venerdì, Febbraio 23, 2024
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Sulla pelle di Ilaria Salis

di Salvatore Sfrecola

Ha disturbato tutti l’immagine di Ilaria Salis portata in un’aula d’udienza, a Budapest, ammanettata alle mani ed ai piedi e tenuta con una catena alla vita, a mo’ di guinzaglio da una carceriera. Un’immagine che potrebbe essere giustificata nel corso di un trasferimento, quando è possibile immaginare un’ipotesi di fuga, non in un Tribunale, luogo vigilato come pochi, ovunque.

Naturalmente questa valutazione è indipendente dal merito delle contestazioni rivolte dall’autorità giudiziaria ungherese alla nostra concittadina per attività che, anche ad una generica considerazione, sono lontane dalla mia cultura liberale, in ogni caso rispettosa delle idee altrui. 

E se le condizioni della detenzione, come abbiamo sentito, sono certamente criticabili, sconcerta la strumentalizzazione che ne fa la politica quando punta il dito nei confronti del premier ungherese, Victor Orban, con l’evidente intento di mettere in imbarazzo la nostra Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che in Europa condivide alcune posizioni ideologiche del leader ungherese. Sconcerta perché alzare il tono della polemica nei confronti delle autorità magiare, come insegna l’esperienza, può danneggiare anziché aiutare la sorte della nostra connazionale. 

Il Ministero degli esteri ha riferito, come si legge sui giornali, che sono 2400 gli italiani detenuti all’estero, alcuni in paesi nei quali il regime carcerario è particolarmente rigido, e tutti vengono seguiti dalle nostre rappresentanze diplomatiche e aiutati, per come è possibile, indipendentemente dalle imputazioni per le quali sono sotto processo. Ho parlato di strumentalizzazione perché è evidente che, mentre è doveroso l’intervento del governo italiano perché siano assicurate al detenuto le condizioni che sono comune retaggio della nostra civiltà giuridica e dell’Unione Europea, alzare i toni, a volte in forma minacciosa nei confronti del governo e della magistratura ungheresi, è una scelta che politicamente può premiare il partito o gli esponenti del partito che se ne danno carico ma rischia di rendere più difficile l’accettazione da parte delle autorità locali delle sollecitazioni che provengono dal Governo italiano. È facile immaginare, infatti, un irrigidimento dell’autorità politica e della stessa magistratura, la prima perché non vuole subire pressioni neppure da un governo amico, la seconda perché gelosa del proprio ruolo e della propria indipendenza, anche se in materia di giustizia qualche tirata d’orecchie significativa è giunta in anni recenti dalla Corte dei diritti dell’uomo.

Buon senso ed effettivo desiderio di aiutare, per quanto è possibile, Ilaria Salis consiglia tutti di abbassare i toni perché, come ha detto il Ministro degli esteri, Antonio Tajani, “quando si negozia il silenzio è d’oro”. Regola di una saggezza antica che purtroppo abbiamo visto tante volte trascurata in casi analoghi, quando la politica si è impadronita di un caso giudiziario a fini propagandistici, trascurando le altre centinaia che evidentemente non interessano la polemica dei partiti fra loro e nei confronti del governo. È deprimente, perché dobbiamo sempre considerare, al di là del merito della imputazione, che c’è una persona che soffre la privazione della libertà e merita rispetto.

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