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I buchi neri nella gestione dei rifiuti dimostrano l’inammissibile trascuratezza di troppe autorità

di Salvatore Sfrecola

La stampa l’ha battezzata “Terra dei fuochi”, un vasto territorio tra Napoli e Caserta, lì dove la malavita faceva bruciare, perché non se ne scoprisse l’origine, ingenti quantità di rifiuti, soprattutto speciali, in particolare tossici, quelli che i “produttori” non volevano smaltire nelle forme di legge, pagando i relativi costi. Questa mattina ad Omnibus, la trasmissione di approfondimento de La 7, se ne è parlato molto. Il tono è stato, in molti degli intervenuti, quello di un fatto ineluttabile, incontrastabile. È evidente che non è vero, che questi comportamenti gravissimi che spargono il veleno in giro per l’Italia, soprattutto meridionale, possono essere facilmente contrastati e repressi.

Infatti, c’è un qualcosa di surreale nel dibattito sullo smaltimento dei rifiuti in generale e di quelli speciali, in particolare, tra i quali rientrano i rifiuti definiti “tossici”, costituiti da sostanze, non solo di provenienza industriale (come amianto, diossina, PBC e cloro) ma anche agricola (pesticidi e fertilizzanti chimici), domestica (pile esauste, batterie, oli per motori e macchine, oli vegetali, amianto), nonché sanitaria e militare, per il cui smaltimento sono dettate specifiche norme. Così se è previsto conferire, anche in autonomia, diluenti, vernici e pesticidi in apposite discariche, è necessario rivolgersi a società specializzate al trattamento e trasporto in caso di amianto. O di rifiuti radioattivi (ad esempio plutonio o rifiuti ospedalieri) il cui smaltimento è puntualmente indicato nel Testo Coordinato 12/10/2011.

Come spesso accade in questo Paese le norme non mancano, semmai sono tante, forse troppe: statali, regionali, di derivazione europea. Difficile, invece, è farle rispettare. Non è una novità. Già ne era consapevole Padre Dante che scrive “le leggi son ma chi pon mano ad esse? Se lo chiede nel canto XVI del Purgatorio (96). La risposta è “Nullo”, ovvero nessuno. Allora come oggi. Sicché accade che molti “produttori” di rifiuti, per evitare i costi dello smaltimento, si rivolgano alla malavita organizzata che vi provvede illegalmente sotterrando i rifiuti laddove “controlla il territorio”. Definizione che, da sola, ad un uomo di legge, fa venire i brividi nel senso che sembra, in teoria, impossibile che esistano aree del Paese dove possano essere compiute impunemente queste attività illecite, considerato che ogni angolo del territorio ricade inevitabilmente sotto la competenza di una delle tante autorità istituite: Polizie Municipali, Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, uffici pubblici ai quali, in qualche modo, non dovrebbero sfuggire attività di trasporto e di interramento di rifiuti, ancorché fossero eseguiti nottetempo.

C’è, poi l’Arpa, l’Agenzia Regionale Protezione Ambientale, che dovrebbe svolgere attività di vigilanza e controllo tecnico degli impianti di produzione e gestione dei rifiuti. Essa costituisce la Sezione regionale del Catasto rifiuti che elabora i dati trasmessi dal Servizio Informatico della Camera di Commercio, al fine di fornire un quadro di conoscenza della produzione e della gestione dei rifiuti e di garantire i flussi informativi verso il Ministero dell’Ambiente e la Comunità europea. Ogni regione, inoltre, ha un “Piano di gestione dei rifiuti” prodotti nel territorio.

Riassunta così la materia, un cittadino ingenuo dovrebbe giungere alla conclusione che neppure un grammo di rifiuti possa andare perduto, che sapendo dalla Camera di commercio chi produce rifiuti e quanti dovrebbe essere semplice controllare le bolle di accompagnamento dei rifiuti che escono dall’impianto che li ha prodotti. Per cui è evidente che, tanto per fare un esempio, se nella “Terra dei fuochi”, tra Napoli e Caserta, la malavita ha sotterrato nel corso degli anni ingenti quantità di rifiuti speciali, vuol dire che quel controllo, che abbiamo appena immaginato non viene svolto. Cioè che l’autorità preposta non sa quanti sono i rifiuti effettivamente prodotti e quelli smaltiti. Eppure, dovrebbe essere semplice verificare, in rapporto ai singoli processi produttivi, quanti sono i rifiuti. Per cui, avendo su un data base indicata la quantità dei beni prodotti e sapendo quanti sono i rifiuti che conseguono a quelle quantità basterebbe chiedere al responsabile dell’impresa di esibire la bolla di accompagnamento dei rifiuti alla competente discarica.

Se questo non accade, se continuano ad essere dispersi e/o interrati rifiuti, in particolare quelli definiti speciali e pericolosi, vuol dire che molte sono le falle del sistema prima delineato, che non sappiamo esattamente quanti rifiuti vengono prodotti, quanti e dove vengono smaltiti. E soprattutto che nessuno degli uffici ai quali compete il controllo del territorio fa fino in fondo il proprio dovere anche quando, avendo evidenti elementi indiziari, non indaga per accertare l’esistenza di comportamenti illeciti che costituiscono reati. E pensare che fino al Governo Conte 2 il Ministro dell’ambiente, Costa, era un generale del Corpo Forestale dello Stato, confluito nell’Arma dei Carabinieri per iniziativa di Matteo Renzi.

Sono tanti, come abbiamo visto, gli enti coinvolti nel controllo del territorio. Possibile che nessuno riesca a mettere un freno a questo scempio dell’ambiente? Che, con un’azione energica e penetrante, non renda lo smaltimento illegale troppo rischioso per la malavita e, pertanto, più costoso di quello del conferimento ad una discarica autorizzata. E questo senza considerare che, per altro verso, i rifiuti, accuratamente trattati con ricorso alle tecniche oggi disponibili, generano utilità. Alcuni anni fa, ad esempio, fu realizzato a Villacidro in Sardegna, finanziato dalla Cassa per il Mezzogiorno, un impianto di trasformazione di fanghi industriali che produceva biogas e fertilizzanti. E sappiamo che termovalorizzatori al centro di alcune città, in Italia ed in Europa, sono un esempio virtuoso.

Infine, vi è il sospetto che, se non abbiamo contezza delle produzioni di beni che generano rifiuti, anche all’Agenzia delle entrate manca un dato importante ai fini del reddito d’impresa.

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