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Il “trafiletto” di Domenico Giglio

Auri sacra fames

“Quid non mortalia pectora cogis / auri sacra fames” (cosa non costringi a fare all’animo dei mortali, o esecranda fame dell’oro) ripreso da Seneca nella forma Quod non mortalia pectora coges, auri sacra fames. Qui la parola “sacra”, ha un significato ben diverso, di condanna della cupidigia dell’oro, che Virgilio fa pronunciare da Enea, nel terzo libro dell’Eneide (56-57), ricordando l’episodio di un figlio di Priamo, Polidoro, ucciso a tradimento da un falso amico per appropriarsi delle sue ricchezze. E questa frase ben si attaglia all’esecrando crimine di aver tolto scientemente i freni alla cabina della funivia Stresa-Mottarone, per evitare fermi od altre interruzioni che avrebbero ridotto gli incassi.

Questa nostra cultura umanistica, artistica, letteraria e giuridica che oggi si vuole smantellare, e di cui gli ultimi presìdi sono nei licei classici e nella facoltà storico-letterarie, è invece alla base della nostra civiltà a cui il Cristianesimo ha aggiunto, integrandola ed innalzandola, il suo messaggio, ed ancora oggi dimostra la sua attualità e validità che ci fa diversi da altri.

Sicuramente le persone arrestate non avevano mai letto Virgilio, Seneca. Cicerone, Orazio ed altri classici, né tanto meno i Vangeli, uniti nella condanna della bramosia delle ricchezze per cui nella loro mente non era suonato un campanello d’allarme quando presero la tragica decisione. Tra l’auri sacra fames e quel cammello, che è invece una corda, che non passa egualmente nella cruna di un ago vi è un collegamento che non può sfuggire e questo spiega perché il sommo Dante riservi a quei grandi spiriti precristiani un posto in quella valle serena che precede l’Inferno.

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