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lunedì, Novembre 23, 2020
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Un politico non un tecnico per il Campidoglio

di Salvatore Sfrecola

In un garbato dibattito su Facebook, a proposito del migliore candidato possibile a Sindaco di Roma, avendo sostenuto che, a mio giudizio, la scelta debba ricadere su un politico di grande autorevolezza, mi è stato obiettato che la politica a Roma da tempo ha fallito, per cui alla guida del Campidoglio occorre un tecnico che sappia far funzionare l’apparato, tappare le buche delle strade, far funzionare i trasporti e assicurare la rimozione dei rifiuti.

Amo appassionatamente la mia Città e sono affascinato dalla sua storia straordinaria. E mi chiedo spesso come mai i partiti politici abbiano costantemente candidato a Roma personalità di secondo piano. Come mai della realtà romana, caratterizzata dalla presenza dell’amministrazione centrale dello Stato, dei grandi enti pubblici, delle supreme magistrature, degli ordini professionali, nonché dalla più grande università d’Europa e da un tessuto produttivo di tutto rispetto, di questi mondi la politica non abbia messo in campo nessuno, a livello governativo e parlamentare, non un alto dirigente dello Stato, non un cattedratico noto alla comunità scientifica, non un illustre rappresentante del Foro, non un industriale, pubblico o privato, che si sia segnalato per la sua intraprendenza. Sono così giunto alla conclusione che questo accade perché la politica è in mano a persone di verificata modestia. Queste, avendo speso gran parte della loro vita nelle anticamere del potere nazionale o locale, conquistata una qualche posizione nel cursus honorum (si fa per dire!) delle istituzioni, evitano di mettere in campo personalità che non accetterebbero di condividere scelte e decisioni sbagliate, non conformi alle leggi ed alle regole della buona amministrazione, non produttive di effetti positivi sull’economia e la finanza. Dei partiti, in particolare di alcuni, non si sa neppure se a Roma hanno una sede, magari in uno studio professionale o presso una istituzione culturale o sindacale di area. E questo dimostra che la politica non si apre a quella che chiamiamo convenzionalmente la “società civile” la quale, per parte sua non appare interessata ad impegnarsi con proposte e suggerimenti per stimolare la vita politica, nazionale e locale.

Riflettendo sono giunto ad un’ulteriore conclusione. I romani di oggi sono distratti dalla vita politica in generale e da quella specifica della Città in quanto, per la maggior parte, non sono, in effetti, “romani de Roma”. Prevalgono romani acquisiti, provenienti da ogni regione d’Italia o figli di chi da quelle terre qui è venuto per lavoro. Con la conseguenza che questi “romani”, in realtà, si sentono molto più legati alla città ed al paese di origine, all’ambiente dei loro padri e dei loro nonni, dove corrono appena possono, nei fine settimana, a Natale ed a Capodanno, per incontrare parenti, amici, compagni di scuola. Cosa comprensibile, perché l’Italia ha una ricchezza culturale e storica straordinaria. In ogni regione, ed anche nei più piccoli borghi, c’è almeno un monumento della storia politica, militare, culturale, religiosa e ovunque opere d’arte straordinarie che inorgogliscono gli abitanti.

Tuttavia, questo amore per la terra d’origine non è incompatibile con l’amore per Roma. La Città “eterna” è l’emblema stesso della civiltà e in Roma si sono fuse nel tempo le storie delle varie regioni d’Italia. Lo dice bene Camillo Benso di Cavour, Presidente del Consiglio, in un famoso discorso che spesso richiamo, il 25 Marzo 1861 al Parlamento nazionale appena insediato all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia: “Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato”. Sappiamo che ovunque nel mondo le capitali hanno uno statuto speciale, come Parigi, Berlino, Washington, Londra, ed a governarle sono sempre personalità di altissimo profilo politico. Ricordo spesso che il Presidente della Repubblica francese Jacque Chirac è stato a lungo Sindaco di Parigi e che Boris Johnson, Primo Ministro di Sua Maestà è stato Sindaco di Londra.

E allora mi chiedo come mai i partiti politici, come mai il Centrodestra che sicuramente a Roma è maggioritario, come si desume dai sondaggi e dai dati elettorali, non metta in campo una grande personalità della politica, come mai un politico di razza non accetti la sfida di governare questa città meravigliosa per riportarla allo splendore che ha avuto nel tempo, per restituirle il decoro che le è dovuto, per assicurare funzionalità ai trasporti, per curare l’immenso patrimonio arboreo che tutti ci invidiano, per valorizzare il Tevere, un fiume storico, che se reso navigabile fino alla foce, sarebbe una risorsa per la Città.

