mercoledì, Aprile 24, 2024
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E ci risiamo! Aida con la marcia… senza marciatori

di Dora Liguori

Per la “gioia” del pubblico romano, al teatro dell’opera è andata in scena un’Aida abbastanza sconvolgente e… c’era da aspettarselo! Infatti la regia è stata affidata a Davide Livermore, autore, per chi non lo ricordasse, della famosa regia di un Barbiere del povero Rossini, ove, a parte tutta una serie di amenità proiettate su uno schermo e contenenti sangue e teste tagliate, l’elemento dominante dell’opera era costituito da un topo che, puntualmente, attraversava la scena. Ma la vera trovata registica, come dire il bello, o meglio l’orrido, consisteva nel fatto che il topo, con lo scorrer dell’opera, e sempre attraversando il palcoscenico, aumentava di volume sino a divenire un enorme, direbbero a Napoli… zoccolone. Per quanto mi riguarda sto aspettando, e con me tanti altri spettatori che il regista, o chi per lui, ci spieghi il simbolismo della trovata che forse potrebbe concretarsi nella rappresentazione del tempo quale, appunto, pantegana o zoccola che aumenta con gli anni… Comunque, tutto questo cosa ci azzecca con il Barbiere? Mah!

Tornando ai nostri giorni e all’Aida romana, il sipario si apre per metà su una scena alquanto ridotta e innevata, con a latere un grande schermo (una costante di Livermore) sul quale il regista fa apparire (un vero disturbo per la musica) scene più o meno collegate all’Egitto, piuttosto disarmanti e spesso cruente.

Comunque, pensando all’Egitto difficilmente qualcuno se lo rappresenta sotto la neve… magari avrà pure nevicato un paio di volte a secolo ma a nessun mortale verrebbe mai in mente di dire: vado a sciare da quelle parti. Comunque, passi per la neve e passino pure le immagini sullo schermo, ma che il regista, in omaggio ad un’ultima quanto incomprensibile moda, ci rappresenti gli etiopi, Aida, Amonastro con prigionieri annessi, più bianchi dei norvegesi durante il loro lungo inverno, ci ritorna alquanto eccessivo.

Personalmente ritengo che l’offesa consista proprio nell’evitare di rappresentarli come Dio li ha creati e, in verità, li ha creati bellissimi. E allora? Allora, a Livermore piacciono bianchi! E chi si muove!

Andando avanti arriviamo ai movimenti coreografici che, anche quelli, Livermore ha voluto curare di persona, chiamando per le prescritte danze, non già il corpo di ballo del teatro, ma appositi mimi danzatori. A questo punto chi pensava di trovarsi in Egitto con danzatori locali si è invece ritrovato innanzi a una danza “maori” con musiche di Verdi: un accoppiamento da brividi.

L’ovvia domanda postasi dall’ignaro spettatore è stata questa: come avranno fatto i danzatori maori, dalla nuova Zelanda, ad arrivare, in tournee, alla corte del Faraone? Avranno forse preso l’aereo?

Difficile… pare che il mezzo non fosse stato ancora inventato! A piedi? Impossibile! Viste le distanze, ingaggiati da un faraone regnante sarebbero arrivati con il prossimo e, loro (i danzatori), già vecchi e logorati dal viaggio. Come la mettiamo?

Pensa che ti ripensa una luce mi si è accesa nel cervello (mica solo Livermore ha delle belle pensate) così riassumibile: vuoi vedere che c’entrano gli alieni? Infatti, molte teorie riportano di un presupposto aiuto di personaggi di altri mondi che, atterrati con dischi volanti sull’Egitto, 4500 anni or sono, avrebbero dato un “aiutino” alla costruzione delle piramidi. Se così fosse, i maori, presa l’occasione di qualche disco, chiedendo un passaggio, si potrebbero essere recati in Egitto? La tesi non fa un grinza!

Sistemati, o meglio non pervenuti, notizie sui viaggi dei maori, giungiamo al clou della serata o meglio a quella pagina verdiana che persino Benedetto Croce, non amante della musica, diceva, per la sua grande popolarità, di conoscere, ossia: la grande marcia che deve rappresentare la celebrazione della vittoria del potente Egitto sui popoli limitrofi. Insomma, l’esplodere di una, è il caso di dire, faraonica marcia che, mi si consenta il bisticcio, deve essere appunto marciata, poiché… senza marciatori va a farsi benedire la finalità ultima della rappresentazione. Finalità, per la quale, occorre ricordare, è stata commissionata un’opera che fosse celebrativa del grande trionfo egiziano del momento: inaugurazione del canale di Suez.

