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Luglio 2010

Le regole e il consenso
di Salvatore Sfrecola

     Prendo lo spunto dal titolo di ieri de La Padania “Un paese ostaggio dei giudici”, per fare alcune considerazioni su legalità e consenso elettorale, un tema su cui ritornano spesso il premier Silvio Berlusconi ed i suoi.
     L’On. Castelli, se l’è presa con il Tar del Lazio che ha sospeso, su ricorso del Presidente della Provincia di Roma, l’efficacia della norma che istituisce i pedaggi su tangenziali e raccordi cittadini gestiti dall’ANAS. Il Tribunale amministrativo ha ritenuto che quel tipo di balzello configuri non il corrispettivo di un servizio ma una tassa. Vedremo, poi, quando i giudici si pronunceranno nel merito.
     A noi oggi interessa la risposta leghista: “ecco il caos che regna dove chiunque può bloccarle decisioni del governo” – riassume, così, il giornale il pensiero dell’ex Ministro della Giustizia. “Se è la fine della sovranità popolare, allora si cambi la Costituzione”.
     In parole povere, secondo l’esponente della Lega, la sovranità, che nel nostro ordinamento “appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1 Cost.), cioè attraverso il voto che ha consentito ad una parte politica di essere maggioranza nel Paese e di esprimere un governo, avrebbe subito una lesione per effetto della decisione del TAR del Lazio che ha sospeso provvisoriamente, con una pronuncia di tipo cautelare, l’efficacia di una norma contenuta in un decreto-legge del governo.
     Sennonché le cose non stanno proprio così. La sovranità, che “appartiene al popolo”, viene da questo esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ad esempio attraverso il referendum abrogativo di una legge approvata da un Parlamento che è, a sua volta, espressione della maggioranza uscita dalle urne elettorali. Per cui il voto per il rinnovo delle Camere non è altro che “una delle forme attraverso cui si esprime la volontà popolare” (Amato). Il referendum non costituisce evidentemente una lesione della sovranità popolare perché è anch’esso espressione della volontà del popolo.
     In un ordinamento democratico parlamentare, che si basa su un sistema politico istituzionale che si esprime in un “equilibrio di checks and balances”, tra cui il giudiziario, l’attività dell’esecutivo “deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 94 Cost.), si avvale di un apparato organizzato “in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione” (art. 97), non può che essere soggetta alla legge ed a controlli amministrativi, come quelli della Corte dei conti (art. 100, comma 2, Cost.), e giudiziari, di giudici che la Costituzione ha voluto “soggetti soltanto alla legge” (art. 101). Nel Regno Unito si parla di rule of law.
     Con la conseguenza che la tesi, secondo la quale il governo, in quanto espressione di una maggioranza parlamentare, non potrebbe essere controllato e fermato se viola le regole dell’ordinamento, fa intravedere una mentalità prevaricatrice delle leggi e delle istituzioni, sostanzialmente  eversiva . Eversiva Molto pericolosa
     Il sillogismo secondo il quale, la maggioranza parlamentare è espressione del voto popolare, il governo gode della fiducia delle Camere, per cui il pedaggio su tangenziali e raccordi cittadini gestiti dall’ANAS contenuto nel decreto legge del Governo è sic et simpliciter intangibile e inattaccabile, costituisce una ben strana concezione della democrazia. Che non spiega neppure perché un decreto legge del Governo, cioè un provvedimento che l’esecutivo è autorizzato ad emanare “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” (art. 77 Cost.) sia soggetto alla conversione in legge da parte delle Camere in tempi brevi (sessanta giorni).
     C’è un po’ di confusione nelle riflessioni politico-giuridiche dell’On. Castelli. L’importante è evitare di chiamare la sua concezione dello Stato “democrazia” e soprattutto di aggiungervi l’aggettivo “liberale”.
     Anche perché è certamente arbitrario ritenere che nel consenso popolare, ottenuto in adesione ad alcune linee di fondo genericamente formulate, vi rientri anche l’applicazione dei pedaggi su tangenziali e raccordi cittadini gestiti dall’ANAS, e magari anche la norma che limita le intercettazioni in modo da mettere a riparo corrotti e corruttori, o quella che ritiene che il peculato militare non causi un danno all’immagine dello Stato e la Corte dei conti non possa richiedere al responsabile il risarcimento del danno.
31 luglio 2010

Alla ricerca della strategia di Gianfranco Fini
di Salvatore Sfrecola

     Forse esagera il mio vecchio e saggio amico Senator, apprezzato editorialista di questo giornale, quando non identifica nelle azioni politiche di Gianfranco Fini né tattica né strategia.
     Diciamo che non gli è chiaro, che per lui non è evidente in quale strategia si vadano a collocare le iniziative assunte dall’ex leader di Alleanza Nazionale negli ultimi mesi ed alle quali ha fatto riferimento nella conferenza stampa, oggi, all’Hotel Minerva.
     Non so se possiamo dedurne una strategia politica di più ampio respiro, ma è certo che il Presidente della Camera, nella sua dichiarazione, con sintesi efficace, ha messo in risalto e marcato quanto lo differenzia da Berlusconi, quel senso dello Stato che Fini ritiene essere nel Cavaliere prossimo allo zero.
     Ed ha esordito stigmatizzando il modo con il quale è stato di fatto espulso dal partito che ha contribuito a fondare, in due ore, senza la possibilità di esprimere le sue ragioni. Espulso “perché ritenuto colpevole di ‘stillicidio, di distinguo o contrarieta’ nei confronti del governò, ‘critica demolitoria alle decisioni del partito’, ‘attacco sistematico al ruolo e alla figura del premier”. Con l’aggravante – ha detto ancora Fini, citando il documento dell’Ufficio di presidenza del Pdl – di aver “costantemente formulato orientamenti’ e persino, pensate che misfatto, ‘proposte di legge che confliggono col programma elettorale”.
     Per cui la denuncia della concezione “non propriamente liberale della democrazia che l’onorevole Berlusconi dimostra di avere”. Una concezione che emerge anche dall’invito alle dimissioni da Presidente della Camera, “perché ‘allo stato è venuta meno la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezionì”.
     “Ovviamente non darò le dimissioni – ha continuato Fini –  perché è a tutti noto che il Presidente deve garantire il rispetto del regolamento e l’imparziale conduzione dell’attività della Camera, non deve certo garantire la maggioranza che lo ha eletto. Sostenerlo dimostra una logica aziendale, modello amministratore delegato-consiglio d’amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni”.
     Poi i ringraziamenti ai “tantissimi cittadini che in queste ore difficili” gli hanno manifestato la loro solidarietà e lo hanno invitato “a continuare nella difesa di valori irrinunciabili, quali l’amor di Patria, la coesione nazionale, la giustizia sociale, la legalità: Legalità intesa nel senso più pieno del termine, cioé lotta al crimine, come meritoriamente sta facendo il governo, ma anche legalità intesa come etica pubblica, senso dello Stato, rispetto delle regole”.
     “E’ un impegno che avverto come preciso dovere – ha aggiunto – anche per onorare il patto con quei milioni di elettori del Pdl onesti, grati alla magistratura e alle forze dell’ordine, che non capiscono perché nel nostro partito il garantismo, principio sacrosanto, significhi troppo spesso pretesa di impunità”. Infine un ringraziamento ai parlamentari del Pdl che nelle prossime ore “daranno vita ad iniziative per esprimere la loro protesta per quanto deciso ieri dal vertice del partito”. “Donne e uomini liberi, che sosterranno lealmente il governo ogni qual volta agirà davvero nel solco del programma elettorale e che non esiteranno a contrastare scelte dell’esecutivo ritenute ingiuste o lesive dell’interesse generale. Ieri è stata scritta una brutta pagina per il centrodestra e più in generale per la politica italiana. Ciò tuttavia non ci impedirà di preservare i valori autenticamente liberali e riformisti del Pdl e di continuare a costruire un Futuro di Libertà. Per l’Italia”.
     Misurato ed efficace, come nelle migliori occasioni, Fini ha assestato un colpo che potrebbe essere decisivo a Berlusconi che, conti alla mano, potrebbe perdere la maggioranza o vedersela ridotta ad uno o due voti, una specie di governo Prodi, come ha osservato Senator, in balia di ogni raffreddore e mal di pancia e della pattuglia dei finiani doc.
     Al di là delle convulsioni che da tempo squassavano il Centrodestra, i distinguo di Fini restituiscono dignità alle istituzioni e alla vita politica italiana che scandali e sprechi hanno mortificato agli occhi degli italiani. Basti leggere oggi La Padania che, a tutta pagina, esordisce con “Un paese ostaggio dei giudici”, laddove l’incauto Castelli, “l’ingegnere” che fu Ministro della giustizia, se la prende con il Tar che cancella i pedaggi a Roma. “Ecco il caos che regna dove chiunque può bloccarle decisioni del governo. Se è la fine della sovranità popolare, allora si cambi la Costituzione”.
     Poteva Gianfranco Fini restare ancora a lungo con il Cavaliere imprenditore e il bossiano che confonde legalità con sovranità? E ritiene che nulla e nessuno possa bloccare le decisioni del governo, evidentemente, da come si esprime, anche se contra legem. Ed è stato Ministro della Giustizia!
     Ha fatto bene, dunque, Fini a rivendicare le regole della democrazia e del diritto, a rischio di farsi cacciare da Popolo della Libertà, com’è puntualmente avvenuto ad opera del Cavaliere intollerante.
     E la strategia? Mi auguro che ci sia, anche se Senator non l’ha individuata, e che sia qualcosa di più di una scelta tattica, di corto respiro. L’Italia non può permettersi ancora un”occasione mancata”, come Fini mi suggerì di intitolare il libro sulla mia esperienza con lui, quale Capo di Gabinetto, a Palazzo Chigi. Che vorrebbe dire un’occasione “perduta”, come scrisse Angelo Panebianco in quelle tormentate giornate del 2006, alla vigilia delle elezioni che avrebbero visto soccombere il Centrodestra per appena ventiquattromila voti, quando avrebbe potuto vincere per due milioni, come mi disse Francesco Storace, che concordava con la mia analisi delle insufficienze dei governi Berlusconi bis e ter ai quali molti italiani rimproverarono errori e inadempimenti. Mentre la “Cricca” cominciava a organizzarsi.
     Che farà Fini? Qui si vedrà la “sua nobilitate”, cioè la sua capacità di essere uno statista. Gli facciamo credito e ci riserviamo, come sempre, di manifestare le nostre opinioni, sine ira ac studio, lodando o criticando, secondo quel che ci parrà meglio, quanto farà nei prossimi giorni e mesi. E’ così che gli uomini liberi si differenziano dai lacché, dagli yes men, da quella pletora di opportunisti di cui spesso si circondano gli uomini politici, la cui vanità spesso è soddisfatta soprattutto dalla piaggeria dei laudatores, quanto più sono sciocchi e insulsi.
30 luglio 2010