I politici, come mi diceva il mio interlocutore di FaceBook,hanno fallito. È vero, non erano degni di Roma, modesti, estremamente modesti, non hanno avuto la capacità di circondarsi di persone professionalmente dotate, di conoscitori della macchina amministrativa, autorevoli nella interlocuzione con gli uffici capitolini e le aziende del comune.

Tuttavia, questa incapacità della politica non mi induce a ritenere che per guidare il Campidoglio si debba ricorrere ad un burocrate, che pure si è dimostrato in qualche occasione capace. Il riferimento ricorrente è a Guido Bertolaso, come sempre sponsorizzato da Silvio Berlusconi, un meneghino a tutto tondo che certamente non ama Roma, un burocrate del quale viene lodata l’esperienza di responsabile della Protezione Civile che è cosa diversa dall’amministrazione di una Capitale, a meno che non si desideri mortificarne il ruolo storico nella esclusiva soddisfazione di una migliore condizione del manto stradale, dei trasporti e della rimozione dei rifiuti urbani. Servizi essenziali, che certamente i romani desiderano siano gestiti al livello delle migliori capitali europee, ma nei quali non si esaurisce la funzione di Sindaco, di colui che deve portare la città, i suoi valori, la sua storia, la sua arte, il suo ruolo permanente di faro della civiltà sul palcoscenico dell’Europa e del mondo. Il burocrate capace potrà curare il funzionamento degli apparati del Comune di Roma e delle società pubbliche. Ma politica e gestione sono ruoli che vanno tenuti distinti.

Faccio, quindi, un appello alla politica perché abbia uno scatto di orgoglio e decida di impegnarsi, attraverso le migliori personalità disponibili, alla rinascita della Capitale. Con umiltà per una scelta che non privilegi l’amico, l’amico dell’amico, il compagno di scuola o quello che, negli anni giovanili, attaccava i manifesti. Serve una personalità che rappresenti la Città e che i romani sentano essere rappresentativa del suo ruolo permanente di faro della civiltà e di quel Cristianesimo che ha arricchito le proprie radici con la linfa della storia di Roma. Quella Roma “onde Cristo è romano” (Purgatorio, XXXII, 102) che per Dante è “un’Idea, una patria morale”, come sottolinea Aldo Cazzullo nel suo bel libro (“A riveder le stelle”) sul Poeta e la sua opera, Dante, che con Roma, senza la quale il Cristianesimo sarebbe probabilmente rimasta una religione della Palestina, ricorda fin dal primo Canto, con angoscia, l’Italia, misera, divisa in una denuncia che è anche espressione di speranza nella rinascita. Roma e l’Italia in un nesso inscindibile, come nel discorso di Cavour già richiamato. Quando quel grande statista alla domanda retorica del “perché noi abbiamo il diritto, anzi il dovere di chiedere d’insistere perché Roma sia riunita all’Italia?” rispondeva “perché senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire”. Cavour voleva Roma “capitale di un grande Stato”. Purtroppo Roma è decaduta e l’Italia non è un grande Stato. Dobbiamo riconoscerlo con amarezza ma con immutata speranza nella possibilità di un cambio di passo.

Guardiamo, dunque, alle elezioni della prossima Primavera nella speranza che non si ripeta lo squallido spettacolo delle ultime elezioni, quando Virginia Raggi fu avvantaggiata dall’iniziativa deliberatamente suicida di Silvio Berlusconi che mise in campo Alessandra Mussolini allo scopo di ostacolare Giorgia Meloni e le sue ambizioni che dal Campidoglio avrebbero potuto portarla più in alto con il suo Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni che, si dice, mirerebbe a Palazzo Chigi nell’eventualità di una vittoria del Centrodestra alle prossime elezioni legislative, un’ambizione che poggia sul fatto che la luce della stella di Matteo Salvini è visibilmente meno brillante d’un tempo.

Non spetta ovviamente a me consigliare la leader di Fratelli d’Italia che ha saputo dimostrare di poter crescere nella considerazione della gente e di far crescere il suo partito. Tuttavia, Palazzo Chigi potrebbe essere una meta lontana e, forse, a breve, nel 2023, irraggiungibile a meno di immaginare un raddoppio dei voti di F.d’I..

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