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La Corte dei conti fa osservazioni sul PNRR e l’On. Fitto “si irrita”: non può fare il Ministro

di Salvatore Sfrecola

“Irritato”, “furibondo”, così i giornali qualificano la reazione del Ministro Raffaele Fitto, incaricato di seguire l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), ad alcune osservazioni della Corte dei conti su vari aspetti, in particolare sulle risorse destinate alla sanità, sulle quali ci sarebbe in atto anche uno scontro con le Regioni.

Non entro nel merito della vicenda. Non è il motivo di queste mie considerazioni. Il fatto che un Ministro della Repubblica risponda in modo scomposto alle osservazioni della Magistratura contabile dimostra due cose: la mancanza di senso dello Stato e la mancanza di capacità di dialogo con l’organo di controllo, probabilmente non solo per proprie carenze ma per la inadeguatezza dei suoi collaboratori.

Contrasti tra le amministrazioni, i ministri e la Corte dei conti ci sono sempre stati. È nella logica del sistema, perché la magistratura contabile applica le leggi e fa valutazioni sulla base dell’elaborazione di dati che non sono necessariamente coincidenti con quelle dell’amministrazione e della politica che ha altre finalità. È accaduto sempre, da quando la Corte dei conti è stata istituita secoli addietro e nell’attuale ordinamento, dal Regno d’Italia in poi, ma i ministri hanno sempre avuto rispetto nei confronti della magistratura contabile e hanno avuto la capacità di capire il senso delle osservazioni, di correggere eventuali errori anche replicando alle osservazioni della Corte in punto di diritto. Insomma, la Corte è d’aiuto, non un “nemico” di chi governa.

Un ministro non si irrita, se del caso replica alle osservazioni chiarendo e precisando. Non è neppure un atteggiamento proficuo politicamente perché può indurre l’opinione pubblica a ritenere che abbia effettivamente torto.

Nemmeno il Cavalier Benito Mussolini, che non era proprio un liberale legalitario, ha mai reagito con pubblica irritazione alle osservazioni della Corte dei conti e della Ragioneria Generale dello Stato quando hanno censurato provvedimenti ai quali aveva affidato importanti decisioni del Governo. Tant’è vero che, nel corso del ventennio, la Corte dei conti ha più volte registrato “con riserva” provvedimenti governativi sui quali aveva manifestato dissenso in punto di diritto. Ed il Governo, ritenendo che un provvedimento la cui legittimità era stata contestata dalla Corte dei conti dovesse comunque avere corso nell’interesse superiore dello Stato chiedeva alla Corte, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, di registrarlo eventualmente “con riserva” ove non fossero state superate, nel corso dell’esame delle Sezioni Riunite, le osservazioni della Corte.

Le cose stanno così e se come è successo altre volte alcuni politici sono irritati nei confronti della Corte dei conti vuol dire che non sono all’altezza del ruolo né lo sono i loro collaboratori che, pur di mantenere il posto, non hanno il coraggio di dire ai ministri che in questo caso sbagliano e che comunque devono dialogare con la Corte, replicando alle osservazioni con argomentazioni che siano idonee a superare il dissenso.

Dico questo non per una considerazione teorica, di quelle che si imparano dai libri, ma perché questo lavoro io l’ho fatto da una parte e dall’altra. Ho svolto funzioni di controllo in un settore delicatissimo e importante come quello dell’allora ministero del Tesoro e ho fatto il consulente di ministri. Mi sono trovato, pertanto, a valutare delle osservazioni della Corte su provvedimenti che avevano irritato qualche funzionario che non aveva avuto la capacità di stabilire un rapporto di leale collaborazione con la magistratura di controllo.

Il rispetto per le istituzioni identifica la misura del senso dello Stato di una classe politica e di una classe amministrativa. Tutti possono sbagliare, evidentemente. Può sbagliare anche la Corte dei conti che quando ritiene che le deduzioni dell’amministrazione siano corrette non ha difficoltà di riconoscerlo.

Rifiutare il dialogo, irritandosi, a tacer d’altro è sbagliato.

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