Fini: né tattica né strategia
di Senator

     Fin dai prossimi giorni sarà possibile capire se l’azione di Fini, di contestazione del premier e della maggioranza, su temi significativi del modello di governo Berlusconi, dall’uso continuo dei decreti legge ai maxiemendamenti che espropriano il Parlamento del suo ruolo principe di legislatore, il ricorso reiterato al voto di fiducia nonostante la consistenza della maggioranza, corrisponda ad una strategia o non abbia espresso piuttosto azioni avulse da una visione complessiva dello scenario politico.
     Gianfranco Fini indubbiamente ha condotto una battaglia nella quale crede, che corrisponde alla sua storia, alla storia di quella parte dello schieramento politico che si è tradizionalmente collocata a destra, indipendentemente dalla autenticità della matrice culturale e dai riferimenti ideali al pensiero tradizionale della destra italiana.
     È uscito allo scoperto dopo aver inghiottito tanti rospi nella legislatura 2001-2006, quella dell'”Occasione mancata”, quando ha occupato a Palazzo Chigi la poltrona di Vicepresidente del Consiglio a lungo senza deleghe per trasferirsi poi alla Farnesina, una bella ma inutile vetrina per un leader di partito con “ulteriori” ambizioni. Insomma in quegli anni ha sprecato occasioni e dissipato un patrimonio di valori, quelli cristiani innanzitutto dei quali si era detto difensore nella sede della Convenzione europea, quando aveva rivendicato le “radici cristiane” dell’Europa, da mettere nel preambolo della Costituzione.
     In quegli anni Berlusconi si deve essere fatto l’idea che Fini sia un personaggio politicamente innocuo. Immagine accattivante, buon parlatore, garbato (quando vuole) contraddittore nelle tavole rotonde, interventi televisivi, un’immagine di successo. Anche se di poco contenuto, al di là del ricorrente richiamo alla Patria “terra dei padri”.
    Abilissimo nel captare ciò che vuole la gente che lo ascolta che inevitabilmente soddisfa nell’immediato, tranne poi a chiedersi cosa abbia detto, Fini appare uomo più versato nell’intervento tempestivo su temi che lo possono tenere sulle prime pagine dei giornali uno o due giorni. È tattica? È lecito dubitarne, dal momento che per un uomo politico con evidenti ambizioni di leadership nazionale ogni intervento dovrebbe essere collocato in una visione più ampia rispetto all’iniziativa del giorno. Cioè ogni iniziativa, grande o piccola, dovrebbe essere parte di una strategia, un tassello di un mosaico dai colori certi. Nel senso che la tattica non è, e non può essere, avulsa da un contesto più ampio. La tattica senza strategia è fine a se stessa, non è neppure tattica è solo un’incursione corsara nel mondo politico.
     Ora Fini, al quale tutti abbiamo dato credito per le sue iniziative di richiamo alle regole della democrazia parlamentare, quelle che disturbano molto il Cavaliere-imprenditore, non appare dotato di una visione strategica della politica italiana, ad oggi dominata dalla figura di Silvio Berlusconi. Un uomo che piace a molti, troppi italiani perché anticomunista, ricco e donnaiolo, al quale si perdonano perfino le marachelle che hanno interessato la magistratura. In fin dei conti appare agli occhi della gente un “dritto”, che si fa gli interessi propri e che molti sperano si ricordi anche di quelli degli italiani.
     Fini, che ha ritenuto Mussolini il più grande politico del secolo scorso forse ha pensato che l’appeal di Berlusconi, come quello del Duce, sia tutto sommato fragile in un Paese dove lo sport più diffuso è quello del salto sul carro del vincitore. Sicché gli italiani, in camicia nera fino al 25 luglio 1943, l’hanno cambiata in rossa o bianca il giorno dopo. Gli “ante marcia” (su Roma) si sono presto riconvertiti in antifascisti “da sempre”.
     Così Fini deve aver fiutato che la stella di Berlusconi è destinata a breve a tramontare, vuoi per l’età del premier e per le ricorrenti preoccupazioni di salute, vuoi per le dure misure economiche assunte dal governo in una realtà che fino al giorno prima era stata definita virtuosa, tanto che la crisi era passata. Un annuncio che è stato dato dal premier di tanto in tanto, fino alla vigilia del decreto legge anticrisi, ed al quale gli italiani sono sempre meno disposti a credere.
    Che farà adesso Fini, sfiduciato da Berlusconi in un percorso politico senza ritorno?
     Gli scenari possibili sono quelli di un governo che va avanti ansimando, con l’incubo dell’agguato parlamentare che la pattuglia dei finiani certamente si appresterà a preparare. In queste condizioni il Cavaliere potrebbe essere indotto a provocare una crisi per andare ad elezioni anticipate, una scelta, tuttavia, pericolosa perché potrebbe limare ulteriormente l’attuale maggioranza e restituirgli numeri, alla Camera ed al Senato, molto risicati, da Governo Prodi, con l’effetto di una pratica ingovernabilità.
     Il Cavaliere potrebbe anche scegliere la strada di favorire un esecutivo tecnico in vista di elezioni ad un anno, nel corso del quale potrebbe ricompattare le fila dei suoi. Scelta, tuttavia, pericolosa per chi ha costruito un partito e gruppi parlamentari formati da dipendenti, amici, amici degli amici, senza esperienza politica, personaggi spesso velleitari e disinvolti, facili ad interessare la magistratura.
     Indubbiamente a stare peggio è il Cavaliere, assediato, più che dai giudici, da quella pletora di mezze figure che ha messo in campo, molte delle quali ha costretto ad improbabili difese dell’indifendibile. Non parlo del patetico Bondi, ma di parlamentari come Maurizio Lupi, costretto a deprimenti maratone televisive ed a poco dignitose difese d’ufficio della politica del governo e della maggioranza.
    Non è facile immaginare gli scenari futuri. La storia insegna che può accadere di tutto, ad esempio che i moderati possano trovare un leader nuovo, capace di restituire dignità alla politica italiana e fiducia a questo Paese che ha avuto al vertice delle istituzioni personaggi di elevato senso civico e i grande capacità di governo. Nel momento in cui ricordiamo i centocinquant’anni della storia dell’Italia unita guardando indietro a chi si è auto qualificato il miglior Presidente del Consiglio della storia d’Italia ne troviamo di molti altri dai quali si può imparare se non altro il rispetto della legalità e l’attenzione per le aspettative dei cittadini.
30 luglio 2010

Fini verso la disfatta?
di Senator

     La vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera di oggi è spietata. Una pattumiera il cui coperchio, non completamente chiuso, lascia intravedere materiale vario con in bella mostra una foto di Fini. Il titolo “Finì”, non è nuovo e immagina un possibile scenario, l’uscita dalla  scena politica dell’ex leader di AN, a conclusione della querelle che l’oppone al Cavaliere, sul merito e sul metodo dell’azione politica del Popolo della Libertà.
     A Silvio Berlusconi che, scrive l’ANSA, “mette nero su bianco una dura censura politica contro Gianfranco Fini ed i suoi fedelissimi” il Presidente della Camera lancia, in limine, un ramoscello d’ulivo, un invito alla tregua con l’auspicio di poter confermare, insieme al Cavaliere, l’impegno con gli elettori, senza inutili ”mattanze”.
    Forse siamo fuori tempo massimo. La tregua, se non la pace, sono possibili e gioverebbero al solo Berlusconi, che ne trarrebbe il vantaggio di dimostrare che Fini è venuto a Canossa, che il giovanotto indisciplinato ed effervescente ha, in fine, riconosciuto la sua leadership e torna ad allinearsi, come ha fatto sempre negli anni passati, magari sacrificando qualcuno dei suoi più indisciplinati e riottosi, da Bocchino a Granata, che avevano dimostrato di essere più realisti del re, o meglio più presidenzialisti del presidente, considerata la fede repubblicana dell’ex leader di AN.
     ”Qui sto e qui resto”, dice Fini. E rivendica il ruolo di cofondatore del partito, dimenticando che all’annuncio della sua costituzione aveva detto “siamo alle comiche finali”. Una mossa allora sbagliata, come ha scritto questo giornale, se subito dopo è entrato a farne parte.
     La pace con il Cavaliere è la fine politica di Fini che ha condotto nei mesi scorsi una guerra corsara contro Berlusconi e i berluscones, evidentemente senza avere una strategia politica precisa. Solo tattica, come da abitudine, che non gli consente oggi un agevole riposizionamento nel Pdl, mentre gli preclude ogni rapporto con le varie anime del centro e della sinistra moderata e riformista che sembrava aver curato nei mesi scorsi e che potevano accompagnare una crescita politica tra gli schieramenti, facilitata dalla posizione istituzionale rivestita.
     Perché se Fini avesse voluto, invece, operare nel partito, anche in vista della successione a Berlusconi, avrebbe dovuto scegliere la strada, che avevamo indicato all’indomani delle elezioni, di assumere una posizione forte nel governo, per essere, oltre che confondatore del partito, cogestore dell’esecutivo, con un ruolo di primo piano, non la vetrina sbiadita degli esteri, scelta nella passata legislatura per soddisfare la vanità dell’apparire che tanto gli piace, ma un ministero-che-conta, l’interno, l’economia, la difesa, dove scaldarsi i muscoli per proseguire nella scalata verso Palazzo Chigi o il Quirinale.
     Soprattutto la Difesa, che ha preferito assegnare al modestissimo La Russa, avrebbe dato all’ex leader di AN. quella visibilità internazionale che gli serve, insieme alla possibilità di spargere semi politici virtuosi sul territorio nazionale che può visitare quotidianamente, tra un comando dei Carabinieri, un aeroporto e una base della Marina. Una posizione politica di tutti rispetto, considerato che la Difesa concorre all’ordine pubblico attraverso i Carabinieri e partecipa ai grandi progetti della tecnologia più avanzata nell’informatica e nella meccanica in collegamento con la migliore industria tecnologica del Paese.
     Ha preferito, invece, assumere la terza carica dello Stato, credendo di crescere politicamente per le giuste battaglie sull’abuso dei decreti legge e dei voti di fiducia, senza pensare che quanto cresceva nell’apprezzamento di chi ha senso dello Stato altrettanto scendeva nella considerazione del Cavaliere che, quanto a senso delle istituzioni, è prossimo allo zero.
     Un calcolo sbagliato, quello dell’ex leader di AN, che non si capisce da chi sia consigliato in queste scelte che non tengono conto della realtà della politica italiana e del ruolo del Cavaliere, vero padre-padrone del partito che fa a lui esclusivo riferimento.
     Di fronte alla scelta, se rimanere fuori come Casini o intrupparsi nel nuovo partito, Fini ha scelto l’unica strada per lui possibile, ormai senza partito e senza gregari, ma l’ha fatto nel peggiore dei modi, pensando di poter fare il corsaro della politica con incursioni su temi sensibili, non solo alla gente ma anche al Cavaliere, che li considera cosa sua e non tollera censure.
     Arriviamo al dunque, ad uno scenario che in ogni caso vedrà Fini ridimensionato se non umiliato dallo strapotere del Cavaliere che sperava di erodere da Montecitorio mentre avrebbe dovuto costruire una sorta di diarchia di fatto che, se avesse avuto buoni consiglieri, lo avrebbe portato ad essere oggi una riserva affidabile della Repubblica.
     Una buona dose di presunzione e scarse letture di politica e storia lo costringono oggi in un cul de scac dal quale sarà arduo emergere.
29 luglio 2010

Il malessere nel Pdl
Se il dissenso viene demonizzato
di Senator

     “Stupisce che un partito che porta la “libertà” nel suo nome si esprima con tanta disinvoltura con il linguaggio dell’espulsione, della radiazione, dell’epurazione. Il partito che caccia via chi dissente è leninista, non liberale”. Le parole con le quali Pierluigi Battista ha avviato la sua riflessione su “Dissenso e probiviri”, ieri l’altro, sul Corriere della Sera, delinea in modo non equivoco la situazione nel Popolo della Libertà mentre cresce la tensione intorno alle vicende di corruzione e di malamministrazione che il leader non riesce ad affrontare ma deve subire, come nei casi dei Ministri Scajola e Brancher, condannato stasera dal Tribunale, e del Coordinatore Verdini. D’altra parte per un Ministro, Fitto, è stato richiesto l’arresto e in giro per l’Italia esponenti vari del partito di maggioranza sono inquisiti o sospettati di aver approfittato delle cariche pubbliche a fini privati, personali o di amici e parenti. Con la conseguenza che, agli occhi degli italiani, gran parte della classe politica appare come una consorteria di affaristi, di persone che hanno perseguito cariche per fare affari o per farli fare impunemente, in un’orgia di conflitti d’interesse paurosa.
     È un’immagine della classe dirigente al governo che danneggia le tante persone perbene che sono scese in politica per perseguire obiettivi di interesse generale, che s’impegnano quotidianamente per il bene comune, seriamente.
     Non giova all’immagine della classe politica neppure la polemica alimentata dal premier contro le correnti, definite sbrigativamente “metastasi” della democrazia.
     La presenza di gruppi organizzati all’interno dei partiti, spesso con proprie sedi e pubblicazioni, è stata sempre guardata con sfavore dai capi dei partiti che vi hanno visto una limitazione del loro potere, realtà con le quali fare i conti per continuare a gestire le scelte elettorali e di governo.
     È chiaro che in un sistema politico che ha eliminato il voto di preferenza, dove deputati e senatori sono, in realtà, nominati e non eletti, in dipendenza dalla particolare posizione nella quale sono collocati nell’ambito della lista ad iniziativa dei segretari di partito è evidente che la nascita di una corrente è considerata con grande sfavore, come elemento di disunione che il leader carismatico non può tollerare.
     Ecco, allora, il tentativo di mettere al bando questo o quello che prende iniziative autonome, attiva un dibattito, magari polemico, per affermare una posizione culturale diversa. Così a destra ed a sinistra si cerca di zittire chi dissente. È stato così per Paola Binetti nel Partito Democratico, quando fece mancare il suo voto alla norma sull’omofobia, tocca adesso al “finiano” Fabio Granata, reo di un vero e proprio “delitto d’opinione”, una tesi controversa, certamente discutibile per la quale rischia il deferimento ai probiviri del partito, secondo l’iniziativa assunta da alcuni “colleghi” che non hanno gradito i dubbi manifestati dal parlamentare sulla sincerità di alcune iniziative di lotta alla mafia.
     È pericoloso cercare di tappare la bocca a chi non è perfettamente allineato, un segnale illiberale che potrebbe imbarbarire la vita politica all’interno di partiti nei quali dovrebbe essere assicurato il più ampio confronto, con il limite dell’ingiuria personale e della diffamazione politica o dell’intelligenza con l’avversario politico per far franare una iniziativa politica.
     Non ci piacciono i giudizi sommari, non sono degni del pluralismo che ha sempre caratterizzato la vita politica italiana, che può aver limitato la governabilità del Paese, ma ha certamente arricchito il dibattito politico. La governabilità, la stabilità della maggioranza si perseguono con altri mezzi, con una legge elettorale che assicuri una rappresentanza parlamentare solida al partito o alla coalizione che ottiene il maggior consenso elettorale e con un sistema di pesi e contrappesi che diano rilievo al ruolo delle istituzioni. “Ci si comporta come una fortezza assediata dove il nemico più insidioso è quello “interno” – ha scritto Battista -, additato come il principale responsabile delle difficoltà in cui versa il partito (e il governo). La sindrome dell’accerchiamento trascina sempre con sé l’invocazione del giro di vite, l’illusione che una stretta repressiva abbia un valore pedagogico e scongiuri la diffusione del dissenso”. Considerato che è proprio dei movimenti di grandi dimensioni presentare una varietà di interpretazioni delle esigenze della società, avendo un saldo ancoraggio su alcuni principi di fondo. Purtroppo né il Pdl né il Pd hanno una base ideologica forte, principi etici e giuridici largamente condivisi. In entrambi i casi quei partiti sono nati da aggregazioni occasionali o occasionate di persone e gruppi con storie diverse, spesso distanti anni luce, come i socialisti, i liberali e gli ex Dc aggregati da Berlusconi, i paleo e i post comunisti, i cattolici “di sinistra” ed i radicali messi in campo da Veltroni alla ricerca di un “nuovo” partito che non è mai nato.
     Traballa la maggioranza quando Fini richiama i valori della legalità e dello Stato di diritto, sbanda il Partito Democratico per il quale l’antiberlusconismo non è più un collante sufficiente per fare opposizione. Cioè per presentare agli italiani un programma di governo alternativo. È una regola della democrazia che non abbiamo ancora imparato e che appare sempre più lontana, tra un Berlusconi che continua a ritenersi “prestato” alla politica ed un politico, Bersani, che non riesce ad apparire un credibile futuro Presidente del Consiglio, leader di quel Governo ombra che da sempre anima il dibattito politico al di là della Manica dove, dobbiamo dirlo, è nata e prospera la democrazia liberale, della quale il Cavaliere si riempie la bocca, sempre meno disponibile ad ascoltare la voce di chi dissente, anche, e soprattutto, se è la terza carica dello Stato.
28 luglio 2010

