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Dante, Padre “della lingua italiana” e “della Patria”

di Salvatore Sfrecola

È l’unico personaggio storico che chiamiamo per nome, con affettuoso rispetto, “Padre Dante”. Padre “della lingua italiana”, naturalmente. Poeta, filosofo, politico e politologo, Dante è anche, indubbiamente, uno dei “Padri della Patria”, perché nell’evocare il nome d’Italia, il “bel Paese dove il sì sona” (Inferno, XXXIII, 80), esprime certamente una visione nuova, dell’Italia “come spazio della lingua letteraria e più esattamente della lingua della poesia illustre e della canzone. È una conquista intellettuale audacissima, che arricchisce da allora in poi l’immagine dell’Italia geografica, accompagnandola con l’idea di un volgare di (che più tardi si potrà chiamare propriamente italiano) scritto (e anche parlato) nei confini dell’Italia. A partire da Dante quest’idea fa costantemente parte del patrimonio culturale italiano” (F. Bruni, Italia, vita e avventura di un’idea, Il Mulino, Bologna, 2010, 76).

Si sostiene che Dante non abbia propriamente un’idea dell’Italia come di un’entità politica a sé. È certamente vero, se usiamo come parametro gli scritti dei protagonisti del Risorgimento. Per Dante l’Italia non è una Nazione autonoma ma è parte della monarchia universale, con una posizione preminente nel Sacro Romano Impero (Monarchia, II, VI, 10). È, infatti, “‘l giardin dello ‘mperio” (Purgatorio, VI, 105). E Roma ne è la capitale naturale (F. Brancucci, Italia, in Enciclopedia dantescaTreccani, vol. 10, 366). Dirà il Conte di Cavour, quasi cinquecento anni dopo, parlando alla Camera il 25 marzo 1861, “senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire” (C. Benso di Cavour, Autoritratto, lettere, diari, scritti e discorsi, a cura di A. Viarengo, prefazione di G. Galasso, BUR, Milano, 2010, 716). Roma, che Dante considera al centro della vicenda umana, che venera “come un’Idea, una patria morale” (A. Cazzullo, A riveder le stelle, Milano, 2020, 7), erede della civiltà latina, della Roma imperiale, rinverdita dall’insegnamento di quella religione onde “Cristo è romano”. E sceglie come guida il poeta della romanità, che venera come maestro, Virgilio, che lo condurrà fuori dall’Inferno e dal Purgatorio.

L’Italia “Europae regio nobilissima”, sede naturale della Monarchia universale, un sogno, un’idea. In questo senso Dante è “l’apostolo e il profeta dell’Italia che verrà. Dopo di lui verranno Petrarca e Machiavelli, Ariosto e poi Vico e Alfieri, Foscolo e Leopardi, e col tempo i grandi sognatori d’Italia, fino agli scrittori, i poeti e i pensatori risorgimentali… fu Dante il vero fondatore d’Italia” (M. Veneziani, Dante, Nostro Padre, Vallecchi, Firenze, 2020, 13).

La grandezza di Dante è nell’aspettativa di una Patria morale, lontana dalla realtà politica che ai suoi tempi, e per secoli, solo le menti eccelse potranno concepire. Non i governanti di regni, repubbliche e minuscoli principati, miopi e miseri, incapaci di guardare oltre i ristretti confini del territorio, mantenuto spesso con l’ausilio di eserciti stranieri, spagnoli, francesi, austriaci chiamati per combattere un altro principe o Capitano del Popolo, quasi in una sfrenata cupidigia di vassallaggio.

Dante vive in prima persona le lotte intestine nella sua Firenze fino ad essere processato per “baratteria” (così si indicavano corruzione, concussione e peculato), ingiustamente condannato, e scacciato con violenza, un avvenimento non inatteso “per un italiano che faceva politica. La ferocia dello scontro all’interno dei comuni implicava ormai da tempo la delegittimazione degli avversari, visti non  come una controparte, ma come nemici pubblici, delinquenti da annientare” (A. Barbero, Dante, Laterza, Bari, 2020, 172).

