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Mosca San Pietroburgo Mosca, il tradimento della storia

di Salvatore Sfrecola

Putin come uno Zar, per semplificare, si legge spesso. E non ci si rende conto dell’errore di prospettiva storica. Gli Zar trasferirono la capitale da Mosca a Pietroburgo, anzi Pietrogrado, come si diceva alla tedesca, poi San Pietroburgo, per avvicinare la Russia all’Europa. Con l’avvento del comunismo la capitale torna a Mosca e l’URSS si allontana dall’Europa. Putin continua questa visione “isolazionista” e invade con le sue truppe l’Ucraina rea di guardare all’Europa, di volersi integrare nell’Europa, anzi nella NATO.

La vicenda tragica che vive il popolo ucraino, che dignitosamente difende la propria libertà, dà il destro alla stampa ed alla politica per manifestare antichi risentimenti e pregiudizi. C’è infatti un diffuso antiamericanismo che emerge in taluni intellettuali di destra, residuo della Seconda Guerra Mondiale dall’Italia inizialmente combattuta anche conto gli Stati Uniti. Per questi l’informazione dei media occidentali sono “nella massima parte… megafoni della voce del padrone a stelle e strisce”. Così il Fatto Quotidiano per il quale quei sistemi di informazione “sono portatori di una visione a tal punto di parte, a tal punto sfacciatamente ideologica, che sembrerebbe impossibile accettarla anche in minima parte”. La tesi di fondo, made Giulietto Chiesa, è che gli Usa stanno conducendo una strategia bellica indiretta, usando l’Ucraina come “bastone contro la Russia”. Il comunista Chiesa non sarebbe potuto giungere a diversa conclusione considerando nel mondo due antagonisti, USA e URSS, oggi Federazione Russa. Dimenticando la Cina e, soprattutto, per quel ci riguarda, l’Europa alla quale appartiene l’Est già colonizzato dalla Russia sovietica e tornato indipendente dopo il crollo dell’impero sovietico del quale la caduta del muro di Berlino è stato solo l’episodio con il maggior effetto simbolico.

Se questa è la prospettiva, un europeo dovrebbe considerare l’aiuto dell’Europa all’Ucraina necessario e la distinzione, a proposito dell’invio a Kiev di sistemi d’arma, tra “difensivi” ed “offensivi” evidentemente speciosa. La tesi che “inviare armi difensive a un paese in guerra non è un atto di guerra contro il suo nemico, lo è però l’invio di armi offensive” del Fatto Quotidiano, e non solo, è carente di significato sul campo, come si volesse convincere il milite romano che lo scudo è difensivo ma il gladio è offensivo. Risponderebbe che per tenere lontano il nemico è bene, parato il colpo, assestargli un dissuasivo affondo.

Sempre secondo il quotidiano diretto da Marco Travaglio l’invio, da parte dell’Europa, di armi “offensive” in Ucraina sarebbe “del tutto contro l’interesse della Ue stessa, che in questa guerra ha solo da perdere”. Argomento che contrasta nettamente con la critica contestualmente mossa alla tesi del Presidente del Consiglio che, secondo il giornale, non sarebbe diretta “a difendere l’Ucraina e la sua sovranità” ma a farne un membro dell’Unione Europea. Dov’è il problema? Anzi se ne dovrebbe condividere la prospettiva di una Europa forte, con una propria politica estera, assistita da un adeguato dispositivo militare, non più “colonia” USA, come lamenta il Fatto, nella prospettiva che anche la Russia ne entri a far parte, ricordando gli Zar che traslocarono da Mosca a San Pietroburgo.

Quel che il giornale sembra non comprendere è che l’Europa forte possa rimanere alleata degli Stati Uniti ma in condizione di parità psicologica, economica e militare. Si potrebbe determinare nel mondo una sorta di pax romana dagli effetti positivi per la prosperità dei popoli.

Dovrebbe essere una prospettiva apprezzabile. L’Europa, per la prima volta, ha dimostrato una certa compattezza che sembra foriera di sviluppi interessanti in vista di un superamento della “globalizzazione”, vista dal Fatto come “americanizzazione coatta del pianeta”.

Insomma, a quello che è definito “l’espansionismo della Nato verso Oriente, verso le aree post-sovietiche” si sostituirebbe un significativo blocco occidentale, erede della cultura greco-romana e della spiritualità cristiana nelle sue varie formulazioni. Una Europa di oltre 600 milioni di abitanti, forte della sua storia, delle sue tradizioni culturali, con una industria all’avanguardia, una economia praticamente autosufficiente, una potenza mondiale capace di dialogare da pari a pari con i colossi del mondo, gli Stati Uniti, la Cina, l’India, il Brasile. Le guerre, combattute con le armi dell’economia o con i fucili, nascono da squilibri. Un’Europa forte potrebbe garantire una convivenza pacifica molto a lungo. 

Infine, non si può trascurare che alcuni di coloro che sono “pro Putin” traggono argomenti dalla difesa che il presidente russo farebbe dei valori cristiani, riaprendo le chiese che il comunismo aveva chiuso e dando spazio al ruolo della Chiesa ortodossa. Non basta evidentemente, perché la libertà è un valore che non può essere recessivo rispetto a valori spirituali che vanno difesi favorendone l’espansione in un contesto di libertà. In parole povere, voglio poter credere, non devo esserne obbligato. L’endiadi trono e altare non ha mai funzionato in favore dell’altare ma solo del potere politico con l’effetto di allontanare spesso la gente dalla fede. La libertà è un valore che proprio chi è vissuto sotto una dittatura, rossa o nera che sia, dovrebbe apprezzare prima di tutto. E qui occorre riandare ad una bella frase di Camillo Benso di Cavour: “io sono figlio della libertà, ed è ad essa che devo tutto quel che sono”.

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