venerdì, Luglio 19, 2024
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Insegnamento e futuro del greco antico nel nostro liceo classico

di Salvatore Sfrecola

Pochi sanno che l’insegnamento del greco antico è previsto tra le materie oggetto di studio nella più famosa e prestigiosa boarding school del Regno Unito, l’Eton College. Fondata da Enrico VI nel 1440, l’istituto ha formato ed istruito un gran numero di scrittori, scienziati, accademici, atleti, uomini politici e di governo e membri della famiglia reale, tra cui i principi William ed Harry. Il Primo Ministro Sir Antony Eden addebitava il successo del suo governo conservatore alla circostanza che ben sette dei ministri, oltre allo stesso Eden, avevano studiato all’Eton College. Una scuola classica, eppure modernissima, dove le materie oggetto di studio spaziano dal campo umanistico a quello scientifico e classico: matematica, biologia, chimica, fisica, informatica, latino, greco, storia, geografia, storia dell’arte, economia, lingue straniere moderne.

Dovremmo tenerne conto noi che nel tempo abbiamo fatto degli studi classici il nucleo fondante delle migliori professionalità non solamente in quelle lato sensu umanistiche. Nel mio liceo, ad esempio, il “Torquato Tasso” di Roma, infatti, si sono formati non solo letterati, giuristi, storici di valore ma anche scienziati noti nella medicina, nell’ingegneria, nella fisica.

Così ha destato in me interesse il Convegno di studi sull’insegnamento del greco antico e le sue prospettive che si è svolto a fine novembre presso la Biblioteca Braidense di Milano e del quale mi ha riferito il Prof. Michele D’Elia, una lunga esperienza di insegnamento, da ultimo Preside del Liceo Scientifico “Vittorio Veneto” di Milano che non ha mai trascurato l’approfondimento dei suoi studi classici, dunque anche del greco antico, oltre che della storia, passione della quale sanno bene i nostri lettori per essere più volte intervenuto a scriverne, anche in occasione dei suoi annuali convegni di studi promossi sotto l’egida della Rivista “Nuove Sintesi” che il Prof. D’Elia dirige da decenni.

Ben coordinato dal Professor Geri Della Rocca de Candal (Università di Oxford) i lavori del convegno alla Braidense hanno portato l’attenzione anche sulla mostra dei materiali utilizzati per l’insegnamento della lingua greca in Italia, dal 1360 al 1860.

I Relatori, disegnandone i diversi profili, hanno posto in rilievo l’importanza di questa lingua; e, soprattutto, l’interesse che essa e la cultura di cui è veicolo, suscita anche nei giovani d’oggi.

Solo in Italia, infatti, sono centocinquantamila gli studenti dei licei classici.

Numerose le sperimentazioni, tramite le quali si studia il greco. Di due il Prof. D’Elia ci ha riferito in particolare:

  1. il suo insegnamento, tramite videogiochi (Liceo Parini – Milano)
  2. quella condotta, sul processo delle Arginuse, dalla Professoressa Matelli (Università Cattolica – Milano) nel carcere di massima sicurezza di Opera (Milano). I detenuti se ne sono dimostrati entusiasti, anche con lettere alla docente.

I Relatori hanno spiegato le proprie tecniche d’insegnamento e la capacità di ripresa degli studenti; ma – anche –  la necessità dello studio rigoroso e le difficoltà create dalle famiglie. [non solo per il greco, sulle quali non ci attardiamo ndr]

Alla esposizione dei diversi profili della lingua è seguito un vivace dibattito. La validità del greco antico poggia sui seguenti pilastri:

  1. l’ampiezza di respiro europeo ed universale, e quindi l’utilità che ne deriva nel facilitare l’europeismo e l’ampliamento degli orizzonti culturali dei popoli e dei singoli;
  2. la flessibilità della lingua, che aiuta l’apertura mentale e la capacità di orientamento, come testimoniano gli ex studenti, professionisti in settori tecnici, come l’economia, l’ingegneria, la medicina …;
  3. la sintassi complessa, che aiuta anche i cosiddetti ‘nativi digitali’, nelle loro attività;
  4. l’esercizio della memoria.

