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La triste vicenda del soldato che tradisce

di Salvatore Sfrecola

Avrebbe agito “in un momento di profonda crisi, personale, familiare ed economica, anche a causa delle gravi condizioni di salute della figlia”. Il Capitano di fregata Walter Biot affida a queste parole del suo Avvocato, Roberto De Vita, il tentativo di giustificare la vendita di informazioni d’ufficio ad un agente straniero, con la precisazione che il passaggio di carte ai russi “non ha messo in alcun modo a repentaglio la sicurezza dello Stato”.

È evidente l’impianto difensivo che, nel turbamento conseguente a gravi difficoltà economiche in ragione delle condizioni di salute della figlia, mira ad attenuare una responsabilità che appare gravissima, perché il tradimento dell’ufficiale non è una qualunque violazione di un dovere professionale. Infatti, è stato venduto non un documento d’ufficio anche importante. Sono stati sottratti, secondo l’impostazione dell’accusa, convalidata dal GIP, documenti che attengono alla sicurezza militare dello Stato, coperti da segreto che attengono, tra l’altro, alla proiezione degli assetti italiani della Difesa in teatri operativi esteri e anche di operazioni Nato, Ue e Onu. È la sicurezza della Patria, cioè della comunità nazionale, che è stata messa in discussione da un traditore “senza scrupoli”, come si legge nell’ordinanza del GIP, che ha venduto documenti segreti per trarre profitto. Nell’ambito di un’attività né sporadica, né isolata, sottolinea ancora il giudice. All’udienza di convalida l’ufficiale si è limitato a dire al Giudice Antonella Minunni di essere “frastornato e disorientato, ma pronto a chiarire” la sua posizione.

Intanto, resta a Regina Coeli mentre i due funzionari russi, gli acquisrenti dei documenti, raggiunti da un provvedimento di espulsione, hanno lasciato l’Italia.

Nella scheda di memoria sequestrata dai carabinieri del Ros che hanno colto in flagrante lo scambio tra Biot e l’addetto russo sono state trovate al momento 181 foto di documenti cartacei classificati. Presenti anche 9 documenti “riservatissimi” e 47 di tipo “Nato Secret”.

Per il giudice sono “elementi sintomatici dello spessore criminale dell’indagato che non si è posto alcuno scrupolo nel tradire la fiducia dell’istituzione di appartenenza al solo fine di conseguire profitti di natura economica”. L’espressione “istituzione di appartenenza” non dice tutto, fa pensare che sia un atto formale quel giuramento di un uomo al servizio dello Stato. Una condizione nella quale, quando Patria si scriveva sempre e comunque con la lettera maiuscola, alcuni, civili o militari, dinanzi al pericolo della stessa vita a quel giuramento non sono venuti meno, perché quel giuramento, un tempo al Re, oggi alla Costituzione ed alle leggi, è espressione di appartenenza ad una comunità e di una scelta, quella, appunto, di servirla con “disciplina ed onore” (art. 54, comma 2, Cost.).

Non giudico il Capitano di Vascello che comunque ha macchiato l’uniforme blu della Marina Militare alla quale, devo ritenere, abbia desiderato di appartenere con giovanile entusiasmo molti anni fa. La psiche della gente è imperscrutabile. E il Comandante Biot non ha saputo rispondere come altri che, nelle stesse condizioni di disagio economico anche quando dovuto a gravi situazioni di salute di persone care, hanno fatto fronte all’emergenza con dignità. Giudicheranno i magistrati, civili o militari, che saranno chiamati a pronunciarsi in ordine al rilievo penale della sua condotta, considerato l’interesse tutelato dalla norma. Resta l’amarezza che un uomo delle istituzioni, un uomo dello Stato, un soldato, sia venuto meno al suo dovere, che non abbia saputo bilanciare nella sua mente e nel suo cuore valori importanti, personali e sociali. Chi lo difende, la moglie ed i figli, tengano conto di questi valori. E se, per affetto, perdonano l’uomo, il marito, il padre, nondimeno siano serenamente severi nel giudicare il soldato.

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