Un magistero “di persuasione”
L’intervento del Capo dello Stato: ragionevole ottimismo
di Salvatore Sfrecola

     L’intervento del Presidente della Repubblica alla cerimonia dell’omaggio del ventaglio da parte della stampa parlamentare è di quelli che continueranno a suggerire commenti. Per cui torno anch’io, non per sottolineare ancora il ruolo di garante dell’equilibrio tra i poteri e di espressione viva dell’unità e della continuità nazionale, di cui ho già detto. Il discorso del Presidente Napolitano, che non ha trascurato nessuno dei temi in discussione (il ddl sulle intercettazioni e la manovra anticrisi) e dei problemi aperti (le nomine del nuovo Ministro dello sviluppo economico, del Presidente della Consob, dei membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura) si caratterizza soprattutto, e nonostante tutto, per una vena ben evidenziata di ottimismo. Non di quello di maniera che abbiamo sentito profondere a piene mani nei mesi scorsi, come se fosse bastato da solo a condizionare l’andamento della crisi economica. Il Capo dello Stato ha tratto lo spunto da alcune recenti intese politiche, come quella sugli emendamenti al ddl sulle intercettazioni all’esame della Camera, per trarne buoni auspici perché il confronto tra maggioranza ed opposizione si avvii su un percorso costruttivo, nell’interesse del Paese.
     Inoltre, mentre emergono, quasi quotidianamente, fatti di corruzione che coinvolgono politici ed esponenti delle amministrazioni, Napolitano non esita a manifestare la convinzione che l’Italia disponga “di validi anticorpi: in primo luogo la capacità di reazione morale dei cittadini, e insieme la vitalità dei principi costituzionali, e dei presidi costituiti dalle leggi ispirate a quei principi e affidati alla preziosa azione della magistratura e delle forze dell’ordine”.
     La fiducia nelle istituzioni è rassicurante e largamente condivisa, come ha rivelato una recente indagine di Renato Mannheimer, sulla quale abbiamo svolto qualche considerazione. A cominciare dal fatto che, evidentemente non a caso, in testa alla graduatoria delle istituzioni nelle quali maggiormente ripongono fiducia gli italiani c’è proprio il Capo dello Stato, a battersela  con Carabinieri e Forze Armate. Un dato che non può essere ignorato e che dice di un popolo che crede nella legalità, che è virtù la quale non ha colore politico, non è di destra o di sinistra, dacché ci sono politici onesti e rispettosi delle leggi ed altri che le aggirano. E questa deve essere la distinzione che conta.
     Il richiamo del Capo dello Stato alla legalità pubblica e privata non è mera espressione retorica cui, del resto, Napolitano ha dimostrato di non indulgere mai. Ha voluto, infatti, ribadire il suo ruolo, quello del quale ho costantemente sottolineato l’importanza, un ruolo “di persuasione” che proviene dall’osservazione dei fatti, nell’ottica della Costituzione e dei suoi principi, di quella funzione di impulso, iniziativa ed influenza, in una parola di moderazione  necessaria per il buon funzionamento di una democrazia parlamentare.
     Immaginiamo per un attimo  un Presidente della Repubblica eletto dal popolo e titolare di poteri di governo.  Ci sarebbe di che preoccuparsi per il futuro della democrazia! La governabilità non passa per il potere assoluto di un uomo o di un partito che assuma l’investitura popolare come fonte unica del suo governo.  Un tema sul quale torneremo. Sempre Costituzione alla mano.
24 luglio 2010

Il ruolo imprescindibile del Capo dello Stato
Napolitano a tutto campo, con equilibrio e determinazione
di Salvatore Sfrecola

     Lo abbiamo detto più volte. Le “esternazioni” del Capo dello Stato, sempre misurate e rispettose della diversità delle opinioni politiche manifestate da maggioranza ed opposizione, sono la migliore dimostrazione dell’importanza del ruolo che la Costituzione ha attribuito al Presidente della Repubblica nel nostro ordinamento. Una forma di  governo parlamentare che si basa su un delicato equilibrio di pesi e contrappesi per impedire la concentrazione di poteri in un unico organo, perché la stabilità della maggioranza non vada a detrimento della tutela della minoranza e dei suoi poteri di controllo, nella prospettiva di una possibile alternanza al potere.
     Uno scenario complesso, dunque, che impone l’esistenza di funzioni neutrali, più esattamente arbitrali, come quelle affidate al Capo dello Stato, cui compete un controllo di costituzionalità dei provvedimenti del Governo ed un limitato ma significativo potere di rinvio delle leggi votate dal Parlamento perché si pronunci nuovamente sugli aspetti che hanno destato le perplessità costituzionali del Presidente.
     Anche la nomina del Presidente del Consiglio corrisponde ad un potere sostanziale che si basa sui risultati delle elezioni parlamentari, in rapporto alla maggioranza uscita dalle urne o, in caso di pluralità di partiti politici ed in assenza di una coalizione che sia maggioranza, di una ragionevole percezione della situazione politica parlamentare.
     In una Repubblica federale, quale risulta dalla riforma del 2001, il ruolo del Capo dello Stato è ancora più importante perché ha il compito di rappresentare la comunità nazionale nella varietà delle espressioni regionali e localistiche. Ciò che Napolitano fa egregiamente, anche in occasione delle sue visite in giro per il Paese.
     Questi richiami al ruolo del Capo dello Stato come delineato in Costituzione dovrebbero far riflettere i fans del presidenzialismo o del semipresidenzialismo variamente aggettivato, un sistema politico istituzionale nel quale sarebbe impossibile una voce autonoma, che richiami certi valori, ad esempio l’importanza del dialogo parlamentare e della funzione di controllo dell’opposizione, che troppo spesso in Italia si tenta di demonizzare, contemporaneamente segnalando le preoccupazioni e le speranze dell’opinione pubblica, in particolare delle famiglie e dei giovani ai quali la politica dovrebbe prestare maggiore attenzione perché in essi sta il futuro del Paese. Può sembrare una frase fatta ma è una realtà che dovrebbe indurre tutti, maggioranza ed opposizione, a riversare ogni cura nella scuola, laddove si formano i cittadini ed i futuri lavoratori, ai vari livelli professionali.
     Andiamo, dunque, all’intervento di Napolitano. Senza prendere parte al dibattito, che non gli compete, nel ruolo di garante obiettivo del dialogo tra le istituzioni, il Presidente ha tratto lo spunto dall’incontro con i giornalisti, in occasione della tradizionale cerimonia di consegna del Ventaglio da parte della Stampa parlamentare, per soffermarsi sui temi che premono, la crisi economica che manifesta qualche timida ripresa, la mancanza di lavoro per i giovani, alcuni adempimenti che tardano nell’agenda di Governo e Parlamento, la nomina del successore di Scajola al Ministero dello sviluppo economico e la scelta dei componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura, in scadenza al 31 luglio.
     L’intervento di Napolitano ha preso le mosse dalle condizioni e dalle prospettive dell’economia, sulle quali giustamente “resta concentrata l’attenzione del paese e dei cittadini”. Aggiungendo che “al di là delle divergenze e delle tensioni manifestatesi sui contenuti del decreto che sta per essere convertito in legge, e anche al fine di tenere aperta la ricerca di risposte a problemi e domande che non hanno trovato sbocco nel confronto finora svoltosi su questo difficile e impegnativo provvedimento, occorre davvero guardare avanti, misurarsi con le sfide del futuro, e farlo con la massima apertura e serietà. Nessun catastrofismo per quel che riguarda l’Italia, ma consapevole realismo nel valutare le attuali tendenze, nei loro aspetti positivi e nei loro limiti, le questioni di fondo e le incognite che restano”.
     Per il Capo dello Stato, “dobbiamo guardare al futuro, e ciò significa in sostanza guardare alla condizione dei giovani, e alle troppe debolezze e strozzature del nostro sistema economico e civile che occorre superare per garantire ai giovani un futuro sostenibile e dinamico. Il punto critico in cui si incrociano le maggiori contraddizioni del nostro sviluppo storico e della fase attuale è quello del livello di inattività nettamente più alto che nella media europea e in ulteriore crescita. Alla ripresa produttiva non corrisponde – e tale fenomeno non è solo italiano – una ripresa dell’occupazione. Da noi, le questioni storiche dell’occupazione e del Mezzogiorno si rispecchiano, esaltate, nella condizione giovanile. Il problema dei giovani non impegnati né in un lavoro né in un percorso di studio o di formazione, è oggi il problema numero uno se si guarda al futuro dell’Italia”.
     Il Presidente Napolitano ha quindi fatto riferimento alla discussione che ha preso corpo in queste settimane sulla stampa, circa il compito cui la politica dovrebbe assolvere, di suggerire una visione e una prospettiva per il futuro del Paese: “Penso che le sollecitazioni in questo senso vadano raccolte seriamente, e auspico che nel confronto emergano anche visioni diverse, rappresentative sul piano politico delle attuali forze di maggioranza e delle attuali forze di opposizione, non sottraendosi queste ultime alla prova e alla responsabilità a cui sono chiamate in un quadro di feconda competizione come quello che dovrebbe caratterizzare una democrazia dell’alternanza”.
     Il Capo dello Stato ha, quindi, sottolineato la necessità “se ci si impegna in un confronto di fondo sul futuro del paese, partendo dallo spessore e dalla complessità dei problemi da affrontare e riconoscendo che si impongono scelte di medio e lungo periodo? di un’ampia condivisione su grandi obbiettivi e su grandi linee d’intervento. Non c’è spazio – ha aggiunto – per autosufficienze ed esclusivismi né per contrapposizioni totali: convincersi di ciò e trarne le conseguenze, è quel che mi sta a cuore e che sollecito, mentre non mi interessano scenari politici ipotetici di nessuna specie”.
     Del confronto aperto e lungimirante, auspicato dal Capo dello Stato nell’interesse generale, “è condizione il corretto funzionamento delle istituzioni e dei rapporti tra le istituzioni. L’istituzione governo non può ormai sottrarsi a decisioni dovute, come quella della nomina di un titolare del Ministero dello sviluppo economico o del Presidente di un importante organo di garanzia quale la Consob. Penso in pari tempo soprattutto all’istituzione Parlamento, e ai rapporti tra governo e Parlamento. E’ di cruciale importanza che questi rapporti si dispieghino in modo da consentire il più attento vaglio delle soluzioni legislative da adottare, specie quando si tratti di problemi particolarmente complessi. In tali casi, il tempo che può prendere l’esame di un provvedimento da parte delle Camere, anche attraverso laboriosi approfondimenti e ripensamenti, non deve considerarsi qualcosa di abnorme, uno spreco, un segno di disfunzione”.
     Non deve, dunque, stupire che la definizione di una nuova legge in materia di intercettazioni abbia richiesto un tempo non breve e un percorso faticoso: “Non c’è da stupirsene – ha rilevato Napolitano – perché si trattava di bilanciare tra loro diversi valori e diritti, tutti egualmente riconosciuti in Costituzione”. Nel richiamarli – sicurezza dei cittadini ed esercizio della funzione giurisdizionale; libertà di stampa e di informazione; rispetto della riservatezza e della dignità delle persone – il Presidente ha sottolineato che “nessuno di questi valori e diritti può mai essere invocato contro gli altri. Occorre definirne il miglior bilanciamento possibile, che è funzione delicata ed essenziale innanzitutto del legislatore, cioè del Parlamento, restando eventualmente in ultima istanza alla Corte Costituzionale l’apprezzamento del rispetto degli indirizzi e dei vincoli posti nella Carta. Questo è stato lo sforzo compiuto e ancora in atto a proposito della legge in materia di intercettazioni, e non si può che apprezzarlo, dandone merito e non demerito alla dialettica parlamentare, che ha rispecchiato e teso a comporre anche molteplici contrasti emersi nell’opinione pubblica e nel paese”.
     Il ruolo del Presidente della Repubblica nella vicenda della controversa legge “è risultato, io credo, più che mai chiaro nel rispetto delle attribuzioni e dei limiti sanciti in Costituzione. Nessuna interferenza nella dialettica politica tra gli opposti schieramenti e all’interno di essi ; e nessuna interferenza nell’attività del Parlamento, che rappresenta la sovranità popolare nell’esercizio della funzione legislativa, fatta salva la facoltà del Presidente di cui all’articolo 74 della Carta. Il mio è piuttosto un impegno a valorizzare sempre il profilo e i poteri del Parlamento come istituzione “cardine” della democrazia repubblicana. L’invito a un ampio ascolto dell’opinione pubblica, delle forze sociali, del “paese reale” e alle convergenze o all’avvicinamento delle posizioni, in Parlamento, su scelte di più rilevante portata e valenza, è un dovere che sento come proprio del Presidente della Repubblica quale lo vollero i Costituenti, definendolo “magistrato di persuasione”, chiamato a “rappresentare e impersonare l’unità e la continuità nazionale”.
     Il Capo dello Stato si ripromette “di affrontare altri rilevanti fatti e temi di attualità nell’incontro con gli uscenti e gli entranti del Consiglio Superiore della Magistratura – incontro che avrò entro la fine del mese, essendo certo che il Parlamento stia per procedere alla dovuta elezione dei componenti “laici” del Consiglio”. L’invito conclusivo, rivolto a quanti seguono le vicende della politica e delle istituzioni con ben comprensibile turbamento e preoccupazione, “è a compiere uno sforzo di pacata e matura riflessione. Ci indigna ed allarma l’emergere di fenomeni di corruzione e di trame inquinanti, anche ad opera di squallide consorterie, ma la nostra democrazia, e vorrei dire la collettività nazionale, dispone di validi anticorpi: in primo luogo la capacità di reazione morale dei cittadini, e insieme la vitalità dei principi costituzionali, e dei presidi costituiti dalle leggi ispirate a quei principi e affidati alla preziosa azione della magistratura e delle forze dell’ordine. Si deve intervenire senza alcuna incertezza o reticenza su ogni inquinamento o deviazione nella vita pubblica e nei comportamenti di organi dello Stato: ma senza cedere a nessun giuoco al massacro tra le istituzioni e nelle istituzioni”.
24 luglio 2010 