Ricorda il Prof. D’Elia che lo stesso Parlamento europeo, nel maggio del 2018, si è espresso in favore dell’insegnamento del greco. La Consulta del latino e del greco, nel 2021, arginò la deriva, che conduceva all’eliminazione di questi due beni immateriali e in particolare del greco dal liceo classico.

Salviamo lo studio e l’insegnamento del greco, perché ci mette in relazione con la nostra stessa civiltà ed anima i cittadini europei.

Devo aggiungere che proprio dai miei studi classici dalla storia della Grecia, fin dalla Polis e dalla democrazia sviluppatasi nell’Agorà, come dalla lettura degli storici, dei filosofi e dei letterati ho tratto nella formazione della mia professionalità spunti rilevanti, insieme alla cultura latina. Infatti, si sente spesso ripetere delle radici greco romane dell’Europa insieme a quelle più squisitamente spirituali che definiamo giudaico-cristiane.

È un patrimonio che ognuno di noi porta con sé quasi inconsapevolmente per cui ad esempio, frequentatore della Grecia nelle vacanze estive mi sento in quella terra come a casa mia. Del resto i romani apprezzarono immediatamente la cultura greca studiando la lingua, anche nelle scuole di filosofia, ed affidando i loro figli a precettori di cultura greca.

Ci vuole altro per smentire la fondatezza di certe ricorrenti iniziative tese a suggerire all’autorità politica di eliminare l’insegnamento del greco antico come materia inutile, ma solo in un contesto che mira ad omologare tutti al livello più basso nell’ottica di una scuola che, giustamente aperta a tutti, non deve necessariamente scendere di livello facendone una istituzione classista dove solamente i ragazzi di famiglie che possono permetterselo studiano nei licei che, come l’Eton College, formano le future classi dirigenti.

Dai tempi di mio padre, chiamato a tradurre dal greco al latino, si è fatta molta strada, all’indietro perché si è trascurata la formazione dei docenti, con la conseguenza che viene spontaneo ad alcuni sostenere che il greco non serve. Come l’italiano che, in tempi di uso forsennato dei “messaggini” hanno disabituato i giovani ad esprimersi al meglio nella lingua che, qualunque sia la professione che sceglieranno, consentirà di farsi strada nel mondo del lavoro, quando si presenteranno per un colloquio, quando saranno chiamati a riassumere un’idea da presentare in una selezione per ottenere un impiego o per relazionare su un progetto. In entrambi i casi l’uso dell’italiano corretto sarà un motivo in più per il successo del nostro.

Tornando al greco segnalo il bel libro di Giuseppe Zanetto, docente di Letteratura greca all’Università statale di Milano, che con il suo “Siamo tutti greci” (Feltrinelli, Milano, 2019, pp. 156, € 13,00) richiama we are all Greeks, frase famosa del poeta inglese Percy Shelley il quale spiegava che “le nostre leggi, la nostra letteratura, la nostra religione, le nostre arti hanno le loro radici in Grecia”. Per cui Zanetto ci ricorda che “siamo greci quando parliamo e pensiamo quello che diciamo; siamo greci quando mettiamo in dubbio quello che siamo abituati a pensare, e proviamo a vedere se è possibile pensare in modo diverso. Siamo greci quando non ci adagiamo su formule già pronte. Siamo greci ogni volta che costruiamo il futuro”. E nell’Introduzione spiega che “siamo tutti greci” perché parliamo greco. “Si è calcolato che quasi un quarto delle parole comunemente usate nelle principali lingue occidentali derivi dal greco. Non mi riferisco tanto ai neologismi scientifici, di cui è ricco il lessico della medicina, della fisica, della biologia. Penso alle parole del linguaggio quotidiano: idea, politica, angelo, martire, orchestra, teatro, cinema. Sono tutti termini greci usati nel greco antico con un significato che non coincide con il nostro uso, ma lo giustifica e lo spiega. Se prendiamo coscienza di questo (e non ci limitiamo a ripetere meccanicamente i suoni delle parole) capiamo meglio quel che diciamo: parliamo, anziché ‘essere parlati’”.

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