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L’equivoco russofono

di Salvatore Sfrecola

Il russofono, ossia chi parla la lingua russa, non è necessariamente russofilo, cioè aspirante suddito della Federazione Russa. Eppure, l’equivoco torna frequentemente nel dibattito sulla guerra in Ucraina nelle argomentazioni di quanti intendono giustificare l’invasione dei territori costituitisi in repubbliche autonome, peraltro riconosciute solamente dalla Russia. Così trascurando che la diffusione della lingua russa nell’Est europeo, dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’espansione dell’egemonia dell’Unione Sovietica, è stata conseguenza di una politica di colonizzazione culturale di popoli di antica tradizione, più vicini all’Europa, anche in ragione della presenza dell’impero austro-ungarico.

È noto, infatti, che l’URSS è pesantemente entrata nella realtà delle popolazioni sulle quali ha esteso la propria influenza imponendo nelle scuole l’insegnamento del russo e procedendo a massicci trasferimenti di intere comunità, specialmente dalla Siberia, verso occidente, a cominciare dai paesi baltici dai quali sono stati contestualmente prelevati cittadini più vicini alla cultura tedesca, poi “deportati” in regioni lontane.

È per questo motivo che in Lituania, Lettonia ed Estonia i russi sono visti come fumo negli occhi da una popolazione che ancora oggi ricorda i pesanti condizionamenti sociali e culturali posti in essere dal governo sovietico lungo decenni che hanno mortificato antiche e straordinariamente vivaci tradizioni locali. Come, del resto, era stato fatto, con la complicità di comunisti locali, nella Germania dell’Est, in Ungheria, Polonia, Bulgaria, Romania, Albania. Popolazioni che nel corso dei secoli avevano rappresentato una consolidata civiltà di ispirazione cristiana sono stati mortificati da regimi “russofili” guidati da soggetti venduti al comunismo internazionale. E così splendide popolazioni che nel corso dei secoli hanno impersonato i valori delle tradizioni dell’Occidente, alcune, tra l’altro, come i polacchi, gli ungheresi ed i bulgari facendo da argine all’espansionismo ottomano (tutti ricordano le battaglie sotto le mura di Vienna), sono state mortificate dall’oscurantismo sovietico, non solo quanto alle libertà personali, vanto della cultura liberale, ma anche nell’economia. Infatti, la caduta dell’impero sovietico ha lasciato ovunque povertà non solamente nella compressione della libertà di manifestazione del pensiero, ma anche nell’economia guidata dal dirigismo di stato.

Naturalmente c’era anche chi si trovava bene in una società nella quale tutti, direttamente o indirettamente, erano “impiegati dello stato”, con un salario garantito, una modesta abitazione, studi obbligatori. Non è bastato, naturalmente, ai giovani desiderosi di “mettersi in gioco” per esprimere la loro intelligenza e la volontà di affermarsi professionalmente e, “caduto il muro di Berlino”, è dilagato nell’Est il desiderio di libertà e di nuovo. Naturalmente nella libertà è insita la possibilità dell’abuso, e quindi della trasgressione rispetto ai valori tradizionali, civili e spirituali. Per cui vi sono indubbiamente ambienti nei quali la patria, la famiglia, la spiritualità sono valori trascurati in ragione di un relativismo distruttivo che ha permeato anche la classe dirigente politica la quale da tempo ha abbandonato ogni riferimento alle tradizioni filosofiche che hanno mosso fin dell’800 i grandi movimenti riformatori. Oggi in poche realtà europee si incontrano partiti che si definiscano liberali, cristiani, socialisti o comunisti, per nascondersi dietro parole, espressioni o sigle anonime che ben conosciamo, democratici di sinistra, ulivo, margherita, 5 stelle.

Ed è per questa regressione degli ideali civili e spirituali che taluni, in un Occidente sottoposto altresì all’aggressione del fondamentalismo islamico, guardano con qualche simpatia alla Russia di Putin dove, si fa notare, vengono richiamati i valori della patria e le tradizioni, sono state riaperte le chiese, viene difesa la famiglia, vengono contrastate anche certe “libertà” nei costumi sessuali delle quali dalle nostre parti taluni si vantano. E così, in ambienti genericamente classificabili “di destra” o tradizionalisti si sente qualche simpatia per l’aspirante zar nella convinzione che la libertà, se diventa licenza, è un elemento disgregante della società, trascurando che il binomio “trono e altare”, al quale ricorre visibilmente chi governa a Mosca, non ha mai portato bene all’“altare”, coinvolto nell’uso disinvolto del potere a fini di mantenimento dello stesso, vedi l’Inquisizione, inopinatamente aggettivata “santa”.

Soprattutto deve far temere che, in questa confusione di idee e di lingue, quello che sta attuando Putin è un vero e proprio attacco all’Europa. Se ne stanno accorgendo paesi tradizionalmente neutrali, come la Finlandia e la Svezia e, perfino, la Svizzera, che vanno manifestando interesse per l’adesione alla NATO, notoriamente usadipendente così certificando l’assenza politica dell’Europa.

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