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“È Giorgia”, preferisce immaginare il futuro più che ricordare il passato

di Salvatore Sfrecola

“Noi abbiamo salvato la destra per salvare l’Italia. L’abbiamo fatto… pensando ai nostri figli più che i nostri nonni, immaginando il futuro più che ricordando il passato”. È a pagina 191 del suo libro da pochi giorni in libreria (“Io sono Giorgia, le mie radici, le mie idee”, edito da Rizzoli) che la Presidente di Fratelli d’Italia, affronta il tema centrale del suo impegno politico, la nascita del partito, le prime esperienze, i primi successi conquistati a prezzo di un duro lavoro che molti avrebbe scoraggiato, dopo la conclusione controversa dell’esperienza di Alleanza Nazionale. Fino a quel punto il libro, pagina dopo pagina, offre ricordi di vita familiare e di studio e delle prime esperienze politiche, come per molti iniziate sui banchi di scuola e sviluppate nella sezione del Fronte della Gioventù alla Garbatella, una militanza politica che presto diventa totalizzante. Si forma sulle letture che affascinano i giovani di destra. Per tutti Tolkien, con Il Signore degli Anelli.

Il linguaggio piano, estremamente piacevole incoraggia la lettura alla scoperta del personaggio, della sua storia personale e delle sue idee, nella prospettiva di un partito che lei incarna agli occhi dell’opinione pubblica, per essere donna, la sola a guidare un movimento politico, combattiva come ciascun elettore vorrebbe fosse il proprio leader, che buca lo schermo, come si dice, sia che intervenga alla Camera, sia che partecipi a qualche trasmissione di approfondimento dove non manca di far valere le proprie idee, ribattendo parola per parola agli intervistatori più orientati politicamente, palesemente ostili, da Lilli Gruber a Lucia Annunziata. Un atteggiamento apprezzato, come dimostra il vasto consenso che i sondaggi le riservano, in misura nettamente superiore alle intenzioni di voto in favore del partito, peraltro via via crescenti.

“Io sono Giorgia” è, dunque, un’autobiografia, con escursioni sul pensiero politico e sulla storia d’Italia, con prudenza, argomento sempre irto di difficoltà, nella Patria dei 1000 campanili. Tutto quel che serve per capire l’oggi e proiettare verso il futuro le scelte politiche necessarie. Verso le generazioni che verranno. Non a caso il libro, che inizia con gli eventi della nascita della protagonista e della sua vita in famiglia, si chiude con un’affettuosa lettera a Ginevra, la sua bambina, una scelta che certamente qualcuno criticherà, a sinistra. Perché a destra, invece, la famiglia è una realtà da sempre, perché quella “società naturale”, di cui parla la Costituzione, è la base stessa della convivenza di un popolo che, non a caso, si è sviluppato quale somma di famiglie, come insegna il diritto romano.

La famiglia di Giorgia Meloni è l’iniziale protagonista del volume, con la madre e la sorella. Anche il padre, che si allontana già prima della nascita, fino ad interrompere ogni rapporto con la famiglia è, in qualche misura un protagonista. Perché assente, indifferente, una condizione che pesa. Ed è la mancanza di amore paterno, che rafforza in Giorgia il desiderio di famiglia e le fa sentire il valore per ognuno di farne parte. L’assenza del padre esalta il ruolo della madre e della sorella che formano una comunità forte nella quale ognuna ha un ruolo, diverso ma sempre guidato dall’affetto che Giorgia oggi riversa su Ginevra, la figlia alla quale dedica tutto il tempo possibile, compatibilmente con i suoi pressanti impegni politici. E se la sera, al ritorno a casa, la trova che dorme le si sdraia vicino e le parla con le parole che solo una madre sa dire.

Dunque, a pagina 191 l’affermazione con la quale ho iniziato apre alle parole che attendi, che sei certo saranno scritte perché in un politico sono importanti le radici culturali, nazionali ed europee. E cristiane, perché “non possiamo non dirci cristiani”, ricorda con Benedetto Croce, e da romana sente l’orgoglio della civiltà che dall’Urbe si è irradiata nel mondo e continua a rappresentare la differenza con altre culture nelle quali alla persona non è riservata lo stesso rispetto. “Persona”, che è la grande intuizione del diritto romano, che si esprime nella libertas che è naturalis facultas eius, quod cuique facere libet, nisi si quid aut vi aut iure prohibetur. Un monumento di civiltà nelle parole delle Istituzioni di Giustiniano (1, 3).

