Paese è tutto sommato semplice. Significa considerare che di essa fanno parte lavoratori, aspiranti lavoratori, risparmiatori, aspiranti risparmiatori, consumatori a vari livelli. Molto, perché intervenire per trasformare gli “aspiranti” in effettivi lavoratori e risparmiatori ed ampliare e diversificare numero e qualità dei consumatori richiede numerosi interventi nel sistema normativo e amministrativo del Paese. Cominciando dal fisco, che deve liberare risorse per le famiglie cominciando col considerare che un figlio non è questione che riguarda solamente il papà e la mamma. Quel nuovo nato, infatti, è una risorsa per la società, è un cittadino che va educato ad essere tale nella società, anche partecipando alle attività economiche attraverso una preparazione professionale adeguata alle esigenze del mercato del lavoro. Quindi quel giovane nato, al quale lo Stato deve guardare con speciale interesse in vista del suo futuro, va aiutato nella scuola e nella vita con strutture adeguate, culturali e sportive perché cresca sano ed acquisisca, con la progressione che è funzionale all’apprendimento, le conoscenze che ne faranno un buon professionista italiano. Consapevole della identità del popolo al quale appartiene, una identità costruita nel corso dei secoli da uomini di pensiero e di azione, scrittori, storici, politici ed anche uomini d’arme che hanno difeso la nostra civiltà da chi quella identità voleva cancellare.
Se questo è il ruolo del cittadino e dello Stato è evidente che occorrerà pensare ad una famiglia con più figli per garantire l’equilibrio demografico e per mantenere la stessa famiglia. Non a caso si legge oggi sui giornali che Theresa May, Primo Ministro del Regno Unito, si preoccupa della eccessiva presenza di singoli che determinano non pochi problemi sociali. Così ha nominato un “ministro della solitudine”. È la 42enne Tracy Crouch, deputato conservatore, che avrà il compito di affrontare quella che il Governo di Sua Maestà definisce “una piaga nazionale”, quella dei single, intesi come persone disparatamente sole.
La decisione del governo britannico muove dalla constatazione che il fenomeno non ha conseguenze solamente sull’umore delle persone prive di quelle relazioni speciali che solamente nella famiglia si realizzano e che possono essere sostituite dagli amici, veri o virtuali, come quelli acquisiti sui social media.
La mancanza dell’esperienza di quella piccola comunità che è la famiglia, non a caso definita “società naturale” dalla nostra Costituzione, condiziona infatti la vita di tutti i giorni, come dimostrano le statistiche sulla depressione, la virulenta malattia della modernità. Una società, la famiglia, nella quale si sperimentano i rapporti interpersonali prima ancora di affrontarli a scuola e nel luogo di lavoro. Come le questioni di carattere assistenziale, anche minute, che vedono figlio o genitore intervenire a sovvenire alle esigenze dell’altro, anche se solo influenzato in questa stagione invernale bizzarra nella quale le variazioni di temperatura favoriscono l’insorgenza di quei fastidiosi mali di stagione che tutti conosciamo.
Rimettere al centro della politica la famiglia, senza ovviamente demonizzare chi ritenga di vivere in solitudine, significa assicurare alla società italiana stimoli positivi dei quali ha senza dubbio bisogno.
Riusciranno nell’intento i nostri amici del “Popolo della Famiglia”? Glielo auguriamo e ce lo auguriamo. In ogni caso questo movimento si ripromettere di stimolare il dibattito politico, oggi e all’indomani dell’esito delle elezioni, qualunque sia per i loro candidati, nel senso di avviare un percorso virtuoso su un tema che la gente sente istintivamente ma che stenta a convincere i politici, al Governo e in Parlamento, che si deve operare presto ed efficacemente.
19 gennaio 2018

Ancora un uso politico della storia
Per aver promulgato le leggi razziali
è a “processo” il Re Vittorio Emanuele III
ma non il Cavalier Benito Mussolini che le aveva volute
di Salvatore Sfrecola
Ricorrono quest’anno, il 17 novembre, 80 anni dalla promulgazione del regio decreto legge 17 novembre 1938, n. 1728, recante “Provvedimenti per la difesa della razza”. Il provvedimento, “ritenuta la necessità urgente ed assoluta di provvedere”, emanato ai sensi dell’art. 2 della legge 31 gennaio 1936, n. 100, è stato emanato “sentito il Consiglio dei Ministri, sulla proposta del DUCE (tutto maiuscolo nell’originale), Primo Ministro Segretario di Stato, Ministro dell’interno, di concerto con i Ministri degli affari esteri, per la grazia e giustizia, per le finanze e per le corporazioni”, come si legge nelle premesse, reca la firma oltre che di Mussolini, dei Ministri, Ciano, Solmi, Di Revel e Lantini. Registrato alla Corte dei conti, addì 18 novembre 1938, registro 403, foglio 76 (Mancini) è stato convertito dalla legge 2 giugno 1939, n. 739, approvata dal Senato e dalla Camera dei fasci e delle Corporazioni. Il regio decreto legge, come gli altri riguardanti la medesima materia e la legge che globalmente li ha convertiti sono stati abrogati dal regio decreto legge 20 gennaio 1944, n. 25, sulla base della “urgente ed assoluta necessità di reintegrare nei propri diritti i cittadini italiani appartenenti alla razza ebraica per riparare prontamente alle gravi sperequazioni di ordine morale politico create da un indirizzo politico infondatamente volto alla difesa della razza”.
Governo, Parlamento, Re, ognuno in relazione alla specifica competenza, volontariamente (Governo e Parlamento) o ratione officii (il Re) coinvolti in quella normativa hanno concorso a quella legislazione. Ma uno solo è sotto “processo”, il Re Vittorio Emanuele III, non il Duce Primo Ministro e proponente in Consiglio dei Ministri, non coloro che lo hanno approvato in quella sede e in Parlamento.
