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Il giornale si rinnova per continuare a sognare

Il giornale si rinnova per continuare a sognare

di Salvatore Sfrecola

A quasi 13 anni dal suo esordio, Un Sogno Italiano cambia “abito”, per offrire ai lettori, attraverso una nuova impostazione grafica, pagine più leggibili, accompagnate, ove necessario, da illustrazioni che valorizzino l’informazione e i commenti. Ancora, “per non arrenderci al pessimismo”, come scrivevo il 4 dicembre 2007 nel presentare il giornale, quando segnalavo la crescita dell’inflazione, aumenti tariffari e fiscali. Pochi giorni prima avevo presentato il mio libro “Un’occasione mancata”, quella di una maggioranza mai vista prima incapace, tuttavia, di dare al Paese quella svolta che gli italiani avevano chiesto nelle elezioni del maggio 2001.

Sono passati quasi 13 anni, ma quanto avevo scritto allora è ancora attuale. L’Italia ha bisogno di un cambio di passo, in presenza di un quadro macroeconomico molto più preoccupante, caratterizzato da “fortissimi elementi di incertezza”, come ha scritto l’Ufficio parlamentare del bilancio prendendo in esame il Documento di Economia e Finanza (Def), che aggiorna le previsioni di finanza pubblica per il periodo 2020-2021. E come si legge nella memoria della Corte dei conti per l’audizione parlamentare sul DEF, considerato che la crisi dovuta all’epidemia, alle spese pubbliche conseguenti, al blocco delle attività produttive interviene in un contesto “già segnato da un marcato rallentamento e caratterizzato, nell’ultimo scorcio del 2019, da un quadro internazionale denso di incertezze”.

I numeri parlano da soli: Pil -8%; deficit +10,4; debito al 155%, un tasso di disoccupazione dell’11,6%. La pressione fiscale sale al 42,5% nel 2020 e raggiungerà il 43,3% nel 2021, il contrario di quanto chiedono gli esperti e le imprese: diminuire le imposte per far ripartire l’economia, favorire i consumi interni e con essi l’occupazione.

Nel 2007 esprimevo la speranza che un governo riuscisse ad invertire la tendenza. Con una politica nuova, capace di assicurare benessere diffuso e speranze alle famiglie, intorno alle quali ruota l’intera economia.

Oggi le preoccupazioni sono più gravi di quanto lo fossero nel 2007. Una crisi economica profonda ha colpito l’Italia, come altri paesi, non solamente in Europa, a causa del blocco, che dura ormai da due mesi, delle attività produttive, commerciali e professionali disposto dal Governo per cercare di frenare l’espansione del contagio da Coronavirus, una quarantena forzata imposta a tutti gli italiani e che viene gradualmente revocata già da oggi, con una progressione che terrà conto delle condizioni sanitarie nelle singole regioni.

Preoccupa la crisi, ma soprattutto l’evidente incapacità di una maggioranza divisa sulle questioni di fondo di immaginare quel colpo d’ala necessario per invertire una tendenza che, invece, viene confermata proprio dal Def, come dimostra il previsto aumento della pressione fiscale. Frenano il Governo e la sua maggioranza la consapevolezza che i consensi che hanno delineato la geografia delle Camere nel 2018 sono stati con ogni probabilità erosi dalla delusione che ha generato un diffuso malcontento, come è facile desumere dai risultati delle elezioni regionali e comunali che si sono tenute negli ultimi mesi e dai sondaggi sulle intenzioni di voto.

Non c’è dubbio che il malessere corre lungo lo stivale, perché le decisioni assunte dal Governo nella lotta all’epidemia sono apparse tardive, incerte, come dimostra il ritardo con il quale sono state messe a disposizione dei sanitari le mascherine protettive. Decisioni non di rado incomprensibili, tanto che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio in occasione del 1° maggio, nel dirsi certo che si possa “fare affidamento sul senso di responsabilità dei nostri concittadini”, ha espressamente sottolineato che “sono necessarie indicazioni – ragionevoli e chiare – da parte delle istituzioni di governo”. Un avviso garbato ma fermo di fronte ad una alluvione normativa di vario livello ritenuta da autorevoli commentatori senza mezzi termini in non pochi casi incostituzionale, con l’aggravante della sostanziale esclusione dai processi decisionali del Parlamento, chiamato a convertire “provvedimenti provvisori con forza di legge”, adottati sulla base di “necessità ed urgenza”, come prevede l’art. 77, comma 2, della Costituzione, senza che il testo possa essere discusso ed emendato perché le Camere sono costrette a votare un maxiemendamento sul quale il Governo pone la questione di fiducia.

