HomeNEWSLe trouvère di Verdi e di… Wilson, regista “indovino”

Le trouvère di Verdi e di… Wilson, regista “indovino”

di Dora Liguori

Martedì 27 Aprile, Sky ha trasmesso un’edizione del 2018 de “Le trouvère”, ossia della rielaborazione in francese che lo stesso Verdi, nel 1857, volle fare del suo Trovatore (da un dramma di Garcia Gutierrez, per il libretto di Salvatore Cammarano) andato in scena quattro anni prima al teatro Apollo di Roma. L’edizione francese del Trovatore, curata dallo stesso Verdi, per l’Opéra di Parigi si differenzia di non molto dalla prima edizione italiana, eccezion fatta per l’aggiunta dei balletti, resi obbligatori, dal sommo teatro parigino, a tutti i compositori che ambivano essere lì rappresentati.

Tornando in Italia, il presente spettacolo, messo in scena nello splendido teatro Farnese, faceva parte del festival verdiano di Parma, e s’avvaleva della direzione di Roberto Abbado e… della regia di Robert Wilson. Pertanto, per tutti gli appassionati di lirica, un’occasione imperdibile per ascoltare e conoscere questa rara partitura.

Ma ahimè, a tutti, mal gliene incolse!

Infatti, questa edizione parmense de Le trouvére ha voluto seguire quella moda che, divenuta ormai prassi costante, vede l’apertura di una specie di gara fra gli esponenti della cosiddetta nouvelle vague registica, tutti nipoti spuri delle imprese del teatro wagneriano di Bayreuth. Una gara che, in parole povere, consiste nell’affidare, incautamente, a uno di questi registi (epigoni sempre di Bayreuth) un’opera e vedere poi chi di loro riesca a metterla in scena nella maniera più stravagante, o meglio più dissacrante possibile. E in questa gara ritengo che, il regista texano Robert Wilson, autore delle luci e anche delle scene o meglio della totale assenza di scene (solo un quadrato claustrofobico di tre pareti dal colore altalenante verde azzurro e nero), si sia, dopo questo Trouvère, giustamente, conquistato un’ottima posizione.

Passando ai fatti, occorre subito dire che, riprendendo il titolo, il Wilson, dovrebbe essere in possesso di notevoli capacità divinatorie, tali da consentirgli nel 2018, epoca ancora lontana dal covid, di prevedere un’azione scenica dove tutti i protagonisti debbano, obbligatoriamente e qualunque sia l’azione, cantare ben distanziati di oltre un metro e mezzo.

Come dire: chi si tocca è perduto!

Pertanto, ognuno dei protagonisti se la “cantava” da solo e il massimo dell’incomunicabilità avveniva, allorché la povera Leonora, giunta al suo passo estremo, rende l’ultimo respiro nella totale noncuranza di tutti, compresa quella del già ardente Manrico. Inoltre, la poveretta, emette l’ultimo respiro, non già cadendo in terra, dove si presuppone debba finire un corpo senza vita, bensì semplicemente appoggiata, sul pavimento, con un braccio.

Miracoli della regia, altro che Lazzaro!

E, con questo, abbiamo solo fornito una specie di aperitivo dell’impagabile messa in scena poiché il peggio sarà ancora tutto da venire. Infatti, per non essere da meno delle “genialate” registiche, anche il responsabile del trucco, Manu Halligan, si è sentito in dovere di fare del suo meglio… Costui, infatti, operisticamente parlando, “per la bisogna” ha sistemato ben bene il viso dei poveri cantanti, cancellando, attraverso uno strato di biacca, le loro sopracciglia (poste dove il Creatore aveva stabilito che fossero) per riposizionargliele alla metà della fronte, con il risultato di apparire pressoché orripilanti.

Credo che neppure la perfetta bellezza di una Grace Kelly o di un Tyrone Power sarebbe sopravvissuta ad un simile trattamento. E pazienza!

Chissà, proprio per effetto di questa sistemazione, forse diviene possibile comprendere il perché del distanziamento dei cantanti, il quale, in effetti, non avveniva per un covid ancora sconosciuto, bensì per la paura che, guardandosi, finivano col provare reciprocamente. Per quanto attiene, poi, ai costumi di Julia von Leliwa, essi erano, per le donne, schematici e di foggia ottocentesca (i più guardabili), mentre gli uomini, con un salto di una quarantina d’anni all’indietro, portavano costumi d’epoca improbabili, con copricapi di foggia napoleonica e l’aggiunta, ad un certo punto della scena, di un guerriero tardo medievale che… alla fine diveniva l’unico attendibile, tenendo conto che l’azione del Trovatore si svolge nel XV secolo.

 Messi così i cantanti (le voci non erano neppure male) i poveretti affrontavano le belle arie di Verdi in maniera quasi meccanica e senza ombra di pathos per le vicende narrate. E, ci credo! Avrei voluto vedere qualcuno capace di fare meglio! Pertanto, allo spettatore, il sollievo non arrivava neppure chiudendo gli occhi.

Comunque, la palma della resa d’immagine va data a due dei protagonisti: il conte di luna, per l’occasione trasformato in una specie di allucinato lord inglese, appena scappato da un manicomio e di un’ Azucena che, già di suo, abbastanza sciagurata, ci veniva propinata con due corna di stambecco sulla testa.

Ma, la summa, dell’introspezione metafisica o dei suoi incubi notturni, forse propiziati da un’abbondante libagione, il Wilson ce la da’ proprio con le danze dove, trasformato lo spazio scenico in una specie di ring, costringe i ballerini a divenire improbabili pugili che, vestiti con costume da spiaggia fine ottocento, s’affannano a tirare pugni nel vuoto. Fra i pugilatori, uomini e donne, c’erano anche delle innocenti creature, anch’esse obbligate a tirare inutili pugni che, strabiliate, guardavano l’insieme, forse pensando: dobbiamo studiare tanto la danza per fare questa fine?

Gesù e Maria… meglio cambiare subito mestiere.

In tutto questo bailamme, Wilson, faceva aggirare per il palcoscenico l’inquietante figura di un vecchio alquanto malmesso che, posto su una sedia, forse, nelle sublimi intenzioni del regista, avrebbe dovuto raffigurare un Verdi, spettatore della sua opera.

Che dire? Fortuna vuole che Verdi ci abbia lasciato nel 1901 poiché qualora fosse stato vivo, col caratterino che si ritrovava, temo che il regista non sarebbe uscito incolume dalla serata e, con lui, neppure quanti abbiano avuto la luminosa idea di propiziarci il “sorprendente” spettacolo.

Insomma, se qualcuno sfregia “la pietà” di Michelangelo, finisce doverosamente in galera se, invece, deturpa un’opera lirica, non solo evita di godere delle patrie prigioni ma… lo paghiamo pure!

E Dio solo sa quanto!

P.S. Di certo qualcuno dei seguaci di queste nuovi geni della regia mi definirà povera di idee e di comprendonio… e non respingo affatto le critiche ma, per la mia pace interiore e di, credo buona parte degli spettatori, in bontà, ci venga almeno data spiegazione convincente sul recondito significato delle… sopracciglia.

E delle corna di Azucena… ne vogliamo parlare?

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