domenica, Febbraio 5, 2023
HomeNEWSLa scuola “del merito” è un investimento della società

La scuola “del merito” è un investimento della società

di Salvatore Sfrecola

Continua il dibattito sul riferimento al “merito” nella denominazione del Ministero dell’istruzione, affidato a Giuseppe Valditara, Professore di diritto romano a Torino, che si è segnalato, fin dai primi giorni dopo l’insediamento del Governo, per aver sottolineato l’importanza della valorizzazione delle eccellenze come obiettivo di una scuola che a tutti riconosce le medesime possibilità, tutti stimola e aiuta, ma premia i meritevoli come, del resto, sta scritto in Costituzione. Se ne è parlato qualche giorno fa anche a Porta a Porta, presenti, oltre il Ministro, il professor Ernesto Galli della Loggia, storico ed editorialista del Corriere della Sera, ed alcuni studenti che rappresentavano vari orientamenti “politico-culturali”, come ha tenuto ad indicare, con molta generosità, Bruno Vespa. Mi ha colpito, in particolare, l’argomentazione di una giovane studentessa, dal ricercato look borghese, che ha accusato la scuola “del merito” di ispirarsi ad obiettivi classisti, accusando il Ministro ed il Governo di voler riportare gli insegnamenti a quelli di cento anni fa. Nessuno dei presenti ha detto a quella giovane, che probabilmente ha ritenuto di aver detto qualche cosa di vero, che cento anni fa gli studi erano molto severi, selettivi e formativi. 

Se fossi stato presente avrei detto a quella giovane arrogante e “ignorante”, nel senso che ignora e non ha fatto nulla per apprendere, che mio padre al liceo classico di Trani traduceva dal greco al latino e all’università gli fu negata la possibilità di vedersi assegnata una tesi di laurea in diritto romano perché non conosceva il tedesco e pertanto, secondo il titolare della cattedra, non avrebbe potuto consultare parte della dottrina più significativa che si è sviluppata intorno alle pandette. Così mio padre optò per una tesi di storia del diritto italiano che gli fu assegnata con riguardo agli statuti delle città libere della Puglia. Tesi che discusse in una seduta di laurea nella quale i componenti della commissione potevano interrogare il laureando su tutte le materie del corso di laurea in giurisprudenza.

Un liceo impegnativo, dunque. Gli studenti nell’ultimo anno erano solo undici e tutti, ricordava mio padre, avevano avuto carriere brillanti nell’avvocatura, nella magistratura, nelle pubbliche amministrazioni, nelle istituzioni finanziarie. Del resto, molti anni dopo, quando mi sono iscritto al ginnasio-liceo “Torquato Tasso” di Roma, siamo partiti in trentanove per arrivare in ventuno. E non eravamo tutti figli di professionisti, con case dotate di biblioteche, assistiti all’occorrenza da parenti colti nelle varie discipline di studio. C’erano anche, come ho ricordato in altre occasioni, colleghi di famiglie modeste. Tutti eravamo seguiti col medesimo impegno da professori che sapevano stimolare la nostra attenzione indicando una lettura utile. Chi non aveva a casa il libro poteva prenderlo in biblioteca. Quella scuola, vorrei far sapere alla nostra giovane “ignorante” a Porta a Porta era stata costruita subito dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia aveva aule immense luminosissime per i grandi finestroni, disponeva di due straordinarie aule, una per le scienze naturali l’altra per la fisica, dotate di reperti e di strumenti che consentivano di rendere evidenti le cose che si studiavano sui libri. Ma non solamente al liceo la scuola riservava attenzione ai giovani di famiglie modeste. Fin dalle elementari a questi veniva riservata una particolare attenzione. Ricordo, ad esempio, che alcuni, considerati dalla “vigilatrice scolastica” abbisognevoli di integratori vitaminici, ricevevano i medicinali a scuola. All’epoca andava molto di moda l’olio di fegato di Merluzzo che ad un mio collega veniva dispensato con pilloloni neri, forse più gradevoli di quel liquido maleodorante che mia madre mi imponeva con un abbondante cucchiaio.

Avrei detto ancora a quella giovane che ancora negli anni cinquanta e sessanta la scuola era molto severa, con tutti. Gli studi erano molto impegnativi. I riassunti erano all’ordine del giorno, esercizio di straordinaria importanza per abituare a sviluppare l’attenzione per la sintesi, che significa anche andare al nocciolo di una narrazione. Imparavamo molte poesie a memoria. Che dovevamo recitare alla cattedra dinanzi al professore ed ai colleghi. Era un esercizio di memoria, molto importante, ed imparavamo a recitare dinanzi al piccolo pubblico della classe. Ma ci è stato utile quando, iniziando esperienze di lavoro ci siamo presentati perchè fosse apprezzato il nostro modo di esporre. In buon italiano, che è la lingua del nostro lavoro, qualunque sia. Una relazione ad un progetto, come una memora difensiva o una sentenza si apprezzano per come sono scritte. Studiavamo storia, filosofia e arte. Rigorosamente ancorata al periodo storico del quale conoscevamo le date. Poi è passato di moda. È nozionismo, ha detto il saggio di turno. Così mi è capitato di sentire in televisione qualche giorno fa che l’America è stata scoperta intorno al 1900. Né trascuravamo scienze naturali, biologia, botanica, chimica, matematica e fisica. Meno di quella che facevano i colleghi dello scientifico. Ma sta di fatto che dal classico sono usciti fior di economisti e di scienziati. Proprio perché quella formazione stimolava non solo istruzione, cultura letteraria, ma un metodo di studio e di lavoro.

Concludendo, ho ascoltato con piacere che il Ministro Valditara è intenzionato a dare impulso alla scrittura manuale, importante anche per la costruzione e l’esternazione del pensiero, ed all’apprendimento mnemonico, esercizio fondamentale, come ho imparato. Spero anche in un rinnovato studio della storia che ci dà gli strumenti per ragionare sul presente ed immaginare il futuro. Per sostenere la nostra identità che la scuola che vorrebbe la giovane intervenuta a Porta a Porta perderebbe inevitabilmente declassando i nostri studi rispetto a quelli delle altre nazioni europee dove si studia molto di quel che abbiamo abbandonato per fare una scuola di massa che nessuno mi convincerà mai non possa essere di alta qualità. È solo un problema di organizzazione e di risorse. Il che significa poter disporre di un corpo docente di qualità, ben pagato ed aggiornato, e di locali idonei. Le mie figlie hanno studiato in scuole titolate ma prive perfino della palestra (al Tasso ne avevamo due con tutte le occorrenti attrezzature per gli esercizi) per non dire di aule di scienze e fisica che conoscono solamente dai miei racconti.

È forse banale ripeterlo ma le risorse per la scuola costituiscono il più grande investimento per il futuro della società. Perché è sui banchi degli istituti di ogni ordine e grado che si formano i cittadini ed i futuri professionisti. 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Most Popular

Recent Comments

Michele D'Elia on La Domenica del Direttore
Michele D'Elia on Se Calenda ha un piano B