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Istruzione. A chi non piace il “merito” sta bene la scuola delle disuguaglianze

di Salvatore Sfrecola

Dibattito surreale ieri sera a “Quarta Repubblica”, la trasmissione curata da Nicola Porro su Rete4, a proposito del “merito”, voluto da Giorgia Meloni nella nuova denominazione del Ministero dell’istruzione. Con Piero Sansonetti, direttore de Il Riformista, patetico veterocomunista che condanna l’ipotesi di una scuola, definita “di classe”, perché si vorrebbe capace anche di premiare il merito, senza accorgersi che la scuola che a lui evidentemente piace, prodotta dalla politica “progressista”, è divenuta una “macchina della disuguaglianza”, come si legge nel titolo del bel libro di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi “Il danno scolastico”. 

Finge di non capire Sansonetti il senso dell’espressione che in Costituzione, all’articolo 34, stabilito che “la scuola è aperta a tutti” (comma 1), con ciò riconoscendo in via generale l’istruzione come diritto di tutti i cittadini, intimamente connesso al principio di eguaglianza formale ne favorisce l’effettiva realizzazione prevedendo (comma 2) che “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Spiegò, in proposito, Meuccio Ruini, relatore del progetto di Costituzione, che “l’impegno di aprire ai capaci e meritevoli, anche se poveri, i gradi più alti dell’istruzione” è “uno dei punti al quale l’Italia deve tenere… per riconoscere, anche qui, un diritto della persona, per utilizzare a vantaggio della società forze che resterebbero latenti o perdute, di attuare una vera e integrale democrazia”. Che è esattamente il contrario della scuola “di classe” che paventa Sansonetti il quale evidentemente propende per quell’egualitarismo che mortifica i migliori senza stimolare chi ha bisogno di essere aiutato negli studi. È una constatazione elementare che solamente una mente ideologicamente condizionata può ignorare. Perché “una scuola facile e di bassa qualità allarga il solco fra ceti alti e ceti bassi”. Ignora coloro che non hanno mezzi personali e verosimilmente aiuti familiari. Concepita come ha prodotto la Sinistra negli ultimi decenni, la scuola favorisce implicitamente i figli di famiglie di persone di cultura, che possono sopperire alle carenze didattiche con ausili privati, biblioteche familiari, genitori e parenti che forniscono insegnamenti.

“Abbassare il livello culturale dello studio non è democratico – scrive Paola Mastrocola nel libro richiamato, scritto con Luca Ricolfi – , anzi, è il contrario: è il gesto più antidemocratico e classista! Favorisce i ricchi e i privilegiati, che possono non studiare e, grazie a fenomeni quali le lezioni private a gogò, ce la faranno sempre. Bisogna rendere in grado i “poveri” (gli umili, gli svantaggiati, i ceti meno abbienti) di fare le scuole migliori. Rendere in grado! Un ragazzo non potrà fare il liceo se noi per otto anni (cinque di elementari e tre di medie) non gli abbiamo insegnato quasi niente o, se gli abbiamo insegnato qualcosa, poi non abbiamo anche deciso di esigere e di pretendere che lui le sapesse, quelle cose! Non farà né il liceo né l’università, un ragazzo, se non sa scrivere, se non sa fare un discorso compiuto, se non sa capire il senso (profondo, sfumato, metaforico, ironico…) di quel che legge, e se non sa ripetere con parole sue quel che ha studiato. Siamo stati noi a farne uno svantaggiato, uno che non parte uguale, che non ha le stesse opportunità iniziali. Siamo noi i colpevoli. Noi!

Ma non ho le prove”.

In verità è disponibile più di qualche prova o elemento indiziario, come diciamo noi giuristi. Qualche anno fa ben seicento professori universitari segnalarono al Ministro dell’istruzione che nelle tesi di laurea si trovavano errori “di grammatica” non ammissibili neppure in una terza elementare. Vuol dire che è mancato l’insegnamento lungo l’intero corso degli studi durante i quali nessuno ha spiegato loro che l’uso della lingua italiana non è importante solamente per i letterati, gli avvocati, i filosofi, gli storici. Anche un ingegnere, un fisico o un chimico, all’inizio o nel corso della sua attività professionale, sarà chiamato a presentare le ragioni di un progetto, di un programma, di una ipotesi di lavoro. E, se dovrà essere valutato per come spiega, è evidente che il giudizio sarà graduato in relazione a come si esprime, a voce e per iscritto.

Ricordo il mio professore di italiano al liceo che riteneva un errore “di forma” anche una virgola fuori posto od omessa. E quando capiva che non avevamo gradito quel giudizio ci diceva: “se queste cose non ve le faccio notare io non ve le farà notare più nessuno”. E allora c’impegnavamo la volta successiva a mettere a posto quella virgola.

Nella scuola egualitaria che poco insegna, che ha marginalizzato lo studio della storia (le date ed i nomi sono “nozionismo”), che esclude i riassunti (strumento essenziale per abituare alla sintesi espositiva), che ha eliminato la poesia a memoria (un esercizio importante per la mente), che pertanto non viene recitata (un modo per proporsi all’insegnate ed ai colleghi, come si dovrà fare spesso nella vita professionale), a scuola hanno un vantaggio soprattutto i figli di papà, i ragazzi che nelle loro case trovano libri, che sono stimolati da genitori e parenti. E così, la scuola che piace a Sansonetti è diventata classista, non fa da “ascensore sociale”, non è in grado di colmare le disuguaglianze di partenza, non fa che certificare e riprodurre privilegi e differenze.

“È diventata”. Perché un tempo non era così. Nella mia esperienza scolastica ho avuto in più occasioni compagni di scuola di modeste condizioni economiche. Ricordo, in particolare, un collega, figlio di contadini, che veniva dalla campagna portando con sé una pagnotta di pane piena di frittata che un po’ tutti invidiavamo. Era il suo pranzo. All’uscita, mentre noi tornavamo a casa, lui andava a vendere le uova al mercato. Anche altri erano di condizioni economiche precarie, ma i docenti impartivano un insegnamento severo, tradizionale, impegnativo, che poneva tutti sullo stesso piano. E chi non aveva supporti familiari veniva assistito col suggerimento di opportune letture, attraverso i libri della biblioteca dell’Istituto, quelli che molti di noi avevano a casa.

Il sostegno al diritto allo studio, vorrei dire a Sanzonetti, non è indiscriminatamente generalizzato, ma riservato ai capaci e meritevoli. È insita nella previsione costituzionale la consapevolezza che l’impegno profuso dalle istituzioni verso i capaci e i meritevoli non possa prescindere da una attenta valutazione del merito scolastico, come ha affermato la Corte costituzionale fin dal 1993, con la sentenza n. 274, quando ha sottolineato che la Costituzione “riconosce il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi ai “capaci e meritevoli”, la cui valutazione, come si ricava anche dai lavori preparatori della Costituzione, implica un riscontro relativamente al ‘profitto’”.

Lo Stato, in una moderna democrazia liberale, considera l’insegnamento come un investimento pubblico nel futuro della Nazione, perché è nelle aule scolastiche, di ogni ordine e grado, che si formano i cittadini che imparano prima di tutto di essere componenti di una comunità e, pertanto, titolari di diritti fondamentali, propri della nostra civiltà giuridica, ma anche di doveri verso lo Stato e chi abbiamo intorno. Diritti e doveri che sono espressione di una identità culturale che fa di un popolo una Nazione.

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