Motociclette con licenza di parcheggio
Maleducazione privata e inefficienza pubblica
di Marco Aurelio

     Licenza di parcheggio per motorini e motociclette. Ovunque, sui marciapiede, anche dove non c’è l’indicazione del parcheggio, sulle strisce blu e bianche. Per traverso in modo da occupare lo spazio di un’auto. Senza tuttavia pagare neppure un centesimo.
     E’ un problema di maleducazione, certamente. Ma anche di insipienza dell’Autorità capitolina che consente che le aree a pagamento siano occupate da mezzi che non pagano il parcheggio.
     E’ la solita politica populista che da una parte regola, dall’altra consente che la regola sia aggirata o platealmente violata.
     Un appello al Sindaco Alemanno? Inutile per definizione. Il primo cittadino della Capitale è in tutt’altre faccende affaccendato. Basta pensare che ha esordito liberalizzando il parcheggio ovunque a Roma, avendo esteso all’intera città una sentenza del TAR Lazio che si riferiva ad un solo quartiere, anzi ad alcune strade di un quartiere.
     Il traffico è il primo problema della capitale. Nel traffico si perde tempo prezioso per il lavoro e la vita, nel traffico si consuma un inquinamento che si percepisce visivamente, rappresentata da quella coltre  tra il giallo ed il grigio che incombe sulla Città, che è possibile “ammirare” dai castelli.
     I Sindaci passano, i problemi restano. Non c’è un piano per decongestionare Roma dalle centinaia di migliaia di automobili che ogni giorno scendono dalle città e dai paesi dell’hinterland. Non ci sono più i vecchi trenini “de li Castelli, diciamo romani”, non sono state realizzate linee ferroviarie nuove o metropolitane di superfici. Il dio petrolio domina ancora la logica della gestione del territorio.
     Intanto maleducazione ed insipienza riducono gli spazi destinati al parcheggio. Nessuno interviene. Il Sindaco mica deve cercare parcheggio. Lui viaggia in auto blu!
22 luglio 2010

A proposito del d.d.l. sulle intercettazioni
Fini – Berlusconi: 1 a 0 e palla al centro
di Senator

     Dopo l’esibizione di Silvio Berlusconi, ieri, a Milanello, usiamo un linguaggio calcistico per spiegare che il Cavaliere ha tirato troppo la corda fino a farla spezzare E così, Gianfranco Fini, che sembrava in difficoltà, attaccato a fondo dai Berluscones  in modo spesso volgare, ha occupato la scena e probabilmente la terrà a lungo. Con sicurezza, senza perdere l’aplomb che gli è consueto, stile Presidente della Camera, quale, infatti, è.
     Così l’ex leader di Alleanza Nazionale sul cui futuro politico, solo ieri, non avremmo scommesso più di un  centesimo, certi di perderlo, si ritrova al centro del dibattito politico. Ha vinto senza stravincere, come piace a lui. Costringendo il Governo a trovare un’ipotesi di compromesso capace di coagulare vasti consensi, anche a sinistra, anche se qualcuno del PD continuerà a strillare, anche se Di Pietro non ci sta.
     Ha ragione il leader dell’Italia dei Valori sul piano tecnico nel richiedere più ampie possibilità d’indagine per i magistrati. Ma la maggioranza c’è e Berlusconi dovrà masticare amaro.
     Lo ha riassunto da par suo Giannelli, oggi, sul Corriere della Sera, Dove c’è un Berlusconi palesemente irritato che telefona alla Presidente della Commissione Giustizia della Camera, finiana di ferro. “Buongiorno Giulia”, esordisce il Premier. “Buonanotte Silvio” è la risposta. Una sintesi perfetta della giornata del Premier.
     Ritorna al centro Fini e forse non solo in senso metaforico. Il leader di AN che sul finire della legislatura 2001 – 2006 si scoprì laico e radicale di destra, un po’ anticlericale, dopo essere stato coccolato da ambienti ecclesiastici accettandone le attenzioni, potrebbe tornare a Canossa, sia pure per convenienza, tipo “Parigi val bene una Messa” per agganciare l’amico Casini in vista di una coalizione più vasta, forse nella prospettiva di salire al Quirinale. Un alloggio più compatibile con le attitudini di Fini, che non ama impegnarsi nella gestione, che al Governo ha preferito fare il Vicepresidente a lungo senza deleghe (solo, e per un po’, la responsabilità del Dipartimento antidroga) e poi il Ministro degli esteri, per passare nel 2008 a presiedere Montecitorio. Tutti incarichi di facciata, poco impegnativi ma molto appariscenti, anche se non portano voti.
     Al centro potrà continuare ad ambire a trasferirsi sul Colle più alto. Potrebbe trovare i consensi necessari, un po’ a sinistra, un po’ a destra, anche perché, nel dopo Berlusconi, molti preferiranno tenerlo lontano.
21 luglio 2010

Dopo la chiusura del quartiere di Milano
per sospetto inquinamento di una falda acquifera
L’acqua, bene fondamentale ma trascurato
di Salvatore Sfrecola

     La notizia è di quelle che fanno veramente male alla pancia. Non solo in senso figurato. Perché dopo il sequestro del cantiere di Rogoredo disposto dalla magistratura milanese la gente ha paura di bere l’acqua di casa nel quartiere di Santa Giulia, periferia Sud-Est di Milano. “Concentrazioni notevolmente superiori ai limite di legge” di sostanze pericolose per l’uomo, in quanto cancerogene e pericolose sta scritto nella documentazione  in possesso del P.M., fornita dall’Agenzia regionale per l’ambiente e dal Nucleo ambiente della Polizia Municipale.
     Le notizie si ricorrono e diffondono il panico tra la gente, anche perché è chiaro che quel che è avvenuto è stato possibile grazie a inadempienze delle autorità che avrebbero dovuto verificare e controllare lo stato delle acque ed adesso non possono intervenire in funzione di risanamento perché non hanno risorse.
     Quanti sono i csi d’inquinamento delle acque in giro per l’Italia? Quante discariche abusive di rifiuti tossici hanno inquinato le falde, a partire da quelle più superficiali dalle quali si attingono le acque che irrorano i campi dove si producono frutta e verdura che viene sulle nostre mense?
     Il tema è di quelli che dovrebbero aprire l’agenda dei governati ai vari livelli di responsabilità. L’acqua è un bene primario, per uomini ed animali, tutelato da sempre nei paesi civili. A Roma e nell’impero cinese chi avesse inquinato o danneggiato falde acquifere rischiava seriamente la testa, senza che intervenissero amnistie o indulti.
     Da noi, non si sa niente delle inchieste che negli anni sono state aperte dalla magistratura e dalla varie amministrazioni, statali e regionali, interessate. È un problema serio, ci sono ipotesi attendibili di danni alla salute e c’è un danno all’immagine immenso in un Paese che vive di turismo.
     Chiediamo alle autorità di intervenire, di assumere una iniziativa seria per fare la mappatura delle falde e verificare lo stato dei luoghi sospetti d’inquinamento. Il fatto è che la classe politica, tutta e da anni, non sembra interessata a queste problematiche. La”politica del taglio del nastro”, come è stata definita, impone a ministri ed assessori che si occupano di ambiente e lavori pubblici di mettere in cantiere opere che hanno un immediato riscontro nell’opinione pubblica. Così è meglio inaugurare qualche manufatto, anche di scarso rilievo, che condurre una bonifica delle falde. Il manufatto si vede, tanto che spesso viene inaugurato più volte per dare soddisfazione al politico di turno, mentre il monitoraggio e la manutenzione degli impianti idrici e delle fonti di approvvigionamento sono attività poco appariscenti per quanto molto importanti.
     Così le falde restano a rischio, gli acquedotti perdono mediamente oltre il 50 per cento della loro portata ma la classe politica è distratta da beghe interne agli schieramenti o da questioni che hanno a che fare con posizioni politiche che poco interessano la gente. Come nella vicenda delle intercettazioni, sbandierata come legge di civiltà, a tutela della gente, mentre è evidente che il quisque de populo non ha nessuna preoccupazione per la riservatezza delle proprie conversazioni che, invece, preoccupano imprenditori e politici, laddove si annidano concussori, corrotti e corruttori.
     Così il Parlamento italiano dedica gran parte dei suo tempo a questioni che non interessano la gente, che è più preoccupata dalla microcriminalità con la quale deve confrontarsi ogni giorno anziché con dalla grande criminalità internazionale, dai faccendieri e dagli speculatori, che teme per la propria salute nell’eventualità di un ricovero, specie in alcune regioni, e vorrebbe bere dell’acqua batteriologicamente indenne. Non mi sembra una pretesa eccessiva. E’ il minimo della civiltà.
21 luglio 2010

