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Che sia l’ora dei liberali?

di Salvatore Sfrecola

Sabato 5 marzo, a Roma, all’hotel Massimo D’Azeglio gli esponenti della Destra liberale, presieduta da Giuseppe Basini, si sono incontrati sul tema “Avere un domani. Riflettere per progettare un futuro umano” con interventi significativi del Ministro dello sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, che ha parlato delle sfide economiche che ci attendono nei prossimi anni, dell’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, del professor Rocco Buttiglione, i quali hanno duramente condannato, con argomentazioni politiche e di storia europea, l’aggressione della Russia di Putin alla Repubblica indipendente dell’Ucraina. Ieri abbiamo pubblicato, sullo stesso argomento della guerra scatenata dall’autocrate russo, il comunicato dell’Associazione dei liberali, presieduta dal Professor Michele D’Elia, un uomo di cultura che si è dedicato all’insegnamento della storia, anche attraverso la sua rivista “Nuove Sintesi”, Preside nel prestigioso liceo milanese “Vittorio Veneto”.

E ci chiediamo se in questa stagione, nella quale massima è la confusione delle idee ed i partiti da tempo hanno rinunciato ad indicare con un aggettivo la filosofia politica alla quale si riferiscono, tanto che non sentiamo più parlare di un partito socialista, di una democrazia cristiana e neppure di un partito repubblicano, e resta solo il partito di Marco Rizzo si qualifica “comunista”, se non sia il momento di riprendere una antica tradizione politica, quella liberale alla quale si sono ispirate le istituzioni della democrazia rappresentativa.

La presenza al D’Azeglio del ministro Giorgetti della Lega dell’On. Riccardo Molinari, Capogruppo alla Camera del medesimo partito, non è evidentemente soltanto un omaggio ad un parlamentare della Lega, che anche un importante scienziato a livello internazionale come l’astrofisico Giuseppe Basini, ma è certamente espressione di un’attenzione che la Lega riserva al pensiero liberale, alla storia del nostro Paese che non può non ricollegarsi a quel grande movimento di pensiero che ha avuto massime espressioni in Camillo di Cavour, Luigi Einaudi, Benedetto Croce e all’estero in Friedrich von Hayek e in Milton Friedman, grandi personalità della cultura democratica e liberale. Presente all’hotel D’Azeglio anche l’Avvocato Alessandro Sacchi, Presidente dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.), espressione della cultura risorgimentale alla quale ci dobbiamo sempre riferire come movimento ricco di fermenti che nel corso del tempo da quel 17 Marzo 1861, quando è stato proclamato il Regno d’Italia, lo Stato unitario, ha fatto molto per la crescita di un paese composito, difficile da governare. Fino alla Prima Guerra Mondiale, quando poi quella classe politica ha dimostrato di non essere in condizioni di affrontare la grave crisi economica e sociale dovuta alla riconversione dell’industria e dell’intera economia nazionale, come sempre accade dopo ogni guerra, come è accaduto anche in altri paesi, con l’aggravante di non essere riuscita a contrastare l’avvento del Fascismo.

Ma dopo la Seconda Guerra Mondiale, in una situazione di crisi ancor più grave di quella del 1919, perché L’Italia usciva da una sconfitta e da grandi lacerazioni politiche con un Paese distrutto nelle sue infrastrutture civili e industriali, liberali come Luigi Einaudi hanno tracciato le linee della ripresa e del “Miracolo economico”. Un programma correttamente interpretato da uomini come Alcide De Gasperi, del quale Marco Paolino ha ricordato nel libro “La sfida dei liberalconservatori – una opportunità per l’Italia”, come negli ultimi mesi del 1943 denunciasse “l’assenza di un partito che si dichiari orgogliosamente conservatore, non solo in Italia, ma in tutti i paesi latini e cattolici del vecchio continente”, considerando ciò “una delle maggiori cause della debolezza politica ed istituzionale di questi paesi”.

