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Alfredo Mantovano, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, in un’intervista a “La Verità” parla di famiglia e di diritto e giustizia nel nome di Rosario Livatino

di Salvatore Sfrecola

La famiglia è una “società naturale fondata sul matrimonio”. Lo dice la Costituzione della Repubblica, la legge delle leggi, l’asse portante del nostro ordinamento giuridico, della nostra identità storica. E Alfredo Mantovano, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio lo ribadisce in una intervista a Maurizio Caverzan pubblicata su La Verità del 25 aprile 2023. Chiarisce il suo pensiero: “Premesso che la famiglia non è tradizionale o progressista, ma è quella descritta dagli art. 29 e seguenti della Costituzione… il governo in carica intende dare risposte concrete e non ideologiche a quel frequente abbandono di persone fragili, che spesso diventa pretesto per invocare la morte procurata: il ddl anziani e il riferimento al suo interno al rilancio delle cure palliative va esattamente in questa direzione. Sulla maternità surrogata seguiamo con attenzione i lavori parlamentari, che vedono la discussione delle proposte di legge di cui è relatrice Carolina Varchi. I punti cardinali sono il rispetto della persona, mai da considerare merce, e l’aiuto reale alle difficoltà connesse a gravi patologie o disabilità”.

Alfredo Mantovano, magistrato di cassazione, già senatore e Sottosegretario al Ministero dell’interno, oggi è il primo collaboratore del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. È la sua ’“eminenza grigia”, nel linguaggio giornalistico, come Gianni Letta per Silvio Berlusconi. Si dice che influisca sulle nomine del Governo. Non potrebbe essere diversamente. il Sottosegretario alla Presidenza ha una visione panoramica dell’attività di governo e degli enti che al governo fanno capo ed ha naturalmente, è per questo che viene scelto, una spiccata sensibilità politica, maturata con l’esperienza. Chiamato da Giorgia Meloni all’atto della formazione del Governo contestualmente si è dimesso da Vicepresidente del Centro studi “Rosario Livatino”, il magistrato ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 del quale la Chiesa ha riconosciuto le virtù eroiche dichiarandolo beato; “Un giudice come Dio comanda” (II Timone). Un personaggio dei nostri tempi. Non aveva ancora 38 anni. “Col suo esempio ha tanto da insegnare ai magistrati e ai giuristi di oggi”.

Ed a Caverzan che gli chiedeva in cosa consista la “diversità” del Giudice Livatino, Mantovano risponde che per il magistrato ucciso “il giudice parla coi suoi provvedimenti e, al di fuori di essi, su di essi non ha nulla da dire. In dodici anni di attività egli non ha mai rilasciato una intervista, non ha mai preso parte a un programma tv, non si è mai lasciato sfuggire una indiscrezione, una valutazione, una anticipazione su ciò di cui si occupava”. Sembra ovvio. Eppure, siamo abituati, nella società della comunicazione, a magistrati che raccontano quel che fanno o, peggio, che intendono fare, senza accorgersi che questo loro comunicare, del quale naturalmente la stampa e la politica s’impossessano immediatamente, getta un’ombra sul ruolo della Magistratura che i cittadini continuano a ritenere debba operare lontano alle luci della ribalta. Attenzione, non che a cose fatte non sia possibile ed anche utile informare la stampa per dar conto del ruolo svolto. Quel che non va fatto è anticipare fatti e opinioni che potrebbero essere smentiti e magari vanificare l’iniziativa giudiziaria.

Mantovano richiama “quell’attivismo giudiziario” il quale “decide che esistono vuoti normativi, e che punta a colmarli andando oltre i confini della interpretazione, per giungere alla creazione normativa vera e propria, e non soltanto per i cosiddetti nuovi diritti. Nelle rare occasioni in cui Livatino ha parlato in pubblico ha preso le distanze dal giudice che inventa del diritto, oltre il dettato della legge, perché si autoinveste di una funzione salvifica. Questo è il punto cruciale, cui fanno da corollario l’aspirazione angosciante a ricoprire posti di vertice, o la spartizione correntizia degli incarichi”.

Questo dell’interpretazione della legge è un problema non secondario, che attiene alla certezza del diritto, sfilacciata nel tempo da orientamenti dottrinali e giurisprudenziali che hanno trovato copertura in autorevoli giuristi, alcuni dei quali giunti al vertice della Corte costituzionale, per i quali non soltanto è superata la regola dell’art. 12 delle disposizioni sulla legge in generale, secondo la quale “nell’applicare la legge non si può attribuirle altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole, secondo la connessione di esse”, ma financo la Costituzione, dovendosi applicare la legge tenendo conto della sensibilità dell’opinione pubblica. Ciò che rende incerta l’applicazione della legge in relazione alla sensibilità, certamente variabile nel tempo e nello spazio, dell’opinione pubblica e di colui che la interpreta.

È un fatto gravissimo, che emerge anche nelle relazioni dei Presidenti della Corte costituzionale desiderosi non di ascoltare il Parlamento, espressione della sovranità popolare, ma di dire a senatori e deputati come legiferare per soddisfare la “sensibilità popolare” nei termini da loro individuata.

Ne abbiamo parlato più volte ed è il caso di non abbandonare il tema.

L’intervista a Mantovano affronta quindi il tema degli strumenti disponibili per il contrasto alla criminalità organizzata che non esistevano quando Livatino rimase vittima della solitudine che otto anni prima aveva condannato il generale Carlo Alberto dalla Chiesa: “non esisteva il cosiddetto 41 bis, “il carcere duro” per i mafiosi. Sul piano organizzativo, non vi erano né la Procura nazionale, né le procure distrettuali antimafia, e quindi erano costanti i problemi di coordinamento fra le circa 160 procure disseminate sul territorio italiano, e fra esse e le sezioni giudicanti di riferimento, mentre non pochi degli uffici giudiziari più esposti avevano organici ridotti al lumicino: al Tribunale di Agrigento, dove lui lavorava, erano scoperti 5 posti sugli 11 previsti. In sintesi, Livatino – come i suoi colleghi dell’epoca in terra di mafia – operava a mani nude contro una criminalità radicata e aggressiva. E questo rende ancora più significativo il lavoro che ha svolto”. E ne sottolinea la “fede cristiana”, ben nota ai suoi assassini (che fra loro lo chiamavano “santocchio”).

Mantovano ricorda, infine, il ruolo che ha avuto Papa Giovanni Paolo II nella condanna della criminalità, prima ancora che civile, religiosa, sicché “la sola strada che i mafiosi hanno di fronte a sé è rispondere positivamente al “convertitevi!”, pronunciato come un ordine, più che come un invito”. 

E tornando a Livatino ed al Centro studi a lui intitolato, Mantovano informa il suo interlocutore che in quella sede si sta dando vita a un comitato, “che sarà composto da insigni giuristi, perché in occasione del Giubileo 2025 Livatino sia riconosciuto patrono dei magistrati”. Anche per colmare una lacuna. Infatti, gli avvocati hanno più d’un Santo protettore, i giudici no.

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