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Imprevidenti! Potrebbe mancare gas e petrolio

di Salvatore Sfrecola

Con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che vi sono difficoltà nell’approvvigionamento del grano e del mais. Era prevedibile, tenuto conto che il porto di Odessa non è più praticabile per l’esportazione dei cereali. Possiamo, per un po’, fare a meno del grano ucraino. Possiamo trovarlo altrove. Inoltre, abbiamo molto riso, che è una eccellenza italiana. Nello stesso tempo avremo presto difficoltà per il gas, che in gran parte importiamo dalla Russia, e il petrolio. Per la parte che proviene da quel paese.

La guerra, infatti, induce l’Italia, insieme ad altri stati occidentali, ad applicare sanzioni economiche alla Federazione russa per aver invaso un paese libero e indipendente, mettendo in allarme l’intera Europa, in particolare i paesi confinanti, specialmente quelli che un tempo erano “satelliti” dell’Unione Sovietica, che sembra rivivere nel Putin nazionalista e “zarista”.

 Ed allora c’è da chiederci se chi ci ha governato in questi anni fosse meritevole del consenso degli italiani o del Parlamento, quando i governi sono stati approvati esclusivamente da una maggioranza spesso composita. E il giudizio non può che essere severamente negativo, perché è buona regola, per chiunque debba approvvigionarsi all’estero, di ridurre al massimo la dipendenza da paesi potenzialmente avversari. E comunque i cui interessi possono divergere dai nostri sul piano economico e commerciale che non è possibile ipotizzare soltanto in caso di eventi bellici, perché una situazione di crisi di forniture strategiche potrebbe essere conseguenza anche di una politica di prezzi, indotta dalla concorrenza nella produzione e commercializzazione di beni di largo consumo. Dovrebbe essere una regola intuitiva. Invece, oggi dobbiamo constatare l’assoluta inadeguatezza della classe politica al governo del Paese che ha dimostrato gravissima noncuranza per gli interessi nazionali. E quando parlo di governo non mi riferisco all’Esecutivo in senso tecnico ma all’intera gestione delle politiche pubbliche che passa per le decisioni del Parlamento.

È evidente che sarebbe stato necessario provvedere per tempo, ad esempio, oltre a diversificare i paesi fornitori, a procedere all’estrazione di gas dai giacimenti nazionali, terrestri e marini, favorendo, altresì, lo sviluppo di altre fonti rinnovabili, come impianti fotovoltaici per usi civili e industriali, approfittando di un ambiente in cui il clima favorisce un’illuminazione per molte ore al giorno, in gran parte della penisola e delle isole. Accade in molti paesi. Ad esempio, già quaranta anni fa, recandomi in vacanza nelle isole greche avevo notato che ville e palazzine avevano sul tetto impianti fotovoltaici e grosse cisterne per assicurare acqua calda. Siamo stati capaci esclusivamente di deturpare parti del paesaggio con pale eoliche che spesso vediamo ferme perché è noto che il loro funzionamento è condizionato dalla presenza di vento di una determinata intensità e costanza. In assenza, gli impianti si fermano e richiedono costosa manutenzione.

Naturalmente, sono tornate le proposte di far fronte alle esigenze della produzione di energia con centrali nucleari, iniziativa che, devo dirlo molto sinceramente, continua a destare in me notevoli perplessità in questo Paese dove spesso l’attenzione degli operatori è scarsa ed ancor più i controlli. Siamo ancora scioccati dal crollo del ponte Morandi a Genova per mancanza di manutenzione e di controlli sulle condizioni dei materiali di un’opera fondamentale, caratterizzata da intenso traffico veicolare. E non è il primo caso, anche se è stato forse il più clamoroso. Perché altri ponti sono crollati, altri potrebbero crollare perché, all’osservazione, denunciano gravi carenze nella tenuta del calcestruzzo. Come segnalato da giornali e televisioni.

Purtroppo, la politica del risparmio ha eliminato nel tempo, progressivamente, la presenza fisica dei controllori per mancato ricambio. Con effetti anche sul livello della loro professionalità. Né si è pensato di sostituire l’uomo con sistemi automatici di monitoraggio e controllo delle aree a rischio e degli impianti. L’idea di una fuga di radiazioni, come è accaduto a Cernobyl, terrorizza molti e non tranquillizza il richiamo a centrali “di nuova generazione”, delle quali si riempiono la bocca i proponenti, che non può certamente escludere l’errore umano, come fu nel 1986 in quella sperduta località dell’Ucraina che oggi torna nelle cronache della guerra perché sembra che soldati russi abbiano scavato trincee nell’area contaminata e sottratto materiali a quegli impianti che, sia pure protetti, continuano a richiedere un controllo continuo per il pericolo che si disperdano radiazioni, ancora per molti decenni.

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