HomeNEWSLe grandi città laboratorio di politica. Riflettendo con Giuseppe Basini

Le grandi città laboratorio di politica. Riflettendo con Giuseppe Basini

di Salvatore Sfrecola

“Se Albertini e Bertolaso….”. Così titola Giuseppe Basini, parlamentare della Lega, scienziato di fama mondiale e, soprattutto, mio amico, commentando i risultati elettorali a Milano ed a Roma. “La storia (e anche la cronaca) – scrive – si dice non si faccia con i “se”, ma la frase o è una semplice e lapalissiana tautologia oppure è una delle più fuorvianti, perché si capisce e si giudica, invece, proprio con i “se”.  E se i “se” servono a capire il passato, ancor più aiutano a riflettere sul presente e il futuro”.

La tesi è che “se Gabriele Albertini e Guido Bertolaso fossero stati candidati a Milano e Roma, il centrodestra, con alta probabilità, non starebbe a contemplare gli esiti di una campagna elettorale incerta, ma a celebrare una vittoria, perché gli stessi sondaggi che con loro ci davano vincenti ci davano invece perdenti con personaggi meno conosciuti. Non m’interessa indagare su chi nel centrodestra si è ritratto da quella unanimità di consenso che i due chiedevano per mettere in gioco la loro personale credibilità, ma ritengo invece doveroso ricordare che Matteo Salvini ha fatto davvero tutto il possibile per convincere i suoi alleati a incoraggiarli e sostenerli, per determinarne positivamente la scelta”.

Dissento dall’opinione dell’illustre amico, non per Albertini, ovviamente, non conoscendo la realtà milanese. Che, molto probabilmente avrebbe bene accolto l’ex sindaco che, per quel che posso dedurre dalla stampa, ha ben operato nel corso del suo mandato. Diverso il caso di Bertolaso, senza nessuna esperienza di governo di una città, messo in campo per la sua esperienza di responsabile della Protezione civile, ruolo nel quale si è meritato diffusi consensi, nella convinzione che la città di Roma sia un po’ come le aree terremotate nelle quali si devono ricostruire infrastrutture pubbliche e private.

Non c’è dubbio che Roma sia da Protezione civile per le condizioni della viabilità, per la inadeguatezza dei trasporti, di superficie e sotterranei, per il persistente inquinamento dell’aria, per il gravissimo degrado del patrimonio arboreo, orgoglio di questa Città. E non solo. Anche per le condizioni dell’apparato amministrativo, supporto necessario per la realizzazione del programma di governo della città per un sindaco di qualunque colore politico.

Tuttavia, chi rimpiange la mancata scelta di Bertolaso candidato sindaco confonde, a mio giudizio, le esigenze prima ricordate, da soddisfare per rendere vivibile la Città, con il ruolo del Sindaco, autorità rappresentativa di una comunità, con la sua storia che, nel caso di Roma, è storia universale, espressione stessa della civiltà occidentale e cristiana. Roma che, ricordo all’amico Basini liberale, anzi prestigioso leader della “Destra liberale”, componente importante di quella Lega che, senza, potrebbe apparire, soprattutto ai quiriti, espressione lontana di quella Padania che ricercava l’indipendenza dall’Italia e da “Roma ladrona”, come, sono parole del Conte di Cavour “l’unica città a non avere solo memorie municipali”.

Questa Città che non è solo la Capitale d’Italia, e già sarebbe sufficiente, ha bisogno di un sindaco che esprima in pieno il suo ruolo storico ed attuale, di riferimento dell’Europa nel Mare Mediterraneo, punto di congiunzione di civiltà e luogo di relazioni economiche con il medio e l’estremo oriente. Sicché appare evidente che il Sindaco che possa rappresentare Roma in Europa e nel mondo debba essere una personalità della cultura e della politica ai più alti livelli. Non certo un amministratore, sia pure con uno straordinario curriculum operativo. Un profilo che sembra sfuggire ai più. Non solo a Silvio Berlusconi, già convinto sponsor di Bertolaso nelle elezioni di cinque anni fa, ma anche a Giuseppe Basini il quale, tuttavia, nel suo scritto prosegue con interessanti considerazioni, sulla strategia che la destra dovrebbe adottare nelle grandi città che sembra dare “per scontata la vittoria delle sinistre nei centri storici, per concentrarsi quasi esclusivamente (sole eccezioni le piccole e medie aziende del Nord) sui borghi e sulle periferie?” Mentre, si chiede, perchè “non si è cercato neanche un dialogo, un’interlocuzione, con la sinistra moderata dei Renzi e Calenda, che potrebbero essere quello che social-democratici e repubblicani erano, negli anni Quaranta e Cinquanta, nei confronti del blocco Democristiano-liberale?”

Con queste riflessioni Basini passa dalla candidatura del Sindaco di Roma a considerazioni di più ampio respiro certamente condivisibili perché “se la Lega oscilla ormai tra il venti e il trenta per cento dei consensi, davvero possiamo pensare che rappresenti lo stesso elettorato e le stesse richieste di quando oscillava tra il quattro e il dieci?” Giungendo alla conclusione che è necessario riflettere “se essa oggi non rappresenti, per volere precipuo degli elettori, l’erede della vecchia Democrazia Cristiana, anche se certo non quella sfatta e orientata a sinistra degli ultimi anni, ma quella solida, liberale e orientata a destra di De Gasperi, Pella, Scelba, Don Sturzo (e Pio XII )?”

Da riflettere nelle prossime puntate.

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