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Un grande prestito nazionale per far ripartire l’economia

Un grande prestito nazionale per far ripartire l’economia
di Salvatore Sfrecola

Siamo alla vigilia della riunione dell’Eurogruppo che ha all’ordine del giorno la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (M.E.S.) e le possibili misure da adottare in favore dei paesi che stanno subendo danni gravi a seguito del blocco delle attività industriali, manifatturiere e commerciali in conseguenza delle misure restrittive adottate dai governi per far fronte all’epidemia da coronavirus. Il Fondo “Salva Stati” nasce a seguito degli esiti non proprio felici della politica attuata dall’Unione per far fronte alla crisi finanziaria degli anni 2010-2011 nei quali alcuni stati membri si sono trovati sull’orlo del tracollo finanziario. L’esperienza della Grecia “aiutata” con forte penalizzazione di stipendi, pensioni e posti di lavoro ha dato luogo al M.E.S. che può contare su un robusto capitale costituito dai versamenti degli stati membri. Con queste risorse il M.E.S. può concedere prestiti ai paesi in difficoltà i quali sono tenuti ad adottare – sulla base di un memorandum d’intesa (MoU) – provvedimenti capaci di tagliare il deficit/debito ed attuare riforme strutturali ritenute necessarie per la ripresa dell’economia del paese.
La polemica nei confronti del M.E.S. è forte, sia con riferimento alle modalità prevedibili di finanziamento del paese che richiede l’intervento sia, per l’Italia, con riguardo alla mancata autorizzazione del Parlamento. Così almeno la vede Salvini che non manca, giorno dopo giorno di polemizzare con il Presidente del Consiglio Conte e con il Ministro dell’economia Gualtieri. Per cui si fa strada, soprattutto tra le forze di opposizione, con il consiglio di alcuni economisti, di affrontare la crisi economica facendo ricorso alle risorse interne, al risparmio degli italiani. Non, tuttavia, nelle forme predatorie che ricordano il Governo Amato o certe ventilate iniziative che sanno tanto di imposta patrimoniale, come può trasparire dalle parole del Viceministro dell’economia Misiani. E neppure attraverso contributi di solidarietà da imporre a dipendenti e pensionati.
La strada maestra è quella di chiedere agli italiani di sottoscrivere un grande prestito pubblico di centinaia di miliardi destinato al rilancio dell’economia attraverso uno straordinario piano di interventi infrastrutturali che riguardino strade, autostrade, ferrovie, metropolitane e poi porti e aeroporti per dotare questo Paese dei mezzi essenziali per aiutare le imprese a crescere ed a competere sui mercati limitando i costi del trasporto e favorendo quell’altra straordinaria risorsa, sempre evocata e mai concretamente sfruttata, il turismo che ha uno straordinario indotto, proprio di questa nostra Italia costituito dall’artigianato e dall’enogastronomia.
Anche i porti meritano di essere potenziati per favorire il trasporto delle merci dall’Europa verso l’Oriente. Lo diceva già nel 1846 (occhio alla data) Camillo Benso di Cavour auspicando che Napoli e Palermo diventassero la porta d’Europa sul Mediterraneo. Poi c’è un problema di acquedotti e fognature, espressione della civiltà che ancora stenta ad affacciarsi in molte aree del Paese, soprattutto nel meridione e nelle isole.
Un po’ di storia di Roma insegnerebbe a molti che per crescere l’economia ha bisogno di infrastrutture viarie e portuali, puntualmente realizzate dalla Repubblica e dall’Impero ovunque nel mondo allora conosciuto.
Un piano straordinario è quello che si propone, per crescere e favorire i consumi interni e l’occupazione, anche con un ritorno fiscale non indifferente.
Lo si è fatto in altri tempi, secondo le indicazioni della scienza economica in tempi di crisi, come ha ricordato il Professore Sapelli in una recente intervista a La Verità. Opere pubbliche da manutenere e incrementare, finanziate con un prestito a lunga scadenza, naturalmente capace di attirare l’interesse dei risparmiatori. Lo si è fatto durante la Grande Guerra quando gli italiani hanno risposto con entusiasmo, proponendosi sottoscrittori per cifre molto superiori a quelle dei buoni offerti. Lo racconta con dovizia di particolari Luigi Einaudi nei suoi magistrati commenti sul Corriere della Sera insistendo su un fattore che in economia ha sempre contato, la fiducia degli italiani nello Stato e nei Governi che emettevano i buoni del tesoro.
È forse richiamando quei precedenti che in comunicato stampa di oggi l’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.), movimento di opinione che non è un partito politico, nel manifestare “viva preoccupazione per possibili decisioni del Governo che, in assenza di un voto del Parlamento, aderisca ad una ipotesi che, sulla base della analisi della sostenibilità dei debiti nazionali, si risolva in un prestito limitato ma con pesanti oneri per i contribuenti italiani”, propone un grande piano di investimenti infrastrutturali, nella certezza che gli italiani vorranno “aiutare la Patria in questo grave momento di crisi economica e sociale”.

5 aprile 2020

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