È evidente il carattere “politico” dell’iniziativa. Cioè l'”uso politico della storia”, come si usa dire, come spesso è avvenuto. L’iniziativa è assunta dalla Comunità Ebraica di Roma organizzatrice dell’evento che andrà “in scena all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 18 gennaio alle 20.30”. “In scena”, si legge nel sito http://moked.it/blog/2017/12/18/leggi-razziste-re-processo/. Ed è effettivamente uno spettacolo teatrale. Ogni responsabilità si fa ricadere sul Re, l’unico del quale è nota l’avversione al provvedimento, reiteratamente manifestata. E naturalmente nulla si dice della abrogazione di quella normativa, appena ha potuto decidere liberamente. Il motivo di questa aggressione alla figura del Sovrano, del quale non viene ricordata nessuna benemerenza nel suo lungo regno (1900-1946), sta nel fatto, come ha titolato Alessandro Meluzzi in un bell’articolo su Il Tempo del 18 dicembre che “Gli hanno fatto pagare le colpe di un Paese”. Quanti dal 1922 cercano – ma la storia li condannerà – di nascondere la verità: l’aver Giolitti, Sturzo e Turati declinato la responsabilità del Governo, come il Re li aveva invitati. E di aver successivamente assicurato la maggioranza al Governo Mussolini, per poi rifugiarsi sull’inutile Aventino all’indomani del delitto Matteotti. Poi di aver lasciato il Re solo, mentre il Fascismo smantellava una dopo le altre le istituzioni dello Stato liberale, a cominciare dallo Statuto del Regno, costituzione “flessibile” e pertanto modificabile da qualunque legge ordinaria, come le leggi di discriminazione razziale, per tornare all’argomento.
Nessuna benemerenza per il Re delle riforme del decennio giolittiano, come sottolinea Mario Missiroli, che ne aveva scritto su un libro famoso (“La monarchia socialista”) quanto oggi poco letto, nonostante sia stato ripubblicato da Le Lettere nel 2015 con una prefazione di Francesco Perfetti, né per il Re “soldato” che a Peschiera, l’8 novembre 1917, non solo aveva difeso l’onore del soldato italiano ma con la sua autorevolezza dinanzi ai primi ministri di Francia e Gran Bretagna aveva imposto la difesa ad oltranza sul Piave così condizionando l’esito positivo della guerra che sarebbe stata irrimediabilmente perduta se gli austro tedeschi avessero dilagato nella pianura padana.
Il Re e solo lui responsabile della legislazione razziale voluta da Governo e Parlamento. La storia non può ammettere questa manipolazione della verità alla quale sembra si prestano personaggi illustri. Il “sembra” è d’obbligo, anche se è evidente che la sentenza è già scritta. E quando le sentenze sono già scritte non c’è giustizia nei tribunali, neppure in quelli della Storia.
Il processo a Vittorio Emanuele III, così si legge nella locandina, ma un po’ di pudore devono averlo avuto gli organizzatori se nella presentazione si legge che il “dibattimento processuale? esaminerà a tal proposito le responsabilità di quanti si resero protagonisti di una delle pagine più vergognose della recente storia italiana”. Ma i “quanti” non ci sono. Sono contumaci? E chi li difenderà, considerato che “la difesa è diritto inviolanile in ogni stato e grado del procedimento”, come si legge nel secondo comma dell’art. 24 della Costutuzione.
“Il processo” – testualmente – partirà proprio dalla figura di Vittorio Emanuele III. A condurlo il pm Marco De Paolis, l’avvocato Umberto Ambrosoli come imputato, l’avvocato Giorgio Sacerdoti come parte civile”.
Stimo Umberto Ambrosoli, figlio del martire della delinquenza bancaria, quell’Avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona. Giorgio Ambrosoli era monarchico e forse questo ha spinto gli organizzatori a scegliere il figlio come difensore del Re. Umberto, un nome non scelto a caso, candidato alla presidenza della Regione Lombardia è di quelli che si definiscono “una brava persona”. Non una personalità e non risulta abbia fatto particolari studi storici né giuridici sullo “Stato fascista” e le sue istituzioni.
La Corte sarà invece composta da Paola Severino, ex Ministro della Giustizia, presidente del collegio, dal magistrato Giuseppe Ayala, e dal consigliere del CSM Rosario Spina. Stupisce come si siano prestati ad una farsa di processo. Forse l’italico desiderio di apparire che, per molti magistrati, costretti dalle regole della professione alla riservatezza, sembra essere stavolta appagato.
“Tante le testimonianze perdute che ritroveranno memoria nelle voci di Piera Levi Montalcini, nipote del Premio Nobel Rita, Federico Carli, nipote di Guido, l’economista Enrico Giovannini, Maurizio Molinari, direttore della Stampa”. Di tutti, persone degnissime, non si conoscono studi storici approfonditi. Faranno riferimento alla “vulgata” dei fuggiaschi del 1922, del 1924 e seguenti, tutti interessati a far ricadere sul Re le loro colpe?
“L’Italia, che deve ancora fare un profondo esame del proprio passato e non ha mai celebrato processi contro i propri governanti che si sono macchiati di crimini contro l’umanità, rischia di non poter fermare i nuovi movimenti di odio che ai quei falsi valori e simboli si ispirano nei loro moti” sottolinea Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che ha voluto l’evento e lo ha seguito nella fase ideativa. “Il Processo quindi lo facciamo noi, evidenziando la filiera delle responsabilità che dal Re e dal regime risalgono alle istituzioni, all’accademia, alla stampa, all’industria, alla chiesa, alla popolazione civile che, quando non si rese complice, accettò senza reagire che una comunità di cittadini italiani, presenti da duemila anni nel Paese, perdesse ogni diritto e libertà. Diritto di lavorare, studiare, avere una vita sociale, contribuire alla scienza, alla cultura, alla politica. Vogliamo sfatare la leggenda che le leggi razziali furono un provvedimento all’acqua di rose”.
Leggi infami che però da queste parole si comprende siano state emanate ed attuate da molta gente. Ma sotto processo è uno solo. Non è forse la prova della strumentalizzazione, dell'”uso politico della Storia”?
