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I Savoia, dimenticati o demonizzati. Eppure, hanno fatto l’Italia una e liberale

di Salvatore Sfrecola

Oggi, 4 marzo, ricorre la data di promulgazione dello Statuto del Regno di Sardegna ad iniziativa del Re Carlo Alberto di Savoia. Non ho letto ricordi sui giornali se non qualche flash sui social. Eppure, è stata una decisione importante lo Statuto della “Monarchia rappresentativa”, lo statuto delle libertà che più o meno nelle stesse forme sono state recepite dalla Costituzione repubblicana. Piero Calamandrei, repubblicano, in Assemblea Costituente il 4 marzo 1947 richiamava le parole di un collega: “guardate come era semplice e sobrio; ed ha servito a governare l’Italia per quasi un secolo. E qui è tra poco un anno che lavoriamo e ancora non siamo riusciti, come appare da questa apparenza ancora confusa e grezza del progetto, a preparare qualche cosa che si avvicini per concisione a quello Statuto”. 

Era il 1848, l’anno delle rivoluzioni in giro per l’Europa. Non ci volle molto perché il Re di Sardegna, che aveva già manifestato da Principe ereditario i suoi sentimenti liberali, elargisse lo Statuto, fra l’altro contenendo le rimostranze dell’ala decisamente reazionaria di parte della classe dirigente del Regno. Lo faceva nel momento in cui i liberali chiedevano in altri Stati, a Napoli ad esempio, e a Roma, la Costituzione. Lui l’ha concessa immediatamente e l’ha mantenuta. Altri l’hanno concessa sotto la spinta della piazza ma l’hanno revocata dopo poco, appena si sono assicurati l’apporto delle baionette austriache.

Ancora Carlo Alberto il 23 di marzo indirizza un proclama ai popoli della Lombardia e della Venezia e dà avvio alla Prima Guerra d’Indipendenza. Il Re al comando dell’Esercito attraversa il Ticino e combatte a fianco degli insorti milanesi contro l’Austria e dona ai suoi reparti il vessillo tricolore mettendo al centro del bianco lo stemma di Savoia. I libri di storia non dicono, non sottolineano l’importanza di questa scelta del Re Carlo Alberto che pure non avrà successo, perché la guerra si chiuderà con una sconfitta, non mettono in risalto il fatto saliente che il sovrano sabaudo fa una scelta fondamentale in favore della democrazia e della libertà in Italia mettendo in gioco il proprio Regno perché anche chi è sprovvisto di notizie storiche e di conoscenze militari percepisce immediatamente che il piccolo esercito piemontese andava a scontrarsi con l’armata più potente del tempo, l’esercito dell’Impero Austriaco tra l’altro guidato da un generale Radetzky, un mito nella storia militare austriaca. Il generale, che aveva vinto Napoleone, era considerato un grande stratega. 

Nessuno mette nel giusto risalto l’importanza di questo gesto. E nessuno fa presente che quello Statuto, che assicurerà le libertà fondamentali, è stato mantenuto anche quando l’Austria premeva perché fosse revocato, anche quando nella politica interna sembrava potessero prevalere gli elementi più reazionari e oltranzisti che avrebbero desiderato ritornare all’antico. 

Li ferma Carlo Alberto, li avrebbe fermati successivamente Vittorio Emanuele II ed a questo punto forse una riflessione onesta porterebbe a ritenere che la figura di Re Vittorio è stata centrale nel movimento risorgimentale, perché né Cavour grandissimo statista, il più grande della storia d’Italia, uno dei più grandi della storia europea come è stato detto da illustri storici, né Garibaldi, il combattente coraggioso e disinteressato, il trascinatore dei giovani desiderosi di “fare” l’Italia avrebbero potuto portare a termine l’unificazione nazionale se non ci fosse stata la figura centrale del Sovrano capace, ad un tempo, di mantenere le relazioni internazionali contestualmente favorendo le iniziative, da un lato, del Conte di Cavour, dall’altro, di Garibaldi. Come quando il Generale delle “camicie rosse”, pronto ad attraversare lo Stretto di Messina dopo aver conquistato la Sicilia, viene fermato da Cavour preoccupato dalle possibili reazioni internazionali. E il Re gli fa recapitare la lettera ufficiale della decisione del Primo Ministro e contemporaneamente gliene fa pervenire un’altra dove gli dice “va avanti”. E gli fornisce denaro e fucili.