Le lotte interne a Firenze tra Bianchi e Neri, entrambi di parte guelfa, si riproducono nella regione tra comune e comune e in giro per l’Italia, tra Guelfi e Ghibellini. In realtà ognuno cercava di affermare la propria indipendenza con l’effetto di impedire l’unificazione dell’Italia, complice il potere temporale dei Papi ai quali Dante riserva una durissima condanna. Infatti, include nel girone dei simoniaci, Nicolò III Orsini e Bonifacio VIII, “pastor sa bnza legge” (Inferno, XIX, 83), come chi opera fuori di tutte le norme etiche e religiose, sovrano assoluto, accusato          di aver preso con inganni la Chiesa, “la bella donna, e poi di farne strazio”. Dante è ostile al potere temporale, che considera negazione dell’insegnamento autentico di Cristo.

Nell’epistola ai cardinali italiani, dopo la morte di Papa Clemente V, scrive “Vergognatevi.. di aver ridotto così la Chiesa”. Li accusa di “cupidigia, che non è mai, come la carità, genitrice di pietà e di equità , ma sempre d’empietà e di iniquità”. E aggiunge “Vieni a veder la tua Roma che piagne/ vedova e sola e dì e notte chiama” (Purgatorio, canto VI). Dante esprime il sentimento dell’esule che ama la sua terra, che soffre per la rissosità permanente di governanti e governati, per cui Goffredo Mameli potrà dire “noi siamo da secoli/ calpesti, derisi,/ perché non siam popolo perché siam divisi”, in una impietosa fotografia consegnata nell’Inno Nazionale, la Canzone degli Italiani. Che dovrebbe far riflettere anche oggi.

Anche Manzoni descrive questa triste realtà nel Conte di Carmagnola, alla fine del secondo atto, dove inserisce il coro che commenta la battaglia di Maclodio (1427) vinta dai Veneziani, guidati dal Carmagnola, contro i Visconti. Sono immagini di rara efficacia, sottolineate dai rumori della battaglia, gli squilli delle trombe dell’uno e dell’altro schieramento, mentre “D’ambo i lati calpesto rimbomba/ Da cavalli e da fanti il terren/… Alla descrizione, segue un dialogo fra due persone che assistono alla battaglia. La prima, ignara di quanto sta accadendo rivolge domande (Chi son essi?), l’altra, perfettamente a conoscenza dei fatti, dà risposte inquietanti e dolorose: Quelli che stanno combattendo con tanta ferocia gli uni contro gli altri, in realtà sono fratelli perché hanno in comune il territorio (D’una terra son tutti), la lingua (un linguaggio) e l’origine (il lignaggio). Il dialogo continua. Il primo spettatore pone nuove domande: – Che cosa li spinge a uccidersi se sono fratelli? “Oh terror! Del conflitto esecrando/ La cagione esecranda qual è?/ Non la sanno: a dar morte, a morire/ Qui senz’ira ognun d’essi è venuto;/ E venduto ad un duce venduto,/ Con lui pugna, e non chiede il perché”.

Divisi ancora nell’800, quando le baionette austriache e francesi verranno in aiuto del Borbone e del Papa, ostili alle istanze di libertà accolte nello Statuto del 4 marzo 1848, dato dal Re Carlo Alberto e mantenuto con vigoroso impegno dal figlio Vittorio Emanuele, facendo così del Piemonte l’accogliente dimora dei liberali provenienti da ogni parte d’Italia.

Ancora misera l’Italia, che Dante chiama “miseranda”, sofferente: “Ahi serva Italia, di dolore ostello/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello” (Purgatorio, VI, 76-78). Parole durissime, un’invettiva che introduce un’amara riflessione sulla condizione politica dell’Italia, senza una guida, squassata da ambizioni, cupidigie e odi sfrenati. Un giudizio che ritroviamo nella Sesta Epistola “Italia misera, sola, privatis arbitriis derelicta ominique publico moderamine destituta, quanta ventorum fluentorumve concussione feratur verba non caperent, se et vix Itali infelices lacrimis metiuntur”.

E proprio nell’invettiva, si conferma l’amore profondo per l’Italia. Infatti, “si criticano le cose che si amano, e che si vorrebbero profondamente diverse. Non è lamento sterile quello di Dante; è un’invettiva, una denuncia che ha in sé la speranza della rinascita” (A. Cazzullo, A riveder le stelle”, cit. 11).

