mercoledì, Aprile 24, 2024
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La politica e la legge del pendolo

di Salvatore Sfrecola

C’è una sorta di “legge del pendolo” anche in politica. Sicché quando l’elettorato è deluso dalla mancata realizzazione delle promesse di un partito o di una coalizione di partiti di governo finisce per trascurare il voto o per destinarlo alla parte opposta. Accade periodicamente un po’ dappertutto. E, da ultimo, in Italia e in Grecia, dove l’elettorato ha premiato i partiti di Centrodestra o di destra, e si prefigura, se i sondaggi sono veritieri, un analogo successo del Partido Popular in Spagna, come fanno immaginare i significativi consensi conquistati nelle recenti elezioni locali. Perché l’andamento del pendolo risente anche di tendenze che si manifestano in paesi limitrofi, specie in Europa.

Più mobile di un tempo, quando la paura del comunismo faceva convergere i voti sui partiti di centro, in particolare sulla Democrazia Cristiana, anche “turandosi il naso”, secondo una nota espressione di Indro Montanelli, oggi l’elettore si sente più libero, anche se vota prevalentemente nell’ambito di una Coalizione. Lo sanno bene Lega e Forza Italia che hanno perduto consensi in favore di Fratelli d’Italia, considerato un partito meglio rappresentato sul territorio al Sud come al Nord, con una leadership carismatica che lo ha saputo far crescere da un modesto 4 per cento a circa il 30 per cento. Un risultato replicato nelle elezioni più recenti.

È anche l’effetto di una politica delle sinistre fatta di promesse non mantenute, di leadership sbiadite, di una classe politica modesta che ha indotto molti elettori a fare una scelta diversa da quella di cinque anni prima. Frastornati dalla confusione delle voci che si sono rincorse senza che si formassero coalizioni stabili, capaci di esprimere un indirizzo politico comprensibile ed appetibile. Complice anche la delusione di molti per come è stata gestita la risposta pubblica alla pandemia da Covid-19.

Sbaglierebbero, tuttavia, i partiti che si sono giovati del percorso del pendolo se non fossero consapevoli che i consensi come si conquistano così si perdono e chi è al Governo non può limitarsi ad annunci, perché l’elettorato attende di vedere come le promesse saranno trasformate in realizzazioni. Perché se l’azione della maggioranza deludesse, il pendolo, al giro di boa delle prossine elezioni, potrebbe tornare sulle posizioni che aveva abbandonato.

Così l’“occasione” che l’elettorato di maggioranza attendeva di sperimentare potrebbe durare nel tempo o concludersi con la legislatura, a seconda dei risultati che il Governo saprà presentare a fine mandato.

Riuscirà Giorgia Meloni nell’intento e secondo le aspettative dei suoi elettori? O sarà una nuova “occasione mancata”, come fu nel 2006, quando, dopo cinque anni di governo ed una maggioranza consistente, il rendiconto non fu apprezzato dagli italiani. Ne ho scritto in un libro che, secondo un giudizio di Francesco Storace a caldo, dopo la lettura, ha dato dimostrazione del perché quella maggioranza ha perduto per circa 25mila voti “quando avrebbe potuto vincere per 2milioni”.

Naturalmente nessuno che abbia votato la coalizione di Centrodestra mette in conto un risultato elettorale negativo alla scadenza della legislatura. E per evitare il rischio, politici e giornalisti amici pungolano Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani perché il programma di Governo trovi attuazione rapidamente con azioni efficienti e, insieme, legittime ed economiche. Non sono, pertanto, apprezzati da molti le ricorrenti polemiche contro categorie ed istituzioni che finiscono per dare fiato alle trombe del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle che altrimenti suonerebbero sfiatate ai margini del dibattito politico.

Sembra sia da addebitare all’inesperienza di alcuni esponenti del Governo e della maggioranza e dai loro collaboratori, trasferiti con armi e bagagli dai governi precedenti, magari solamente cambiando ministero. Un errore che invano è stato detto di non fare. Un caso clamoroso è quello di un illustre e stimatissimo magistrato amministrativo con lunga esperienza di collaborazioni ministeriali, notoriamente conservatore, il quale, richiesto di segnalare utili personalità da assegnare a funzioni di diretta collaborazione (Capi di gabinetto e Capi di Uffici legislativi) aveva scrupolosamente predisposto due liste, quella dei “buoni”, cioè degli affidabili, e quella dei “cattivi”, da evitare assolutamente. Neanche a scommettere: nessuno è stato chiamato tra coloro che erano stati indicati come assolutamente affidabili, mentre molti di coloro che erano tra quelli “da evitare”, perché notoriamente di sinistra, siedono tranquillamente accanto a ministri “di destra”. Si dirà che un tecnico è un tecnico e non è rilevante il colore della sua casacca. L’esperienza ci dice che non è vero perché chi non crede nella missione del ministro inevitabilmente mette meno entusiasmo e sviluppa meno fantasia di quando c’è sintonia ideologica e ideale con il vertice politico.

