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Come la politica ha mortificato la pubblica amministrazione

di Salvatore Sfrecola

Ieri il Presidente di Confindustria, oggi Carlo Galli, su La Repubblica, si sono soffermati sulla necessità di riformare la Pubblica Amministrazione. “Strumento indispensabile, scrive Galli, senza il quale le politiche pubbliche restano lettera morta, il che delegittima la stessa democrazia”.

Posso dire che l’ho scritto ripetutamente almeno negli ultimi quarant’anni, da quando su Il Fiorino, il quotidiano economico della Capitale fondato e diretto da Luigi d’Amato, curavo una pagina che settimanalmente si occupava di Pubblica Amministrazione segnalando esigenze di riforma analizzate anche sulla base di contributi di studiosi, funzionari, cittadini.

Segnalavo in quella sede carenze che nel tempo si sono progressivamente aggravate. Per cui mi chiedo se oggi, come un tempo, come avviene nell’amministrazione pubblica nei grandi stati, gli imperi, le grandi monarchie che hanno gestito estese realtà territoriali anche nelle colonie, c’è chi si sente orgoglioso di essere un pubblico dipendente. Certamente, ne ho trovati ovunque, a tutti i livelli, perché ogni pubblico dipendente è una piccola rotella di un grande apparato, quello che realizza le politiche pubbliche, l’indirizzo politico scaturito dalle urne. Realizza, più o meno, spesso meno che più. Come è stato possibile che un’amministrazione, la quale si era distinta per una significativa efficienza dopo l’unificazione nazionale, dopo la prima e la seconda guerra mondiale, quando ha ricostruito il paese distrutto dalla guerra e lo ha avviato alla ripresa, quella chiamata il boom economico, sia ridotta nelle attuali condizioni?

Come è stato possibile che questa amministrazione è così degradata al punto da richiedere un decreto legge per semplificare, per esorcizzare la paura della firma, e lo fa attraverso la riduzione dei controlli di legittimità e la eliminazione delle responsabilità per danno erariale. Così si tutelano gli incapaci. Eppure c’è stato sempre, fin dal dopoguerra, un ufficio della Presidenza del Consiglio dei ministri variamente denominato, ma comunque sempre finalizzato ad una riforma della pubblica amministrazione che in realtà non c’è mai stata. Sì, di leggi ne sono state fatte tante ma soprattutto per agevolare i passaggi da una posizione giuridica ed economica ad un’altra, quasi sempre senza selezione, senza verifica delle funzioni svolte che non fosse una parvenza di una cosa seria.

Continuando a sfasciare gli apparati. Nel frattempo l’ordinamento delle amministrazioni si è ancora di più aggrovigliato con una distribuzione delle attribuzioni non più adeguata, come dimostra la difficoltà di portare a termine i procedimenti in tempi “ragionevoli” considerato che il tempo, lo diciamo ancora una volta, è un costo per i privati, per le imprese e per le stesse pubbliche amministrazioni. Sono situazioni che generano sprechi e favoriscono concussione e corruzione. Perché se una medesima procedura in Francia o in Germania giunge a termine in un mese e in Italia in un anno, è facile che qualcuno cerchi la strada della scorciatoia. “Costa” un po’ ma per il privato realizza certo un risparmio e l’esperienza ci dice che il rischio è minimo.

A questo punto io mi chiedo da sempre perché i dirigenti della pubblica amministrazione, ai quali competono le decisioni organizzative e operative, non hanno uno scatto di orgoglio e dicono alla politica “vogliamo assicurare noi l’efficienza perché abbiamo senso dello Stato”. Questo scatto di dignità non si intravede e non si sente neppure nei privati conversari. La ragione sta nel fatto che i dipendenti a livello dirigenziale sono stati sistematicamente mortificati dall’immissione indiscriminata di esterni voluti dalla politica, soggetti tratti prevalentemente dagli anfratti delle segreterie e delle organizzazioni di partito senza arte né parte, privi il più delle volte di un minimo di professionalità e di esperienza, collocati in posti di responsabilità prevaricando i funzionari di carriera ai quali precludono ogni aspettativa di miglioramento, ogni legittima aspirazione coltivata sui libri e nell’esercizio delle funzioni istituzionali. Lo ha consentito un uso improprio dell’art. 19, comma 6, del decreto 165/2001.

Come rispondono i pubblici dipendenti a questo stato di cose? Nell’unico modo possibile, tirando i remi in barca, come si usa dire. E la barca va a fondo.

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