venerdì, Giugno 21, 2024
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Don Carlos alla Scala: Deo Gratia!

di Dora Liguori

Ebbene sì! Finalmente abbiamo visto rappresentata un’opera (più o meno) come Dio e autori di libretto e musica comandano. E dico più o meno poiché, se tutta la parte musicale è stata apprezzata se non osannata dal pubblico, le idee registiche di Lluis Pasqual e scene annesse di Daniel Bianco sono state alquanto contestate. Comunque, sull’argomento avrei una personale chiave di lettura un tantino cattivella ma come diceva Andreotti: a pensar male degli altri si fa peccato ma spesso s’indovina. Pertanto (ma non so se ci ho indovinato) ho ritenuto che i fautori della Cleopatra in minigonna o di Mefistofele impacchettato in carta stagnola e perle registiche consimili, avendo visti i promo dello spettacolo legato in buona parte alla tradizione, avranno detto ai loro ammiratori e seguaci (ma a parte i sovrintendenti che li ingaggiano costoro hanno davvero un seguito?): amici, attenti: se un don Carlos in forma tradizionale venisse applaudito, vuoi vedere che il pubblico ci prende gusto e, in seguito, qualcuno potrebbe consigliarci di lasciare in pace i teatri ed andare a coltivare etc etc.

E allora: perché tutto a Gesù e niente Maria? (detto napoletano del quale un’altra volta racconterò la storia) occorre che si proceda ad una bella contestazione anche al Pasqual. La mia, come sopra detto è soltanto una supposizione ma… chissà.

Fatta questa premessa passiamo ad analizzare l’oggetto del contendere o meglio la lettura che la regia fa di questo fosco dramma, tra l’altro storicamente fasullo (il povero Don Carlos gobbo e malandato, nonché schizofrenico, quasi mai incontrò la seconda moglie di suo padre, Elisabetta di Valois), lettura che consiste nell’ideare una grande torre d’alabastro, dominante tutta la scena che, a seconda dei momenti del dramma, si apre e si chiude. In parole povere la torre si apre quando la scena e gli avvenimenti sono pubblici e corali e si chiude quando si arriva al racconto intimistico dei sentimenti dei protagonisti. La metafora è chiara come altrettanto chiara risulta una scala posta all’interno della torre che, con ogni evidenza, sta a significare la salita e la discesa del potere contestualmente alla salita e alla discesa dell’esistenza umana.

L’idea del regista legata a un certo simbolismo, pur mantenendo l’opera in un filone legato alla tradizione, per merito anche dei bellissimi costumi della Squarcipino, mi appare originale e, appunto, il simbolismo della torre incapace di offendere la vicenda. Se poi qualcuno sente di preferire la Sonnambula che abortisce in scena o il duca di Mantova trasformato in “pappone”… si accomodi pure: gli amanti della buona lirica ormai sono nati per soffrire.

Parlando, poi, di simboli e metafore vorrei ricordare che l’opera lirica, pur essendo uno spettacolo completo e perfetto, è attraversato e sostanziato da innumerevoli simboli o se preferite dall’assurdo; infatti cosa ci può essere di più assurdo di personaggi che, vestiti e truccati, entrano in scena e invece di raccontare la loro storia con voce normale… cantano. Esiste forse qualcosa di più assurdo e di più sublime?

Tralasciate, dunque, metafore e consimili passiamo alla musica di don Peppino Verdi, un autore del quale non si butta nulla: dagli impeti trascinanti delle sue opere giovanili, alla bellissime melodie di Traviata, Rigoletto e Trovatore, sino ad un suo rinnovarsi sostanziale con “Un ballo in maschera” del ‘59. A dirla tutta, Verdi era un musicista solo apparentemente sicuro di sé, ma, e questo gli fa onore, non faceva altro che studiare ed ascoltare gli altri e pur non amando Wagner non lo ignorò affatto, anzi in cuor suo comprese la grandezza del suo nuovo linguaggio, per poi mutuarla, con il suo genio, nello splendido “Ballo in maschera”, nel quale appunto esperimenta il cosiddetto leit motiv. (Ricordo che con buona pace di Wagner lo aveva già fatto Bellini con la Norma).

Dopo, il musicista giunge a Don Carlos, l’opera che più rappresenta la piena maturità e la completezza del suo genio, un’opera che, ombrosa come l’autore, è attraversata da sentimenti disperati e dall’ineluttabilità di un potere, di per sé sempre crudele e cieco. Non a caso il grande inquisitore è cieco poiché solo chi non vede può arrecare tanto dolore e tante ingiustizie ai suoi simili.

