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Frammenti di riflessioni

Frammenti di riflessioni
del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

Giustizia penale

La sentenza, nella sua estrema sinteticità, affronta due temi di portata generale. Quello della specificità dei motivi di appello e quello della motivazione della sentenza.

È inammissibile l’appello se del tutto privo sia di riferimenti ad elementi oggettivi di valutazione, sia di una critica dialettica rispetto alle argomentazioni svolte dal giudice di primo grado.

La motivazione che si sostanzia in un modello prestampato, il cui contenuto è nella quasi totalità adattabile ad una quantità indiscriminata di ipotesi e oltretutto non corrispondente ai motivi d’appello, si pone in sostanza ai limiti della nozione di motivazione apparente (e, dunque, inesistente), che, come noto, è ravvisabile quando sia del tutto avulsa dalle risultanze processuali o si avvalga di argomentazioni di puro genere o di asserzioni apodittiche o di proposizioni prive di efficacia dimostrativa, cioè in tutti i casi in cui il ragionamento espresso dal giudice a sostegno della decisione adottata sia soltanto fittizio e perciò sostanzialmente inesistente (Cass., Sez. IV penale, 4 ottobre 2018, n. 47834, con commento di Licia Grassucci, “È inesistente la motivazione della sentenza che prescinde dalle risultanze processuali”, in www.italiappalti.it, 21 novembre 2018).

Ancora sul nuovo governo

“Tutto è possibile dopo la crisi dell’estate. Nell’abbraccio estivo, finiscono le spinte primordiali dei due partiti, la loro vocazione, la loro ambizione. Per M5S era il vaffa, l’attacco al sistema: ora sono diventati il partito del Palazzo e del governo, pronti a tutto per restarci. Per il Pd, il rischio è definitivo: abbandonare per sempre la vocazione maggioritaria, quella che ti spinge ad avere il migliore progetto di governo, una classe dirigente adeguata, un’organizzazione radicata nel Paese. Era l’ambizione per cui il Pd è nato: un progetto per il Paese, vincere e governare.  Nulla di tutto questo. Si prepara il ritorno alla legge proporzionale, come nella mitica Prima Repubblica dei partiti, ma nel frattempo i partiti non ci sono più. E dunque la sinistra torna al governo, ma senza il voto popolare, senza il popolo, o almeno un popolo, alle spalle… La sinistra torna al governo, ma è nuda” (Marco Damilano, “Il governo e il fossato”, L’Espresso, n. 37/2019, 8 ss).

Oggi, pertanto, possiamo senz’altro condividere l’affermazione che dietro i partiti, o presunti tali, non c’è più, come una volta, il popolo, ma soltanto una folla anonima inconscia del proprio destino.

Aggettivo

“Gli aggettivi devono essere quelli giusti, capaci di dire qualcosa di noi. L’aggettivo può metterti in luce, oppure farti precipitare in un baratro… L’aggettivo è una lama, capace di incidere contorni senza sbavature. Di profilare con nettezza la persona o la cosa alla quale si riferisce. Già, ma solo quando è necessario e scelto con cura… Succede invece spesso, come nel discorso di Conte alla Camera, che l’aggettivo sia un rimedio all’horrror vacui. Non è più una lama, assomiglia piuttosto a un gorgo, soprattutto se accoppiato a nomi altrettanto generici. Eccolo lì: fa girare la testa, fa perdere solidità al discorso. Alla fine, non ricordiamo quasi nulla di quello che è stato detto. Esornativo, svuotato di significato, è l’aggettivo che induce amnesia… Non abbiamo più bisogno di un linguaggio evanescente, ma di formule e parole esatte. È una questione politica, etica, umana. Non abbiamo bisogno di dimenticare, ma di vedere la realtà” (Gaia Manzini, “aggettivo”, L’Espresso, n. 38/2019, 7).

Per saperne di più

Si raccomanda di leggere (e meditare) il circostanziato articolo di Antonio Fraschilla “E a Catania l’Ateneo è cosa loro” (L’Espresso, n. 37/2019, 52 s), per conoscere “il generale sistema che ha consentito ai baroni dell’Università di Catania di trasformare l’Ateneo più antico della Sicilia, fondato nel 1434, il più grande a Sud di Napoli, in cosa loro”. Infatti, i magistrati della Procura etnea “hanno indagato sessanta docenti e sospeso i due rettori uscenti”.

Garibaldi visto da Montanelli

Tre meriti gli vanno riconosciuti. Primo, il coraggio: era sempre pronto a darne sul campo l’esempio, ed era solo con l’esempio che trascinava i suoi descamisados. Secondo, la personale onestà: povero era nato, e povero morì… Terzo, fra i protagonisti del Risorgimento fu l’unico che seppe suscitare qualche entusiasmo popolare, anche se dovuto più ai lati spettacolari, pittoreschi e buffoneschi del suo modo di essere e di apparire che non a delle vere qualità di capo. Ma questo, più che al suo, è da attribuire al carattere del popolo italiano che ama più le apparenze della sostanza e si lascia impressionare soltanto dalla teatralità dei gesti e delle parole” (Indro Montanellli, “Giuseppe Garibaldi – Un grosso pasticcione”, in “Cialtroni”, a cura di P. Di Paolo, Milano, 2019, 35 s).

26 settembre 2019

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