Alla domanda, dunque, se il Governo Meloni andrà oltre la legislatura, come auspicato da chi ha votato i partiti della sua maggioranza, la risposta non è semplice. Dipenderà da una serie di variabili non facilmente prevedibili, dalla guerra in Ucraina alla situazione socio-economica complessa, alla questione dell’immigrazione che pesa sulla sicurezza interna con costi palesi ed occulti comunque rilevanti. Basti pensare agli impegni di bilancio per gli apparati deputati alla vigilanza ed al soccorso in mare ed alla accoglienza.

La leadership di Giorgia Meloni è fuori discussione, né conviene a Lega e Forza Italia manifestare dubbi in proposito. Il rischio di una crisi di governo è improponibile anche nella prospettiva delle elezioni europee.

Tuttavia, anche se il Pd ha sbagliato ripetutamente distaccandosi dalle esigenze vere degli italiani, Elly Schlein può contare su uno “zoccolo duro” di nostalgici del comunismo che vivono come in un fortino assediato, in una realtà che non c’è, in un assetto psicologico-culturale che ignora le esigenze autentiche della popolazione, ancorato ad orientamenti di giornali e di talk show del tutto autoreferenziali. Come dimostrano le sollecitazioni, da un lato, a svoltare verso il centro, dall’altro, a schierarsi ancor più a sinistra. Nell’uno e nell’altro fronte non emergono idee nuove che siano capaci di coinvolgere in modo significativo una consistente rappresentanza dell’elettorato. Sono personalità espressione di posizioni che hanno perduto quel po’ di fascino che un tempo circondava le esternazioni televisive e comizianti dei vari Bonelli, Magri, Fratoianni o quelle pensose dei Cuperlo, dal linguaggio per pochi iniziati, come, del resto, quello della Schlein, spesso incomprensibile. Anche Calenda e Renzi hanno dimostrato limiti invalicabili, certificati dai più che modesti risultati elettorali. Il primo perché, avendo conquistato un consistente pacchetto di voti nelle elezioni comunali a Roma, presentandosi come un moderato liberale con esperienza di tecnocrate, quel gruzzolo di consensi ha poi disperso per mancanza di coraggio, confluendo al ballottaggio sotto le bandiere dell’arrogante Gualtieri, uno che più lontano non poteva navigare rispetto alle aspettative dell’elettorato moderato della borghesia romana. Quanto al senatore fiorentino, indubbiamente non privo di capacità dialettiche, uno del mestiere, cresciuto all’ombra della sinistra democristiana del capoluogo toscano, non se ne conoscono esperienze governative che siano andate al di là di qualche occasionale mossa demagogica dal momentaneo successo mediatico, come la “rottamazione” dei vertici di amministrazioni e magistratura gabellata come ricambio generazionale e, invece, rivelatasi capace di alterare il sistema di valorizzazione delle esperienze. Sicché oggi Renzi si ricorda soprattutto come il politico che devi temere se ti dice di star “sereno”, perché non sai cosa da lui puoi attenderti.

Da questa galassia allo stato gassoso Giorgia Meloni non ha molto da temere se procede con determinazione coinvolgente evitando trappole mediatiche e parlamentari predisposte sul suo cammino da esuberanti compagni di strada che hanno difficoltà di articolare un linguaggio politico che non sia quello, a tratti demagogico, nel quale si esibivano all’opposizione, un luogo dove si dovrebbero formare le personalità che ambiscono a ruoli di governo.

Insomma, allo stato, la premier deve temere soprattutto il “fuoco amico”, sia pure involontario di quanti, nel desiderio di apparire, seminano il terreno non facile della gestione del potere con mine antiuomo (e antidonna!) visibili troppo tardi. Considerato, tra l’altro, che nella prima fase della sua esperienza governativa Giorgia Meloni appare “distratta” da impegnativi incontri internazionali con all’ordine del giorno importanti dossier di interesse per il nostro Paese mentre in Patria è “sottoposta alla necessità di tamponare gaffe, gesti malaccorti, inadeguatezze di molti dei suoi ministri” e parlamentari, come integrerei quanto ha scritto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 5 luglio (“La destra e la svolta che non c’è”). Aggiungendo che l’immagine del Presidente-leader del partito di maggioranza e del Governo “è arrivata al pubblico solo attraverso qualche dichiarazione/illustrazione di circostanza a proposito di questo o quell’atto di governo, ovvero per qualche improvvisato, casuale, scambio di battute”. A tratti un po’ in affanno, corrucciata, un atteggiamento che non si confà ad un Presidente del Consiglio che deve in ogni caso dimostrare sicurezza. Perché “non è così però che si rappresenta quella svolta storica che la destra prometteva di essere. Non è così che si rappresenta la guida di una nazione anziché di un partito. Non è così che si costruisce una leadership”. Un giudizio severo ma onesto, di chi evidentemente guarda con simpatia all’esperienza della maggioranza nata dalle urne del 25 settembre 2022.

