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mercoledì, Ottobre 21, 2020
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Magistratura: per risalire la china

di Salvatore Sfrecola

Nessuno s’illuda che la radiazione di Luca Palamara dal ruolo della magistratura ordinaria chiuda la “questione Giustizia” e restituisca contemporaneamente prestigio alle nostre toghe. Infatti, se la rilevazione 2020 di Eurispes sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni colloca la magistratura poco più su della metà (49,3%) della fiducia che gli stessi cittadini riservano alle Forze dell’Ordine mediamente intorno al 70%, cioè al comparto che evoca legalità e sicurezza, è evidente che i problemi sono più profondi e il comportamento censurato a Palamara, di intelligenza con il mondo politico per assegnare magistrati “graditi” a capo di importanti uffici giudiziari, non è stato esclusivamente dell’ex Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), né solo di questi ultimi anni. Sarebbe, dunque, un errore se si ritenesse chiuso “il caso” e definitivamente archiviata quella brutta pagina della gestione delle nomine tra Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), ANM e partiti politici.

Per risalire la china, occorre una profonda revisione dei comportamenti che realizzi, in primo luogo, una giustizia in tempi adeguati alle esigenze, perché una sentenza che giunge dopo mesi se non dopo anni spesso è inutile o realizza solo in parte le aspettative di chi ha chiesto al giudice il riconoscimento di un proprio diritto. Ugualmente nel penale i tempi lunghi dei processi non soddisfano le esigenze punitive dello Stato rispetto all’allarme sociale che i cittadini riconoscono in alcuni reati né danno giustizia alle parti offese. Occorrono, dunque, tempi certi e brevi nelle decisioni che, tuttavia, non è solo compito dei magistrati assicurare perché i processi seguono le regole dei codici di procedura ai quali sovente va addebitata la lentezza dei procedimenti. Ma è certo che nei ritardi ci mettono del loro anche i giudici che depositano sentenze dopo mesi dall’udienza che ha definito il processo. Sentenze, inoltre, spesso lunghe oltre ogni esigenza di ricostruire il fatto e di definire il diritto, quasi fossero pezzi di un saggio da rivista giuridica. Il più delle volte basterebbero poche pagine per soddisfare l’esigenza fondamentale della motivazione.

Per risalire la china, tutto questo è importante ma non basta. I giudici che la Costituzione vuole “soggetti soltanto alla legge” (art. 101), ciò che sottolinea l’esigenza che siano indipendenti non devono essere tali nel loro intimo, nella decisione che assumono. Devono esserlo anche agli occhi del cittadino, quello evocato dall’ espressione “la giustizia è uguale per tutti”. Per apparire indipendenti i giudici devono anche avere una immagine di assoluta estraneità rispetto alla politica e alle loro impostazioni ideologiche dei partiti, per cui partecipare ad iniziative promosse da istituzioni politiche è assolutamente inopportuno, anche se si si è presenti solo per ascoltare. Né, ovviamente, è consentito intervenire sulla stampa di opinione per sostenere questa o quella espressione politica, quanto alla legislazione e alla sua interpretazione. Sarebbe stato il ruolo dei gruppi associati dell’ANM se alcuni non si fossero trasformati in appendici di partiti.

La gente non ha mai gradito il passaggio dalla toga al laticlavio parlamentare. Il sospetto è che abbia interessato il partito con le sue decisioni di giudice o di pubblico ministero. E non ritiene “normale” che un ex parlamentare torni ad indossare la toga, magari inquisendo politici di un partito avverso.

Ugualmente il magistrato deve apparire, oltre che essere, di specchiata moralità privata, nel senso che è da evitare la sua presenza in case da gioco, dove scommette, vince o perde somme di denaro che possono  condizionarlo negativamente. Un giocatore, infatti, può essere ricattato e indotto a venir meno ai suoi doveri istituzionali. Anche attività speculative possono mettere in difficoltà il magistrato dal punto di vista economico o collegarlo a persone di dubbia moralità.

Il magistrato è, dunque, un cittadino meno libero di tutti gli altri? Certamente sì, sa o dovrebbe sapere che a lui si chiedono dei sacrifici personali che se a taluno possono sembrare inaccettabili vuol dire che ha sbagliato professione.

Per risalire la china, i magistrati italiani devono dimostrare agli occhi dei cittadini di essere persone di elevata professionalità e di specchiata onestà in modo che quanti si rivolgono giustizia per vedere riconosciuto un loro diritto o tutelato un loro interesse devono poterlo fare con serena fiducia senza preoccuparsi delle idee politiche del proprio giudice, se di destra o di sinistra.

E ancora non basta.

Per risalire la china, tra le cose da ripensare va considerata la necessità di intervenire sulla progressione “di carriera”, nel passaggio a funzioni superiori. Infatti, se non può essere ignorata l’anzianità di servizio vanno certamente valorizzate l’esperienza ed il livello della professionalità, da valutare anche sulla base delle sentenze stilate e del loro esito nel processo (nel senso che deve far riflettere un giudice le cui sentenze fossero sistematicamente annullate), sempre tenendo conto della circostanza che nel ruolo di anzianità il primo di un concorso viene sempre dopo l’ultimo del concorso precedente. Cioè, quello che si deve ritenere il migliore di una selezione viene dopo il più modesto dei colleghi che lo precedono, magari con uno o due anni di maggiore anzianità.

Da ultimo, in sede di attribuzione di un ufficio direttivo, il magistrato va valutato in relazione alle specifiche capacità dimostrate, nel senso che uno studioso autore di saggi, libri e di sentenze pregevoli può non avere quella capacità di direzione che si richiede al capo di un ufficio, sia esso presidente di un organo collegiale o responsabile di una procura. Tutto questo, ovviamente, da accertare e valutare con le cautele del caso, perché non si presti ad abusi.

Per risalire la china.

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