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20 settembre 1870: perché senza Roma capitale l’Italia non si poteva fare. Una “conviviale” del Rotary Club Roma Sud

di Salvatore Sfrecola

Una “conviviale” un po’ particolare, come solo è possibile in tempi di Covoid-19, per il Rotary Club Roma Sud che ha voluto ricordare i 150 anni di Porta Pia. Lo ha fatto delineando il tema della serata con una frase di Camillo Benso Conte di Cavour che l’aveva pronunciata, naturalmente declinata al presente, il 25 Marzo 1861, pochi giorni dopo la proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861) prendendo la parola alla Camera il 25 marzo 1861 per rispondere ad una interpellanza sulla “questione romana” del bolognese on. Rodolfo Audinot, partecipe dei moti del 1831, vicino a Mazzini, già deputato alla Costituente Romana, esule nel Regno di Sardegna.

La serata, aperta dal Presidente del Club, Gen di C. d’A. Sabino Cavaliere, ha visto una mia breve introduzione e le relazioni di due docenti di Storia Contemporanea, il Prof. Marco Paolino ed Andrea Ungari.

Straordinario il discorso di Cavour, di grande spirito patriottico in una visione strategica della “questione romana”, tema costantemente presente nel suo pensiero che è “italiano”, profondamente italiano, fin dal 1846-47, quando non aveva ancora impegni politici. In quegli anni Cavour già scrive dell’“l’Italia considerata come un solo paese”. Un Cavour italiano nell’intimo, non un piemontese convertitosi alla causa italiana nell’ottica della tradizionale politica espansionistica sabauda nella valle del Po. Un Cavour che porta al Congresso della pace di Parigi, dopo la guerra di Crimea, la “questione italiana”. Un Cavour il cui pensiero è frutto non già di una decisione improvvisata, opportunistica, bensì eco di una lunga riflessione sul problema nazionale italiano quale ormai da decenni veniva agitato nella letteratura, nel pensiero e nel movimento risorgimentale di cui Cavour diceva già nel discorso del 6 Febbraio 1855. E, per quanto riguarda, i rapporti con la Chiesa, “Cavour appare nei discorsi e negli scritti tempestivamente consapevole come di uno dei massimi problemi del movimento nazionale italiano; e ben presto si vede avviato verso la posizione poi enunciata di “libera Chiesa in libero Stato” e tradottasi, alla fine nella Legge delle Guarentigie: dimostrando, quindi, anche a questo riguardo una precoce sensibilità politico-nazionale italiana” (Galasso).

Riprendiamo le parole con le quali Cavour, nel discorso del 25 marzo 1861, spiega le ragioni della scelta. “In Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali, che devono determinare le condizioni della capitale di un grande Stato. Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato”.

“Convinto, profondamente convinto di questa verità, io mi credo in obbligo di programmarlo nel modo più solenne davanti a voi, davanti alla nazione, mi tengo in obbligo di fare in questa circostanza appello al patriottismo di tutti i cittadini d’Italia e dei rappresentanti delle più illustri sue città, onde cessi ogni discussione in proposito, affinché noi possiamo dichiarare all’Europa, affinché chi ha l’onore di rappresentare questo paese a fronte delle estere potenze possa dire: la necessità di avere Roma per capitale è riconosciuta e proclamata all’intiera nazione”. E tocca il tasto dolente dei rapporti Stato-Chiesa, particolarmente tesi dal tempo delle leggi Siccardi, che avevano abolito il foro privilegiato del clero e posto limiti alla facoltà di testare in favore di enti religiosi e diminuito le festività obbligatorie. Spiega che “Noi dobbiamo andare a Roma senza che per ciò l’indipendenza vera del pontefice venga a menomarsi. Noi dobbiamo andare a Roma, senza che l’autorità civile estenda il suo potere all’ordine spirituale”. Con l’impegno che l’Italia, “appena avrà dichiarato decaduto il potere temporale, essa proclamerà il principio della separazione, ed attuerà immediatamente il principio della libertà della Chiesa su basi più larghe”. È un discorso di altissimo profilo con il quale vuol rimarcare “i veri sentimenti degli italiani” rispetto “alla religione dei propri padri”.

Tuttavia sappiamo che 19 anni più tardi permane l’ostilità della Santa Sede alla cessione di Roma, e il Re Vittorio Emanuele II, costretto dalla chiamata della storia ad usare le maniere forti nei confronti del Papa Pio IX, alla vigilia della battaglia, l’8 settembre (una data fatale nella storia d’Italia!), come ultimo tentativo fa recapitare al Papa, tramite il Conte Gustavo Ponza di San Martino, una lettera nella quale “con affetto di figlio, con fede di cattolico e con animo di italiano” comunica l’intento che le sue truppe “già poste a guardia dei confini si inoltrino ad occupare quelle posizioni che saranno necessarie per la sicurezza di Vostra Santità e per il mantenimento dell’ordine a Roma”. Pio IX non finì neppure di leggere che gettò via la lettera congedando in malo modo l’ambasciatore, convinto che lo stato della Chiesa, del quale era Sovrano assoluto, fosse l’unica possibile forma di garanzia dell’indipendenza della Santa Sede.

Passata la parola ai cannoni dell’armata di Raffaele Cadorna inizia un tempo di contrapposizioni, spesso forzate, tra laici e cattolici che avvelena i primi decenni dello Stato unitario e tiene i cattolici lontani dalla fase delicata della sua formazione, fino alle aperture di Giovanni Giolitti ed al “Patto Gentiloni”.

