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Un libro di Rossella Pace celebra le donne liberali nella Guerra di Liberazione

di Salvatore Sfrecola

È molto probabile che tra quanti hanno partecipato alle manifestazioni del 25 aprile, organizzate dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (A.N.P.I.), non ci saranno le donne che nella Guerra di Liberazione si schierarono sotto la bandiera del Partito Liberale Italiano. Infatti, il libro di Rossella Pace (“Partigiane liberali”, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2020, pp. 263, € 16,00), distribuito nei giorni scorsi, dimostra, con dovizia di testimonianze, che la partecipazione delle donne liberali a quei drammatici eventi non è stata sempre facile, soprattutto per l’ostilità delle comuniste, prevalentemente operaie e quindi diffidenti nei confronti delle aristocratiche e delle borghesi. A conferma che la guerra al nazifascismo ha avuto anche i caratteri di guerra civile e scontro di classe, del proletariato contro il padronato, che avrebbe pesato moltissimo nel corso della guerra e dopo, nella memoria storica. Come se non si volesse ammettere che dei “Signori”, in quanto esponenti della classe dirigente, lottassero per la libertà contro il Fascismo e il tedesco invasore, essendo fedeli al potere legittimo rappresentato dal Re a Brindisi.

Rossella Pace sfata, dunque, documenti alla mano, la vulgata, diffusa a piene mani nel dopoguerra, secondo la quale la Guerra di Liberazione sarebbe stata monopolio delle Sinistre e, in particolare, del Partito Comunista Italiano. PhD in Storia dell’Europa presso “La Sapienza” e Segretario Generale dell’Istituto storico per il pensiero liberale internazionale, la Pace ha potuto avvalersi di una ricca documentazione messa a disposizione, in particolare, dalle famiglie Filograna – Minoletti e Sogno, che attesta dell’impegno di cattolici, liberali e monarchici, nelle città e sulle montagne per combattere il tedesco invasore.

Il libro costituisce un apporto significativo al riconoscimento dell’impegno dei liberali, soprattutto provenienti da famiglie aristocratiche e borghesi del Piemonte e della Liguria, quelle che si erano formate alla passione politica del Risorgimento e al culto delle istituzioni della libertà, da Cavour a Giolitti, dove si leggevano le opere di Benedetto Croce e di Luigi Einaudi. Ambienti nei quali era da tempo montata l’ostilità al Fascismo, accresciuta al momento dell’entrata in guerra a fianco della Germania. E così all’indomani dell’8 settembre i liberali, insieme ai gruppi monarchici legati ad Edgardo Sogno, il leggendario Comandante Franchi, prendono le armi e si uniscono ai reparti sbandati del Regio Esercito ad ex prigionieri di guerra. Con loro donne, figlie, mogli, madri dei combattenti che danno un apporto significativo alla costituzione di reti informative, di approvvigionamento e trasporto di armi e di vettovaglie necessarie ai reparti combattenti. Ma anche di controllo dei territori per evitare che i tedeschi in fuga distruggessero ponti, strade, impianti di comunicazioni telegrafiche e telefoniche, infrastrutture di vitale importanza, una ricchezza del Paese che andava preservata in vista del dopoguerra e del ritorno alla vita democratica.

Tuttavia, spiega, Rossella Pace, le donne, di qualunque parte politica, dovettero anche lottare contro i pregiudizi che non cessarono neppure a guerra finita, quando “in tanti cortei per le vie cittadine alle donne partigiane arrivò l’ordine di non sfilare, oppure di farlo solo come crocerossine”.

Il libro ci conduce all’interno delle famiglie aristocratiche e altoborghesi a Torino (Cristina e Costanza Casana) e a Genova (Virginia Minoletti Quarello ed Maria Eugenia Burlando, per fare un esempio che l’A. ricorda spesso), con collegamenti a Milano (Giuliana Banzoni, Nina Ruffini, Mimmina Brichetto Arnaboldi) e Roma (Lavinia Taverna), reti personali e politiche che attuavano collegamenti con esponenti dei partiti e delle brigate partigiane.

Finisce la guerra ed esplodono le profonde divisioni ideologiche che non potevano non essere occasione di contrapposizioni radicali, in particolare da parte dell’ala marxista dei combattenti, nell’ambito della quale, per affermare la propria supremazia, erano stati commessi episodi di violenza nei confronti di formazioni partigiane autonome e di singoli esponenti “scomodi” dei reparti combattenti, delitti dei quali venivano accusati i fascisti, come narrato anche da Giampaolo Pansa, per tali motivi tacciato di “revisionismo”.

Un libro veramente innovativo sul piano della ricerca, che già ha meritato lusinghiere recensioni e che sarà presente al Premio Aqui Storia. Gli auguriamo il meritato successo.

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