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Il Governo alle destre. Un’occasione da non mancare

di Salvatore Sfrecola

A conclusione dell’esperienza del Governo Berlusconi-Fini 2001-2006 scrissi “Un’occasione mancata” (Pagine Editore) per dire della delusione di un percorso di cinque anni nel quale una straordinaria maggioranza, che aveva strappato il Governo alle Sinistre, non era stata in grado di attuare la svolta promessa, l’Italia liberale protesa alla crescita economica e sociale dell’intero Paese. Il titolo me lo aveva suggerito Gianfranco Fini, Vicepresidente del Consiglio, evidentemente deluso dalla conclusione di quella legislatura.

A qualcuno quella mia analisi non piacque. Tuttavia i miei amici giornalisti e storici la ritengono ancora oggi attuale perché quella “occasione mancata” era stata da me valutata sulla base dell’esperienza di anni. Da un osservatorio privilegiato delle attività delle pubbliche amministrazioni, la Corte dei conti nella quale ho esercitato funzioni di controllo e giurisdizionali, giudicanti e requirenti. Esperienze corroborate dall’essere stato consulente di vari ministri in amministrazioni di rilevante interesse, dalla funzione pubblica alla sanità, dalla ricerca scientifica alle politiche comunitarie, dalla marina mercantile ai lavori pubblici, alle infrastrutture. Esperienze che mi hanno fatto scoprire realtà vive e complesse, con problematiche che non avevo trovato sui manuali universitari e sui saggi teorici.

Ho seguito passo dopo passo le scelte dei ministri valutandone la legittimità in modo che l’azione amministrativa adottata dagli uffici non fosse in alcun modo censurabile anche in rapporto ad interessi giuridicamente tutelabili di soggetti privati, ad evitare ricorsi al giudice amministrativo che avrebbero quanto meno ritardato la realizzazione delle finalità istituzionali.

Ne ho dedotto delle regolette semplici, eppure spesso trascurate o sottovalutate, che mi sembrano importanti in vista della formazione del nuovo Governo che spetterà al Centrodestra a “guida Fratelli d’Italia”, come Giorgia Meloni ha giustamente rivendicato la notte del 25, appena conosciuti i risultati elettorali.

Comincio dai ministeri. Per i quali  suggerisco un solo requisito, che siano dei politici. Basta con ministri “tecnici” che agli occhi del cittadino certificano l’assenza di personalità politiche adatte a ruoli tipici dell’azione dei partiti i quali nascono per gestire gli interessi della comunità, alla sicurezza, allo sviluppo economico, all’amministrazione della giustizia e via dicendo. Non vanno bene nei ruoli politici neppure funzionari sia pure di valore. Essi sono naturalmente legati all’amministrazione, alle sue aspettative, ai colleghi di concorso ed a quelli con i quali hanno lavorato. Condizioni che sono d’impaccio, limitatrici di quella libertà del decidere che deve essere dei ministri.

Altra “regoletta”: i ministri, anche quando hanno una qualche conoscenza della normativa dell’amministrazione hanno bisogno di mettere a punto le direttive generali o specifiche con l’ausilio di tecnici, che sono i funzionari ministeriali, il più delle volte di elevata professionalità, affidabili, effettivamente “al servizio esclusivo della Nazione”, come si legge nell’art. 98 della Costituzione. Tuttavia, quando s’insedia un nuovo ministro, che può essere portatore di un indirizzo politico amministrativo diverso da quello del predecessore (è sempre ad un cambio di maggioranza) l’amministrazione va accompagnata ad accogliere le novità dal primo dei collaboratori del ministro, il Capo di gabinetto, il quale presiede l’ufficio di “diretta collaborazione”, che comprende anche il Legislativo. È questo un ruolo estremamente delicato.

La scelta dei Capi di Gabinetto è delicatissima. Essi rappresentano la voce del ministro nell’amministrazione che l’apparato deve percepire come autentica, nel senso che il tecnico deve apparire in piena sintonia con il politico. Il Capo di Gabinetto sarà un estraneo all’amministrazione, un Consigliere di Stato o della Corte dei conti, un Avvocato dello Stato, pertanto indipendente, il quale avrà il garbo di colloquiare con i vertici dell’amministrazione col necessario rispetto del ruolo dei dirigenti e dei funzionari responsabili dei vari uffici e procedimenti. Sembra banale, ma più di un Capo di Gabinetto in passato ha dato dimostrazione, per effetto della vicinanza politica al ministro di turno, di straordinaria arroganza. Con immaginabile effetto deleterio. In questi casi, l’Amministrazione risponde senza quell’entusiasmo che si richiede a chi è chiamato a svolgere una funzione pubblica. Con l’orgoglio di servire lo Stato. È così in molti stati europei che hanno un’antica cultura amministrativa, in Francia, nel Regno Unito, in Germania, per fare qualche esempio, dove i migliori delle famiglie servono lo Stato nelle varie realtà professionali.

Un tempo era così anche in Italia. Poi la politica ha spesso mortificato il merito e con esso limitato l’entusiasmo.

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