In Egitto, dunque, per ben rappresentare questo trionfo ingegneristico sulla natura, non badando a spese, decisero di affidare la composizione dell’’opera al maggior compositore del momento, dicasi Verdi. E non sbagliarono poiché il compositore li servì da par suo soprattutto componendo la celeberrima marcia, che, alla prima del Cairo nel dicembre del 1871, entusiasmò pienamente l’orgoglio del pubblico egizio.

Riassumendo: niente marcia e marciatori … niente Aida.

Livermore, al contrario, giunto al cosiddetto trionfo, in un palcoscenico pressocché vuoto, fa eseguire dalle trombe e dall’orchestra (potendo, forse, avrebbe abolito anche la musica) la famosa marcia. Alla fine, poi, del mancato trionfo fa arrivare il misero Radames a piedi e senza simboli di vittoria o quant’altro. Poscia, sempre il miserando guerriero, accolto da un Faraone sistemato non già in trono ma, in modo alquanto precario, su due triangoli rovesciati, si vede appioppare, dopo l’entrata degli etiopi bianco latte, a mo’ di regalo (non gradito e non richiesto), la di lui figlia in sposa.

Volendo analizzare, molto sinteticamente, l’idea dei triangoli, come noto, essi rappresentano i simboli della nascita della massoneria che, per determinate tesi, viene collocata all’epoca della costruzione delle piramidi (i “muratori” costruttori). Va a questo punto rammentato che, a seguire, troviamo nel Medio-Evo  “I muratori” franc-mason e anche free-mason), mentre la nascita della massoneria moderna viene storicamente datata nel 1717, presso la locanda “All’oca e al girarrosto”, ove, nel giorno 24 giugno, giorno di San Giovanni Battista, ebbero a  riunirsi i rappresentanti delle varie logge esistenti. Alla novella congrega aderirono, ben presto, oltre all’“intelligentia” politica e filosofica anche la maggioranza degli artisti, soprattutto quelli delle arti musicali: da Beethoven a Mozart da Donizetti a Verdi  etc . Pertanto la presenza dei triangoli non è del tutto peregrina… i restanti guai della regia, intervengono, invece e a mio giudizio, su le idee di Livermore sui due protagonisti, Aida e Radames, i quali, per tutta l’opera, piuttosto che amarsi appassionatamente (come libretto vorrebbe) non si guardano quasi mai, pare anzi che… si schifino proprio.

Ad essere sinceri, qualche ragione contro Radames, Aida ce l’aveva pure poiché costui senza aprire bocca, come già accennato, al terzo atto, aveva accettato di sposare Amneris, figlia del faraone. Ebbene, ad onore del vero, anche Radames va compreso. A parte che magari, lui, la sua Aida la voleva scura di pelle, come avrebbe potuto rifiutare, pubblicamente, di sposare la figlia di un faraone che stava pure sul triangolo?

Insomma, i due, si detestano per tutti e quattro gli atti, azione possibile da comprendere solo nel contesto della scelta registica finale

Ricapitolando: Radames, nonostante la raccomandazione di Amneris, viene condannato per alto tradimento, a fare la fine del sorcio, ossia a morire murato vivo nella tomba e, invece dell’amata, giunta a fargli compagnia, viene fatto morire solo come un cane! Infatti Aida, introdottasi nella tomba, piuttosto che avere contatto col guerriero, rimane sulla porta, non elargendo al cosiddetto improbabile amante, neppure l’ombra d’una pietosa carezza.

Uno si chiede: ma cosa c’è andata a fare nella tomba?

Anche a questo esiste, però, una probabile risposta. Infatti, l’etiope, quando è sicura che l’uomo abbia esalato l’ultimo respiro, finalmente lo raggiunge e lo fa resuscitare (non solo Lazzaro), per poi indicargli un illuminato cammino da percorrere insieme, verso la luce.

Chi vuole intendere intenda!

Che dire, abituata alla storia d’amore (ahimé! sono romantica) ci sono rimasta male e, per questo, una preghiera la vorrei davvero rivolgere a Livermore: almeno all’altro mondo vorrà consentire ad Aida e a Radames di abbracciarsi?

P.S. Su nessun giornale potrete leggere la cronaca veritiera di questo spettacolo. Tutti per convinzione o, come diceva Longanesi, “avendo famiglia”, tacciono! Così come nessuno racconterà delle proteste che, appena partite, sono state silenziate, in maniera strana. E proprio di questo il pubblico, al termine, si lamentava… per determinati spettacoli ormai è vietata persino una civile contestazione. Volutamente ho sorvolato sui cantanti: tutti stranieri e meglio tacere!

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