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La debolezza e la forza di Salvini

di Salvatore Sfrecola

Era inevitabile che il deludente risultato elettorale mettesse in crisi la leadership di Matteo Salvini. L’accusa è variamente articolata. Gli si rimprovera, in primo luogo, di aver sostenuto il Governo Draghi e, in genere, di essere stato poco “nordista”, di aver cercato di accreditare una Lega “nazionale” a fronte della originaria vocazione padana all’autonomia, come la vedono Luca Zaia e Roberto Maroni, quest’ultimo uscito allo scoperto a urne chiuse per contestare il Segretario federale.

Dati elettorali alla mano sbagliano i leader padani. Infatti, se in aree di antica osservanza leghista Fratelli d’Italia doppia in percentuali quelli delle liste del Carroccio vuol dire che negli elettori si è andato affermando un interesse più nazionale che localistico. Probabilmente la crisi economica a seguito della pandemia da Convid-19 e il successivo, grave disagio dovuto al vertiginoso aumento delle bollette di luce e gas ha indotto molti a guardare le vicende, anche personali, attraverso la lente dell’impegno governativo, quindi nazionale. Con la conseguenza che, se Salvini ha sbagliato non è per essere stato poco padano ma per non essere riuscito a convincere gli italiani che la Lega che per anni aveva denunciato “Roma ladrona” e aveva da ridire in genere sui meridionali avesse voltato pagina per diventare un partito a vocazione nazionale. Un cambio di passo difficile, anche personalmente, ma che in qualche modo aveva concorso a portare il partito a livelli di consenso significativi. Che poi in parte ha perduto tra chi non si è fidato della novità (solo da poco la Lega, partito di governo, ha una sede a Roma, la Capitale, la sede della politica, la porta del Sud) e chi l’ha contestata preferendo il proprio particulare, l’interesse regionale, senza avere la capacità di guardare al di là del confine, là dove si trova un’altra realtà altrettanto importante dal punto di vista ambientale, storico, culturale. Perché l’Italia, dovremmo tutti esserne consapevoli, è una realtà unica al mondo. Il Bel Paese, infatti non è solo tale per la varietà ambientale sempre straordinariamente affascinante ma per la storia delle comunità, l’arte, l’economia, dove sviluppata, dove meno ma sempre potenzialmente capace di offrire ragioni di crescita e sviluppo. Tutti dovremmo essere consapevoli che non vi è area d’Italia dove non ci siano ricchezze straordinarie che sono anche la ragione del nostro turismo, come scriveva nel lontano 1846 Camillo di Cavour che spiegava come questo Paese abbia delle straordinarie potenzialità ovunque, quando fosse stato unificato dalle ferrovie. Invece aree importanti dell’Italia meridionale soffrono di mancanza di collegamenti veloci e funzionali allo sviluppo dell’economia di quei territori, dall’agricoltura e all’industria di trasformazione all’artigianato al turismo.

I problemi di ogni area territoriale interessano tutte le altre. Chiudersi è un errore, segno di straordinaria miopia. Quella che dimostrano taluni dei critici di Salvini che non riescono a guardare oltre la siepe quando potrebbero esprimere, con l’esperienza di popolazioni tradizionalmente operose, una prospettiva intelligente di sviluppo di un Paese che, ad esempio, trascura l’orizzonte marittimo, quello che ne fa la naturale frontiera dell’Europa sul Mediterraneo e sul Medio ed Estremo Oriente. Lo hanno capito illustri personalità del Nord, intelligenti e colti, dal già citato Cavour al valdostano Federico Chabod, storico illustre, che immaginava il futuro d’Italia proprio sul mare.

Il problema politico è sempre lo stesso: saper guardare avanti consapevoli del patrimonio storico, ambientale, economico ed umano del qual si dispone. È quel che è mancato finora.

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