HomeNEWSCattivo gusto a Piazza San Pietro nell’illusione di “catturare” i giovani

Cattivo gusto a Piazza San Pietro nell’illusione di “catturare” i giovani

di Salvatore Sfrecola

Per Cristina Siccardi, che ne ha scritto ieri su “Corrispondenza Romana”, quella di Blanco, che ha avuto luogo in Piazza San Pietro il giorno di Pasquetta, il “lunedì dell’Angelo”, in attesa dell’arrivo di papa Francesco, che avrebbe incontrato alcune decine di migliaia di giovani, è stata una “esibizione blasfema”, dal momento che “Brividi”, la canzone presentata dal vincitore di Sanremo 2022, “pone sullo stesso piano l’omosessualità e l’eterosessualità”. E la Siccardi si chiede se la Chiesa “per catturare l’attenzione della gioventù – malata di social, di sesso, di famiglie sfasciate – ha bisogno di testimonial che trascinano gli stessi giovani lontano chilometri luce da Dio”.

“È questo lo scopo della Chiesa?”, si chiede. E richiama le parole del responsabile dell’Ufficio nazionale della Conferenza episcopale italiana per la pastorale giovanile, don Michele Falabretti: “abbiamo pensato di fare ai ragazzi e ragazze un regalo” perché va considerato il contesto: “Guai sottovalutarlo! Si rischia di non porsi sulla stessa lunghezza d’onda”. Perché non si può pensare di “parlare con loro, di convincerli con ragionamenti o parole, se prima non si è disposti ad ascoltarli, senza la pretesa di annullare il loro mondo con un colpo di spugna, giudicandolo solo come sporco e inadatto”.

Come spesso accade, è un problema di identificazione dell’obiettivo e di misura. L’attenzione ai giovani, doverosa se non si vuole perdere contatto con loro, con le loro esperienze, necessariamente diverse da quelle dei loro genitori, con le loro aspettative di vita e di lavoro. Ma anche con le loro paure, mentre percorrono un tratto significativo della loro vita dominato dai timori della infezione subdola che li ha segregati per mesi a casa e mentre i fragori della guerra, sempre più crudele, giungono fino a noi per turbare il sonno della pace che credevamo sarebbe durato a lungo.

E c’è da chiedersi cosa ha fatto la società, il mondo degli adulti, per approfittare delle chiusure forzate dalla pandemia per recuperare la dimensione dei valori civili e spirituali non solamente della gioventù ma dell’intera comunità. Valori che non possono essere distanti nelle menti e nei cuori, sia pure distinti nei diversi campi, la Patria, che significa storia, cultura, identità di un popolo che non può “non dirsi cristiano”, per richiamare il filoso liberale Benedetto Croce, perché sulle orme dell’insegnamento di Roma la “persona” è contestualmente civis e fidelis. Chi si è preoccupato di recuperare contestualmente la dimensione civica di padre e madre, secondo i principi cristiani, riallacciando “il filo interrotto con il senso della sacralità familiare”?

Dov’era la classe politica che avrebbe potuto riempire i tempi della forzata permanenza in casa stimolando la riflessione sui valori identitari di un popolo nell’ambito del quale i giovani sono naturalmente assai più attenti di quanto comunemente si creda, magari chiamandoli, attraverso i social e le televisioni, ad approfondire storia e cultura di questo straordinario popolo? Non con “lezioni” barbose, inevitabilmente destinate ad essere respinte, ma utilizzando l’approccio adatto alle varie età, anche in forma di conversazione? E cosa ha fatto la Conferenza Episcopale Italiana per dare un senso attuale all’insegnamento dei Vangeli, alla percezione della permanente attualità di Dio nella Storia?

Che l’impegno che si evoca per il pubblico e la Chiesa non sia facile non deve condurre a rinunciare. Probabilmente manca fantasia o solamente capacità di operare. Eppure, il bel Paese è un museo che parla, anche alle menti meno attrezzate, di bellezza, attraverso le meraviglie del Creato, che i cristiani dovrebbero difendere e valorizzare prima di ogni altro, e le opere dell’uomo, artistiche, delle quali sono ricche le nostre città ed i borghi più dispersi, come i musei e le chiese. Educare alla cultura significa anche riandare ai momenti fondamentali della nostra storia che non può non renderci orgogliosi di aver stabilito le regole, ancora attuali, della pacifica convivenza attraverso il diritto romano, e riallacciarci a quelle radici greco-romane e giudaico-cristiane che San Giovanni Paolo II identificava alla base della civiltà Occidentale ed europea. E che dire di Dante, del quale il mondo intero ricorda i 700 anni dalla morte? Un esempio di cittadino e di credente.

E se non fa lo stato, il pubblico, perché la Chiesa è venuta meno a quel ruolo antico e prezioso per cui le parrocchie, nel corso dei secoli, sono state luogo di cultura e di svago ma anche di attenzione per i più deboli? Dove sono gli oratori? E così Cristina Siccardi richiama “il metodo che San Giovanni Bosco progettò, non per concentrare l’attenzione su di sé, ma per salvare le anime, era quello della prevenzione dai mali e della gioia cristiana, senza bisogno di raccattare dal mondo perversione e artisti contrari alle leggi di Dio”. L’articolo riferisce anche della reazione del Vescovo di Ventimiglia, Antonio Suetta, il quale si è opposto alla decisione della CEI: “la Chiesa ha sempre promosso l’arte per elevare lo spirito, mentre così avalla la volgarità. Ho accolto questa notizia con grande sorpresa negativa per due ragioni: innanzitutto non ritengo che il personaggio sia un modello adeguato per un’iniziativa cattolica rivolta ad adolescenti, non conosco la persona, quindi non mi esprimo su di essa. È evidente che il messaggio veicolato dalle performance di Blanco non è idoneo a un contesto cattolico. Trovo imbarazzante che un personaggio che chiaramente è diventato un’icona – soprattutto dopo la sua vittoria al Festival insieme a Mahmood – di un certo modo di concepire la vita, la libertà, l’affettività, eccetera, si esibisca in piazza San Pietro”.

L’errore sta nel tentativo di conquistare la considerazione dei giovani, purtroppo vittime di un diffuso cinismo che in alcuni ambienti alimenta comportamenti anche violenti (si pensi all’azione delle baby gang), compiacendoli presentandosi loro attraverso movimenti che hanno perduto ogni riferimento ai valori umani e spirituali. La classe dirigente, politica e religiosa, deve saper esprimere idee e valorizzarle nella vita di tutti i giorni, dei cittadini e dei fedeli, al servizio della Comunità, come, più spesso di quanto si crede, i giovani vorrebbero fare. I giovani che in ogni tempo hanno sentito il bisogno di identificarsi in ideali che non possono stare dietro “parole colme di malessere, di turpitudine, di oscenità”, come conclude l’articolo di Cristina Siccardi.

Naturalmente, bisogna saper parlare ai giovani, cosa obiettivamente non facile, come mai è stato nella storia. Ma che non si tenti neppure di utilizzare il variegato linguaggio oggi a disposizione è un gravissimo segno di debolezza delle istituzioni civili e spirituali. Ma noi non ci scoraggiamo.

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