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L’evasione fiscale non dipende dalla misura del contante disponibile ma dal fatto che non è consentita la deduzione degli oneri fatturati

di Salvatore Sfrecola

Il confronto tra maggioranza ed opposizione sulla misura del denaro contante a disposizione durerà inevitabilmente ancora a lungo anche perché il dibattito appare a tratti fondato su fattori palesemente ideologici quando non su pregiudizi. C’è infatti chi individua nella disponibilità di contanti un “presidio di libertà”, come Boni Castellone su La Verità del 30 ottobre, giornale per il quale il direttore, Maurizio Belpietro aveva scritto due giorni prima che “le grandi frodi non si fanno in contanti ma facendo sparire i soldi proprio con sistemi tracciabili”, e facendo l’esempio della Pfizer, il colosso farmaceutico al quale  l’Agenzia delle entrate ha contestato di aver sottratto al fisco 1,2 miliardi. Anche la comodità per le persone meno tecnologiche, per gli anziani e per coloro che abitano in aree lontane dai grandi centri urbani è argomento usato dai favorevoli alla misura più ampia del contante.

Di contro, in vario modo coloro che chiedono di limiti all’uso del contante assumono che la liberalizzazione favorisca il riciclaggio e l’evasione, come hanno sostenuto Tito Boeri e Roberto Perotti su La Repubblica del 28 richiamando uno studio della Banca d’Italia che ha individuato nell’incremento dell’utilizzo del contante da 1000 a 3000 euro nel 2016 un aumento significativo della quota “di valore aggiunto sottratta al fisco”.

Non sarà facile raggiungere una convinzione condivisa sui possibili effetti della quantità di contante consentita in particolare sull’evasione fiscale. Naturalmente sulla piccola evasione, prevalentemente costituita dal pagamento “in nero” delle prestazioni di professionisti ed artigiani o dei servizi di bar o ristorazione. Tutti ricorderanno il blitz della Guardia di Finanza, qualche anno fa a Cortina d’Ampezzo alla ricerca dello scontrino mancante ai clienti all’uscita dai bar e dai ristoranti. In questo senso è difficile immaginare che la misura della somma disponibile in contanti favorisca l’evasione in presenza di pagamenti, al più, di poche centinaia di euro, al medico o all’artigiano, al falegname, all’idraulico od a colui che ripara la lavatrice o la lavastoviglie. Anche il lavoro di ristrutturazione di un locale comporta il pagamento di somme tutto sommato limitate e quando si impiegano materiali, da bagno o da cucina, gli stessi sono normalmente fatturati. Almeno in gran parte.

Il fatto è che quando il cittadino si sente dire “mi deve tot o meno se senza fattura” oppure riceve al ristorante la “ricevuta di cortesia” o il conto scritto su un foglietto a quadretti, il più delle volte, non sapendo cosa farsene della ricevuta fiscale o della fattura, evita il pagamento elettronico e finisce per pagare in contanti, consentendo al percettore della somma di evadere il fisco perché quella somma non entrerà mai nel reddito del percettore.

A ben vedere è lo Stato-esattore che favorisce queste forme di evasione. Perché se colui che si rivolge al medico o al falegname o il cliente di un ristorante potesse dedurre dal reddito denunciato in sede di dichiarazione annuale la somma trasferita al professionista, all’artigiano o al ristoratore chiederebbe certamente la fattura o la ricevuta. E probabilmente le prestazioni sarebbero anche meno care perché il percettore della somma dovuta per l’attività svolta sarebbe indotto a mitigare le proprie pretese per non esporre in sede di dichiarazione annuale dei redditi entrate eccessivamente rilevanti.

È una antica querelle, quella della deducibilità delle spese per prestazioni professionali o servizi, che trova la costante opposizione in coloro i quali ritengono che la deduzione determini l’effetto di riduzioni del gettito delle imposte che lo Stato non può permettersi. Affermazione singolare, se si considera che l’Agenzia delle entrate denuncia una rilevante evasione fiscale annua per molte decine di migliaia di miliardi dovuta certamente a vari fattori, a cominciare dalla esosa misura del prelievo sui redditi e sugli acquisti, l’iva, che favorisce, da un lato, i pagamenti in nero di cui si è fatto cenno e, dall’altro, l’immissione in un commercio parallelo di beni venduti senza corresponsione dell’imposta sul valore aggiunto, l’iva, appunto.

Ritengo che la preoccupazione del fisco per la possibile riduzione del gettito a seguito dell’aumento delle deduzioni sia un falso problema. Perché le deduzioni farebbero emergere parte del sommerso, oggi non tassato. In ogni caso il fisco potrebbe dosare le deduzioni con prudenza, gradualmente, in modo da evitare riduzioni di gettito e, al contempo, realizzare maggiori entrate. Sempre, tuttavia, puntando sull’interesse di chi paga.

Del resto, altri ordinamenti tributari conoscono da tempo, ed in misura molto estesa, sistemi di deduzioni delle spese che, sulla base di quello che può essere definito un contrasto di interessi, consigliano al cittadino di pretendere la ricevuta fiscale anche per piccole somme, anche quando consuma un caffè al bar.

Sotto questo profilo è indifferente la misura del “limite” al contante consentito dalla legge, perché i fenomeni denunciati si accompagnano ad una disponibilità in tasca di mille, duemila o tremila euro. Che, poi, l’evasione possa interessare acquisti più consistenti è certamente possibile. Ma è comunque effetto della mancata possibilità della deduzione della somma oggetto della transazione.

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