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Rinnovo delle Camere e formazione del Governo: i rituali di una Repubblica da riformare

di Salvatore Sfrecola

Leggo sempre con speciale attenzione gli articoli del Professor Michele Ainis, puntuale commentatore delle vicende politiche nei loro profili costituzionali. Oggi, su La Repubblica, scrive di “governo, i conti senza l’oste”, e nell’occhiello fa riferimento a “i piani della destra e i poteri del Quirinale”. Un’analisi a tutto campo del momento politico post-elettorale nel quale si vanno delineando aspetti fondamentali della formazione del nuovo governo. Con riguardo al dibattito in corso tra i partiti della coalizione risultata maggioritaria sul numero dei ministeri e sui possibili titolari, ed al ruolo del Presidente della Repubblica nella scelta dei ministri che saranno proposti dal Presidente del Consiglio. Ne hanno scritto ripetutamente i giornali. Il Capo dello Stato terrà conto, nell’accettare o respingere le designazioni, del ruolo internazionale dell’Italia e delle sue alleanze e della partecipazione del nostro Paese all’Unione Europea. Ciò che consigliò a Sergio Mattarella di non accogliere la proposta, di Giuseppe Conte, di attribuire il Ministero dell’economia a Paolo Savona, considerate le posizioni su Europa ed euro del professore che, pertanto, fu destinato al Ministero per gli affari europei.

Anche in regime monarchico il Re, che nel nominare i ministri li sceglieva fra persone che presumeva fossero “accette alla maggioranza parlamentare” (Santi Romano) si riservava l’ultima parola, in quanto capo delle “forze di terra e di mare”, ai sensi dell’art. 5 dello Statuto del Regno, sulla scelta dei ministri della Guerra ed anche, in qualche misura, su quello degli esteri. 

Lo scritto odierno del Professor Ainis, che richiama i tempi post elettorali, la convocazione delle Camere, il 13 ottobre, l’elezione dei loro Presidenti, la formazione dei gruppi parlamentari e l’avvio delle consultazioni da parte del Presidente della Repubblica ai fini del conferimento dell’incarico di Presidente del consiglio, il quale, a sua volta, farà “piccole consultazioni” con i rappresentanti dei partiti con i quali intende formare il governo, ai fini della messa a punto del programma e della composizione del gabinetto, ci dicono di tempi non più compatibili con le esigenze del Paese. Soprattutto quando, come nel momento attuale, l’ordinaria amministrazione del governo cessante impedisce di affrontare, con pienezza di poteri, i gravi problemi economici e politici che attanagliano l’Italia, dalla crisi energetica, che rischia di mettere sul lastrico le famiglie e l’apparato produttivo del Paese, alla guerra in Ucraina che, a sua volta, é fonte di gravi, rilevanti difficoltà negli approvvigionamenti di materie prime e derrate alimentari provenienti dai paesi in guerra.

E qui è inevitabile il confronto con quel che accade oltre Manica dove questa stessa procedura è oltremodo semplificata. Nel senso che a Londra il Sovrano conferisce l’incarico di formare il governo al leader del partito che ha la maggioranza nella Camera dei Comuni e se, com’è accaduto di recente con il Primo Ministro Boris Johnson, questi si dimette, l’incarico di formare il nuovo governo viene conferito al nuovo leader del partito. Il giorno stesso, senza bisogno dei rituali bizantini dei quali abbiamo innanzi detto. A conferma che lo snodo fondamentale del funzionamento delle istituzioni democratiche sta nella legge elettorale che nel Regno Unito dà certezza alle maggioranze e in Italia favorisce la moltiplicazione dei soggetti politici ed elettorali con le conseguenze che ben conosciamo in tema di stabilità dei governi.

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