Fatta questa premessa vorrei regalare ai cultori dell’opera una cosiddetta “chicca”. Il buon Verdi, come tanti altri autori, si recava spesso a Napoli, o meglio alla biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella (la più importante del mondo) che di fatto era una specie di immensa banca di melodie di autori del passato nonché di canti popolari di autori anonimi. Orbene, Verdi, senza nulla togliere al suo genio, fece quello che tutti i musicisti facevano, ovvero, colpito da una melodia di autore anonimo, la trascrisse per metterla “pari pari” in bocca al Marchese di Posa, senza neppure cambiare la tonalità. Canta il marchese di Posa: io morrò ma lieto in core…e la melodia anonima: “ Farfalla mia d’argiento ca voli cumme a viento…Insomma parole cambiate ma incipit musicale identico; da par suo, Verdi poi prosegue nella romanza.

Nulla di nuovo sotto il sole poiché anche Bellini, il più grande poeta della melodia, ben conoscendo i tesori della biblioteca, durante la composizione di Sonnambula ricorda un canto anonimo (forse siciliano) “Fenesta ca lucive” e lo inserisce nel momento più alto e struggente della sua Sonnambula: Ah! Non credea mirarti.

Tornando al Don Carlos, oltre ad un buona direzione di Riccardo Chailly (non è Abbado, ma spesso è efficace) e al baritono Salsi, buona voce sicura ma… oserei dire, per eleganza, poco marchese di Posa, a svettare sono le due interpreti femminili, rispettivamente Anna Netrebko (Elisabetta) e Elina Garanca, una principessa d’Eboli, questa, impeccabile e superlativa; la Netrebko, invece, nonostante la sua vocalità eccezionale (bravissima nelle sue mezze voci) francamente è, nella resa del personaggio, poco convinta d’essere una regina. Al contrario di ciò è il tenore Francesco Meli, il protagonista dell’opera, che ci consegna, giustamente, un romantico e quanto mai irrisolto don Carlos (roba da far sembrare Amleto un decisionista). E, infatti, solo grazie a lui, incontriamo la voglia di amore che pervade l’intero dramma unitamente ad uno struggimento vocale che pochi tenori sanno rendere. Ma Ahime! La gola di un tenore è sempre fragile e forse Meli l’ha sforzata troppo. Pertanto pur mantenendo la bellezza di una voce italiana, dal nitido fraseggio e dalla tecnica superlativa, soffre sugli acuti e si sente. Inutile dire che queste qualità, sia interpretative che vocali, sono presenti anche nel basso Michele Pertusi, il quale, nonostante un malore stagionale alla gola, ha dimostrato come solo sanno cantare gli italiani.

Ultima annotazione, senza sminuire la Netrebko, ma chi ha ascoltato, sia pure solo discograficamente, la Callas intonare, con la sua voce disperata e potente, l’inizio dell’ultima aria di Elisabetta “Tu che le vanità conoscesti del mondo”, con una drammaticità unica e capace di rappresentarci con poche note lo strazio di una donna, e di tutte le donne, allorché sono condannate alla perdita dell’amore e della libertà; ebbene, dopo di lei, non ci sono paragoni e non ci sono altri soprani che reggono.

Ma, occorre, per essere onesti, anche dire che la Netrebko si riprende alla grande, quando, nel duetto ultimo con don Carlos, con mirabili mezze voci canta, piangendo insieme ai violini, lo strazio e il dolore degli addii. Questo è un momento poco conosciuto dell’opera ma che ben giustifica quanto d’Annunzio volle dire in occasione della morte di Giuseppe Verdi: Pianse ed amò per tutti.

P.S L’Unesco ha premiato il canto italiano, quale patrimonio immateriale dell’umanità. Ebbene, lo sa il Ministro Sangiuliano che questo “patrimonio” è quasi del tutto assente dai Teatri italiani invasi, grazie alle agenzie e alle conseguenti volontà dei sovrintendenti (eccezioni a parte Netrebko e Garanca), da spesso mediocri voci straniere. E anche, parlando della Netrebko, dopo ben sei inaugurazioni scaligere (solo la Callas ebbe tanto onore) potrebbe lasciare spazio a qualche bellissima voce italiana o l’Unesco ha scherzato?

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