Malasanità, una vergogna italiana
di Salvatore Sfrecola

     Non è la prima volta che, a causa di reparti chiusi e ambulanze che non arrivano, qualcuno muore, spesso un neonato che non è possibile curare adeguatamente secondo le tecniche di un paese civile. Accade quasi sempre in Italia meridionale, più spesso in Calabria,.
     Nessuno chiede scusa, nessuno si vergogna, nessuno viene cacciato. Nessuno paga. Eppure ci sarà qualcuno che avrebbe dovuto assicurare un servizio adeguato per fronteggiare l’emergenza, per far sì che il diritto sacrosanto alle ferie non sia pagato in termini di vite umane, dai più deboli, da coloro che non possono difendersi, che sono “nelle mani” di amministratori, medici ed infermieri distratti, incapaci di assicurare un servizio essenziale come quello della salute, che attiene ad un diritto fondamentale dell’uomo.
     Non ci stupiamo più. In pochi, pochissimi abbiamo ancora la forza di indignarci e di protestare, di gridare alto e forte che questo Paese con la sua storia di civiltà di almeno tre millenni non può assistere inerte a questa vergogna sulla quale l’autorità politica, se degna di questo nome, deve intervenire immediatamente, che la Giustizia anche nei casi di malasanità non può arrivare con anni di ritardo, magari per accertare che il reato per il quale qualcuno è perseguito è prescritto.
     Che tristezza, che vergogna! Com’è possibile che solo in Italia, che il Presidente del Consiglio vorrebbe “digitalizzata”, non si sappia dov’è un’ambulanza né in quale ospedale sia predisposta la sala operatoria per l’emergenza, dove si trovi il letto disponibile. Così può accadere che, dopo un pellegrinaggio da un ospedale ad un altro, visitati senza sapere se fossero in condizioni di accogliere il malato o di operare un infortunato, il paziente muore nel terzo o nel quarto nosocomio. Ma ricordo un caso in cui l’ambulanza aveva visitato ben nove ospedali prima che l’infortunato morisse.
     E’ un problema di conoscenza e di coordinamento delle strutture sanitarie che molti dei nostri ragazzi, avvezzi all’uso del computer, saprebbero risolvere rapidamente, con un programmino condiviso in rete, almeno a livello regionale.
     Eppure nello spreco immane della sanità non si trovano alcune centinaia di migliaia di euro per mettere su un sistema integrato d’informazioni per cui l’ambulanza che preleva l’infortunato va diretta all’ospedale che dispone della sala operatoria e della equipe adatta all’esigenza, senza un inutile vagabondare.
     A questo proposito, che fine ha fatto il progetto del numero unico delle emergenze, richiesto dall’Europa ed attuato dovunque?  Perfino in Turchia. Giorni fa in televisione, al telegiornale, è stata inquadrata un’ambulanza della Mezzaluna Rossa sulla cui fiancata campeggiava il 112, il numero europeo delle emergenze. Un’esigenza improcrastinabile eppure da anni in fase di progetto, con qualche tentativo di sperimentazione. Pare sia attuata solo in provincia di Varese.
20 luglio 2010

L’Italia degli scandali: sprechi e corruzione
C’è una questione morale ineludibile
di Senator

     “Quando si è ai vertici dello Stato o di un partito bisognerebbe stare attenti a chi si frequenta. Insomma, io ci penserei bene prima di andare a cena con Carboni…”. Pierferdinando Casini, leader dell’Udc, commenta così le ultime novità sull’inchiesta sull’eolico. “I giudici devono fare il loro lavoro – aggiunge – e saranno loro a spiegarci se la P3 è una cosa seria o una buffonata”.
     È una riflessione sulla “questione morale” che agita il Paese perché la maggioranza ed il suo leader, Silvio Berlusconi, non sembra capace dio mettere fuori del partito e del governo, magari solo sospendendoli in attesa della conclusione delle indagini, personaggi fortemente sospettati di azioni illecite o comunque di comportamenti che screditano la politica, che si difendono con argomentazioni che fanno acqua da tutte le parti, quando non offendono la stessa intelligenza degli italiani, come nel caso di Scajola, a proposito della casa che continuava a sostenere di aver acquistato per poche centinaia di migliaia di euro.
Il fatto è, come messo in risalto da Casini, ma come ritiene la maggior parte degli italiani che i politici che si avventurano nell’agone chiedendo il voto della gente debbono circondarsi di persone di ineccepibile moralità e soprattutto capaci di rispettare le leggi e di non profittare del denaro pubblico, per se stessi e per gli amici.
     Il senso della legalità, il rispetto per la res pubblica è purtroppo merce sempre più rara.
     E se è umanamente “comprensibile – come ha scritto Massimo Franco sul Corriere della sera del 13 luglio – la tentazione del centrodestra di reagire all’inchiesta che riguarda il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, facendo quadrato. Corrobora la tesi del complotto antigovernativo della magistratura. Serve a serrare i ranghi, a costo di additare i dubbiosi come sabotatori, assimilabili agli avversari. Eppure, vicende del recente passato hanno reso applicabile al centrodestra la massima che l’ex premier Giulio Andreotti aveva dedicato ai «quadrati» che la Dc costruiva per difendere i suoi uomini sotto accusa: alla fine, al quadrato mancava sempre un lato. Il lato mancante dipendeva dalla spregiudicatezza politica di chi contava sulle disgrazie altrui; ma anche dal fatto che alcuni personaggi erano indifendibili”.
     Archiviati i tempio in cui “la moglie di Cesare” non poteva neppure essere sospettata e, quindi, innocente rimossa dal talamo del massimo erede della Gens Iulia, questa classe politica sembra prediligere, nel reclutamento, personaggi disinvolti, pronti a tutto che sembrano considerare il potere, ai vari livelli di governo, come il mezzo per arricchirsi ed arricchire gli amici della cordata o della “cricca”.
     Questo è assolutamente inaccettabile. Gli affaristi facciano gli affari, non gli uomini di governo.
     La difesa disperata del Premier deriva dal fatto che, da imprenditore, ha iniziato la sua avventura politica reclutando nel suo ambiente e nei settori contermini mettendo in campo persone che non hanno senso dello Stato, anzi sono stati abituati a disprezzare il potere pubblico quello che la Costituzione vuole sia esercitato nel rispetto delle regole del “buon andamento e dell’imparzialità”, come si esprime l’articolo 97 della Carta fondamentale. Naturalmente questi personaggi, che ho definito “disinvolti” sono, a loro volta, legati ad altri, ai professionisti dell’evasione fiscale, del riciclaggio di denaro di dubbia provenienza, magari solo perché guadagnato o acquisito “in nero”, della costituzione di capitali all’estero, che poi qualcuno si preoccuperà di far rientrare a condizioni di favore e soprattutto legittimandoli, della corruzione dei pubblici ufficiali, delle opere pubbliche realizzate a costi esorbitanti e non a regola d’arte.
     Con questa gente il Cavaliere non va da nessuna parte e se non alleggerisce il partito e il governo dai sospettati finirà per essere trascinato in basso nella considerazione della gente. Che magari accetta e, probabilmente, invidia il Presidente donnaiolo e straordinariamente ricco, senza chiedersi nulla sul conflitto d’interessi che naturalmente insorge ad ogni decisione politica che abbia riflessi economici e fiscali sul mondo delle imprese dove operano anche le aziende del Presidente, ma che non sarà disposto a lungo ad accettare che le opere pubbliche continuino ad essere realizzate in un tempo dieci volte superiore al previsto ed al costi ancora maggiori. Soprattutto quando questo accade per mancanza dei controlli e per effetto della corruzione.
     Dalle stelle alle stalle, di personaggi rovinosamente caduti la storia ne ha visti tanti.
     “E alla fine – conclude l’editoriale di Franco, ricordato poc’anzi – il lato mancante potrebbe essere un elettorato che appena due anni fa ha consegnato il Paese al centrodestra”.
18 luglio 2010

Ma Bossi dice no all’ingresso dell’UDC nel governo
Casini e le sirene del Cavaliere.
di Senator

     Consapevole della precarietà della sua maggioranza che ad onta dei numeri deve ricorrere, per ogni provvedimento legislativo di una certa importanza, ai maxiemendamenti poi blindati con voti di fiducia, preoccupato della fronda finiana, il Cavaliere corteggia Casini per farne la ruota di scorta se in Parlamento nell’ipotesi che i seguaci del Presidente della Camera siano costretti a lasciare il Partito.
    Così, in una cena nella bella abitazione di  Bruno Vespa nel centro storico di Roma, affittata da Propaganda Fide, si ritrova intorno al tavolo con il Presidente dell’UDC, il Cardinal Bertone, Mario Draghi e l’immancabile Letta, per cercare di portare convincere Pierferdinando Casini ad entrare, se non altro nella maggioranza.
     Il leader dell’UDC smentisce, ma è evidente che Berlusconi deve aver offerto posti di governo, cercando di ricucire, superando  un contrasto che alla vigilia delle elezioni del 2008 è stato sottolineato da parole grosse del Cavaliere verso l’ex alleato che ha voluto correre da solo e che poi non ha aderito alla nuova formazione nata su un predellino in piazza San Babila a Milano. Un’iniziativa nata male, sostanzialmente imposta all’alleato Fini che, all’indomani dell’annuncio, se ne uscì con una dichiarazione che l’inquilino di Palazzo Grazioli non ha mai dimenticato. “siamo alle comiche finali”, a dimostrazione del disappunto per non essere stato per tempo messo a parte dell’iniziativa. Anche se di lì a poco ha accettato di essere cofondatore del Partito.
     Casini, dunque, corre da solo, una scelta vincente che gli ha riconosciuto quella autonomia di pensiero e di azione che Berlusconi non tollera nel partito. Si è fatto contare, ha stretto alleanze, ora a destra ora a sinistra, secondo le situazioni politiche e gli interlocutori sul territorio nelle regioni, nelle province e nei comuni. Ha infoltito le sue schiere con l’ingresso di transfughi del Partito Democratico (Binetti, Lusetti, ecc.). Quella dell’UDC è una forza che ha una dignitosa posizione politica in virtù dei valori ai quali si ispira, religiosi e civili, come dimostra la posizione assunta in tema di intercettazioni richiamando la maggioranza a considerare l’utilità di tale mezzo investigativo per l’individuazione dei reati che destano maggiore allarme sociale.
     Butterà a mare tutto questo casini per un posto di governo ed un paio di sottosegretariati? Deluderebbe molti, troppi tra quanti hanno creduto in lui e tra coloro che sono ancora nel guado, ancora incerti non sul se ma sul quando uscire dal PD per un ritorno nella casa del centro, da ricostruire  ma certo nel cuore di molti.
     E’ dura, per il Cavaliere, la ricerca di una entente cordiale con l’UDC, subito respinta da Bossi. “O lui o noi”, ha tuonato il leader della Lega, anche se il giornale di famiglia fa intendere che l’ultimatum, in realtà, non è tale. Riportare Casini nel Centrodestra non è facile. Pierferdinando è un “vecchio”  democristiano con i pregi ed i difetti di questo grande partito che ha riunito nel dopoguerra i moderati italiani d’ispirazione cattolica, tradizionalisti con spiccata vocazione sociale, da De Gasperi a Fanfani, da Vanoni a Segni, personalità che hanno saputo dialogare con le forze progressiste quanto con quelle liberali, riuscendo a mediare nell’interesse delle classi uscite più disagiate dalla guerra per portarle a raggiungere condizioni di benessere prima mai conosciute.
     Erede di questa esperienza democratica Casini diffida del Cavaliere, della matrice socialista e radicale che permea di se la maggioranza, rozzamente laica anche se opportunisticamente ossequiosa nei confronti della Chiesa e del Romano Pontefice, secondo l’esempio del Cavaliere che certo non razzola come predica e come vorrebbe apparire.
     Casini è molto più vicino a Fini, accomunato dall’età e dalla provenienza geografica, ma anche da un minimum ideologico, da individuare nei riferimenti al pensiero moderato, un po’ tradizionalista un po’ innovatore, al senso dello Stato, alle regole della legalità, come dimostra le posizioni coincidenti prese dai due in materia di intercettazioni. Li distingue, tuttavia, e non è poco, il riferimento all’insegnamento della Chiesa, che per Casini è costante, e che Fini respinge decisamente dopo lo “strappo” del “no” al referendum sulla procreazione assistita ,  ed il rifiuto di portare in Consiglio dei Ministri il disegno di legge, da lui stesso richiesto ai suoi collaboratori tra il 2004 e il 2006, che dettava norme per uno statuto dei diritti della famiglia. Richiesto anche da Buttiglione allora Ministro per i beni e le attività culturali al quale l’allora Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli esteri non volle dare il testo. Per completezza va detto che il “tradimento” di Fini  sulla famiglia ed il rifiuto di Maroni, Ministro del lavoro, di darsene carico, in ciò indotto dalla miopia politica di alcuni dei suoi collaboratori che ritenevano lo studio commesso da Fini un’intrusione nelle competenze del Ministero di Via Veneto, sono stati alla base della sconfitta elettorale del 2006. Quando la maggioranza di Centrodestra perse per poco più di ventiquattromila voti, “quando avremmo potuto vincere per due milioni”, secondo Francesco Storace.
     Casini al centro del Centro, dunque, con prospettiva di crescere non può cedere alle lusinghe di un Cavaliere dall’incerto avvenire, mentre i suoi del PdL già gettano i dadi per dividersi le spoglie.
11 luglio 2010