Non è una bella iniziativa. Non favorirà quell'”esame di coscienza” che si auspica. Finirà con la condanna di uno solo nel dispositivo anche se è probabile che nella motivazione si faccia cenno alle “altre” responsabilità, come innanzi richiamate.
Una brutta vicenda. Che non farà chiarezza sugli eventi e sulle responsabilità ed acuirà risentimenti politici dei quali questo nostro Paese non ha assolutamente bisogno.
L’evento curato, per la parte processuale, da Elisa Greco, autrice del format Processi alla Storia, su un progetto teatrale di Viviana Kasam e Marilena Francese, che da cinque anni curano per l’UCEI l’evento istituzionale per il Giorno della Memoria, e sarà ripreso da Rai5 e trasmesso da Rai Storia in prima serata alle ore 21.15 del 27 gennaio 2018, in occasione del Giorno della Memoria, all’interno di un documentario realizzato da Bruna Bertani.
Lo vedremo e ne parleremo ancora, giorno dopo giorno, fino a quando non sarà fatta giustizia.
14 gennaio 2018
Rinascita, declino e crollo del Regno di Napoli
di Domenico Giglio
Entrato a Napoli il 25 maggio 1734, lasciata dagli austriaci, ed incoronato Re di Napoli e Sicilia, il 3 luglio dello stesso anno, Carlo di Borbone ( 1716-1788), figlio di Filippo V, iniziatore della dinastia dei Borbone di Spagna e nipote del Re Sole, Luigi XIV, assumeva il titolo di Carlo VII, come Re di Napoli, divenendo Carlo III, quando nel 1759 lasciò Napoli per salire sul trono spagnolo . Iniziava così con lui la linea del Borbone di Napoli, dopo che per un brevissimo periodo, Carlo, aveva regnato sul Ducato di Parma, dove si era estinta la locale famiglia ducale dei Farnese, per cui anche in questo caso, dopo di lui, salì su quel trono, non un principe italiano, ma un altro Borbone, il fratello Filippo, da cui il ramo dei Borbone-Parma.
È logico ed evidente che tornare ad essere un Reame indipendente, anche se legato inizialmente alla Spagna, non poteva non essere accolto con favore da parte della parte pensante ed istruita dei due Regni originari, ora riuniti, dopo secoli di regime vicereale spagnolo, anche se taluni di questi vicerè si erano mostrati amministratori accorti ed onesti, e dopo il successivo breve periodo di governo austriaco . Era senza dubbio una dinastia straniera quella che iniziava a regnare, ma del resto in tutti quei secoli nessuna grande famiglia principesca napoletana e siciliana, aveva saputo o potuto ergersi a paladina dei due Regni, dando inizio ad una dinastia locale, tant’ è che quello di Sicilia, era stato assegnato nel 1713 ai Savoia, che vi regnarono fino al 1720, quando dovettero accettare il cambio con la Sardegna . Per cui la soluzione di una dinastia esterna era, all’epoca, l’unica praticabile, in Italia, escluso il Ducato di Savoia, poi Regno di Sardegna, che aveva una dinastia autoctona da centinaia e centinaia d’anni, in quanto si erano estinte altre grandi famiglie, come i toscani Medici ed i già citati Farnese.
Era infatti ben triste che, in un reame vasto e popolato, il più grande di tutta l’ Italia, pensiamo a tutte le regioni che lo componevano, così diverse fra loro, e con un fiorire di ingegni brillanti nei campi della storia, dell’economia e della finanza, un nome per tutti : Giambattista Vico, il potere venisse esercitato dal rappresentante di una potenza straniera, ma il ritrovarsi un Re giovane e quindi desideroso di affermarsi e di realizzare opere durature nel tempo apriva una stagione positiva. E di questa sono testimonianza significativa lo stralcio di una lettera del 1754, scritta dal grande economista, Antonio Genovesi, riportata da Benedetto Croce nella sua “Storia del Regno di Napoli”, che con “Uomini e cose della vecchia Italia”, sono testi che andrebbero riletti e meditati : “?cominciamo anche noi ad avere una patria, e ad intendere quanto vantaggio sia per una nazione avere un proprio principe?”, e le realizzazioni imperiture quali la Reggia vanvitelliana di Caserta, dall’enorme palazzo e dal fascinoso parco, il palazzo di Capodimonte che ospitò la fabbrica reale delle porcellane che dal palazzo presero il nome, il Teatro San Carlo, e l’imponente Albergo dei Poveri. Ed a questo proposito è opportuno e interessante notare un parallelismo con le realizzazioni sabaude dei palazzi di Stupinigi, Racconigi, Venaria Reale, e della Basilica di Superga, avvenute anch’esse nell’arco di tempo del XVIII secolo, ad opera di due Sovrani che regnarono in quel periodo, Vittorio Amedeo II, dal 1684 al 1730, e, Carlo Emanuele III, dal 1730 al 1773.
Il governo del Regno era però affidato ad un uomo politico toscano di indubbio valore, Bernardo Tanucci, che governò dal 1737 al 1776, iniziando una tradizione di governanti stranieri, estranei alla vita dei popoli che dovevano guidare, come successivamente l’inglese John Acton, dal 1778 al 1806, ed il colonnello Pommereuil per l’esercito, per non parlare derl pesante intervento di certi ambasciatori inglesi dall’Hamilton al Bentinck, sì che da una influenza spagnola vivente Carlo III, si passasse ad una inglese e ad una austriaca, essendo la consorte del figlio di Carlo, Ferdinando, la principessa Maria Carolina, una donna dotata di forte volontà e personalità, degna figlia di Maria Teresa d’Austria.
Questa stagione di regno di Carlo, che vide anche importanti provvedimenti amministrativi e trattati commerciali, nonchè la rivendicazione della indipendenza dal papato, come l’abolizione del dono al Pontefice, della chinea, cavallo o mulo bianco, in segno di sottomissione, durò 25 anni, perché gli altri 29 anni della sua vita, furono dedicati alla Spagna, con aperture da sovrano illuminista, non proseguite dai figli che gli succedettero . Sul trono di Spagna, il primogenito, l’inetto Carlo IV (1748-1819), e sul trono di Napoli, il secondogenito, Ferdinando IV (1751-1825), il cosiddetto “Re Lazzarone”, per i suoi modi popolareschi che lo avvicinavano ai “lazzari” napoletani, succubo della moglie, con un notevole parallelismo nella vita tra i due fratelli.
