HomeNEWSKabul: una vergogna, una macchia indelebile nella credibilità dell’Occidente

Kabul: una vergogna, una macchia indelebile nella credibilità dell’Occidente

di Salvatore Sfrecola

L’immagine degli afgani aggrappati al carrello degli aerei in partenza da Kabul, nella speranza di sfuggire alla vendetta dei talebani, rimarrà a perenne vergogna dell’Occidente. Abbiamo sentito dal Presidente degli Stati Uniti le ragioni del ritiro dei militari americani, da tempo annunciato, ma Biden non ha potuto giustificare il modo con il quale è avvenuto, senza adeguata programmazione delle partenze. E si sente dire di informazioni sbagliate fornite dall’intelligence circa le capacità di resistenza dell’esercito afgano arresosi senza sparare un colpo. Ancor più grave, se dopo venti anni la più grande potenza militare dell’occidente non è stata in grado di percepire cosa poteva accadere e di predisporre un dignitoso esodo di quanti si sono esposti in questi anni credendo nella protezione dell’amico Zio Sam.

Ne sentiremo di ogni genere tra politologi e opinionisti, con qualche inevitabile divagazione storica, facendo riferimento ad altre esperienze. E viene in mente Sagunto, la città spagnola alleata di Roma, assediata da Annibale. Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur, scrive Tito Livio (Storie, XXI, 7, 1). Siamo nel 219 a.C.. Roma tergiversò, sicché dopo otto mesi di combattimenti la città si arrese e fu rasa al suolo.

Roma non era ancora un impero, anche se studiava per diventarlo. E così il nome di Sagunto è rimasto a monito di chiunque deve assumere decisioni che non possono attendere.

Ma Sagunto e Kabul ci suggeriscono una ulteriore riflessione. Quella che il forte ha il dovere di difendere i deboli. Era una delle regole della Cavalleria medievale. È un dovere primario che spetta ad ognuno di noi. Da esercitare in qualunque contesto. Per uno studente a difesa dei compagni di scuola bullizzati. Per un pubblico funzionario a tutela del cittadino che non sa o non può, per illecita interferenza altrui, esercitare un proprio diritto. E via via spetta agli stati che assumono di essere portatori dei valori della democrazia liberale aiutare, naturalmente se richiesti, quanti si trovano in difficoltà per aggressioni esterne, della malavita o del terrorismo.

È stato il ruolo di Roma, il più grande degli imperi, il più inclusivo, rispettoso della storia dei popoli e delle loro fedi religiose. Lo indica Virgilio nel Canto VI dell’Eneide, mettendo in bocca ad Anchise parole che sono rimaste nel nostro immaginario. Indirizzate al figlio Enea, progenitore dei romani, indicano il ruolo storico dell’Urbe: “Romani miei, reggete il mondo/con l’imperio e con l’armi, e l’arti vostre/sien l’esser giusti in pace, invitti in guerra:/perdonare a’ soggetti, accôr gli umíli,/ debellare i superbi”. “Accor gli umili” significa quel che dicevamo, assistere chi ha bisogno, gli umili, cioè i deboli.

Gli umili, i deboli oggi sono senza dubbi gli afghani, tutti, anche se i talebani riservano particolare attenzione a quanti hanno collaborato con le organizzazioni occidentali, che, come ha detto ieri l’ambasciatore afgano all’O.N.U., vanno a cercare di casa in casa. E, poi, le donne, alle quali la sharia nega ogni più elementare diritto, di quelli che in Occidente neppure consideriamo tanto sono naturali, il diritto all’istruzione, al lavoro, a farsi una famiglia con chi desiderano, non con l’uomo scelto da colui che esercita la patria potestà, come abbiamo visto nel caso della giovane pachistana sparita senza lasciare traccia, tradita perfino dalla madre, che, come le ha dato la vita, presume di poterne deciderne la morte.

È questa la “civiltà” che la sola presenza delle autorità occidentali ha cercato di aiutare a superare assicurando, si riteneva, con la presenza di uomini in armi, un passaggio certamente faticoso, per semplificare, dal medioevo all’età moderna.

Il fatto è che la guida dell’operazione è stata degli Stati Uniti, che nel bacino del Mediterraneo e nel Medio Oriente non hanno da tempo interessi politici ed economici, una volta raggiunta l’autosufficienza negli approvvigionamenti energetici. Nei giorni scorsi il Segretario di Stato e ieri lo stesso Presidente Biden hanno sostenuto che la missione è stata portata a termine, che l’iniziativa militare avviata dopo l’abbattimento delle torri gemelle, aveva l’unico scopo di colpire i santuari del terrorismo islamico, che è stato raggiunto.

È una colossale bugia che nasconde l’incapacità della più grande potenza militare ed economica dell’Occidente di svolgere quel ruolo di stato egemone, imperiale si potrebbe dire, che assume di essere, guidando, di volta in volta, le missioni militari nei paesi del Medio Oriente come nel caso della guerra del Golfo. Stati Uniti che scontano un deficit di cultura politica internazionale notevole quanto alla capacità di comprendere il ruolo che una potenza egemone deve rivestire nei paesi ai quali presta la propria collaborazione e protezione non riescono ad esprimere quella straordinaria capacità di includere e assimilare i popoli più lontani che aveva Roma, quando conquistava un territorio, rispettando usanze, religione e financo le istituzioni, come nel caso di Antioco III, mantenuto sul trono. Gli Stati Uniti d’America dimostrano di rimanere estranei completamente alla realtà nella quale operano.

A Baghdad, abbattuto il dittatore Saddam Hussein, licenziarono impiegati civili e militari per trovarsi immediatamente in una condizione difficile, perché molti dei militari passarono con gli oppositori in armi ed i civili, ridotti alla fame per mancanza di retribuzione, furono subito ostili alla presenza americana. E così a Kabul emerge una evidente incapacità di percepire la realtà istituzionale e sociale, se l’esercito getta le armi e lo “stato” crolla nel giro di poche ore, quando si sentiva ripetere che avrebbe resistito non meno di 90 giorni prima che la capitale fosse conquistata a seguito dell’abbandono delle truppe americane. Ciò che dimostra, senza ombra di dubbio, che quella missione durata venti anni non ha prodotto nulla di solido nella società, come il ricorso alle urne faceva intendere.

La grande assente, tuttavia, è l’Europa, l’Unione europea, incapace di esprimere una volontà politica unitaria. Con oltre 400 milioni di abitanti, una storia straordinaria, un’economia solida, l’Europa non ha politica estera e militare per far valere gli interessi del continente e dei singoli stati nel bacino del Mediterraneo e nel Medio Oriente la cui stabilità è interesse primario dell’Unione. Invece, come i capponi di Renzo che si beccavano ignorando di essere destinati alla pentola, gli stati europei si fanno la guerriglia in qualunque settore, dall’agricoltura al commercio, dall’immigrazione alla disciplina tributaria che porta le imprese a girovagare tra uno stato e l’altro alla ricerca di qualche vantaggio fiscale rispetto al paese nel quale producono beni e servizi.

Vecchia Europa, che pure vanta le radici della civiltà occidentale, della cultura liberale, dell’arte e delle scienze! Più che vecchia, appare decrepita. Purtroppo.

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