In un contesto politico nel quale taluno si esalta nel dire che non ci sono differenze, che non c’è più destra e sinistra, che uno vale uno, Giorgia Meloni rivendica i suoi riferimenti culturali ancorati al pensiero conservatore. L’affascina Roger Scruton. Ne ricorda un passo fondamentale: “i conservatori fanno propria la visione della società di Burke, che la concepiva come un’alleanza fra i vivi, i non nati e i morti; credono nell’associazione civile fra vicini, piuttosto che nell’intervento dello stato; e ammettono che la cosa più importante che un vivente può fare è di insediarsi, farsi una casa e passarla poi ai propri figli”. È l’oikophilia, l’amore per la propria casa. Il passaggio è breve, dalla casa alla Patria. La citazione è tratta da How to Be a Conservative non è assunta da internet, appiccicata lì come capita spesso ai politici che non hanno avuto il tempo di studiare.

Giorgia, invece l’ha letto. “Studia”, come mi dicono amici comuni, avvantaggiata anche dal fatto che conosce bene l’inglese che, con lo spagnolo ed il francese, l’agevola nelle relazioni internazionali, soprattutto in Europa dove è stata chiamata a presiedere il Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (European Conservatives and Reformists Party). Un riconoscimento che è anche una responsabilità.

Del pensiero conservatore sottolinea come si alimenti di quel realismo che consente di affrontare senza paraocchi ideologici il mondo e le sue sfide. E fa l’esempio della politica U.S.A. che con i presidenti repubblicani, e quindi conservatori, ha trovato sempre una composizione delle controversie internazionali attizzate dalla visione interventista propria della sinistra liberal.

Cita Bertolt Brecht che aveva richiamato nella sua dichiarazione di voto in occasione del dibattito sulla fiducia al Governo Draghi: “ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati”. Naturalmente provocando proteste a sinistra dov’è abitudine impadronirsi di intellettuali e farne una bandiera esclusiva.

Tiene molto all’“identità locale e appartenenza nazionale”, che è quel che ci identifica. L’identità italiana ed europea, perché da Atene e da Roma sono venute le idee che fanno dell’Europa una realtà importante, di civiltà, a fronte dei colossi mondiali dell’economia, dei commerci e della politica, gli Stati Uniti d’America, la Cina, l’India. L’Europa, un continente di oltre 400 milioni di abitanti che non riesce ad esprimere una politica estera ed a dotarsi di un esercito, che non tiene conto dell’importanza della frontiera Sud, marittima che è anche la frontiera della civiltà occidentale verso il mondo dove si bruciano le chiese cristiane.

Le pagine scorrono e il lettore è desideroso di sapere ancora come la pensa la leader di Fratelli d’Italia nella prospettiva di una responsabilità di governo che, proprio in concomitanza all’uscita del libro, Giorgia Meloni ha esplicitato in una intervista a Lucia Annunziata, con fatica, perché la tecnica dell’intervistatrice è quella di interrompere l’esposizione, forse sperando che non rimanga nel telespettatore il senso completo dell’idea esposta.

Governare l’Italia, un grande impegno, difficile. Ricordo spesso che vincere le elezioni è relativamente facile, come ha dimostrato l’esperienza del Movimento 5 Stelle, governare non lo è mai. Lo scrissi a proposito dell’esperienza del governo Berlusconi-Fini 2001-2006, quando una maggioranza parlamentare poderosa, dopo cinque anni di gestione del potere, non seppe guadagnarsi il consenso per la conferma e perse le elezioni “per circa 26 mila voti, quando avrebbe potuto vincere per due milioni”, come mi disse Francesco Storace dopo aver letto il mio “Un’occasione mancata”, nel quale ripercorrevo le tappe di un racconto con protagonisti che spesso si erano circondati di persone senza professionalità adeguata ed esperienza, a volte arroganti come sanno essere quelli che assumono posizioni di responsabilità nella Pubblica Amministrazione, convinti che l’essere stati scelti dal politico di turno sia sufficiente per gestire una direzione generale o un ente pubblico.