Quindi il periodo aureo dei Borbone di Napoli coincide unicamente, con il primo sovrano, perché nel lungo regno di Ferdinando, dal 1759 al 1825, che inizia effettivamente nel 1768, alla raggiunta maggiore età, in quanto nei 9 anni tra il 1759 ed il 1768 la politica napoletana, era ancora diretta da Madrid con i Reggenti lasciati da Carlo VII, alla sua partenza da Napoli per la Spagna . Infatti in circa trent’anni di regno, prima che in tutta Europa ed anche perciò su Napoli si abbattesse la tempesta della rivoluzione francese e dei suoi eserciti rivoluzionari che scorrazzavano per l’Italia, ben poco di positivo può ascriversi a Ferdinando IV, che non fosse opera dell’Acton, come la scuola militare della Nunziatella, ancor oggi operante, se non la fabbrica di tessuti di San Leucio, interessante esperimento sociale oltre che tecnico, essendo passione dominante la caccia, passione che lo accompagnò per tutta la sua lunga vita . Ed a proposito della Nunziatella, la cui fondazione risale al 1787, è bene ricordare che la prima accademia militare, la Reale Accademia di Savoia, era stata istituita nel Ducato di Savoia da Carlo Emanuele II, nel settembre del 1677, quindi ben centodieci anni prima, ed inaugurata il primo gennaio 1678, con sede, a Torino, nel prestigioso palazzo progettato dal famoso architetto Amedeo di Castellamonte.
Tornando al Regno di Napoli, la tempesta arrivò alla fine del 1798 con l’esercito francese che scendeva verso Napoli e Ferdinando il 23 dicembre si imbarcò sull’ammiraglia di Nelson, la “Vanguard” e si trasferì con la corte a Palermo, dove non era mai stato nei precedenti 40 anni di regno . A Napoli si apriva così 23 gennaio 1799 la breve stagione della Repubblica Partenopea, debole di consenso popolare, ma ricca di adesione dei migliori ingegni del Regno. Vita breve, perché dalla Calabria risalivano le bande del cardinale Fabrizio Ruffo, che aveva avuto pieni poteri dal Re, e tra incendi e saccheggi, sia pure contro la volontà del Cardinale, di cui ricorderemo Cotrone (Crotone oggi), Palmi, Altamura, solo a titolo indicativo, e si avvicinavano a Napoli, dove i repubblicani non avevano messo radici, come spiega Vincenzo Cuoco, in un suo saggio diventato famoso per la precisione degli argomenti storici e politici e per la lucidità della esposizione.
Così nel giro di pochi mesi l’armata del Ruffo giungeva a Napoli, dove il popolo si dava alla caccia dei “repubblicani”, con una ferocia, che ritroveremo nei briganti di sessant’anni dopo nei confronti dei soldati italiani, “denudandoli, smembrandoli”, per poi innalzare le teste recise sulle picche, o giuocando con le stesse, arrivando ad arrostirle e divorarle, ed altre cose innominabili, che pure sono descritte dallo storico filo borbonico Harold Acton, nei suoi due fondamentali volumi sui “Borboni di Napoli”. Eccessi che provocavano lo sdegno del cardinale Ruffo, ma che non aveva i mezzi per evitarli. Così dopo cinque mesi, 19 giugno 1799 avveniva la capitolazione dei repubblicani, ed iniziava la repressione, della quale, è triste dirlo, fu incitatore il famoso ammiraglio inglese Nelson, con il processo sommario dell’ammiraglio napoletano Francesco Caracciolo, impiccato il successivo 30 giugno, e con altri provvedimenti repressivi, contro la volontà del Ruffo, che pure aveva avuto pieno mandato dal Re, mentre la Regina, non dimenticando di essere la sorella della sfortunata Maria Antonietta, ghigliottinata dai repubblicani francesi, incitava a non avere pietà, “né tregua, né perdono”. Vi furono poi i processi con 1004 condanne, di cui 105 a morte, fra cui ricordiamo Pagano e Cirillo, 222 all’ergastolo, 288 alla deportazione e 67 all’esilio, ed altre minori . Famosa è rimasta l’esecuzione successiva di Luisa Sanfelice, per la salvezza della quale si era anche mossa, la nuora del Re, moglie del principe ereditario Francesco, che avendo partorito un figlio, aveva chiesto la grazia della vita.
Ferdinando poteva rientrare a Napoli il successivo 10 luglio, accolto con entusiasmo dal popolo, mentre le esecuzioni dei patrioti repubblicani e la repressione poliziesca iniziavano a scavare quel fossato tra la monarchia borbonica e gli intellettuali che con alterne vicende durò fino alla scomparsa della monarchia stessa, sostituita in questo caso, fortunatamente, da un’altra monarchia e da un’altra dinastia, i Savoia, in quanto tale istituzione era maggiormente congeniale alle popolazioni meridionali, come si ebbe a costatare il 2 giugno 1946, nel referendum istituzionale, con il voto a grandissima maggioranza favorevole al mantenimento della monarchia dei Savoia.
Il rientro a Napoli del Re ed il suo soggiorno intervallato da viaggi e ritorni a Palermo, durò fino al gennaio del 1806, quando essendo nuovamente l’esercito napoleonico penetrato nel regno, il 23 di detto mese Ferdinando con Maria Carolina, ripartì per la Sicilia, dove, protetto dagli inglesi, sarebbe rimasto fino al 7 giugno 1815, data del suo rientro definitivo a Napoli, come Ferdinando I, Re delle Due Sicilie, titolo assunto per la nuova denominazione del suo regno, dopo essere stato “quarto” per Napoli e “terzo” per la Sicilia.