C’è bisogno, dunque, di sognare ancora l’Italia che vorremmo, il Paese del quale andiamo fieri, per la sua storia straordinaria di uomini e donne che nel corso dei secoli hanno stupito il mondo con l’arte, la letteratura, la scienza, con la consapevolezza di vivere in una terra benedetta da Dio, a noi consegnata come uno scrigno prezioso, dalle Alpi al mare, l’Italia, il Bel Paese, non un’espressione geografica, come qualcuno credeva, voleva e vorrebbe ancora, un Paese bellissimo dove le valli si rincorrono tra montagne superbe e ricche di essenze arboree, per le città ed i borghi, ricchi di monumenti che ricordano una storia civile unica, fin dagli esordi della storia, ben prima che un’umile borgata di pastori divenisse l’Urbe e i quiriti discendessero a conquistare il mondo, con una straordinaria capacità di assicurare ovunque le migliori condizioni di vita e di prosperità portando l’acqua, l’emblema stesso della civiltà, le strade per favorire i commerci, le terme e i teatri perché gli uomini e le donne sentissero di far parte di una comunità. E poi il diritto che ha stabilito regole di civile convivenza ancora oggi valide in tutto il mondo.

Viviamo un periodo difficile quale nessuno avrebbe immaginato, per la diffusione subdola di un virus venuto da lontano che per troppi è stato letale, che ci angoscia anche per averci costretto a modificare le nostre abitudini di vita. Sentiamo il peso della costrizione, dell’isolamento, del distanziamento sociale che non ci piace, ancor più perché si prospetta in qualche misura duraturo, sia pure in forme attenuate. Comunque, un campanello d’allarme perché la globalizzazione non ha aperto le frontiere solamente alle merci e alle persone ma anche a germi patogeni, a volte sotto forma di un microscopico insetto o di un virus invisibile che giunge a bordo di un qualunque mezzo di trasporto su una rotta transatlantica. E noi “civilizzati” non abbiamo gli anticorpi che si sono formati nell’organismo delle popolazioni più esposte ai contagi, favorite dalle precarie condizioni di vita e igieniche.

Nei secoli gli italiani hanno vissuto tragedie di ogni genere, guerre sanguinose e crudeli, epidemie di peste, anche in quei casi importate, tutte vicende delle quali la nostra generazione ha solo una labile memoria storica, prevalentemente letteraria. Non è stato mai facile vivere su questa terra perché dalla caduta dell’Impero romano siamo stati per secoli “calpesti, derisi” e “divisi”, colonizzati da spagnoli, francesi e austriaci, finché non siamo passati dal pensiero all’azione ed il 17 marzo 1861 abbiamo avuto finalmente uno stato “nostro”, “italiano”. Mancavano Trento e Trieste e il 4 novembre 1918, al termine di una guerra che ha richiesto immensi sacrifici, non solamente ai combattenti, abbiamo raggiunto i confini naturali, dalle Alpi al Lilibeo.

Ancora problemi economici e sociali, ancora gravi turbamenti istituzionali, eppure l’Italia ha saputo riprendersi e dimostrare il valore dei suoi imprenditori, dei lavoratori, dei professionisti impegnati nei vari settori dell’economia. Una crisi profonda e subdola ci costringe ancora una volta a rimboccarci le maniche perché qui siamo nati e questa Italia non siamo disposti a lasciarla né la devono lasciare i nostri figli e nipoti il cui valore professionale rifulge ovunque nel mondo. Noi siamo con orgoglio gli eredi del più grande impero di tutti i tempi, che eccelleva dell’organizzazione e nella prevenzione degli eventi. Oggi che alcune attività sono possibili con maggiore facilità per il grande progresso dell’elettronica e dell’informatizzazione, non è ammissibile che alcuni fatti non siano previsti o ritenuti prevedibili e che le autorità competenti non assumano tempestivamente le iniziative del caso con disposizioni chiare e comprensibili, rispettose dei diritti delle persone, che possono essere compressi in momenti di emergenza, ma nei limiti minimi consentiti e per il tempo strettamente necessario.

Temiamo invece, sulla base di iniziative di cui si legge sui giornali e si sente dire nelle trasmissioni televisive che molti siano pronti a rendere permanenti alcune delle misure che sono state pensate e decise per l’emergenza e che sconvolgerebbero il sistema di libertà sul quale noi abbiamo costruito uno stato democratico rappresentativo nel quale la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme previste dalla Costituzione, cioè attraverso i rappresentanti eletti nelle Assemblee legislative.

Tuttavia, poiché il pessimismo non è nel nostro DNA, nonostante la nostra classe politica, di governo e d’opposizione, faccia di tutto per deluderci, Un Sogno Italiano vuole ancora avere un ruolo importante nel dibattito delle idee ospitando riflessioni di persone di scienza, esperienza e buona volontà per dar vita ad ipotesi di riforme politiche che assumano prospettive possibili e credibili. Per ritrovare il filo di un percorso capace di portare l’Italia verso lidi migliori.

Vogliamo sognare un’Italia libera e prospera, capace di cogliere le opportunità che la storia, la cultura, il territorio, il genio dei suoi abitanti consente di intravedere. Un’Italia nella quale siano riconosciuti il merito e i diritti di ciascuno e delle comunità e dove ci sia lavoro per tutti, perché è nel lavoro che si realizza la personalità degli uomini e delle donne e la loro dignità di cittadini italiani.

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