Questo è un Paese difficile, abitato da persone intelligenti e fantasiose che troppo spesso si rifugiano nell’individualismo per sopperire all’assenza dello Stato giunto troppo tardi, dopo che per secoli gli italiani sono stati “calpesti, derisi” proprio perché “non popolo, perché divisi”, colonizzati da francesi, spagnoli ed austriaci ognuno dei quali ha lasciato qualcosa, la verve e l’allegria spagnola, la buona amministrazione dell’Imperial regio governo. Così non è stato facile “fare gli italiani”, come auspicava d’Azeglio, dacché il “miracolo del Risorgimento”, per dirla con Domenico Fisichella, ha unito dalle Alpi al Lilibeo soprattutto le classi dirigenti, mentre il popolo spesso era rimasto legato ai monarchi locali, anche se pusillanimi e traditori, che concedevano la costituzione sotto la spinta della rivolta borghese, pronti a ritirarla al sopraggiungere delle baionette austriache. Ed è morto troppo presto, tra pochi giorni saranno 160 anni, quel Camillo di Cavour il più saggio e benemerito statista del suo tempo, ha scritto lo storico inglese Trevelyan, aggiungendo “se non di ogni tempo”. Lo statista che parlava e scriveva di Italia e delle sue potenzialità economiche ben prima che entrasse in politica nella fiducia che, una volta unita, l’Italia sarebbe diventata “un grande Stato”, come aveva fatto grande il Regno di Sardegna dotandolo di infrastrutture ferroviarie, viarie, portuali capaci di favorire una rivoluzione industriale che aveva visto svilupparsi in Inghilterra, convinto che l’Italia, essendo un promontorio sul mare Mediterraneo, sarebbe stata la porta dell’Europa sul medio e l’estremo oriente, per portare le merci del nostro continente in Cina. Lo ha scritto nel 1846. Cavour, il liberale conservatore che aveva intuito la necessità di una convergenza tra pubblico e privato, un keynesiano prima di Keynes, ha scritto Piero Ottone. Non a caso Mario Draghi, nel discorso di presentazione del suo Governo, lo ha ricordato per le riforme amministrative che aveva promosso per favorire l’imponente programma di modernizzazione che avrebbe attuato in poco tempo.

Lì è un punto fermo del pensiero conservatore e di un’azione politica e di governo nella quale impegnare le migliori energie. Non con gli amici o gli amici degli amici. Perché se l’amicizia è un valore grande non basta per gestire il potere e mantenerlo. Allora Cavour è ancora una volta un esempio con la sua capacità di aggregare, ai fini della realizzazione dell’unità d’Italia, chiunque vi credesse, anche i repubblicani Francesco Crispi, siciliano, e Giuseppe Garibaldi, nizzardo, il generoso combattente per la libertà che non esitava a chiamare Vittorio Emanuele “il mio amico re”. Una storia complicata e complessa la nostra che si è troppo spesso fatto di tutto perché dividesse gli italiani. E se questo va bene alla sinistra di oggi, che ha rifiutato il Risorgimento, per l’Italia “l’unico tradizionale mastice della sua unità”, come ha scritto Indro Montanelli, il pensiero conservatore deve avere la capacità, in filosofia e in politica, di trovare il minimo comune denominatore che proprio la destra ancorata a quei valori può incarnare.

Giorgia Meloni, consapevole della varietà delle situazioni ambientali e delle esperienze culturali e politiche che identificano le singole realtà territoriali ha certamente una marcia in più rispetto a Matteo Salvini che non riesce ad apparire agli occhi di molti italiani diverso da coloro che si presentarono alla Camera per costituire il Gruppo parlamentare “per l’indipendenza della Padania”. La Meloni e Fratelli d’Italia hanno consapevolezza del fatto che la ricchezza di questo Paese è data dalla ricchezza delle singole realtà territoriali. Sarà sufficiente per vincere le elezioni. Ma per governare?

“Mi preparo a governare la nazione. Sono pronta a fare quello che gli italiani mi chiedono comprendendone la responsabilità. Mi tremerebbero le mani, ma cosa farei politica a fare se non fossi pronta a confrontarmi con le sfide?”, dice all’Annunziata In Mezz’ora in più. E delimita un programma: “Politiche di sostegno alle imprese e incentivi alla natalità” sono gli obiettivi che la Meloni indica come prioritari se diventasse premier. È convinta di disporre di una classe dirigente adeguata. E qui mi permetto, per l’esperienza maturata in lunghi anni di collaborazioni ministeriali e di esercizio del controllo delle Pubbliche Amministrazioni centrali e locali, di ricordare ancora una volta il Governo Berlusconi – Fini e il recente giallo-verde dove alcuni, nominati ministri, hanno pensato che fosse sufficiente l’incarico per realizzare i programmi di governo e gestire apparati sistematicamente curati dalle sinistre, senza disporre di staff tecnici adeguati, spesso con Capi di Gabinetto e di Segreterie prestati dal vecchio governo, ciò che ha immediatamente fatto capire ai funzionari che il manico lo tenevano altri.

Lo dico con simpatia, perché la prossima esperienza di governo non sia ancora “un’occasione mancata”. Gli italiani non possono permetterselo.

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