Tra queste due date a Napoli furono insediati da Napoleone come Re, per non ripetere l’errore della repubblica del 1799, prima il fratello Giuseppe, entrato a Napoli l’8 febbraio 1806, e poi, dal settembre 1808, il cognato Gioacchino Murat, maresciallo dell’Impero, epico comandante della cavalleria francese, che rivelò notevoli doti di governante, mentre per Ferdinando la Sicilia si rivelò difficile da governare, esistendo da secoli, un parlamento che le vicende dell’epoca avevano risvegliato da un lungo sonno ed ora voleva legiferare, specie, nel campo finanziario, motivo per il quale del resto era nato anche il famoso parlamento inglese, ed avere una costituzione, che il Re, pressato anche dall’ambasciatore inglese Bentick, firmò nell’agosto 1812, per poi rinnegarla, l’8 dicembre 1815 dopo il ritorno a Napoli e lo scioglimento del parlamento siciliano già decretato il 23 luglio 1815. Anche qui si scavava un fossato tra i Borbone e la Sicilia, che avrebbe avuto la sua sanzione ufficiale e definitiva, nel 1848, in una famosa seduta del Parlamento, nuovamente riunitosi, che l’8 maggio 1848, proclamava la decadenza dei Borbone, dal Regno di Sicilia, denunciandone il “sistematico spergiuro” ed offrendo la Corona ad un altro principe italiano, individuato nel secondogenito di Carlo Alberto, Ferdinando, Duca di Genova, che non poté accettare essendo impegnato con il padre ed il fratello nella guerra contro l’Austria .
Con il 1815 si apriva un quinquennio scarso di avvenimenti, come in tutta l’Europa, nel quale però operavano nel silenzio e nel segreto alcune organizzazioni, in particolare la Carboneria, che trovava terreno fertile nei giovani ufficiali ed in altri militari dell’epoca murattiana, della quale in parte erano anche nostalgici, per cui all’alba del primo luglio 1820 due giovani tenenti, Morelli e Silvati, muovevano da Nola con un drappello di cavalleggeri, per richiedere la Costituzione, che all’epoca si immedesimava nella “Costituzione di Spagna”, della quale, molto probabilmente, ben pochi di quelli che la richiedevano, conoscevano il contenuto. Via via le file si ingrossarono, poi a Napoli vi furono cortei, adesioni, manifestazioni ed infine dopo giornate di scontri e violenze il 13 luglio 1820, Ferdinando, giurava fedeltà alla Costituzione ed il primo di ottobre si riuniva per la prima volta il Parlamento. Questa concessione non poteva essere vista con favore dalle potenze della Santa Alleanza, che avevano messo come cardine della loro politica interna, il governo assoluto ed il divieto di qualsiasi tipo di costituzione, per cui Ferdinando fu invitato, o meglio, costretto a recarsi a Lubiana, per discolparsi e per disconoscere la concessione effettuata. E per meglio sancire ed attestare questa decisione del Re, di rinnegare la Costituzione, si mosse un esercito austriaco, forte di 42.000 uomini. E’ nota la decisione del parlamento napoletano di opporsi con il proprio esercito, la sconfitta dello stesso, l’entrata a Napoli degli austriaci il 23 marzo 1821, che ridotti successivamente a 35.000 soldati, rimasero nel regno fino al 1827, a totale carico dell’erario napoletano per la notevole cifra complessiva di 85 milioni di ducati, che avrebbe potuto essere ben diversamente utilizzata, mentre Ferdinando tornava nella sua capitale il successivo 15 maggio. Per cui, anche se questo primo parlamento non si era dimostrato all’altezza della situazione, senza dubbio non facile, il suo scioglimento approfondì il famoso fossato, che il successivo breve regno di Francesco I (1777-1830), salito al trono nel 1825, e mancato ancora in giovane età, nel 1830, non ridusse, se non aggravò, se pensiamo alla rivolta del Cilento del 1828 ed alla sua spietata repressione, che, portò, fra l’altro alla cancellazione di un paese, Bosco, ed alla decisione di ricorrere a truppe mercenarie, arruolando alcuni reggimenti composti da svizzeri, anche qui con aggravio per le finanze statali, non fidandosi del proprio esercito, quando l’uso di truppe mercenarie era scomparso nelle altre nazioni europee, dove gli eserciti erano ormai nazionali, come secoli prima aveva auspicato il Machiavelli. Dello stato del Regno sono sintesi le frasi del Metternich che indicava nella corruzione e venalità la causa della decomposizione e del degrado del Regno stesso, mentre “?il Re tentenna, il governo privo di morale non incute né rispetto, né timore?,”. Ed a questo discredito si aggiungeva anche l’infelice risultato della spedizione navale del 1828 contro il Bey di Tripoli, per impedire le sue scorrerie, mentre un ben diverso esito positivo aveva avuto analoga spedizione della flotta del Regno di Sardegna.
È con l’ascesa al trono, l’8 novembre 1830, del figlio ventenne, Ferdinando II ( 1810-1859), e la concessione di una amnistia per i numerosi condannati politici, che si riaprirono le speranze di un miglioramento nei più vari settori ed il primo decennio, dal 1830 al 1840, vide diverse realizzazioni nel campo tecnico, una minore vessazione fiscale unita a tagli di spese inutili e superflue, prebende varie comprese, anche se la corruzione nell’amministrazione, sviluppatasi nei precedenti periodi era sempre diffusa, come pure era la camorra ed il brigantaggio, fenomeno endemico in quasi tutto il regno. Del nuovo Re era apprezzata anche l’affabilità nei confronti del popolo, mentre della sua prima consorte, la principessa Maria Cristina di Savoia, era nota la carità ed il suo influsso benefico nelle decisioni del Sovrano, Regina amata dal popolo, ma purtroppo mancata in giovane età, dopo aver dato alla luce l’erede al trono, Francesco (1836-1894).