Stampa: libertà, non licenza
di Editor

     Tra venerdì e sabato giornali e telegiornali si sono negati agli italiani. Lo hanno fatto per protestare contro le limitazioni alla libertà d’informazione contenute nel disegno di legge sulle intercettazioni, la “legge bavaglio” com’è stata definita. Una gravissima lesione del diritto fondamentale delle democrazie liberali, quello di informare i cittadini di tutto ciò che avviene, anche delle vicende giudiziarie che hanno una rilevanza pubblica.
     Ecco, appunto, il discrimine tra lecito e illecito nelle informazioni, tra libertà e licenza. Un limite spesso valicato, al punto  che il Premier e la sua maggioranza, che in realtà mirano soprattutto a tagliare le unghie agli investigatori, hanno costruito una legge affermando di voler difendere il diritto primario degli italiani alla riservatezza della loro vita, delle loro relazioni.
     Difendiamo la privacy è il messaggio che gli uomini del Cavaliere in Parlamento e sulla stampa continuano a diffondere e citano articoli di stampa nei quali sono sbattute in prima pagina conversazioni che non sembrano avere nulla a che fare con le indagini su fatti di concussione e corruzione, perché attengono a vicende personali, spesso di sesso, nelle varie versioni che conosciamo dai mezzi d’informazione.
     Qui l’appello, più che alla privacy, dev’essere al buon gusto e al rispetto delle persone che va in ogni caso difeso, ma quelle informazioni “anomale” non devono essere pretesto per limitare le indagini giudiziarie come si vorrebbe fare. Le cronache giudiziarie insegnano, infatti, che alcune vicende “personali”, come alcune storie di sesso, e i “vizietti” di cui si parla sono, in realtà, momenti spesso essenziali nell’ambito dei fenomeni corruttivi, in quanto strumento di ricatto nei confronti di personalità del mondo politico e imprenditoriale umanamente fragili per talune loro “tendenze”.
     E’ noto, ad esempio, che,  in tutto il mondo, i servizi di sicurezza prendono buona nota di quel che fanno nella vita privataalcune personalità della politica e dell’amministrazione  per proteggerli da eventuali ricatti che, in alcuni casi, potrebbero mettere a rischio la stessa sicurezza della nazione, come nel caso del cosiddetto “scandalo Profumo” che in Gran Bretagna mise fine alla carriera politica di un brillante politico conservatore, astro nascente del partito Tory, Ministro della difesa, il quale aveva avuto la debolezza di accompagnarsi ad una modella, Cristine Keeler, che condivideva il letto con l’addetto militare sovietico a Londra, Evidente la preoccupazione dell’intelligence britannica e le ragioni della fine politica di Profumo.
     Tornando ai fatti di casa nostra, la misura nella divulgazione delle notizie private è espressione della deontologia professionale del cronista che a volte deve saper resistere allo scoop, così come i direttori dei giornali devono capire che la pubblicazione della notizia privata, irrilevante per le indagini, è solo espressione di una pruderie, per cui  la sua omissione non è notizia “bucata”.
     Ugualmente la magistratura deve essere severissima in caso di violazione del segreto investigativo.
    Più facile a dirsi che a farsi, ovviamente, ma tra questi paletti sta la libertà di stampa e la correttezza dell’informazione. Tutti abbiamo il dovere di provarci con il desiderio di riuscirci.
     Speriamo che gli italiani i quali hanno trovato nelle edicole  solo i giornali “di famiglia”, ricchi di pubblicità, capiscano che c’è un  pericolo libertà di stampa, segnali preoccupanti che vanno immediatamente colti prima che sia troppo tardi. Già la riduzione della pubblicità sulla carta stampata, con incremento di quella sulle TV del Cavaliere (quale imprenditore può resistere alle lusinghe del potere!), dice che è in pericolo la pluralità dell’informazione. Un valore sul quale si fonda quella democrazia liberale della quale tanti si riempiono la bocca dimostrando, poi, nei fatti di essere intrinsecamente illiberali.
11 luglio 2010

Qualche considerazione su una rilevazione di Renato Mannheimer
Come cambia la fiducia degli italiani nelle istituzioni
di Salvatore Sfrecola

     Carabinieri, Forze Armate, Capo dello Stato in testa alla graduatoria delle istituzioni più amate, rispettivamente dell’83, 81 e 78 per cento degli italiani. L’Osservatorio di Renato Mannheimer sul Corriere della sera del 6 luglio merita alcune considerazioni. Perché in un Paese scosso da una crisi economica che fa chiudere imprese medie e piccole, con conseguente riduzione dei posti di lavoro, la gente riversa la propria attenzione su ciò che ritiene espressione di valori quali la legalità. Perché Carabinieri, Forze Armate e Presidente della Repubblica evocano un presidio certo, una sponda sicura proprio in un settore che è guardato come elemento di stabilità nell’incertezza della politica, troppo spesso contaminata da interessi privati se non da veri r propri illeciti. Le avventure della “Cricca” dicono, infatti, non solo di favori e guadagni personali incompatibili con i ruolo politici e amministrativi rivestiti, ma anche degli effetti sui lavori e sulle forniture inutili o costati più del giusto. Ciò che indigna più il cittadino contribuente che si sente frodato personalmente perché il denaro che ha messo a disposizione dello Stato con proprio personale sacrificio è sperperato, non è gestito con quella oculatezza che si richiede la buon padre di famiglia, come si legge nei libri di diritto per indicare una virtù antica, comune al pubblico come al privato, soprattutto se gestore di beni altrui.
     La classe politica dovrebbe meditare su queste rilevazioni sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni. Non lo farà, come non lo ha mai fatto, perché l’arroganza dei parvenu del potere   non conosce limiti, ignora quell’umiltà che dovrebbe essere espressione del servizio alla Comunità per cui un soggetto si mette in gioco per il bene comune.
     Allo stesso modo le istituzioni che seguono nella graduatoria della  fiducia degli italiani, la Magistratura, la Scuola, la Chiesa cattolica  (60, 60, 57 per cento) dovrebbero meditare su questo minore consenso che evidentemente risente degli effetti di una insufficiente capacità di dare risposte alla società rispetto alla missione di ciascuna di esse.
     L’analisi che s’impone deve essere serena ma severa, direi impietosa perché per invertire la tendenza e recuperare credibilità, di questo si tratta, è necessario che l’opinione pubblica percepisca che le cose sono cambiate, che le istituzioni si sono lasciate alle spalle insufficienze ed errori con pubblica rinuncia a posizioni autoreferenziali, di chiusura rispetto alle aspettative della gente. Che per la Magistratura sono processi brevi e sentenze comprensibili, per la Scuola un recupero di efficienza, per la Chiesa cattolica l’austerità dei costumi e la capacità di testimoniare la fede in Dio e nell’insegnamento del Vangelo.
     La Magistratura, in primo luogo, deve scindere le proprie responsabilità da quelle della classe politica che fa le leggi, identifica i reati ed i diritti delle persone tutelabili dinanzi ai giudici e definisce i tempi dei processi non solo attraverso le regole ma anche mettendo a disposizione dei tribunali i mezzi e gli uomini necessari. Per essere credibili, tuttavia, i magistrati devono fare fino in fondo il proprio dovere in modo da soddisfare, per la parte che compete a giudici e Pubblici ministeri, le aspettative della gente, di coloro che attendono giustizia. C’è bisogno, dunque, di un confronto continuo con il mondo variegato del diritto, con l’Università e con il Foro e la classe politica perché le riforme siano effettivamente dirette a soddisfare le esigenze di giustizia che provengono dalla comunità.
     La Scuola, ai vari livelli dell’istruzione, misura il grado di civiltà di un popolo, la sua capacità di attuare percorsi culturali che proiettino il grande patrimonio delle scienze, anche umane, che ci proviene dal passato verso l’innovazione in un confronto permanente con le esperienze dei paesi più evoluti per confermare o correggere gli indirizzi formativi in atto.
     L’Italia sta rimanendo paurosamente indietro, perde la sua cultura classica, di grande capacità formativa, e non si arricchisce del nuovo. Non c’è più chi sappia “legger di greco e di latino”, neppure i giuristi, neppure molti uomini di quella Chiesa che si è fatta nei secoli custode della civiltà greco-romana. E non sopravvengono altre “virtù” di quelle evocate da Giosuè Carducci.
     Siamo colpevoli di aver disperso anche un patrimonio di formazione, di metodo nello studio, che ha fatto del liceo classico un esempio di saldezza culturale che dava una marcia in più anche a coloro che all’università affrontavano gli studi scientifici.
     Una classe politica incolta ha disarticolate l’ordinamento scolastico pubblico mentre mandava i figli a studiare nelle scuole private, soprattutto cattoliche, e all’estero. E qui una responsabilità è anche della Chiesa che ha da tempo abdicato all’antico ruolo di educatrice dei cuori e delle menti, alla prima difficoltà economica. Ha lasciato quasi completamente l’insegnamento medio per rifugiarsi in quello universitario, laddove giungono contribuzioni pubbliche. Dimenticando che la perdita delle scuole elementari e  medie, dove si formano i giovani, è errore gravissimo perché reclutare solo a livello universitario non vale a consolidare quella cultura d’ispirazione cristiana cui si deve tanto della nostra storia civile. Così si perdono le radici cristiane del paese e dell’intero Continente . E difatti la Convenzione europea, nel definire il preambolo della Costituzione, ha ignorato ogni riferimento alle radici giudaico-cristiane sulle  tanto si è impegnato Giovanni Paolo II.
     Fuori dalla cultura della formazione, la Chiesa Cattolica recede nella fiducia degli italiani proprio nel momento in cui irrompono nelle cronache episodi di pedofilia che vengono enfatizzati, al di là delle dimensioni reali del fenomeno, gravissimo anche se si trattasse di un solo caso, da chi vorrebbe dare un colpo di grazia alla Chiesa. Non sarebbe possibile e i casi di oltraggio ai minori e alla loro innocenza assumerebbero la loro reale consistenza di fatti isolati dovuti essenzialmente a poveri mentecatti se la comunità non avesse subito un processo di scristianizzazione anche per colpa della Chiesa che recede dal mondo della scuola, settore nel quale si formano le coscienze e si apprende il valore di quell’identità culturale che fonda le sue radici nella storia e nella spiritualità di un popolo.
11 luglio 2010

Ancora un disservizio al ritiro bagagli di Ciampino
di Salvatore Sfrecola

     Ciampino, ore 22,38, in anticipo sull’orario, atterra il volo Ryanair proveniente da Cagliari da dove l’aereo era decollato alle 21,45.
     Tuttavia i passeggeri che si sono avviati con fiducia a ritirare i bagagli sono stati delusi. Il nastro trasportatore si è messo in movimento soltanto alle 23,20, quaranta minuti dopo l’atterraggio, poco meno del tempo del volo Cagliari-Roma. La gente ha protestato con il personale di Aeroporti di Roma. Tuttavia non era chiaro chi fosse il responsabile del servizio. Qualcuno ha balbettato il nome di una società di servizi. “Non  è forse incaricata da AdR?”, ho fatto osservare ad un impiegato in una stanzetta lì accanto. E’ stato gentile, ha cercato il Caposcalo. Ma poco dopo ha chiuso la porta. Evidentemente non desiderava essere ulteriormente disturbato.
     Il fatto è che nessuno chiede scusa di questi disservizi che fanno precipitare l’Italia nella graduatoria dei paesi civili, dove si rispetta l’utente, dove i bagagli vengono smistati rapidamente. Senza arrivare all’efficienza di Tokio dove, all’uscita dal controllo passaporti, effettuato con rara celerità adeguando i varchi al numero delle persone, i passeggeri trovano i bagagli divisi per albergo di destinazione!
     Nessuno chiede scusa, ma evidentemente nessuno prova un po’ d’imbarazzo se non di vergogna. Senso della professionalità zero!
10 luglio 2010

