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Di Maio e l’arroganza della partitocrazia che vorrebbe introdurre per i parlamentari il vincolo di mandato

Di Maio e l’arroganza della partitocrazia che vorrebbe introdurre per i parlamentari il vincolo di mandato
di Salvatore Sfrecola

Luigi Di Maio non ha evidentemente idea alcuna della democrazia parlamentare e dell’autonomia di deputati e senatori. Uomo di pochi studi, di storia e diritto parlamentare, alla prima defezione, della Senatrice Silvia Vono passata sotto le insegne di Matteo Renzi, Di Maio, che teme l’esodo di altri deputati e senatori preoccupati di perdere il seggio in ragione del drastico calo di consensi che nelle più recenti elezioni ha caratterizzato le liste del Movimento 5 Stelle, non solo l’ha minacciata di richiedere 100 mila euro di penale, ma è tornato ad annunciare da New York che è sua intenzione proporre una modifica costituzione per introdurre il “vincolo di mandato”, cioè l’impossibilità giuridica per un parlamentare di passare dal partito nel quale è stato eletto ad un altro. In sostanza propone quello che si chiama il “mandato imperativo”

Il divieto di vincolo di mandato è sancito dalla Costituzione la quale, all’art. 67, stabilisce che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Una norma sostanzialmente fotocopia dell’art. 41 dello Statuto Albertino (1848), la Carta costituzionale del Regno d’Italia, il quale stabiliva che “I Deputati rappresentano la Nazione in generale e non le sole provincie in cui furono eletti.

Nessun mandato imperativo può loro darsi dagli Elettori”.

È la regola base della democrazia parlamentareda quando è stato superato il modello delle assemblee medievali nelle quali gli eletti, esprimendo una “rappresentanza di interessi”, presentavano al sovrano le esigenze dei ceti sociali che li avevano scelti. Dalla rappresentanza degli interessi alla “rappresentanza politica” non è possibile definire a priori l’ambito di attività del rappresentante il quale agisce con piena autonomia. Il suo mandato deve restare libero da meri interessi settoriali per realizzare le diverse istanze che provengono dall’elettorato al fine di interpretare “l’interesse reale del Paese”, come scriveJames Madison nel The Federalist.

Con il mandato imperativo, che oltre a Di Maio anche altri politici di tanto in tanto propongono di introdurre, si vuole dunque impedire il passaggio dei parlamentari da un partito ad un altro, quella scelta per la quale chi la compie viene definito, nella migliore delle ipotesi, trasformista, voltagabbana, traditore, doppiogiochista. Un’antica abitudine della politica italiana, anche di quella più nobile. Cominciò, prima dell’unità d’Italia, con il famoso “connubio”, come fu indicato ironicamente l’accordo politico del febbraio 1852 tra due schieramenti del Parlamento Subalpino, quello del Centrodestra, capeggiato da Camillo di Cavour, e quello del Centrosinistra, guidato da Urbano Rattazzi. Portò alla Presidenza del Consiglio il giovane Conte di Cavour. Continuò con Agostino Depretis nella stagione della Sinistra al Governo, poi con  Giovanni Giolitti, a lungo Presidente del Consiglio fino alla Grande Guerra. Prosegue con la Repubblica via via più frequente il cambio di partito che nella passata legislatura ha interessato centinaia di parlamentari anche più volte. Con il record di Dorina Bianchi che ha cambiato sette volte casacca.

Le “ragioni” per le quali si chiede l’abolizione della norma che esclude il vincolo di mandato sono evidenti e, in una certa misura, comprensibili anche se da respingere assolutamente e con fermezza, a tutela dell’autonomia e dell’indipendenza dei parlamentari. Oggi l’elettore non sceglie il deputato o il senatore il quale viene eletto esclusivamente in ragione di una decisione della segreteria del partito, di quel piccolo comitato di dirigenti che individua le persone da candidare e le colloca in lista nella posizione che assicura loro l’elezione in ragione dei consensi previsti per il partito. E se il calcolo è confermato dai risultati delle urne il candidato si troverà eletto anche se nessuno l’ha mai visto in faccia. Per cui i capi dei partiti possono ben dire: “noi ti abbiamo fatto eleggere, se vuoi uscire dal partito devi dimetterti per rispetto degli elettori” i quali, come detto, probabilmente non lo conoscono. Ma poiché nessuno può fare affidamento su una dimissione volontaria ecco che il Di Maio di turno ripropone il vincolo di mandato.

Infatti i partiti cercano il controllo assoluto dei gruppi parlamentari che potrebbe essere messo in forse in caso il deputato o il senatore dissenziente rispetto alla linea del partito fosse eletto con voto di preferenza o in un collegio uninominale, cioè se avesse un sicuro radicamento sul territorio, ed in ragione del consenso personale si sentisse autonomo, ad esempio in caso di decisioni di particolare importanza politica ed etica. Un parlamentare inglese mio amico, eletto in un collegio uninominale, mi spiegava che lui cura i suoi elettori veramente “porta a porta”. Loro lo conoscono e ne condividono idee e programmi. Con la conseguenza, mi diceva, che “se il mio partito mi cambiasse collegio io mi presenterei ugualmente e sarei eletto”.

È il segreto della democrazia più antica del mondo (sancita dalla Magna Charta Libertatum del 1215), quella secondo la quale sulle rive del Tamigi, a Westminster House, al Primo Ministro di Sua Maestà, Boris Jhonson, i parlamentari del suo stesso partito, il Conservatore, possono negare il voto quando dissentono dalla sua linea politica, senza che questo desti scandalo.

Un esempio per dire che la democrazia, in Italia, deve ancora fare molti passi avanti verso le regole dell’anno…1215.

28 settembre 2019

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