Lo sviluppo del regno, anche dal punto di vista strettamente numerico della popolazione salita da 5.732.114 abitanti nel 1830 ai 6.177.598 del 1840, era però viziato da una politica economica autarchica, basata sul basso costo della mano d’opera e su dazi protettivi, per cui non aveva prospettive in una Europa che si apriva ad una discreta libertà di commercio, ed alla industrializzazione con sviluppo di strade normali e di quelle “ferrate”, che non servissero unicamente al collegamento tra due regge, come era avvenuto nel 1838, per i pochi chilometri della linea ferroviaria tra Napoli e Portici. Inoltre nel decennio successivo, dal 1840 erano riprese rivolte locali, duramente represse, cospirazioni e tentativi avventurosi di insurrezioni, finiti tragicamente, come accadde per i fratelli Bandiera, di nobile famiglia, nel 1844 e come poi fu nel 1857 per Carlo Pisacane, duca di nascita e, al tempo stesso, socialista. Nel mezzo tra queste due date anche il Regno delle Due Sicilie, dove già nel 1847 era uscita anonima una “Protesta del popolo delle Due Sicilie” (scritta in realtà da Luigi Settembrini) fu scosso dalle vicende del 1848, dalla caduta in Francia della monarchia orleanista, dalla rivolta di Vienna con la estromissione di Metternich, da analoga rivolta, in Ungheria e dalla richiesta ovunque di regimi non più assoluti con la concessione delle Costituzioni. In questo quadro si inserisce la ribellione della Sicilia nei confronti del dominio borbonico, successivamente repressa con durezza, culminante nell’assedio di Messina, sottoposta a ripetuti bombardamenti, fino alla sua resa nel settembre 1849. Così, Ferdinando II, che pure aveva un orrore istintivo per una monarchia costituzionale, dovette concedere la Costituzione, come aveva deciso anche il Granduca di Toscana, lo stesso Pontefice Pio IX e Carlo Alberto, che inoltre aveva levata la spada per l’indipendenza italiana, muovendo guerra all’Impero Austriaco, riuscendo inizialmente a coinvolgere anche Ferdinando, che aveva inviato a sostegno un consistente contingente del suo esercito.
Tutto questo fu un sogno di un mattino di primavera perché poi venne l’ordine di ritirare le truppe, e la costituzione con il parlamento appena eletto vennero praticamente soppressi, anche se ufficialmente erano solo “sospesi”, con condanne ed esilio della migliore classe dirigente del regno che trovò rifugio all’estero e di questo “estero”, faceva parte il Piemonte Sabaudo, dove la costituzione, lo “Statuto”, era stato conservato, così come la bandiera tricolore, ed un libero Parlamento legiferava, modernizzando la struttura dello Stato, ed il governo, composto dalla locale classe dirigente formatasi in decenni di lavoro e di fedeltà dinastica, presieduto da Camillo Benso, conte di Cavour, “tanto nomini, nullum par elogium”, impostava una politica estera spregiudicata, con lo scopo di estromettere l’Austria dall’Italia, così che nacque la “Società Nazionale”, dove erano confluiti i patrioti delle più varie provenienze ideologiche e regionali, che ebbe, come sintesi del suo programma, il motto: “Italia e Vittorio Emanuele”, che fu quello che Garibaldi lanciò ai siciliani, nel proclama di Salemi, il 14 maggio 1860.
È chiaro che questo sconvolgimento della vita politica in Italia non poteva non colpire Ferdinando che riteneva sicuro ed estraneo il suo regno, racchiuso tra l’acqua salata e l’acqua santa, mentre la frontiera dell’acqua santa, era in pericolo perché nel progetto unitario era prevedibile l’eliminazione dell’anacronistico ed antistorico Stato della Chiesa, e la fine del non certo evangelico potere temporale dei Papi. Senza ricordare i giudizi negativi di uomini politici inglesi, forse prevenuti nei confronti del Regno delle Due Sicilie, come Gladstone, senza dubbio il regime diveniva sempre più poliziesco e la sua indipendenza era in realtà un isolamento, che andava dall’ostilità inglese, alla quasi ostilità della Francia repubblicana e poi napoleonica, ed alla indifferenza della Prussia, della Russia e della stessa Austria, che ideologicamente era la più vicina, ma che si trovava a dover affrontare il problema dell’attacco al suo potere nelle regioni italiani a lei sottoposte. Inoltre preoccupava anche la salute del Re, che declinava senza una esauriente spiegazione medica. Di questo declino è testimonianza il racconto del viaggio per via di terra, da Napoli a Bari, per ricevere la sposa del figlio, la principessa bavarese Maria Sofia, sorella della Imperatrice d’Austria, Elisabetta. Racconto allucinante sia per lo stato delle strade, in pieno inverno (Ferdinando era partito dalla Reggia di Caserta l’8 gennaio 1859), sia per la salute del Re che peggiorava di giorno in giorno. L’arrivo a Bari, la permanenza, i consulti e consigli medici non ascoltati ed il viaggio, questa volta via mare, per ritornare a Caserta, dove si sarebbe spento il successivo 22 maggio, mentre da un mese circa era in corso in Lombardia la guerra dei franco-piemontesi contro gli austriaci, in quella seconda guerra d’indipendenza che avrebbe dato la svolta decisiva al processo unitario dell’Italia, che tanti anni prima era stato proposto, senza esito, proprio a Ferdinando.
In pratica potremmo dire che con la morte di Ferdinando inizia l’epilogo del regno, anche se la fine avvenne un anno e mezzo dopo, con il plebiscito di adesione alla Monarchia Costituzionale dei Savoia, con la successiva resa di Gaeta il 13 febbraio 1861 e la partenza del Re Francesco II, il successivo 14 febbraio, sulla nave francese “La Mouette” ed il suo esilio romano.
L’ascesa al trono del primogenito Francesco, ventitreenne, in un simile momento storico si era infatti presentata fin dall’inizio difficile, non tanto per la giovane età ed inesperienza del principe (non dimentichiamo che il padre era diventato Re a vent’anni, ma in un diverso momento storico!), quanto per l’assenza di consiglieri qualificati e politicamente adeguati ai tempi che si stavano vivendo, causa quel distacco tra dinastia e possibile classe dirigente, iniziato fin dall’epoca del primo Ferdinando e proseguito sotto i suoi successori che disprezzavano i “pennaruli”, ricambiati da analoga disistima e sfiducia degli stessi nei loro confronti. Perciò Francesco II, non trovò altra soluzione di richiamare il 4 giugno 1859, il settantacinquenne Carlo Filangeri, come capo del governo, incarico che tenne fino al successivo 16 marzo 1860, avendo un successore egualmente anziano, come anziano era l’ottantaduenne Winspeare, Ministro della Guerra, e i settantenni generali Lanza, Landi e Letizia, che di lì a pochi mesi avrebbero dovuto opporsi a Garibaldi.