Alla fine Brancher ha dovuto dimettersi
di Senator

     Lo ha annunciato in Tribunale. Aldo Brancher, Ministro per un pugno di giorni contrassegnati da polemiche per la sua manifestata e poi smentita decisione di avvalersi del “legittimo impedimento” alla fine esce di scena togliendo la maggioranza dell’imbarazzo.
     Naturalmente il Premier lo ringrazia.”Ho condiviso con Aldo Brancher – ha dichiarato Silvio Berlusconi – la decisione di dimettersi da ministro. Conosco e apprezzo ormai da molti anni l’on. Brancher e so con quanta passione e capacità avrebbe potuto ricoprire il ruolo che gli era stato affidato. La volontà di evitare il trascinarsi di polemiche ingiuste e strumentali dimostra ancora una volta la sua volontà di operare esclusivamente per il bene del Paese e non già per interessi personali”. ‘Sono certo – ha aggiunto il premier – che superato questo momento l’on. Brancher potrà, come sempre, offrire il suo fattivo contributo all’operato del Governo e alla coalizione”.
     Era diventata una situazione imbarazzante per l’intera maggioranza l’incarico “inventato” per Brancher. Tutti avevano fatto finta di non saperne niente, perfino la Lega che, invece, aveva condiviso la scelta del cavaliere.
     ”Chapeau a Brancher. Con le sue dimissioni e la rinuncia al legittimo impedimento – ha dichiarato Italo Bocchino – il ministro ha sgombrato il campo dagli equivoci e favorito la soluzione  di uno dei problemi più spinosi interni al Pdl”. Aggiungendo: ”ci fa piacere aver avuto ragione difendendo in maniera pignola il principio di legalità che non può essere offuscato dal sospetto di una nomina vera a sottrarre l’imputato dal suo giudice naturale. Il primo atto del ‘ghe pensi mi’ berlusconiano – sostiene Bocchino – va incontro alle nostre richieste e siamo fiduciosi che lo stesso accadrà su intercettazioni, manovra e vita interna del Pdl”.
     Continua, dunque, lo scontro tra finiani e seguaci del Premier, quello scontro che oggi è palese ma che ha contraddistinto, in modo meno traumatico, l’intera vicenda delle relazioni tra il Cavaliere e l’ex Presidente di Alleanza Nazionale. Fin dalla legislatura 2001 – 2006, quando Fini è stato sistematicamente compresso da Berlusconi, come nel famoso caso della Cabina di Regia economica, decisa in un vertice di maggioranza e mai attribuita a Fini.
     “Senso dello Stato zero!”, soleva dire il leader di AN al ritorno da ogni incontro con i colleghi della maggioranza, con il Presidente-Imprenditore e con Bossi, il parolaio leghista padano, secessionista a giorni alterni.
     Fini ha masticato amaro in tutto questo tempo subendo la prepotenza del Cavaliere. E adesso si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Peccato che dopo aver tanto subito in silenzio, la sua attuale, condivisibile iniziativa politica sembri tanto un’azione maramaldesca, considerate le evidenti difficoltà, politiche e personali, del Premier.
     Vedremo come evolve la situazione. Se Fini terrà il punto della legalità in occasione della conversione del decreto anticrisi e  dell’esame del ddl intercettazioni. Cercando di rinnovare la politica, senza farsi strumentalizzare da Casini e da Bersani.
5 luglio 2010

L’economia è una cosa troppo seria
per lasciarla in mano ai ragionieri
di Salvatore Sfrecola

     Riprendendo una frase di Georges Clemenceau, primo ministro francese durante la prima guerra mondiale tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Padre della Vittoria”, che l’aveva riferita ai militari (“La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari”) Senator ha voluto criticare la gestione dell’economia di questa difficile stagione di crisi, alternativamente dietro l’angolo, alle spalle, o, più realisticamente, comunque con una buona dose di ottimismo, in fase di superamento, un’espressione rassicurante che lascia aperta ogni ipotesi.
     Ottimismo, soprattutto, secondo una regola antica che riconosce una componente significativa al profilo psicologico nei fatti dell’economia. Significativa la ripresa economica del dopoguerra, quando lo sfacelo materiale dell’Italia, uscita dal conflitto con infrastrutture civili e industriali distrutte, indusse gli Italia, liberi dall’incubo dei bombardamenti, a rimboccarsi le maniche ed a lavorare per quella ripresa dell’economia che avrebbe portato al “miracolo italiano”.
     Il fatto è che in quella occasione il Paese ebbe una guida intelligente, con una profonda conoscenza della storia dell’economia, tanto da consentirgli di valutare immediatamente la validità delle misure suggerite o proposte e di adottare quelle più idonee all’esigenza. Luigi Einaudi, liberale davvero, conoscitore dell’economia nella storia dell’Italia e dei paesi più industrializzati tenne ferma la barra del timone per uscire dalla crisi e vi riuscì in poco tempo controllando l’andamento della spesa pubblica dal Ministero del bilancio, istituito apposta per lui con il D.Lgs.C.P.S. 4 giugno 1947, n. 407, secondo le sue richieste che De Gasperi non discusse nemmeno, convinto che il governo non potesse prescindere dall’apporto del grande economista, all’epoca Governatore della Banca d’Italia. Il 6 giugno 1947 Luigi Einaudi lascia la carica di Ministro delle finanze e del tesoro assume la guida del ministero del Bilancio nel IV governo De Gasperi, mantenendo la vicepresidenza del Consiglio e trasferendo le funzioni di Governatore della Banca d’Italia a Menichella, allora direttore generale dell’istituto. Il democristiano Pella e l’indipendente Del Vecchio, entrambi di orientamento liberale, e quindi vicini alle posizioni einaudiane, assumono rispettivamente la responsabilità dei Ministeri delle Finanze e del Tesoro.
     In poco tempo Einaudi, che si era riservato di tenere sotto controllo le leggi di spesa assicurandosi che, ove ritenute necessarie, fossero assistite da idonea copertura finanziaria (una regola che sarà consacrata nell’art. 81, comma 4, della Costituzione), riuscì a frenare la spesa inutile, mentre Ragioneria Generale e Corte dei conti facevano la loro parte.
     Oggi evidentemente manca il controllo della spesa. Manca in Parlamento dove la sensibilità per le spese inutili, se non dannose, è scarsissima in una maggioranza particolarmente sensibile agli interessi privati. Manca nella gestione, non tanto come verifica della legalità della spesa, perché non si ha motivo di dubitare del buon lavoro della Ragioneria e della Corte, quest’ultima per gli atti che controlla, meno, molto meno di un tempo. Della Ragioneria ho già detto che, come custode del bilancio, ha fallito il suo ruolo se non riesce a rappresentare la Ministro l’inutilità di alcune spese, quelle che definiamo senza mezzi termini sprechi.
     Di fronte a questa situazione di ingovernabilità il Governo ed il suo ministro dell’economia si sforzano di contenere le spese in modo brutale, ricorrendo a sistematici, ricorrenti tagli, tutto il contrario di quel che serve in un momento come questo, quando occorre sollecitare i consumi, per far risalire la produzione e con essa l’occupazione.
     “Un’overdose di austerità sta drogando l’economia” , ha scritto ieri su Il Sole – 24 Ore Paul Krugman, l’economista statunitense Premio Nobel nel 2008, contestando la tesi della “contrazione che produce espansione”. E dimostrando che dove questi comportamento è parso abbiano riscosso successi, questo, in realtà, derivava da altri fattori dell’economia che nulla avevano a che fare con la riduzione della spesa pubblica.
     Intendiamoci bene. Una spesa pubblica eccessiva è sempre da evitare, ma è certo che non è la quantità ma la qualità della spesa che influisce sulle condizioni generali dell’economia e sulla capacità del pubblico di contribuire al benessere della popolazione.
     Ad esempio non è sufficiente ridurre la spesa sanitaria con i famigerati tagli “orizzontali” per avere servizi migliori perché è molto probabile che i tagli vadano a colpire aspetti essenziali della cura della salute, mentre un taglio selettivo, sulla base delle indicazioni provenienti da un approfondimento degli elementi costitutivi della gestione potrebbe sortire il duplice effetto di diminuire la spesa e migliorare le prestazioni.
     Il fatto è che la spesa inutile e dannosa è spesso conseguenza dell’intervento di lobby, vicine al potere, che sollecitano l’espansione del costi.
     Per rimediare allo sfascio di vasti settori della gestione pubblica occorre, dunque, una revisione severa delle spese, analizzandole una ad una sulla base delle indicazioni degli organi di controllo e tenendo presenti le indicazioni provenienti dalle esperienze più virtuose. Rapidamente si possono avere elementi certi e colpire senza pietà gli sprechi, appena scoperti, giorno dopo giorno, senza attendere piani generali. Uno spreco accertato va immediatamente eliminato.
     Per far questo occorrono autorevoli verifiche della spesa e la volontà di risolvere i problemi. Occorrono scelte politiche consapevoli. Ed una direzione del Governo e del Ministero dell’economia in mano a personalità che abbiano la competenza e l’autorevolezza di imporsi ai vari clientes che la politica come sempre attira.
      Non si vede nessuna di queste qualità oggi all’orizzonte. C’è solo la capacità di brutali tagli, del tutto inutili, soprattutto svincolati da una politica globale del bilancio pubblico che tenga conto degli effetti del fisco sull’economia e sul reddito delle persone e delle imprese. Per fare politica economica ci vorrebbero economisti alla Einaudi non modesti contabili, quasi amministrassero il condominio di casa loro.
4 luglio 2010

Berlusconi “corregge” il relatore
Il pasticciaccio delle tredicesime decurtate
di Senator

     Clamoroso marcia indietro del Governo sulla riduzione delle tredicesime al personale statale. Il Premier Berlusconi interviene quando gli animi si erano già abbondantemente riscaldati e le polemiche dilagavano in tutta Italia.
     Ecco l’emendamento incriminato:
     “All’articolo 9, dopo il comma 22, sono inseriti i seguenti: “22-bis. Al fine di assicurare un risparmio di spesa non inferiore ai risparmi derivanti dall’applicazione dei commi 1, 21, secondo e terzo periodo, e 22, secondo, terzo, quarto e quinto periodo, del presente articolo, nei confronti del personale di cui all’art. 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, la tredicesima mensilità spettante al predetto personale può essere ridotta con decreti di natura non regolamentare del Presidente dei Consiglio dei Ministri da emanare entro il 31 ottobre 2010 su proposta dei Ministri competenti di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze; con i decreti è fissata la percentuale di riduzione necessaria ai fini del conseguimento del predetto risparmio di spesa. Per il personale di cui alla legge n. 27 del 1981, il decreto è emanato su conforme delibera degli organi di autogoverno. In particolare, possono essere emanati distinti decreti per:
a) il personale dirigente delle Forze armate e delle Forze di Polizia;
b) il personale non dirigente delle Forze armate e delle Forze di Polizia;
c) il personale dirigente dei Vigili del Fuoco;
d) il personale non dirigente dei Vigili del Fuoco;
e) i professori ed i ricercatori universitari;
f) il personale di cui alla legge n. 27 del 1981;
g) il personale della carriera prefettizia;
h) il personale diplomatico;
i)  il personale della carriera dirigenziale penitenziaria.
22-ter. A seguito della registrazione da parte della Corte dei Conti  dei singoli decreti di cui al comma 22-bis, nei confronti delle categorie destinatarie dei decreti stessi cessano di applicarsi le disposizioni di cui ai commi 1, 21, secondo e terzo periodo, e 22, secondo, terzo, quarto e quinto periodo, del presente articolo.
22-quater. Qualora gli effetti finanziari previsti in relazione all’applicazione dei commi 1, 21, secondo e terzo periodo, 22, secondo, terzo, quarto e quinto periodo e 22-bis del presente articolo nei confronti del personale di cui all’art. 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, risultassero, per qualsiasi motivo, conseguiti in misura inferiore a quella prevista, con decreti di natura non regolamentare del Presidente del Consiglio dei Ministri, da emanare previa relazione del Ministro dell’economia e delle finanze, è disposta la riduzione della tredicesima mensilità spettante al predetto personale, sino alla concorrenza dello scostamento finanziario riscontrato. Sono emanati distinti decreti per le categorie indicate nell’ultimo periodo del comma 22-bis.”
Il Relatore”.
     Una decisione di rara insipienza politica, un aggravio all’aggravio dei tagli che già hanno destato vivissimo malcontento per l’intrinseca ingiustizia che li riferisce solamente alle categorie del pubblico impiego, da parte di un governo e di un Ministro, in carica da anni, il quale non ha saputo combattere l’evasione fiscale che anzi è sensibilmente aumentata secondo i dati dello stesso Ministero dell’economia e delle finanze che dovrebbe provvedervi, che non ha saputo riordinare il sistema del contenzioso tributario che allunga, oltre ogni ragionevolezza, i tempi della riscossione delle imposte. In sostanza uno sfacelo su tutta la linea, un apparato elefantiaco che non riesce a fare quello che tutti gli stati seri fanno, riscuotere le imposte. Il perché è semplice. Il sistema tributario è farraginoso, continuamente soggetto a modifiche. Di difficile interpretazione  è la Bengodi degli evasori e dei  consulenti, il più delle volte ex dipendenti dell’Amministrazione finanziaria nella quale mantengono solidi collegamenti. Nessuna politica seria delle deduzioni, l’unica capace, come insegna l’esperienza dei paesi all’avanguardia nella lotta all’evasione fiscale, di far emergere i redditi degli operatori economici e i lavori in nero. Un’amministrazione che è capace solo dei “tagli orizzontali”, cioè di decurtazioni percentuali uguali per tutti, ignorando che non per tutti la medesima riduzione degli stanziamenti ha lo stesso effetto. Così si premiano strutture parassitarie e si condannano a morte enti che costituiscono il fiore all’occhiello del nostro Paese nella ricerca scientifica e nella cultura.
     La conclusione è una sola, l’economia   è una cosa troppo seria per farla fare ai ragionieri del Ministero di via 20 settembre.
4 luglio 2010