In effetti, impegnata su più fronti, con qualche collaboratore che evidentemente soffre a praticare il silenzio, la premier non ha più tempo di costruire una visione del futuro che evochi speranze ma che metta anche in campo adeguate risorse per realizzarle attraverso l’azione di governo. Troppi, ad esempio, i rinvii al programma elettorale, come nel caso della riforma della Giustizia, che è arduo pensare abbia indotto al voto gli italiani, con riferimento a quel comma dell’articolo del codice penale o di procedura penale che si propone oggi di modificare. Perché, scrive Galli della Loggia “le leadership democratiche e le svolte politiche degne di questo nome, quelle che lasciano il segno, si costruiscono così: pensando in grande seppur parlando con la voce di ogni giorno”. Cercando di unire, “chiamando a raccolta intorno a sé anche i lontani e gli avversari, non respingendo chi non era tra quelli della prim’ora. Non discriminando ma coinvolgendo”.

Lo dico da sempre in ogni contesto culturale e politico. Oggi l’autorevolezza di una firma illustre del Corriere della Sera scandisce un concetto che ha guidato tutti i grandi statisti, anche quando non è stato facile aprire a forze culturali di orientamenti originariamente diversi togliendo inevitabilmente un po’ di spazio ai compagni delle prime battaglie i quali, peraltro, dovrebbero comprendere l’importanza della confluenza di altre esperienze e sentire l’orgoglio di aver indicato la strada. È quanto ha fatto un tempo Giorgio Almirante, che aprì a liberali e monarchici, quando era difficile farlo. Acquisire, ad esempio, Alfredo Covelli non deve essere stato facile. Il Segretario del Partito Nazionale Monarchico, infatti, era devoto al ricordo del Re Vittorio Emanuele III, il Sovrano che, giusto 80 anni fa, il 25 luglio 1943, aveva messo fine alla parentesi fascista, per usare un concetto caro a Benedetto Croce, “accettando” le dimissioni del Cavalier Benito Mussolini come effetto del voto del Gran Consiglio del Fascismo accuratamente preparato al Quirinale. Un evento che ricorderemo nei prossimi giorni, come spartiacque fondamentale nella storia drammatica del novecento italiano. E poi Gianfranco Fini, che aveva valorizzato elementi di provenienza democristiana e liberale, come il Senatore Learco Saporito, del quale aveva percepito l’acuto senso politico, e il Professore Domenico Fisichella, scienziato illustre della politica, cresciuto alla scuola di Sergio Cotta e di Giovanni Sartori, espressioni massime del pensiero cattolico e liberale.

Una sfida non semplice quella che si suggerisce alla leader di Fratelli d’Italia, anzi decisamente difficile che in una prospettiva ampia e di lungo respiro darebbe una svolta a quella composita compagnia di persone di buona volontà definita, non senza qualche dubbio semantico, “di destra”.

Ma Giorgia Meloni non può perdere tempo e certamente, conoscendola, non ne ha voglia e non è nel suo dna. Sa, infatti, che il ferro va battuto finché è caldo, consapevole che il voto del 25 settembre 2022 è stato in buona misura un voto “contro” la sinistra, “contro la sua presa paralizzante e conformista sulla vita pubblica del Paese”. Come dirlo meglio di Galli della Loggia. Ma soprattutto è stato un voto che in molti italiani ha prefigurato la nascita di un grande partito conservatore moderno, all’inglese. Una scommessa sull’idea e sulla persona che si è proposta di incarnarla, che l’ha delineata in Europa dove, nell’attuale contesto politico-istituzionale, si difende l’interesse nazionale che solamente degli ottusi possono confondere con uno spirito nazionalista, secondo la lettura che ne dà l’esperienza del Novecento guerresco. Per un conservatore dei valori, aperto ad ogni innovazione che assicuri progresso sociale e crescita economica nella valorizzazione dei diritti, con una distribuzione equa della ricchezza che non sia mortificata dalla tolleranza rispetto alle lobby che pretendono privilegi ingiusti, anche fiscali.

Saprà Giorgia Meloni dare corpo alle speranze che ha suscitato negli italiani che l’hanno scelta assicurandole un significativo consenso nell’ambito di una coalizione nella quale i compagni di strada hanno limiti non di poco conto? Perché legati soprattutto al territorio e ad una mentalità mercantile, la Lega, e ad una visione personalistica, Forza Italia, tra l’altro oggi priva di una guida comunque carismatica la cui ombra oscurerà necessariamente qualunque successore.

Saprà mostrare quella saggezza che Roma con la sua storia ha sempre ispirato in quanti hanno desiderato, e saputo, parlare alto guardando lontano?

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