Il 1308 è per Dante un anno di speranze. Deluso da Rodolfo d’Asburgo, che nel 1273 aveva tentato di ristabilire il potere imperiale, ma evitando di intervenire in Italia, così meritandosi il feroce giudizio di Dante che lo colloca in Purgatorio tra i principi negligenti (per “aver negletto ciò che far dovea”), guarda con fiducia ad Enrico di Lussemburgo eletto dai principi tedeschi “re dei romani”, perciò candidato all’impero. Dante a lui si rivolge chiamandolo “successore di Cesare e di Augusto”.

Nel settembre 1309, appena ricevuta la benedizione papale Enrico era Berna, intento a radunare l’esercito che avrebbe dovuto accompagnarlo lungo lo stivale “ch’a drizzare Italia/ verrà in prima ch’ella sia disposta” (Paradiso, XXX, 137-138), preparata ad accogliere la sua opera di riforma e ad assecondarla. Aveva già inviato ambasciatori per avvertire principi e comuni italiani della sua intenzione di scendere nella penisola per farsi incoronare re d’Italia a Milano, con la Corona Ferrea, e imperatore a Roma. Ma era stato accolto con diffidenza. A Firenze avevano già deciso che il nuovo re d’Italia era un nemico. I suoi ambasciatori  si erano presentati nel luglio del 1310 chiedendo che la città lo riconoscesse come nuovo sovrano ma Messer Betto Brunelleschi, incaricato dal comune, “rispuose con parole superbe e disoneste”, fu sostituito dal più saggio e cortese Messer Ugolino Tornaquinci.

Arrigo, come Dante chiama alla toscana il nuovo re e imperatore, è politico di talento, duttile e pragmatico con un progetto importante che avrebbe riportato pace e obbedienza in Italia che dalla morte di Federico II, nel 1250, non aveva trovato un assetto unitario. Incoronato re di Germania trova un’Italia litigiosa, una condizione che aveva indotto gli imperatori a trascurare in nostro Paese, per occuparsi dei paesi di origine. Assente l’Imperatore, dunque, si rafforzano le repubbliche marinare e i comuni, elemento di corrosione del Sacro Romano Impero, come aveva già dovuto constatare Federico I Barbarossa che aveva rinunciato ad un ambizioso piano di restaurazione dell’autorità imperiale in Italia.

Arrigo deve scontare anche l’ostilità del Papa, impegnato a riaffermare il primato della Chiesa sull’impero e la necessità della confirmatio papale perché l’elezione imperiale fosse valida. Infatti non sarà incoronato in San Pietro ma in San Giovanni in Laterano il 29 giugno 1312. E subito dopo il Papa gli ingiungerà di lasciare Roma.

Dante pubblica un manifesto, l’epistola quinta rivolta ai governanti italiani. Augura loro la pace e li invita a rallegrarsi per il sorgere di un nuovo giorno e l’arrivo di un nuovo Mosè. Esalta i discendenti dei Longobardi ai quali ricorda di essere innanzitutto troiani romani. Smettessero di ripetere come sonnambuli dominum non habemus,noi non abbiamo un signore, e vantandosi di un’assurda libertà, cercassero di essere degni del Lazio anziché della Scandinavia, da cui i dotti pensavano fossero venuti i Longobardi, e implorassero la misericordia di Cesare Augusto che giungeva con la benedizione del Papa. Nel propugnare la sottomissione all’Imperatore, “re del mondo e ministro di Dio”, Dante introduce gli stessi temi sviluppati nel Monarchia, scritta forse proprio in quegli anni. “La sola vera libertà è l’obbedienza spontanea alla legge di Cesare, che per volontà divina deve governare tutta l’umanità e che rappresenta l’unico potere veramente pubblico, garanzia di convivenza civile; tutti gli altri poteri che attualmente governano l’Italia, siano principi o comuni, non rappresentano altro che interessi privati. Una svolta ideologica sbalorditiva per un uomo di comune!” (Barbero, Dante, cit. 231). Un pensiero che ne attesta la modernità e lo ricollega ai grandi del Risorgimento che finalmente riusciranno a “fare” l’Italia, anche se rimarrà, e rimane ancora oggi, la necessità che si sentano italiani quanti hanno avuto l’onore di nascere nel Paese più bello del mondo, il faro di civiltà che da Roma si è esteso nell’Occidente cristiano e poi oltre gli oceani.

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