Cos’è rimasto del richiamo alla storia, alle ragioni di Roma capitale “di un grande Stato”, come credeva Cavour? Oggi, lo Stato che, tuttavia, amiamo appassionatamente, è una piccola realtà politica a fronte della storia trimillenaria di Roma, espressione massima della civiltà occidentale. La Repubblica Italiana, infatti, si è ritagliata un ruolo modesto negli avvenimenti europei e mediterranei dal dopoguerra ad oggi, come insegnano, da ultimo, le vicende della presenza italiana in Libia.

Roma, infatti, nella visione politica dello statista piemontese ha anche un ruolo ulteriore, quello di essere la ragione prima della presenza italiana nel Mediterraneo, parte essenziale della civiltà di quest’area geografica che, ad onta delle sue limitate dimensioni, costituisce un ambiente politico e culturale permanentemente sotto la lente d’ingrandimento della politica estera delle grandi potenze, se è vero che nell’attualità in quell’area si confrontano, oltre agli interessi dei paesi dell’Europa mediterranea quelli della Russia di Putin e della Turchia di Erdogan in vario modo interessati all’equilibrio politico della Libia ed alle risorse energetiche di quel paese e dell’intero bacino orientale tra Cipro, Grecia, Egitto, Siria, Israele e Libia e Libano, con la scoperta di rilevanti giacimenti di gas e di petrolio.

Molto interessanti le relazioni di Marco Paolino ed Andrea Ungari. Marco Paolino, professore di Storia Contemporanea presso l’Università della Tuscia/Viterbo, Visiting Professor presso l’Universidad de Navarra e presso l’Institut für Zeitgeschichte München, componente del Comitato Scientifico della Fondazione RUI, ha studiato le relazioni fra la religione e la democrazia in Europa nella seconda metà del Novecento. A Monaco e presso il Politisches Archiv des Auswärtigen Amts di Berlino ha studiato le vicende della resistenza della Chiesa Cattolica al nazismo, le relazioni fra l’Italia e la SBZ/DDR dal 1945 al 1990, le relazioni della Santa Sede con la DDR (1945-1990) e la Ost-Politik della Chiesa Cattolica.

Procedendo dalla constatazione che la presa di Roma e la sua proclamazione come capitale del Regno d’Italia pose fine alla storia millenaria dello Stato della Chiesa (dall’VIII al XIX secolo), il Prof. Paolino ha analizzato le ripercussioni che quell’evento ha avuto sia per la vita politica sia per la società italiana, alla luce del fatto che la quasi totalità della popolazione era di religione cattolica.

Conquistata Roma all’Italia si trattava di normare i rapporti fra lo Stato e la Chiesa la Capitale fu il luogo dove la normazione presentò maggiori complessità (pensiamo solo alla presenza delle Case Generalizie degli Ordini Religiosi). L’evento ebbe una risonanza mondiale, dalle notevoli conseguenze sugli equilibri internazionali e sul ruolo dell’Italia nel contesto delle grandi potenze. Tuttavia, dopo un periodo di incomprensioni e contrasti durato molti decenni, dal non expedit al Patto Gentiloni che fece rientrare i cattolici nell’agone politico, anche grazie alla politica di Giovanni Giolitti, intervenuto il Concordato lateranense i rapporti sono progressivamente migliorati. Al punto che il Cardinale Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI, in un discorso in Campidoglio riconoscerà che per la Chiesa l’aver perduto il potere temporale è stato un momento di crescita spirituale, lontano dalle incombenze del governo della comunità dello Stato della Chiesa.

Andrea Ungari, Professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università Guglielmo Marconi di Roma, dove insegna anche Storia delle relazioni internazionali e professore a contratto di Storia dei partiti e dei movimenti politici presso l’Università Luiss Guido Carli, dove ha insegnato Storia d’Italia, Storia dei sistemi politici europei comparati e Storia delle relazioni internazionali ha come principale campo d’interesse la Storia d’Italia, dal punto di vista politico, militare e culturale. Si è occupato del movimento monarchico italiano nel secondo dopoguerra e negli ultimi anni ha dedicato i suoi studi al ruolo della Monarchia dei Savoia nell’Italia liberale. Attualmente, sta lavorando ad uno studio riguardante la Monarchia italiana e la crisi dello Stato liberale (1919-1925).

Nella sua relazione ha approfondito l’atteggiamento generale nei confronti della Chiesa tenuto dal Re Vittorio Emanuele II e dalla sua Corte nella fase precedente l’Unità, ossia nel momento in cui la classe dirigente liberale decise di limitare i privilegi della Chiesa nel Regno di Sardegna, come, ad esempio, l’abolizione del foro ecclesiastico in ragione del quale un reato comune, se commesso da un qualunque “regnicolo” veniva giudicato dai tribunali ordinari e se imputato ad un religioso era di competenza del tribunale ecclesiastico. Gli anni che vanno dal 1852 al 1855 – ha spiegato Ungari – furono decisivi sia per il rafforzamento delle istituzioni liberali, sia per la limitazione dell’influenza cattolica nel Paese. L’oratore ha approfondito il complesso intreccio dei rapporti tra sovrano, Pio IX e liberali che si dipanò, a partire dal 1860, fino alla Presa di Roma del settembre 1870.

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