Ed il giovane Re doveva anche guardarsi dalle camarille di Corte che facevano capo alla intrigante matrigna, l’austriaca Regina Madre. Maria Teresa, seconda moglie di Ferdinando II, che avrebbe preferito sul trono uno dei suoi figli. Così si persero mesi preziosi, pensando a lavori per porti, strade e ferrovie, progettati anche all’epoca del padre, ma non realizzati, lasciando inutilizzati i fondi che pur esistevano, mentre si trascurò la questione politica di un accordo con il Regno di Sardegna, come suggeriva lo zio del Re, Leopoldo, conte di Siracusa. Venne così nel maggio 1860 lo sbarco a Marsala di Garibaldi, e solo dopo, il 25 giugno, la firma della Costituzione tardivamente concessa, e l’adozione della bandiera tricolore con lo stemma borbonico. Che poi sul Volturno, i resti, ancora numerosi e bene armati dell’esercito napoletano abbiano combattuto valorosamente ed il Re fosse presente insieme con alcuni dei suoi fratellastri, non modifica l’esito negativo di questa ultima battaglia campale, dove Garibaldi dimostrò doti strategiche e non solo di audacia personale, ben diverse dalle incertezze e dai timori del comandante avversario, il generale Ritucci.
L’arroccarsi successivo dei Sovrani a Gaeta, fortemente fortificata, e la resistenza, prolungatasi oltre ogni logica militare, all’assedio di quella che era ancora l’Armata Sarda, dove erano già stati inseriti elementi delle regioni unitesi al Piemonte, e comandata dal Cialdini, se dette un giusto rinnovato risalto al valore delle truppe napoletane ed alle figure del Re e della Regina, sempre sugli spalti ed in mezzo ai soldati, confortando i numerosi feriti, non poteva mutare le sorti del Regno, come non lo mutarono successivamente i tentativi di rivolte inseritesi nel precedente brigantaggio, per le quali, dall’esilio romano di Francesco II, partivano migliaia di ducati per organizzarle e sostenerle, quando gli stessi ducati, anni prima non erano stati usati per costruire scuole, strade, ospedali e ferrovie.
Bilancio quindi globalmente negativo quello del regno borbonico, con un finale, nelle zone più interne del vecchio reame, di violenze ed atrocità contro i rappresentanti del nuovo stato unitario, che provocarono reazioni ampiamente giustificate anche se, forse, in qualche caso eccessive, quando avrebbero dovute essere invece meditate le nobili parole del proclama del generale Cialdini, quando volle far celebrare, il 17 febbraio 1861, una Messa per i caduti di entrambe le parti, sull’istmo di Gaeta: “Soldati, noi combattemmo contro italiani, e fu questo necessario, ma doloroso ufficio?..Là pregheremo pace ai prodi, che durante questo memorabile assedio perirono combattendo tanto nelle nostre linee, quanto sui baluardi nemici. La morte copre di un mesto velo le discordie umane e gli estinti sono tutti eguali agli occhi dei generosi. Le nostre ire non sanno sopravvivere alla pugna. Il soldato di Vittorio Emanuele combatte e perdona.”
(da “Nova Historica, n.61/62, del  2017, anno XVI. Edizioni Pagine, Roma)
BIBLIOGTAFIA
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2) Harold Acton, “Gli ultimi Borboni di Napoli” – ed . Martello 1960
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10) Federico Carandini, ” L’ assedio di Gaeta . 1860-1861″- Ed. Stabilimento tipografico V. Bona”-1874
11) Carlo Avarna di Gualtieri, ” Ruggero Settimo nel Risorgimento Siciliano”- ed. Laterza 1928
12) Manlio Rossi Doria, “Antologia degli scritti di Giustino Fortunato” – ed. Laterza 1948
13) Guido De Ruggiero, “Il pensiero politico meridionale” – ed. Laterza 1954
14) Indro Montanelli, “L’ Italia giacobina e carbonara” – ed. Rizzoli-1978
15) Indro Montanelli, “L’ Italia del Risorgimento” – ed. Rizzoli- 1978
16) Luigi Settembrini, “Ricordanze della mia vita” – ed. Morano.- 1928
17) Francesco de Sanctis, “Mezzogiorno ed Italia Unitaria” – ed. Einaudi -1960
18) Rosario Romeo, ” Cavour “- ed. “Corriere della Sera” – 2005
19) Alfonso Scirocco, “Giuseppe Garibaldi ” -ed. “Corriere della Sera” – 2005
20) AA.VV., “Il Parlamento in Sicilia”- edizione del Circolo della Stampa di Messina – 1960

Controllori controllati
Dirigenti precari
Nelle agenzie fiscali
Così il governo
Li può condizionare
Il potere vuole decidere gli incarichi di responsabilità
Negli uffici per “indirizzare” le tipologie degli accertamenti
di Salvatore Sfrecola
Tra le cose non buone che il 2017 lascia in eredità al nuovo anno, oltre al rincaro delle bollette di gas e luce, vi è senza dubbio una evasione fiscale di proporzioni mai viste. Del tutto sconosciuta agli altri paesi europei, la difficoltà di riscuotere le imposte ha molte origini. Nello stesso sistema tributario, ovviamente, un mostro che soffoca cittadini e imprese, ma anche nella condizione delle agenzie fiscali. L’apparato, un tempo fiore all’occhiello dell’amministrazione italiana, vive oggi gli effetti negativi della precarietà della dirigenza degli uffici. Quei posti di funzione, infatti, sono coperti in via provvisoria da anni. Un caso? No, una scelta politica che assicura al potere governativo il controllo totale di quei funzionari, perché incaricati ma non vincitori di concorsi. Che non si fanno dall’insediamento delle agenzie fiscali, ad onta di una chiara indicazione della Corte costituzionale.