La protesta dei magistrati: oltre lo  sciopero
di Iudex

     Ho scioperato, abbiamo scioperato in molti, per protestare contro un provvedimento che attua una manovra finanziaria ingiusta, che colpisce soprattutto le categorie dell’impiego pubblico, laddove è facile tagliare stipendi e rateizzare le liquidazioni. Dopo averci imbottito la testa di rassicuranti certezze. In parole povere Berlusconi e Tremonti ci avevano fatto credere di essere il Paese più virtuoso d’Europa. Dove la crisi stava per passare, era passata, in sostanza stavamo per riprendersi, il tutto  mentre le piccole imprese, l’orgoglio del Nord Est chiudevano una dopo l’altra e a migliaia perdevano posti di lavoro. Alcuni senza prospettive i quaranta-cinquantenni, assolutamente incollocabili.
     Di fronte ai soliti tagli “orizzontali”, dimostrazione della incapacità di distinguere le situazioni e le esigenze vere, ad esempio degli enti definiti “inutili”, spesso perché non se ne conosceva la funzione (questo giornale ha fatto l’esempio dell’Istituto di Studi ed Esperienze di Architettura Navale, l’INSEAN, che ha commesse dalla U.S. Navy, e scusate se è poco!), noi magistrati abbiamo anche fatto presente che la nostra protesta su tagli di stipendi e blocco delle promozioni discende dal fatto che non siamo categoria contrattualizzata e non ci è facile tornare a rivendicare, a breve, recuperi di carriera e stipendiali, gli uni e gli altri strettamente connessi con un regime di autonomia assicurato dalla Costituzione, come espressione della indipendenza che è anche economica.
     Ingiusta perché,  a parità di livello, se dovessimo  prendere le misure con il vecchio “ordinamento gerarchico”, un Consigliere di cassazione, equiparato ad un dirigente generale o ad un generale di divisione, “porta a casa” a fine mese meno, molto meno del funzionario, che, soprattutto in alcune amministrazioni (ad esempio il Ministero dell’economia e delle finanze, il Ministero di Tremonti il “tagliatore”) “arrotonda” con incarichi e benefits, palesi o occulti (ma questi non interessano). Commissioni, comitati, collaudi, arbitrati, consigli di amministrazioni, revisorati dei conti. E poi la possibilità di “sistemare” figli e nipoti in aziende e società dipendenti dallo Stato e dagli enti locali. Raramente il figlio di questi Grand Commis fanno concorsi, di solito vengono “chiamati” dagli enti vigilati.
     Angelo Balducci, certo non un esempio da seguire, per i comportamenti che gli sono addebitati dalla magistratura ordinaria (per parte sua la Corte dei conti, Sezione giurisdizionale del Lazio, lo ha condannato in primo grado per un collaudo “distratto” in occasione della ristrutturazione delle Sale Operatorie dell’Ospedale Santo Spirito effettuate con i fondi del Grande Giubileo del 2000), ha affermato di guadagnare ogni anno oltre due milioni e mezzo di euro, tra collaudi e arbitrati.
     Certo non è un reddito diffuso tra i dirigenti dell’Amministrazione, ma certamente tutti guadagnano più dei magistrati di qualifica “corrispondente”.
     La conseguenza è evidentemente quella che i tagli stipendiali incidono sull’indipendenza di giudici e pubblici ministeri, nei confronti dei quali c’è, in buona parte della classe politica, in particolare dell’attuale maggioranza, una diffusa ostilità, conseguenza di intolleranza rispetto al controllo di legalità che connota lo Stato di diritto.
     Tuttavia questa lesione dell’indipendenza della magistratura non è percepita dalla gente, la quale è convinta, perché così è stata indotta a credere da stampa e televisione, che i magistrati lavorano poco e guadagnano tanto. E poi siccome ricordano alla gente che ci sono varie regole da rispettare sono obiettivamente “antipatici” a molti nel Paese dei “dritti”, quelli che sovente fanno incursioni nell’illegalità ma tuttavia la fanno franca .
     Con questa premessa, lo sciopero non sembra la forma di protesta più adatta. Intanto perché l’astensione dal lavoro nella storia delle rivendicazione in materia di lavoro deve danneggiare essenzialmente il datore di lavoro, mentre nel caso dei magistrati lo sciopero colpisce gli utenti del servizio giustizia (il più delle volte i più deboli)  e poi perché continuo a nutrire dubbi sul fatto che un potere dello Stato possa scioperare nei confronti di altri poteri, il Governo e il Parlamento, dal momento che il decreto legge è atto “del Governo” che adesso è “del” Parlamento chiamato a convertirlo in legge.
     Da queste brevi considerazioni deduco due conseguenze:
1.        i magistrati non sanno comunicare, altrimenti, denunciando una lesione di indipendenza, avrebbero dalla loro la gente;
2.        l’astensione dal lavoro è uno strumento non idoneo alla protesta.
     Quanto al primo punto, essenziale, è evidente che le associazioni dei magistrati non possono scendere in campo solamente quando la categoria è danneggiata nel portafoglio. Se, come è evidentemente vero, si è voluto portare una lesione all’indipendenza della magistratura, questa va rivendicata in ogni occasione, in un dialogo aperto e continuo con le altre componenti del mondo del diritto, avvocatura ed università, in rapporto ai principi costituzionali sui diritti dei cittadini, i quali devono essere informati del dibattito che direttamente o indirettamente li riguarda.
      Se il ruolo della Magistratura, la quale si deve dare carico, per quanto di propria spettanza, della risposta alla richiesta di Giustizia che proviene dalla comunità, è compreso dalla gente, è evidente che la classe politica sarà indotta a tenerne conto anche quando pensa di poter attuare riforme di esclusivo interesse di parte.
     Questo cambio di passo è essenziale. Altrimenti ci ritroveremo al prossimo giro nelle stesse condizioni, costretti a protestare con un’opinione pubblica indifferente e in molti casi ostile (chi attende da anni una sentenza civile o il danneggiato da un reato beffato dalla prescrizione!).
     È necessario dunque (siamo al punto 2) pensare a forme diverse di protesta che siano idonee a coinvolgere effettivamente la totalità dei colleghi: una manifestazione pubblica, un impegno lavorativo straordinario, capaci di marcare la differenza e di sottolineare la dignità del ruolo istituzionale di chi è chiamato ad amministrare la Giustizia. Proviamo a pensarci su per non trovarci impreparati alla prossima occasione o per continuare la protesta con maggiori forze e più vasti consensi perché la Giustizia, con la “G” maiuscola, è centrale nella pacifica convivenza, perché punire i reati è dimostrazione della presenza dello Stato e dà certezze ai cittadini, e assicurare la tutela dei diritti è espressione di civiltà, come insegna l’eredità del diritto romano.
3 giugno 2010

Scontro Quirinale Palazzo Chigi
C’è una questione legalità non risolta
di Senator

     Oltre alla questione morale, che si è affacciata prepotentemente in questi ultimi mesi, quando sono venute all’attenzione delle cronache le malefatte della “Cricca”, c’è un’evidente questione legalità. Non da oggi, ovviamente, ma da quando un evidente, irrisolto conflitto di interessi, incarnato da un imprenditore che ha assunto la leaderschip del governo ha fatto ritenere a molti, certamente ai suoi compagni cordata, che le regole della democrazia e financo la Costituzione possano essere aggirate o modificate  in funzione di interessi personali o di categoria.
     La questione legalità è sottolineata dalla quotidiana insofferenza del Premier e dei suoi uomini per la magistratura e per la Corte costituzionale. Il controllo di legalità che connota lo “stato di diritto” che lo affida a giudici “soggetto soltanto alla legge”, sempre poco gradito dai detentori del potere, in Italia, in questi anni, è apertamente rifiutato da una parte della classe politica, quella degli affari e dei conflitti di interesse grandi e piccoli, palesi o ben occultati, che degradano il nostro Paese ai livelli di alcune repubbliche sudamericane ed africane, dove imprenditori senza scrupoli e capi tribù pretendono di gestire la cosa pubblica nell’interesse proprio e dei propri amici. Uomini d’affari che, nel periodo nel quale sono al Governo, del paese e degli enti locali si arricchiscono rapidamente.
     Oggi il conflitto sulle regole della legalità esplode attraverso un’iniziativa del Quirinale che, sempre prudente, ipotizza, con linguaggio di inusitata durezza, un rinvio alle Camere, ove il disegno di legge sulle intercettazioni fosse approvato così com’è approdato alla Camera dopo l’approvazione del Senato.
     Una tensione palpabile e foriera di possibili soluzioni traumatiche, che ha fatto dire a Massimo Franco, nel suo editoriale sul Corriere della sera del 2 luglio di “cortocircuito istituzionale”. Perché le parole di Giorgio Napolitano a proposito della legge sulla disciplina delle intercettazioni “non sono soltanto una bocciatura dell’accelerazione del governo, ed un invito a cambiare il provvedimento”.
     Il Capo dello Stato si è lamentato di non essere stato ascoltato neppure sulla manovra economica, che è stata attuata con provvedimento d’urgenza, ed in tal modo “dà sfogo –  scrive Franco – ad una sensazione diffusa: sebbene il centrodestra gli risponda che temporalmente il suo consiglio è stato seguito”.
     L’intervento di Napolitano può essere interpretato in vari modi. Anche che “una tensione così evidente si spiega con la volontà di scongiurare un pericolo: che il centrodestra finisca per scaricare sul Paese i suoi contrasti interni” (ancora Franco).
     A me pare che l’intervento del Capo dello Stato possa e debba, nella situazione che si è venuta a creare tra chi vuole evidentemente legare le mani ai magistrati e chiudere la bocca ai giornalisti e chi ritiene che la legalità rappresenti un valore che connota la democrazia e la nostra Repubblica, essere interpretato come espressione di un ruolo centrale nel sistema costituzionale.
     Per cui il Presidente con la sua iniziativa rivendica il ruolo di garante super partes della legalità, facendo intendere indirettamente ai fautori del presidenzialismo o del semipresidenzialismo, secondo le formule che la tradizionale esterofilia italiana definisce ad imitazione di esperienze straniere imbarcate spesso solo per sentito dire nelle rivendicazioni politiche, che un garante non può venir meno, senza mettere a rischio la democrazia. Perché sarebbe veramente terrificante immaginare che sul Colle sedesse, con più ampi poteri, il Cavaliere imprenditore, pronto ogni giorno a fare strame delle regole del diritto e della democrazia.
     Berlusconi afferma di non avere poteri per governare. In realtà con una maggioranza numericamente ragguardevole e con i poteri che la Costituzione gli riconosce potrebbe fare molto. Se non lo fa, se non riesce a governare è perché il suo governo è diviso, composto nella maggior parte dei casi da personale politico modesto (in taluni casi patetico) e i parlamentari della maggioranza non sono professionalmente qualificati. Perché così li ha scelti lui, privilegiando belle ragazze e giovani senza esperienza. A tutti ha fatto ritenere che fosse possibile non rispettare le leggi e all’occasione modificarle ove fossero di ostacolo al perseguimento di interessi personali e di lobby, sia pure gabellati come interessi della gente.
3 luglio 2010

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