Dopo la crisi del 1992, quando i partiti sono stati travolti dalle inchieste giudiziarie, che solo una osservazione superficiale può ritenere fossero espressione di un “complotto” della magistratura, la quale, invece, aveva preso atto di una gravissima crisi morale dei partiti implicati, per il finanziamento delle loro attività, in vicende di corruzione straordinariamente estese, gli uomini di quei partiti in parte sono usciti di scena in parte si sono riproposti con diversa denominazione. Non più Partito Comunista Italiano ma non più Democrazia Cristiana ma Partito Popolare Italiano, nel ricordo di don Luigi Sturzo, per poi diventare Margherita, mentre i comunisti diventavano l’Ulivo e, nel frattempo Silvio Berlusconi scendeva in campo con una espressione da stadio, Forza Italia. Che piace a noi che crediamo nella Patria ma che riserviamo ad altri momenti, anche se molti di noi hanno visto con favore la discesa in campo di un imprenditore di successo che si riteneva avesse la capacità di rinverdire il pensiero liberale. In realtà lui, come molti altri, addirittura della sinistra comunista, hanno usato l’espressione liberale perché suona bene, perché non è compromessa sul piano ideologico. Poi La Lega che richiama un’espressione politica e aggregativa importante nella storia d’Italia dai tempi di Roma alle leghe successive che si sono alternate nella storia di questo Paese, e Fratelli d’Italia che ovviamente è anch’essa espressione gradevole.

In questa congerie di voci a noi piacerebbe che risorgessero espressioni di cultura politica come fa Giuseppe Valditara, professore ordinario di diritto romano a Torino, non a caso direi espressione della cultura fondamentale della vivere civile che contraddistingue questa realtà rispetto alle altre, con il movimento “Lettera 150”, che è un think tank non un partito e che aggrega personalità della cultura e delle professioni con l’intento di supportare anche i partiti che stentano a volte a comprendere i problemi reali della gente. Chi ha conoscenza della Pubblica Amministrazione, che è lo strumento attraverso il quale i governi realizzano gli obiettivi posti dall’indirizzo politico emerso dalle elezioni sa bene, come sapeva Camillo di Cavour che come prima cosa giunto al governo del Regno di Sardegna ristrutturò l’amministrazione per farne lo strumento della sua politica, i partiti non vanno al di là delle enunciazioni. La semplificazione dei procedimenti, che il cittadino chiede come un giusto diritto, non è mai decollata quasi dappertutto. Come la semplificazione del processo, per garantire la giustizia, i diritti delle persone, l’esercizio dell’azione punitiva dello Stato e il risarcimento delle vittime stentano a decollare. Sarà perché di tutte queste cose si occupano persone che non sono mai entrate in un ufficio pubblico, che non conoscono le procedure se non per sentito dire, se non per l’impressione che ne danno i giornali, le polemiche dei partiti e dei sindacati, che non sono stati mai in un tribunale, non hanno mai notificato un atto, non hanno mai tenuto conto dei termini e dei tempi del processo. Nulla, però ci governano purtroppo.

Questa presenza dei liberali che credono nello Stato come tutore dei diritti, non come ingombrante presenza nella vita quotidiana, sono forse una speranza data agli italiani. E se anche la molteplicità delle voci alle quali si aggiunge l’aggettivo liberale può far pensare che ancora non si è raggiunta una concretezza nell’azione politica, la speranza non ci deve abbandonare perché dobbiamo ritenere possibile che una grande forza politica, liberale e conservatrice, si affacci per chiedere agli italiani quel consenso che evidentemente manca ai partiti se cresce l’astensione dal voto. Straordinaria, in particolare, nell’ultima votazione a Roma dove solo l’11% degli elettori si è presentato nei seggi elettorali per una elezione suppletiva importante, perché quel seggio era stato lasciato da Roberto Gualtieri, divenuto Sindaco di Roma.

Questo Paese, che orgogliosamente rivendica una storia straordinaria, di cultura e politica, ha un suo ruolo nel Mediterraneo e di fronte all’Europa che già Cavour nel 1846, quindi prima di entrare in politica, delineava dal punto di vista economico . L’Italia, scriveva, per “la sua posizione al centro del Mediterraneo, o, come un immenso promontorio, sembra destinata a collegare l’Europa all’Africa … fornirà anche il mezzo più veloce per recarsi dall’Inghilterra all’India e in Cina”. E successivamente da primo ministro del Regno di Sardegna, in occasione della guerra di Crimea, delineava il ruolo strategico dell’Italia, sostenendo che la presenza del contingente militare italiano a fianco di francesi e inglesi contro la Russia dello Zar serviva a frenare la voglia di Mediterraneo che tradizionalmente hanno rivendicato e tuttora rivendicano i governanti russi. Un pensiero attualissimo, dunque, per indicare un ruolo naturale, politico ed economico, per il nostro Paese che ci auguriamo la politica sappia assumere come proprio nell’interesse di tutti.

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