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mercoledì, Marzo 3, 2021
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Quando è assurdo il divieto di recarsi nelle seconde case

di Salvatore Sfrecola

Il divieto di recarsi nelle seconde case continua ad essere un’ossessione per alcuni dei nostri governanti, ritengo per un motivo di carattere culturale. Guidati dalle sinistre, considerano le seconde case un indice di ricchezza, anche se nella maggior parte dei casi è l’abitazione, al mare, ai monti o in campagna, ereditata dal nonno, spesso nel paese d’origine o dove i nonni o i genitori avevano predisposto un buen reitiro per le vacanze. Ma indipendentemente da questo concetto socio-economico, nel quadro delle misure dirette a frenare la diffusione del virus non si comprende effettivamente la ragione per la quale, mentre si tende a limitare l’assembramento, si impedisce che in una famiglia alcuni dei componenti trascorrano le giornate in una seconda casa.

In sostanza è evidente che la coabitazione di più persone in un appartamento, che spesso non ha grandi spazi e dove la convivenza è normalmente agevolata dal fatto che tutti trascorrono gran parte della giornata fuori casa, per lavoro per studio, sicché costringere tutti a vivere in spazi limitati, mentre favorisce situazioni di tensione che, come noto, hanno determinato in alcuni casi non pochi problemi, la coabitazione favorisce la diffusione del virus. Ciò in quanto, chi esce per motivi di lavoro o di studio e rientra a casa, se portatore del virus, lo trasmette naturalmente ai conviventi. Se, invece, fosse consentito recarsi nelle seconde case, in campagna, al mare o in montagna si realizzerebbe una migliore vivibilità del distanziamento richiesto dalla pandemia, il più delle volte in una condizione ambientale molto più gradevole.

Le seconde case, infatti, spesso hanno giardini e quindi spazi aperti che consentono di vivere con maggiore serenità e salubrità la condizione del distanziamento a causa della lotta al coronavirus. Queste considerazioni, che non sono solo mie ma che ho sentito da ogni persona di buon senso, non trovano una spiegazione contraria da parte delle autorità che non hanno spiegato perché recarsi nelle seconde case creerebbe un assembramento, come se si andasse in comitiva in questi queste località.

Questa scelta, che ci pare una sciocchezza, è una delle tante decisioni poco comprensibili e pertanto capaci di creare malessere negli italiani, i quali non ne hanno bisogno, considerato che tutti sentono il peso della condizione dovuta la diffusione dell’epidemia e ne soffrono in ragione delle loro condizioni di vita e di lavoro.

Sarebbe dunque necessario che il tema fosse affrontato. Mi auguro che Mario Draghi, il quale vive in una località amena in Umbria, vicino al lago Trasimeno, a Città della Pieve e che quindi percepisce il senso del distanziamento virtuoso e salubre prenda atto che le decisioni dei suoi predecessori costituiscono una solenne sciocchezza.

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