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È giunto il momento di pagare di più i professori. A cominciare da quelli destinati alle sedi dove maggiore è il costo della vita

di Salvatore Sfrecola

L’idea di Giuseppe Valditara, Ministro dell’Istruzione e del merito, di compensare con una somma aggiuntiva i professori destinati ad insegnare nelle aree dove più alto è il costo della vita ha destato contrastanti reazioni, sulle prime decisamente critiche. Sindacati e partiti di sinistra hanno, infatti, ritenuto che il Ministro volesse modificare il contratto di lavoro. Invece, ha posto un problema concreto, che gli è stato rappresentato da chi, al ministero, ha il polso della situazione. Professori precari che entrano in ruolo rinunciano alla cattedra se destinati ad una sede dove il costo della vita è più alto. Preferiscono rimanere precari.

Infatti, l’assegnazione ad una sede lontana dalla residenza abituale in un ambiente nel quale gli affitti sono più elevati si trasforma in una immediata riduzione dello stipendio, cosa che coloro che hanno famiglia non possono evidentemente permettersi. Il Ministro “dei professori” non poteva che occuparsi di loro ma, in realtà, il tema riguarda tutti i pubblici dipendenti civili (i militari hanno altre forme di compensazione e sovente disponibilità di alloggi di servizio) per i quali, ogni cambio di sede, comporta spese di alloggio e di viaggio, in particolare per quanti lasciano la famiglia nella sede precedente. È così per i funzionari dell’interno, di prefettura e di polizia, con l’esclusione dei prefetti e dei questori, che hanno l’alloggio di servizio. Lo è per i magistrati. Ricordo che quando, in prima assegnazione, fui destinato agli uffici della Corte dei conti di Ancona dovetti procurarmi un alloggio dopo un primo periodo nel quale le spese mi erano rimborsate. Mai, ovviamente, quelle di viaggio per il ritorno a Roma il fine settimana dalla mia famiglia.

Valditara ha posto, dunque, un problema reale che per i professori si ricollega alla risalente esiguità degli stipendi, i più bassi d’Europa, come messo in risalto dall’ultimo rapporto Eurydice: un insegnante francese guadagna una volta e mezzo più dell’italiano, un tedesco più del doppio. Non solo. In visita a Cipro, avendo notato il modernissimo parco macchine, mi fu risposto dalla guida che in quel paese i dipendenti pubblici erano più pagati dei privati e, fra questi ancor più gli insegnanti. Non deve stupire. Uno Stato attento all’esigenza di assicurare una adeguata preparazione professionale alle future generazioni si preoccupa della formazione e, quindi, di chi è chiamato a curarla. Un tempo è stato così anche in Italia come ho appreso dal mio Professore di Storia e Filosofia al liceo “Torquato Tasso” di Roma. Laureato in giurisprudenza, ci ha più volte ricordato di aver vinto contemporaneamente il concorso a Professore ordinario di liceo e quello in magistratura. Aveva optato per l’insegnamento perché, in quel momento, i docenti della scuola secondaria di secondo grado guadagnavano più dei magistrati.

Come fare, dunque? Il problema non è solo del Ministro Valditara, anche se, indubbiamente, la situazione della scuola è particolarmente grave. La difficoltà di intervenire sta nei numeri. I professori sono tantissimi. Qualcuno ha calcolato che per portare la retribuzione a duemila euro occorrerebbero otto miliardi. Non so se il calcolo è esatto, ma certamente quella occorrente è una bella somma. Potrebbero intervenire i privati ad “adottare” una scuola. Le nostre istituzioni più significative potrebbero ricevere un contributo da una banca, da una compagnia di assicurazione, da una grande industria, da una catena di alberghi o di supermercati. Ne trarrebbero un vantaggio di immagine certo ma credo che desidererebbero anche un riconoscimento, sul piano fiscale, della donazione fatta, un po’ come è previsto per le sponsorizzazioni in materia di beni culturali. Lo stato si gioverebbe anche di una necessaria, maggiore trasparenza dei bilanci dei donatori. Insomma, è una strada da intraprendere, anche perché, in relazione alle ingenti somme previste nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per l’edilizia scolastica si liberano risorse per le retribuzioni e per il riconoscimento dei maggiori oneri supportati da quanti lasciano la propria residenza per una sede in una località dove il costo della vita è maggiore.

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