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martedì, Settembre 22, 2020
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Cosa insegna il caso Salvini, tra politica e amministrazione

di Salvatore Sfrecola

La vicenda dell’autorizzazione del Senato a processare Matteo Salvini, per attività connesse al suo ruolo di Ministro dell’interno, nel caso Open Armas, la nave spagnola giunta dinanzi alle nostre coste con un carico di clandestini raccolti in acque territoriali di altri paesi, merita un approfondimento sotto due profili, entrambi politici. In primo luogo perché l’Assemblea di Palazzo Madama ha abdicato al suo ruolo di verifica politica della imputazione penale (sequestro di persona ed abuso d’ufficio) sotto il profilo dell’interesse pubblico perseguito dal ministro, nonché sotto il profilo, anch’esso politico, dei rapporti tra La Lega, della quale Salvini è Segretario e l’Amministrazione dell’interno.

Sotto il primo aspetto non c’è dubbio che il Senato avrebbe dovuto valutare l’esistenza di un interesse pubblico, coerente con il programma di governo, nell’azione di contrasto all’immigrazione clandestina, così come posta in essere dal Ministro. Quell’azione non può non implicare la responsabilità politica dell’intero Gabinetto e, in primo luogo, del Presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte. Questi, infatti, ai sensi dell’art. 95 della Costituzione “dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”.

Qualunque osservatore, infatti, avrà avuto la consapevolezza, anche per l’ampio risalto che sulla stampa ha avuto la vicenda di nave Open Arms come in precedenza di nave Diciotti, che l’intero governo fosse a conoscenza di come Il ministro dell’Interno stesse gestendo il caso dei soggetti a bordo della nave Open Armas, battente bandiera spagnola, alla ricerca di un “porto sicuro” nel quale far sbarcare quanti aveva raccolto in mare. È chiaro che, in presenza di notizie di stampa, che riferivano le critiche dell’opposizione quanto al rispetto delle regole sancite dai trattati internazionali sulla salvaguardia della vita umana in mare, il Presidente del consiglio, se non avesse condiviso l’azione del suo ministro, avrebbe dovuto esercitare il suoi poteri di indirizzo e di coordinamento intervenendo direttamente, eventualmente provocando un approfondimento della questione in apposita riunione del Consiglio dei ministri. Non avendolo fatto è evidente che il Presidente del Consiglio ha condiviso le iniziative del suo ministro e nessun altro ministro ha dimostrato di ritenere che fosse necessario, nella sede collegiale propria del Governo, verificare la coerenza dell’azione del Ministro dell’interno rispetto alla politica dell’Esecutivo.

È, pertanto, di palmare evidenza che il Senato, chiamato ad una valutazione politica della richiesta della Magistratura, avrebbe dovuto escludere la responsabilità “politica” del ministro quanto al mancato perseguimento dell’interesse nazionale come espresso nell’indirizzo politico governativo.

Ma c’è un altro profilo che, per altri versi, mi sembra ancora più preoccupante, anche nella prospettiva di una vittoria elettorale del centrodestra e, quindi, dell’assunzione di responsabilità di governo. Mi riferisco al rapporto del Ministro Salvini con l’Amministrazione dell’interno. È mia opinione, infatti, che dalle vicende del contrasto all’immigrazione clandestina via mare emerga in modo molto evidente una inadeguata assistenza dell’Amministrazione al Ministro, non supportato in modo che fosse al riparo da errori politici e giuridici. Il ruolo dei Consiglieri del ministro, di quelli che operano nell’ambito degli uffici di diretta collaborazione, e dell’Amministrazione in generale, è proprio quello di assistere il Ministro consigliandolo al meglio, aiutandolo a valutare gli effetti politici dei suoi atti politicamente più significativi, e le conseguenze che ne potrebbero derivare sul piano giuridico.