Fin dal 2015, infatti, con la sentenza n. 37 la Consulta ha ricordato al Ministero dell’economia, che ha l'”alta vigilanza” sulle agenzie, che, ai sensi dell’art. 97 della Costituzione, “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso”. E che questo è necessario anche nei casi di “nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio”, come nel passaggio ad una fascia funzionale superiore. Infatti, si legge nella sentenza, “l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate è soggetto, quale figura di reclutamento, alla regola del pubblico concorso”. Sicché, ha spiegato la Consulta, si ha un intollerabile “aggiramento della regola del concorso pubblico” quando si provvede alla copertura provvisoria delle vacanze verificatesi nelle posizioni dirigenziali, mediante la stipula di contratti individuali di lavoro a termine con propri funzionari, con l’attribuzione dello stesso trattamento economico dei dirigenti, «fino all’attuazione delle procedure di accesso alla dirigenza» e, comunque, fino ad un termine finale predeterminato”. Termine di volta in volta prorogato, a partire dal 2006, con apposite delibere del Comitato di gestione delle agenzie che “hanno di fatto consentito, negli anni, di utilizzare uno strumento pensato per situazioni peculiari quale metodo ordinario per la copertura di posizioni dirigenziali vacanti”.
Che fanno, dunque, le agenzie fiscali? Ricorrono, spiega Pietro Paolo Boiano, Segretario generale aggiunto della DIRSTAT, lo storico sindacato dei dirigenti pubblici, ad una “soluzione rabberciata prevedendo “posizioni organizzative speciali” e “posizioni organizzative a tempo”, da cui all’acronimo “pos-pot”, di cui sono stati destinatari gli incaricati decaduti a seguito della sentenza”. Tutto questo, quando avrebbero potuto chiamare in servizio gli idonei delle graduatorie dei concorsi a dirigente i quali hanno superato prove scritte e orali e non sono stati assunti in prima battuta solamente per il limitato numero dei posti messi a concorso. Avrebbero assicurato certamente garanzie di competenza maggiori di quanti spesso non hanno passato nessuna selezione.
Non basta. Con un emendamento alla legge di bilancio 2018 si prevede che le Agenzie fiscali possano prorogare “pos” e “pot”, fino al 31 dicembre 2018 nelle more dei concorsi le cui procedure molto probabilmente saranno impugnate per disparità di trattamento in quanto a coloro i quali hanno avuto incarichi dirigenziali (“pos e pot”, appunto) è assicurato un doppio vantaggio. Un primo per aver avuto un incarico illegittimo, un secondo perché, in sede di concorso, quell’incarico li avvantaggia in quanto esclude che debbano partecipare alle preselezioni. Inoltre, l’art. 49-bis della legge di bilancio prescrive espressamente che nei concorsi futuri si dia rilievo “anche alle esperienze lavorative pregresse”. Che, detta così, sembra una cosa “buona e giusta”. Valorizzare l’esperienza è senza dubbio saggio. Ma come sempre “est modus in rebus”. L’esperienza deve essere valutata in concorso con altre attitudini, capacità professionali e cultura giuridica. Perché se l’esperienza è maturata in una posizione illegittima determina un vantaggio ingiusto che limita fortemente le possibilità per gli esterni, preparati e desiderosi di dimostrarlo, e consolida la posizione di coloro i quali hanno tenuto gli incarichi bocciati dalla Corte costituzionale.
Non ci vuole molta immaginazione per capire chi vincerà le prove finali se e quando si faranno. Un esempio viene da Savona, dalla selezione nazionale bandita per la delega delle funzioni di direttore provinciale della locale Agenzia delle entrate. E così un concorrente, del quale la commissione giudicatrice ha riconosciuto ottima preparazione, dimostrata anche da pubblicazioni scientifiche ed iniziative di formazione, è rimasto fuori in “assenza di esperienza di gestione di unità organizzative di livello dirigenziale”. Ed ha vinto chi aveva fatto esperienza proprio con una delle posizioni dirigenziali bocciate dalla Corte Costituzionale.
La DIRSTAT non ci sta e si appresta ad impugnare i bandi. Ritiene “la norma della legge di Bilancio la prova provata che i concorsi non si vogliono in modo che tutti i concorrenti abbiano davvero le stesse possibilità. Con tanti saluti all’articolo 97 della Costituzione e alla sentenza della Corte”. Già in passato procedure simili (anche se non previste da una legge ad hoc come in questo caso) sono state bocciate da Tar e Consiglio di Stato su ricorso del sindacato. Il quale insiste per il conferimento delle deleghe di funzioni vicarie, come dispone il testo unico del pubblico impiego, il dlgs 165/2001, perché, nelle more dei concorsi, sia valorizzata la professionalità dei funzionari di qualifica più elevata, come espressamente indicato dalla Consulta. Ciò in applicazione della regola, propria degli ordinamenti amministrativi, secondo la quale, in assenza dei dirigenti apicali, le funzioni devono essere temporaneamente attribuite a coloro che li seguono nel ruolo di quella che un tempo si chiamava carriera direttiva. Anche per rispettare regole costituzionali fondamentali, come quelle del “buon andamento” e della “imparzialità dell’amministrazione”, che si leggono sempre nell’art. 97 della Costituzione. E per non mortificare la preparazione professionale e la voglia di farsi valere dei funzionari che costituiscono il nucleo essenziale dell’apparato amministrativo.
Ma la politica vuole la precarietà per decidere liberamente chi incaricare di dirigere gli uffici ed indicargli su quale contribuente fare accertamenti. Insomma, dirigenti di fatto a disposizione della politica anziché, come si legge nell’art. 98 della Costituzione, “al servizio esclusivo della Nazione”. E non accade solo lì, come dimostra l’esperienza, ovunque è applicato lo “spoil system all’italiana”.
(da La Verità, 2 gennaio 2018, pagina 6)

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