Noi sappiamo che molte cose ci sono state raccontate in forma incompleta. Ad esempio, leggiamo spesso che Camillo di Cavour pensava solo al Piemonte. Non è vero, nelle sue lettere, nei suoi scritti, nei suoi discorsi parlamentari Cavour dimostra sempre di avere una visione unitaria dell’Italia, a cominciare da quel famoso scritto del 1846, quando ancora non era in politica, nel quale affermava che le ferrovie avrebbero unificato l’Italia. Perché, con una rete ferroviaria capillare la fiorente agricoltura meridionale avrebbe conquistato i mercati del Nord e d’Europa. Aggiungendo che, consapevole delle bellezze paesaggistiche e artistiche che sono la ricchezza delle singole aree, i turisti desiderosi di arte e di svago avrebbero potuto facilmente percorrere lo stivale da Nord a Sud prendendo il treno. Non solo, conoscendo l’importanza dei porti di Napoli e Palermo, sosteneva che l’Italia sarebbe stata la porta d’Europa sul Mediterraneo e sul medio ed Estremo Oriente. “Porteremo le merci in Cina”, scrive.

Questo dimostra la lungimiranza dell’uomo e il carattere della sua politica tesa all’unità d’Italia con capacità di superare le varie difficoltà che nel tempo le relazioni internazionali avevano determinato. Voleva che l’Italia diventasse “un grande Stato”.

Non è andato tutto liscio. Ci sono stati problemi che ancora oggi emergono sia al Sud che al Centro, soprattutto, che peraltro Cavour vedeva perfettamente ma che non ha avuto il tempo di affrontare essendo morto giovane e le regioni meridionali non sono riuscite ad assumere il ruolo che era loro proprio nella nuova Italia nonostante abbiano avuto nel tempo ministri e Primi Ministri importanti fino ai presidenti della Repubblica più recenti.

Gli italiani hanno compreso il ruolo della casa di Savoia, hanno condiviso le iniziative del Re Vittorio Emanuele III nella Prima Guerra Mondiale tanto è vero che, nonostante la parentesi fascista e la sconfitta militare in una guerra che il Sovrano non aveva voluto, a prenderli per buoni, i risultati del referendum del 2 giugno 1946 dimostrano che, almeno la metà degli italiani considerava la Monarchia una garanzia di buona democrazia. 

Notiamo in questo periodo un attivismo sconsiderato di gruppi cosiddetti “neoborbonici”, assolutamente minoritari, i quali vorrebbero ripristinare il Regno delle Due Sicilie, in contrasto anche con quanto di recente ha detto il Principe Carlo di Borbone, per il quale l’unificazione d’Italia è un fatto assolutamente irreversibile. Si tratta di iniziative che hanno tanto il sapore di uno scatto d’orgoglio per superare la frustrazione di un Sud amministrato per troppo tempo male, anche per responsabilità evidenti dei governi centrali. E si richiama un idilliaco Regno che non era tale, perché il brigantaggio era un fatto endemico e naturalmente i briganti dopo l’unità d’Italia hanno cercato di nobilitare le loro azioni criminose a volte affermando di difendere il loro Re.

Anche in alcune realtà del Nord si nota questa disaffezione per la Patria. È gravissimo Perché un popolo a lungo diviso, per secoli occupato da spagnoli, francesi e austriaci dovrebbe sentire l’orgoglio di quel pensiero unificante della storia d’Italia che da Dante in poi ha guidato le menti migliori, che desideravano uscire da quella condizione che anche l’inno di Mameli ricorda: “siamo da secoli calpesti derisi perché non siam popolo perché siam divisi”.

La visione localistica, municipale che per ognuno di noi è espressione della storia della propria regione, della propria provincia o della propria città ci dice che la ricchezza del Paese nel suo complesso è data dalla somma delle ricchezze delle singole aree territoriali. 

Si è arrivati al punto di dire che tutte le cose che non vanno sono colpa dei Savoia anche se è evidente che se errori sono stati fatti sono ovviamente per la maggior parte addebitabili ai governi. Giorni fa ho sentito in televisione una persona che parlava dei muraglioni sul Tevere a difesa della città contro le periodiche esondazioni del fiume. Ha detto degli “orridi muraglioni dei Savoia”. Si rimane senza parole di fronte a queste affermazioni. Io credo che sia necessario un bagno di umiltà degli italiani perché quelli che, come me, sono legati all’esperienza liberale risorgimentale dicono e credono fermamente che un italiano di Palermo o di Bolzano, di Torino o di Bari. di Milano o di Napoli è sempre un italiano, è sempre un fratello anche se in qualche momento ci parla in un dialetto locale, preziosa risorsa culturale, trascurando la meravigliosa lingua che ci stata consegnata, che Manzoni ha voluto esaltare nel suo romanzo.

Vorrei tornasse in tutti l’orgoglio di sentirci come ci vedono gli stranieri, i fortunati abitanti del Paese dalla natura stupenda dove il sì suona.

1 commento

  1. Una lezione di storia di grandissimo valore e succinta…vorrei leggere l autore che ci parli dell’ Italia di Pio IX…forse altrettanto interessante ed oggi ancora attuale

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