Non è evidentemente accaduto, per due possibili motivi. Forse il Ministro non si è fidato dei suoi collaboratori e pertanto ha fatto di testa propria, oppure Il dialogo con la dirigenza dell’Amministrazione è stato difficile, direttamente o, come sempre accade, per il tramite del Capo di gabinetto o di un Consigliere giuridico.

È un problema risalente che ha sempre creato problemi nel Centrodestra. I Ministri, spesso neofiti di incarichi di governo, ritengono, per il solo fatto di essere preposti ad un ministero, di poter ottenere tutto quello che pretendono, indipendentemente da quel che prevedono le leggi e consente l’organizzazione dell’Amministrazione e la sua capacità operativa. Molti ministri ritengono che l’Amministrazione sia loro ostile e che, se viene frapposta una difficoltà questa non è giustificata, come spesso fanno intendere i collaboratori di partito i quali mai si permetterebbero di mettere in dubbio la scelta del Ministro. Avviene, così, che il dialogo tra Ministro e struttura diviene difficile, soprattutto se la dirigenza amministrativa percepisce che il Capo di gabinetto, la voce del ministro verso l’Amministrazione, non gode della completa fiducia dell’esponente politico, perché magari politicamente estraneo alla sua filosofia. I collaboratori sono tecnici ma devono disporre di una sensibilità politica e della capacità di guardare agli effetti dell’azione amministrativa in rapporto al programma di governo. Si è sentito dire da un ministro del governo giallo-verde che il capo di gabinetto gli era stato “imposto”. E non si è neppure vergognato. Chi si fa imporre il Capo di gabinetto non è in condizioni di fare il ministro.

Sfugge, infatti, spesso che l’Amministrazione, i funzionari devono “sopravvivere” al ministro di turno, nel senso che non s’impegnano più di tanto se non c’è tra politica e amministrazione quel feeling che molti politici nel tempo hanno assicurato. E non c’è bisogno di tornare al classico Camillo di Cavour, che aveva una straordinaria capacità politica ed una profonda conoscenza dell’Amministrazione, perché in tempi più recenti ministri come Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, Aldo Moro e Giovanni Prandini, per non dire che dei più noti al grande pubblico, hanno ottenuto dall’Amministrazione il massimo possibile di collaborazione. Quei politici conoscevano le regole dell’Amministrazione, fatti e uomini, e sapevano di chi si potevano fidare e ai loro collaboratori la struttura riconosceva prestigio, competenza e senso dello Stato.

Se non c’è questo rapporto è chiaro che i dirigenti si ritraggono, fanno il minimo e magari non fanno presente che alcune cose non si possono fare o non si possono fare in quel modo o in quel momento. E il Ministro naufraga. I dirigenti, come ho detto, che sono “al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98 Cost.), devono sopravvivere al ministro di turno e questo significa che non si esporranno mai per non cadere sotto la tagliola del successore, se di altra maggioranza. È anche il motivo per il quale normalmente il Capo di gabinetto è un estraneo all’amministrazione, il più delle volte un magistrato amministrativo, del Consiglio di Stato o della Corte dei conti o un Avvocato dello Stato, che, al termine della collaborazione con un dato ministro, non deve rendere conto ai colleghi di quel che ha o non ha fatto nel ministero.

Salvini non ha avuto consigli adeguati o non li ha seguiti? È in ogni caso quel che ci dice la vicenda che si è malamente conclusa al Senato e che ha riguardato in diversi contesti altri ministri, non solo della Lega, ovviamente, anche se per questi è molto più grave per quel tanto, ma evidentemente insufficiente, di esperienza di governo che vantano nelle regioni e negli enti locali.

Impareranno Salvini ed i suoi? Ne dubito molto. Nel DNA del politico c’è molta arroganza e presunzione e la convinzione che il suffragio elettorale sia un crisma che assicuri autorevolezza. C’è autorità che, se spesa male, danneggia la persona ed il partito che lo ha scelto per quel ruolo.

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