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lunedì, Novembre 23, 2020
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Un’intervista inopportuna del Presidente della Corte costituzionale

di Salvatore Sfrecola

Un tempo si diceva che giudici parlano esclusivamente attraverso le loro sentenze. Tutti i giudici, di qualunque ordine e grado. Non è più così da tempo. Da quando magistrati, di tutte le giurisdizioni, concedono interviste, partecipano a congressi e convegni nei quali si delineano politiche del diritto e della giustizia. Ed inevitabilmente accentuano questa loro propensione ad intervenire nel circuito dell’informazione-spettacolo alla vigilia della pensione. I maligni dicono perché cercano un nuovo incarico di quelli che conferisce la politica o si preparano a pubblicizzare un libro di memorie.

Non fa eccezione il Presidente della Corte costituzionale, Mario Rosario Morelli, appena eletto e prossimo a lasciare Palazzo della Consulta (a dicembre), il quale ha rilasciato ieri a Giovanni Bianconi un’intervista al Corriere della Sera nella quale, parlando di diritti, sostiene che non esistono “diritti tiranni”, per dire che non ci sono, a suo giudizio, diritti che non possono essere “ridotti”, per usare l’espressione che ritroviamo nel titolo dell’intervista. È la premessa necessaria per parlare di solidarietà tra le istituzioni (meglio definita “leale collaborazione”) e tra i titolari di diritti che è possibile “ridurre…nel giusto equilibrio”, come sintetizza ancora il titolo.

Trovo l’intervista assolutamente inopportuna. Il Presidente della Corte, cui spetta giudicare della conformità delle leggi alla Costituzione, si sofferma su questioni, come quelle della “solidarietà” in tempi di Covid-19, che potrebbero essere portate all’attenzione della Corte, sia pure nei prossimi mesi, quando lui avrà lasciato la Consulta. “È l’ora della solidarietà”, titola il giornale ed evoca le difficoltà che lo Stato sta incontrando per predisporre gli strumenti idonei a contrastare la diffusione dell’epidemia e per aiutare le categorie danneggiate dal blocco delle attività. Sono iniziative che prevedono l’impiego di imponenti risorse finanziarie, solo in parte provenienti dalle ordinarie disponibilità di bilancio, assicurate dal prelievo fiscale o da forme di indebitamento interno ed internazionale (come nel caso dei fondi a vario titolo messi a disposizione dell’Unione Europea, di cui si parla molto con contrastanti valutazioni).

Ebbene, in presenza di tali rilevanti, urgenti occorrenze la storia dell’economia e della finanza conosce forme di finanziamento del bilancio pubblico variamente articolate, in primo luogo attraverso il ricorso ad imposte od a prestiti mirati, come si legge su tutti i manuali di finanza pubblica. Chi, ad esempio, avesse la pazienza di leggere, in “Cronache economiche e politiche di un trentennio”, in particolare nel volume quarto (1914-1918), le pagine che Luigi Einaudi ha dedicato all’economia di guerra troverà una dettagliata esposizione delle varie iniziative assunte dai governi tra il 1915 ed il 1918, non solo per regolare approvvigionamenti e consumi ma per acquisire risorse, con ricorso alla leva fiscale in forme non sempre approvate dall’illustre economista, che metteva in guardia i decisori politici “contro le imposte demagogiche, fruttifere di ”parole” invece che di “centinaia di milioni e miliardi di lire effettive” di cui ha urgenza il tesoro”. Ammonendo che “il tempo di guerra è terreno particolarmente propizio alla seminagione degli errori”. Ugualmente si potrebbe dire del tempo della pandemia. E lodava le modalità adottate dal Tesoro in occasione dei grandi prestiti nazionali sottoscritti con entusiasmo dagli italiani (“di due, tre, dieci, quaranta volte lo ammontare annunciato del prestito”) per la fiducia che riponevano nello Stato e per l’utile che ne ricavavano i risparmiatori in un contesto di oculata previsione delle scadenze che mettessero il Tesoro al riparo di oneri eccessivi.

Ma l’intervistatore ha un altro obiettivo, vuol evidentemente dire agli italiani che non è da trascurare l’ipotesi che saranno chiamati ad ulteriori sacrifici. Estote parati, state pronti, che vi arriva una tranvata, come si dice a Roma. E fa l’esempio del “contributo di solidarietà”, posto a carico delle pensioni più elevate dalla legge di bilancio del 2019, oggetto di una recente pronuncia della Corte costituzionale, non ancora pubblicata ma della quale un comunicato dell’Ufficio stampa della Consulta ha anticipato il senso spiegando che il contributo “è stato dichiarato legittimo solo per il triennio in quanto questo è l’orizzonte temporale del bilancio di previsione dello Stato”. Bianconi chiede al Presidente Morelli: lo avete “salvato…ma solo per un triennio. Vi siete fatti carico di non pesare troppo sul bilancio statale?” La risposta è “certo, perché anche l’equilibrio di bilancio dello Stato è un valore costituzionale, da bilanciare con la tutela dell’affidamento dei pensionati”.

Occorre, dunque, richiamare alcuni principi di fondo. Il “contributo di solidarietà” è un vero e proprio esproprio, perché priva una categoria di pensionati di una parte degli assegni corrispondenti a contributi effettivamente versati, non di rado in misura superiore a quella utile a fini di pensione (pari a 40 anni). Quel contribuito non alimenta il bilancio dello Stato, perché le somme prelevate confluiscono in un fondo speciale denominato “Fondo risparmio sui trattamenti pensionistici di importo elevato”, gestito dall’INPS, e vengono accantonate. Non ha senso dunque parlare di “mutualità intergenerazionale”, come pure si è letto. E non attua quella solidarietà che sembra al Presidente della Consulta funzionale alle occorrenze dell’“ora”. Pertanto il riferimento al bilancio dello Stato e al suo “orizzonte temporale” non ha senso, tanto è vero che l’intervistatore ritiene addirittura che la riduzione da cinque a tre anni del prelievo sia servito a “non pesare troppo sul bilancio statale”. Non si comprende come un prelievo possa pesare.

Non sarà sfuggito ai lettori che, quando l’intervistatore parla di “bilanciamento dei diritti in gioco” e chiede se questo bilanciamento “è una regola che vale sempre, anche durante l’emergenza sanitaria, economica e sociale che vive l’Italia del Covid?”, la risposta riguarda tutt’altra vicenda: “certo, e comporta un piccolo sacrificio di tutti i valori in campo”. E fa l’esempio della sentenza sull’Ilva di Taranto che non ha niente a che fare con la solidarietà di cui si parla perché in quel caso effettivamente la Corte ha dovuto mediare, sulla base di principi costituzionali fondamentali, fra diversi diritti, alla salute, al lavoro e il diritto di impresa. Ed era giusto che non ci fosse un diritto da tutelare in materia integrale a discapito degli altri. Nel caso dei pensionati non si tratta di ridurre diritti per mediare. Il diritto dei pensionati a percepire una pensione, quale lo Stato ha loro promesso all’atto del prelievo dei contributi, non può essere compresso altro che ricorrendo ad imposte, nell’ambito della fiscalità generale. Tanto per precisare, ed evitare che sia ritenuto ragionevole e conforme a Costituzione una riduzione di diritti autonomamente con un prelievo mirato su una ristretta categoria di cittadini, senza che vi sia un’esigenza di conciliazione con altri diritti se non quelli generali per i quali gli stati ricorrono alla leva fiscale. Dubbio legittimo se un “prelievo” viene considerato un peso per il bilancio dello Stato.

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